Editori, beceri editori…

La posta elettronica si apre inesorabile e annuncia trionfalmente 240 nuovi messaggi in arrivo. Il tempo per leggere la posta tradizionale, separare le incombenze burocratiche dalla colonna dei manoscritti. Se va bene, ci scappa anche il caffé. Finalmente l’ondata quotidiana degli inediti è pronta. Fra allegati email e plichi, sono appena venti. Giornata tranquilla.

Il primo plico si apre come una minaccia: “allego alla presente la mia opera, diffidando il destinatario da….” Come diffidando? Mi pareva che avessimo autorizzato lo scrittore a inviarci una copia del suo romanzo. Lo leggiamo, mica ce lo mangiamo. E poi se anche lo mangiassimo, con gli stipendi da fame dei redattori, sarebbe un panino in meno da pagare a mezzogiorno. A prima vista il titolo pareva accattivante. Meglio evitare rischi e rispedire subito l’intero plico, senza estrarne altri contenuti potenzialmente dannosi. L’amministrazione è tassativa: rispedire a spese del mittente. Però, davvero un peccato…

Proviamo con l’email. “Spettabile Editore, ho scritto una silloge di poesie… Lo so che voi non pubblicate poesie, però…” Però niente. A me piacciono le poesie. Mi rileggo una volta al mese l’antologia dei giovani poeti inglesi pubblicata da Einaudi negli Struzzi, vent’anni fa. Anche Einaudi, peraltro, non pubblica poesie, premi Nobel e mostri sacri esclusi. Tantomeno la casa editrice per la quale lavoro. Provo a spiegarlo. Conosco già la risposta: “Non capite un… siete i soliti venditori di carta straccia… ” Se dipendesse da me, obbligherei tutte le persone ad acquistare un libro di poesie ogni settimana. Pare che in libreria il settore sia melaconicamente deserto. Non è colpa nostra, e neppure del libraio.

Seconda mail elettronica. Spettabile editore, ho letto che siete seri, perché avete il codice isbn e il bollino Siae. Il bollino Siae? Dove l’avrà letto? Mica vendiamo cd musicali. Ah, già. E’ un errore, riportato da Il rifugio degli esordienti. Niente di grave. Una volta anche i libri riportavano il bollino Siae. Ora ben di radom e nessun editore va a chiederlo per il solo gusto di perdere tempo. Se gli scrittori ogni tanto leggessero un libro se ne sarebbero persino accorti.

Torniamo ai plichi. Il signor Alighiero Dantini ha spedito il suo romanzo. Scrive poco quando non racconta: nome e cognome, una liberatoria legale in cui assicura che il testo è proprio suo, cinque righe di curriculum, dieci righe di sinossi (ma perché non lo chiama semplicemente presentazione?). Magnifica cosa: una copia del romanzo, rilegata alla buona, ma senza fogli sparsi, persino dotata di copertina in cartoncino bianco. Un bel giallo, si capisce subito, anche perché l’ha scritto chiaramente. Proposta di titolo accattivante, forse un po’ lunga, ma non importa, testo ben impaginato, errori pochi. Finisce nel piccolo gruppo dei “librichemiripromettodileggereprimaopoi“. Dopo due ore, restera’ solo in quel mucchietto, mentre gli altri plichi si accumuleranno nello scatolone della raccolta carta.

Si profila una luminosa carriera per questo orfanello.

Più che luminosa: nella pausa di pranzo decido di portarlo fuori con me e di dare una prima scorsa. Davvero niente male. Peccato quel verbo volgare: lo usasse in senso proprio, cioè per “spazzare i pavimenti”, non ci sarebbero problemi. Un segno rosso e un’annotazione. Ci penserà un altro redattore, a convincere l’autore della necessità di correggere, se vuole che l’opera sia pubblicata da noi.

Secondo caffé della giornata ed ecco spuntare l’amministratore delegato. “Cosa leggi?” Finale a sorpresa: il manoscritto finisce nella sua borsa. Se lo leggerà per puro piacere, questa sera. Questo libro sembra davvero nato sotto una buona stella. Così buona che appena rientrato mi metto subito alla tastiera, per annunciare all’esordiente Alighiero Dantini l’interesse ad approfondire la lettura e comunicare due piccole perplessità, sulle quali avremo modo di colloquiare in futuro. Meglio trattarlo bene, il Dantini, perché mi sa che la prossima settimana l’amministratore delegato poserà il manoscritto sulla mia scrivania con una noterella in rosso: pubblicabile.

Poche ore e dalla casella email si affaccia un messaggio: “Vedo che siete stati rapidi nel capire che il mio capolavoro deve essere pubblicato. Come vi permettete di pensare anche solo lontanamente accettare proposte di correzioni, inutili larve redazionali?”

“Veramente, signor Dantini, era solo una proposta. Siamo ancora lontani dalla decisione di pubblicare. Quanto alle correzioni, pur rispettando il suo estro creativo, permetterà all’editore, che paga di tasca sua e pagherà a lei i diritti d’autore, di esprimere un’opinione?”

Risposta. Se finora abbiamo scherzato, esagerando un poco, ora vi confesso la verità: questo è un resoconto vero. Non è un racconto di fantasia. E quella che segue, parola per parola, senza i riferimenti personali, nel rispetto della riservatezza personale, è la risposta del signor Alighiero Dantini. Ottimo scrittore; ma scrittore, almeno per questa volta, mancato: “Come sospettavo a Lei della qualità narrativa non importa un fico secco. Lei guarda le idee politiche espresse in un testo (…) e questo è un fatto che mi ricorda il Tribunale dell’Inquisizione (…) Getti pure nella spazzatura il mio romanzo: dal suo punto di vista non merita altro.”

Peccato. Davvero peccato per il signor Dantini. Peccato perché questa mattina, entrando in , c’era un manoscritto in un angolo. E sopra, in rosso, un appunto dalla calligrafia inconfondibile.

Questo articolo è stato pubblicato in Diario di un redattore ordinario ed etichettato come , il da .

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