Del salone e del libro

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“Torino provincia di Milano, da capitale a dépendance della Madonnina”, un titolo pubblicato anni or sono dalla nostra piccola, anzi minuscola, casa editrice, è curiosamente il libro più citato in questi giorni di acceso dibattito sul futuro della promozione editoriale e libraria italiana. Una citazione non casuale, per quanto ci riguarda, perché i pochi lettori del nostro blog sanno quanto per dieci anni esatti abbiamo insistito, inascoltati, sull’urgenza di cambiare completamente linea di azione per il Salone del Libro di Torino.
Non siamo mai stati sostenitori di una formula culturale, quella adottata dal capoluogo piemontese con spocchia e autoreferenzialità, incentrata su presunti “salotti buoni” di presunti “autorevoli intellettuali” che di buono e di autorevole, a nostro modestissimo parere, nulla avevano e nulla hanno.

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La nostra ultima partecipazione al Salone del Libro di Torino risale appunto al decennio scorso. Quella manifestazione dove autori ed editori potevano incontrarsi e far nascere opere, si era già trasformata in un circo mediatico nel quale il libro, e con esso la cultura, erano ormai totalmente assenti.
Ci appare quindi francamente priva di significato una polemica in difesa del Salone del Libro di Torino. Da almeno dieci anni, non esiste a Torino un salone del libro. Non è esistita neppure una politica culturale in senso ampio.
Non entriamo nel merito delle prese di posizione dell’europarlamentare Mercedes Bresso o dell’assessore regionale Antonella Parigi, riassumibili nella rivendicazione di proprietà di un marchio registrato. Che la registrazione del marchio “salone del libro” rappresenti la linea del Piave di una disfatta condita di illeciti, nomine discutibili quando non addirittura patetiche, è un sintomo rivelatore della concezione debole della pretesa enclave culturale subalpina, che ha celebrato come vati della letteratura degli onesti imprenditori della comunicazione.
Una città, e un’intera regione, per le quali l’essenza della narrazione, della letteratura, dell’arte, della tradizione enogastronomica, si riducono al modello della Scuola Holden, alla cucina di Eataly, alla partecipazione provincialmondana di analfabeti benestanti al cosiddetto Circolo dei Lettori, altra esperienza di successo se si considerano i risultati relativi alla ristorazione ma certamente deludente se valutata dalla tipologia di libri presentati.

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Ciò che accomuna questo tipo di esperienze, con buona pace di Luca Beatrice, che tenta di fare prendere le distanze del palazzo di via Bogino dal carrozzone del Lingotto, è lo snobismo, nel senso originale di sine nobilitate, di una visione culturale da sagra del sedano. Non differente dalle pretese di molti assessori di borghi sperduti che, presentando il libro stampato nella tipografia di paese dal maestro elementare in pensione, pensano di coprire con una veste sontuosa l’annuale abbuffata di costine e bottiglioni di vino acido pomposamente ribattezzata come festival letterario.
È il provincialismo campagnolo che permise a Giovanni Soria di incamerare milioni invitando starlette al Castello di Grinzane Cavour, senza mai aver promosso, non diciamo a livello internazionale, ma almeno fuori dalla sua provincia, uno scrittore piemontese.
È ancora quella visione miope che fece fallire la partecipazione degli editori piemontesi alla Buchmesse di Francoforte, troppo impegnati a leggere la cronaca del quotidiano di casa mentre attorno a loro l’editoria mondiale si incontrava.
La nostra casa editrice non è iscritta all’Associazione Italiana Editori, né alla pattuglia di Fidare o Odei. Siamo irrilevanti, con i nostri 500 titoli prodotti in 15 anni di attività, con la nostra produzione assolutamente marginale, quasi ignorata dagli inserti degli organi di informazione, come è comprensibile siano ignorate le opere del filosofo dilettante Vittorio Mathieu, di storici domenicali della scuola come Redi Sante Di Pol e del medioevo come Francesco Panero, di sconosciuti imbrattacarte dell’Ottocento come Giuseppe Rovani e Antonio Fogazzaro. Come potremmo noi, e loro, competere con la monumentale epica di Luciana Littizzetto?
È quindi comprensibile l’astio piemontese anche nei confronti di un parvenu milanese, tal Federico Motta, titolare di un marchio editoriale fondato la scorsa settimana dalla produzione notoriamente incentrata sui volumi illustrati di gattini.
La risposta giusta, prontamente estratta dal cilindro della classe politica piemontese, è aprire alla partecipazione degli editori. Purché siano davvero editori di cultura, possibilmente in lingua piemontese, difensori del sano provincialismo subalpino, e quindi che possano dimostrare di non aver mai venduto un solo volume al di là del Ticino, e men che meno in una biblioteca americana o giapponese. Sotto la guida illuminata di un saggio, un maestro del giornalismo di ampio respiro, erede di Buzzati, di Arpino, di Frassati, quale Massimo Gramellini.

Nel merito delle domande giornalistiche che giungono in casa editrice in questi giorni, rispondiamo sinteticamente.

Ci è del tutto indifferente la scelta campanilistica di Torino o Milano come sede di una manifestazione del libro. Anche la proposta avanzata da Laterza di guardare a Bologna come possibile sede potrebbe avere senso.
Si tratta di una valutazione puramente logistica ed economica. La fiera nazionale del libro italiano vada dove ci sono le condizioni e gli spazi per realizzarla al meglio. Per meglio intendiamo migliori contenuti, più libri e meno magliette, più scrittori e meno cantanti, più editori e meno spacciatori di vanity press.

Il modello finora proposto da Torino è fondamentale, nel senso che è l’esempio di tutto ciò che non deve essere fatto. Possiamo anche difendere la città, proprio perché a Torino è nata la nostra casa editrice, ma non possiamo difendere la formula. Tuttavia non abbiamo alcun problema a cambiare sede. I nostri libri sono presenti in Italia, in Europa, in America, Asia e Oceania. Come andiamo a Francoforte, possiamo andare a Milano e Bologna. Per la sagra del sedano non abbiamo tempo.

Marco Civra
direttore editoriale
Marcovalerio Edizioni

Patrizio Righero
direttore editoriale
Vita Edizioni

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Corrado Farina

Corrado Farina

Nato a Torino nel 1939 e morto a Roma l’11 luglio 2016. Ha contratto la malattia del cinema in giovanissima età, frequentando le sale cinematografiche della sua città. Si laurea in Giurisprudenza nel capoluogo piemontese, non senza aver dedicato gli anni universitari al ”Centrofilm” di Gianni Rondolino ed essergli succeduto alla direzione del Centro Universitario Cinematografico.

I miei genitori non erano contrari al fatto che io andassi al cinema, ma ragionavano su una scala diversa dalla mia: per loro aveva un senso vedere un paio di film al mese, mentre io avrei voluto vederne almeno uno ogni giorno. Loro lo consideravano un semplice divertimento, io un arricchimento. Poiché comunque loro, con un certo buon senso, pretendevano che io andassi a scuola e alla fine dell’anno (bene o male) passassi gli esami, talvolta mi vedevo costretto a dire che andavo a studiare da un amico per poi, con l’amico in questione, imboscarmi in una sala cinematografica. Questa mia carriera di fuorilegge ebbe comunque breve durata e non fu esente da traumi e da delusioni: c’è un film intitolato Il mistero del castello nero che ancora oggi ignoro come vada a finire, perché fui identificato da una malvagia cassiera di mezza età (sicuramente inacidita da chissà quali frustrazioni), e drammaticamente prelevato da una accigliatissima sorella maggiore a nemmeno mezz’ora dall’inizio del film.

Invece di dedicarsi all’attività forense entra allo Studio Testa come copywriter, Cinque anni dopo si trasferisce a Roma. Nel 1969 esordisce come aiuto regista di Leonardo Bonomi. Nel 1970 inizia le riprese di Hanno cambiato faccia, che nel 1971 vince il I° Premio al Festival Internazionale di Locarno. Gli fa seguito, due anni dopo, Baba Yaga, da una storia a fumetti di Guido Crepax.

In seguito si dedica quasi esclusivamente ai servizi televisivi e ai documentari, sia per il circuito cinematografico che per Aziende pubbliche e private.

Corrado Farina ha scritto la quasi totalità dei soggetti e delle sceneggiature di ciò che ha realizzato come regista.

Il soggetto di Un posto al buio è stato all’origine della mia attività di scrittore, poiché è diventato il primo dei miei romanzi, pubblicato nel 1994 dalla Biblioteca del Vascello. In seguito ne ho scritti e pubblicati altri sette, quasi tutti concepiti anche loro come soggetti cinematografici: Giallo antico (1999), sulla morte di Emilio Salgari; Storia di sesso e di fumetto (2001), dal mio vecchio e già citato soggetto; Dissolvenza incrociata, sulle riprese di un film a Torino alla fine degli anni Cinquanta (2002); Il calzolaio (2004), una storia “noir” di feticismo; Il cielo sopra Torino (2006), ambientato negli anni della seconda guerra mondiale; L’invasione degli ultragay, una parabola grottesca sull’intolleranza (2008); e La figlia dell’istante (2010), che a differenza degli altri non nasce come soggetto cinematografico ma da un mio vecchio servizio televisivo realizzato nel 1980 con Fruttero e Lucentini.
Il fatto di scrivere romanzi e racconti ha ulteriormente aggravato le mie crisi di identità: al punto che ormai non so più se sono uno scrittore prestato da sempre al cinema o un regista prestato da qualche anno alla letteratura.

Visita il sito di Corrano Farina

Redazione

28 giugno 2016

 

E comunque libri

Arriva l’estate e la voglia di leggere in spiaggia o su un prato di montagna. Se volete fare scorta di libri, la redazione di Marcovalerio Edizioni ha selezionato per voi alcuni titoli per letture rilassanti, gradevoli e di qualità. Narrativa a tutto campo, per pomeriggi piacevoli. Sono i “titoli garantiti” dell’estate 2016. Ci crediamo talmente, che davvero ve li garantiamo. Potete acquistarne uno o più, come sempre senza spese di spedizione e li riceverete a casa vostra in pochi giorni. Questa volta con una grande opportunità per sentirvi sicuri del vostro acquisto: se uno dei libri da voi scelti non vi piace e ce lo fate sapere, spiegandoci perché secondo voi non è stata una lettura appagante, noi semplicemente, gratuitamente e senza ulteriori formalità, ve ne invieremo un altro fra quelli disponibili in questa selezione. Insomma, ci sentiamo così sicuri da essere pronti a rischiare il vostro giudizio.

Allora, cosa aspettate? Scegliete fra i nove titoli che vi abbiamo proposto quelli che vi ispirano di più. Leggete, gustate e godetevoli. Poi diteci che non vi piacciono e scriveteci con quali sostituirli, sempre fra questi nove titoli. E noi faremo finta di credere che non vi sono piaciuti e vi invieremo gratis il titolo scelto per farci perdonare.

Offerta valida sui titoli selezionati e fino a esaurimento scorte. La segnalazione della richiesta di invio di un nuovo titolo va effettuata tramite questo sito, usando la pagina dei contatti. Non sono previste spese di spedizione per i titoli inviati, non è richiesta la resa dei titoli che avete acquistato e che non vi sono piaciuti. Insomma, non è la solita offerta estiva. È una cosa seria per lettori seri. Noi crediamo alle nostre scelte editoriali. Unica condizione: potete chiedere l'invio di un libro con un prezzo di copertina pari o inferiore a quello che avete acquistato (barate pure e dite che non vi è piaciuto anche se invece ne siete entusiasti, ma almeno non barate acquistando un libro economico per farvene regalare uno più costoso...)

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Del senso e del ruolo dell’editore. Della mafia. E della libertà

infanzianegata

A volte giungono in redazione manoscritti che non vorremmo leggere, saggi che non vorremmo pubblicare, testimonianze di vicende che non vorremmo fossero mai accadute. A volte le ore trascorrono lente, e il lavoro si protrae fino a notte fonda. Fra interrogativi e dubbi.

Perché abbiamo scelto di pubblicare libri? Qual è il ruolo di un editore? Rincorrere ciò che i lettori vogliono leggere, certo, acquistare carta a un euro il chilo per sporcarla di inchiostro e rivenderla a venti euro il chilo. Oppure colpirli con verità scomode, arrogarsi il diritto pedagogico di educare il pensiero e farlo crescere, superando pregiudizi e ignoranze dei quali siamo tutti quanti ammantati.

È un dilemma attuale. Specie in questi giorni, nei quali i commenti pseudo giornalistici e le bacheche dei social network sono popolate dalle polemiche sulla pubblicazione e sulla presentazione di un libro sicuramente inopportuno, perché banale operazione di marketing, il diario del figlio di Totò Riina.

A noi poco importa di quel libro. Se fosse giunto in redazione lo avremmo semplicemente cestinato senza neppure rispondere, come spesso facciamo, al proponente. Non sappiamo e neppure ci interessa quale ne sia l’editore.

Ci scandalizza invece, e ci disgusta anche, la squallida operazione promozionale di alcuni pseudolibrai, perché definirli librai è un’offesa alla categoria, che hanno appiccicato cartelli nei quali si vantano di “non vendere e non ordinare” quel libro. Sono poveri imbecilli, sia detto con paterno affetto, perché diventano testimoni sciocchi di questa società colma fino al vomito di luoghi comuni e chiacchiere da caffè sport.

Nessuno qui in redazione, e ne abbiamo discusso, si sognerebbe di acquistare e leggere quel libro, sia ben chiaro. Ma non sta a noi, e tantomeno a un libraio, decidere quale sia la verità, quale sia la giustizia, e soprattutto quali libri possano o non possano essere pubblicati, quali libri un cittadino possa o non possa leggere. Il nostro direttore editoriale, anni fa, rilasciò un’intervista nella quale affermava che, se esiste la libertà di pensiero, deve essere legittimo scrivere saggi nei quali si sostiene che il Sole gira attorno alla Terra e che Galileo Galilei si è sbagliato, scrivere pamphlet negazionisti sulla Shoah, o agiografie di Stalin.

La libertà è anche il diritto di dire, scrivere, sostenere coglionerie immani, senza essere arrestati.

Al massimo, si spera che il sistema culturale sia abbastanza determinato nel non pubblicare simili farloccherie, evitando di darle in pasto a lettori ingenui che potrebbero anche credervi. Noi cerchiamo di non pubblicarle, certo, e ciononostante molti lettori delle nostre pubblicazioni potranno legittimamente sostenere che abbiamo pubblicato talvolta opere a loro parere farlocche.

Chi ha diritto, tuttavia, di stabilire quale sia la Verità incontrovertibile e pubblicabile e vendibile ai lettori? Un Editore di Stato, magari, come ve ne sono in qualche nazione. Un censore del pensiero unico, che inizierà a epurare i libri inadatti, impedendone la pubblicazione, e se pubblicati, vietandone o boicottandone la vendita, e se venduti, bruciando le copie nelle case dei cittadini rei. Siamo certi che quest’ultima ipotesi faccia sorgere qualche reminiscenza letteraria anche ai librai che hanno esposto i cartelli sui libri che “non intendono vendere né ordinare”. O almeno ce lo auguriamo.

Perché se i falò di Farenheit 451 non sono balzati loro di fronte agli occhi, non dovranno stupirsi il giorno in cui qualche gruppo estremista, di destra, di sinistra, di qualche setta fanatica, assalterà le loro librerie per il fatto di “aver ordinato e venduto” un certo libro. Qualsiasi libro sia.

Anni fa, un editore sicuramente progressista e antifascista, decise di pubblicare in italiano il Mein Kampf di Adolf Hitler. Certo non per inneggiare al nazismo, ma perché quell’opera deve essere disponibile ai lettori, affinché capiscano, comprendano, da dove nacque quell’orrore. Noi non lo avremmo pubblicato, ma è giusto che qualcuno abbia scelto di farlo.

Ogni volta che un libro viene bruciato, in senso fisico o metaforico, un pezzo di libertà e di cultura viene bruciato con esso.

Accade così che, taluni giorni, nel diluvio di proposte che si affacciano in formato elettronico nella casella postale, arrivino testi scomodi. Testi che leggiamo con fastidio iniziale, testi che scartiamo con rabbia e indignazione. Altri che raccontano storie che vorremmo non fossero mai accadute. Vicende dove l’uomo rivela il peggio di se stesso.

Talvolta leggiamo fino a notte fonda. E nella notte ci interroghiamo. Qual è il ruolo di un editore, dunque, nell’epoca dell’autopubblicazione, della democrazia culturale che rende tutto uguale, tanto un saggio scientifico e documentato quanto uno sproloquio vaneggiante? Sporcare carta o restare incollati nel buio che ci circonda, non solo in senso proprio, e provare a tenere acceso un lume? Noi, in questa notte strana, continuiamo a leggere, a interrogarci. E per una volta, rivolgiamo la stessa domanda a tutti voi.

La rivista RicAmare
dedica la copertina
al blackwork di Valentina Sardu

RicAmare - Marzo 2016

RicAmare – Marzo 2016

I ricami di Valentina Sardu approdano su RicAmare, con una serie di nuovi disegni realizzati in esclusiva per la nota rivista.

Primo appuntamento sul numero di Marzo, in edicola da oggi, con il disegno “Amaryllis“, protagonista anche in copertina.
Il modello, ricamato personalmente da Valentina, sarà in mostra alla fiera di Bergamo Creattiva, dal 3 al 6 Marzo 2016, presso lo stand della rivista (stand 64, padiglione B), dove sarà anche possibile acquistare tutti gli altri schemi della nostra autrice.

 

I manoscritti dell’orrore…
ortografico

adagioIl redattore ordinario invecchia, sbava, digrigna i denti. Beh, direte voi, quale novità? Ormai chi segue la mia rubrica astiosa sa che non sono altro che un incartapecorito rabbioso, relegato a lavorare fra il guano dei piccioni. Per vostra disgrazia, e il vostra è riferito a voi maestri della letteratura, romanzieri aspiranti che già vi definite nelle lettere di accompagnamento quali scrittori, il mio ingrato e vomitevole compito è leggere, leggere, e ancora leggere le vostre proposte di pubblicazione.

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Da giorni, in questo tiepido gennaio che colpisce i miei bronchi marci, trascorro le mie inutili e frustranti giornate aprendo gli archivi della posta elettronica, dove per cinque mesi si sono accumulati i vostri allegati. Otto secondi netti a manoscritto. Tanti ne bastano ormai per rabbrividire, sussultare, essere tentato di imprecare. Eppure mi accontento di poco, pochissimo a dire il vero. Provate ad accontentarmi.

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Provate a scrivere beh e non , o peggio be’, distinguete un’interiezione da un belato. Se poi siete dei raffinati e volete sottolinearlo, scrivete po’ e non , qual è e non qual’è. Esiste il quale ma non la quala, fantomatico uccello da cucinare in padeglia, che non è un piatto tipico spagnolo.

Nun s’è n’è pu’o piu dell’itagliano, si stinge il quore a leggere cueste cose.

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In fondo non sono pretese eccessive. Sarebbe sufficiente utilizzare il correttore ortografico automatico, quello che sottolinea in rosso le parole grammaticalmente scorrette. Potreste persino riuscire a ingannarmi per dieci pagine, anziché farmi desistere alla quarta riga.

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Vi devo rivelare un segreto: sono sottopagato per cercare a tutti i costi di pubblicarvi e questo significa una grande condiscendenza nei confronti della sintassi talvolta zoppicante, della totale mancanza di conoscenza della consecutio temporum, persino della sciatteria che vi spinge a mettere uno spazio prima della virgola e non dopo, del fatto che non abbiate minimamente idea della differenza fra la copula (che in questo caso non è un invito a fare sesso) è ed é, o peggio e’. Non parliamo quando la copula è all’inizio del paragrafo: confessate, non avete la minima idea di quali tasti pigiare per ottenere la È maiuscola. Bisogna usare contemporaneamente tre tasti: alt, maiuscolo e, ovviamente, “e”. È pur vero che possedete soltanto due indici, ma in questo caso fate uno sforzo. Sono errori che commetto anch’io, e che facilmente si correggono in modo automatico. Non occorre un redattore, basta un bonobo ammaestrato.

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Io vorrei selezionarvi. Sogno quei rari momenti, sempre più rari, in cui posso calarmi dalla scala tarlata della malsana soffitta e correndo nel fango fino all’ingresso del lungo viale alberato che conduce al lussuoso ufficio del direttore editoriale, o percorrere leggiadro il giardino fiorente che conduce alla sua arcana biblioteca, per inginocchiarmi ai suoi piedi ed esclamare gioioso:

“Sua reverenza eccellenzosa, avessi scovato infine uno pubblicabile manoscritto, anche se dattiloscritto, ovvero computerscritto.”

Vi supplico, è ormai una questione di vita o di morte. La mia, mica la vostra. Dal momento che vengo pagato a cottimo, dieci euro per ogni manoscritto pubblicabile, devo scovarne almeno uno la settimana per poter sopravvivere a pane e acqua. Ricevessi un centesimo per ogni vostro errore, sarei ricco. Prima di pigiare il tasto “invia” con il vostro preziosissimo allegato, fermatevi un secondo. Chiedete almeno un parere al vostro gatto.

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P.S. (post scriptum, che significa “scritto alla fine” o “scritto in calce” (senza riferimenti all’edilizia): le parole in rosso indicano errori. Non sono in italiano. Questo nel caso voleste giustamente commentare. Come sempre, insulti, accuse veementi, parolacce sono ben accette. Beni alimentari non deperibili, scarpe vecchie, vestiti dismessi, ancora di più. Il vostro beneamato redattore ordinario.

 

I bestseller
Marcovalerio del 2015

Come ogni anno, stiliamo la classifica dei libri più venduti negli ultimi dodici mesi, riproponendovi i piccoli successi editoriali della nostra casa editrice. Anche il 2015 riserva sorprese e conferme, dimostrando che i lettori premiano i libri ben strutturati e che, in qualche modo, la tanto sbandierata crisi dell’editoria è in verità una crisi dei “lettori deboli”.

In testa alla classifica un titolo del marchio Vita Edizioni, il piccolo volumetto dedicato a Papa Francesco.

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Al secondo posto, stabile nella classifica dei libri più venduti da oltre un decennio, un classico assoluto della spiritualità, Il Regno di Dio è in voi di Leone Tolstoi.

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Al terzo posto, a sorpresa, un romanzo storico che ricostruisce la storia rocambolesca di Ciccilla, figura tragica e sanguinaria del brigantaggio calabrese, che terminò la sua vita nella fortezza di Fenestrelle, in Piemonte, L’ultima brigantessa di Rocco Giuseppe Greco.

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Saldamente in classifica anche quest’anno il piccolo manuale di esordio di Valentina Sardu, nel frattempo divenuta un’affermata autrice di craft con i suoi schemi di ricamo apprezzati in tutto il mondo. Il suo tascabile dedicato al Furoshiki, l’antichissima arte giapponese di annodare i foulard raccoglie consensi continui.

FCR - 9788875473136Al quinto posto un saggio impegnativo, scritto da Andrea Scartabellati, in tema con il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale. Dalle trincee al manicomio racconta il dramma dimenticato di decine di migliaia di reduci dalle atrocità della guerra, devastati e spesso abbandonati a se stessi.

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Per i tuoi regali natalizi, oltre a ordinare i volumi di Marcovalerio e Vita Edizioni senza spese di spedizione tramite il nostro sito (basta che tu specifichi l’indirizzo del destinatario e noi provvederemo alla spedizione), ora puoi anche scegliere la forma di un buono regalo, da spedire, consegnare, e persino inviare via email al destinatario. Scegli l’ammontare del regalo che vuoi fare e paga comodamente tramite Paypal o con qualsiasi carta di credito.

Le gift card non scadono, possono essere riscattate in ogni momento, anche dopo le feste natalizie e sono persino comulabili che le offerte e gli sconti periodici.

Un ricordo di René Girard

girardIl 4 novembre 2015, René Girard si è spento nella sua casa di Stanford all’età di 91 anni. Nato ad Avignone la notte di Natale del 1923, nel 1941 riceve il baccalaureato in filosofia al Liceo della medesima città. Si diploma nel 1947 all’Ecole des Chartes, a Parigi, in archivistica e paleografia. Nel 1947 lascia la Francia per stabilirsi negli Stati Uniti: dal 1950 al ’52 è Philosophy Doctor in Storia all’Università dell’Indiana, dal 1952 al ’53 è alla Duke University, dal 1953 al ’57 al Byrn Mawr College, dal 1957 al ’68 alla Johns Hopkins University, dal 1968 al ‘76 alla State University of New York di Buffalo, dal 1976 all’’80 ancora alla Johns Hopkins University. Infine, dal 1981 Girard è alla Stanford University, in California, col ruolo di Andrew B. Hammond Professor of French Language, Literature and Civilization. Oltre a innumerevoli onoreficenze conferitegli in tutto il mondo, nel 2005 Girard viene eletto Membro della prestigiosa Académie Française.
Padre della “teoria mimetico-vittimaria”, sviluppata in testi divenuti ormai classici come Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), La violenza e il sacro (1972), Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1978), Il capro espiatorio (1982), L’antica via degli empi (1983), Vedo Satana cadere come la folgore (1999), Il sacrificio (2003) e Portando Clausewitz all’estremo (2007), solo per richiamare i più noti, Girard è stato spesso considerato il “Darwin delle scienze umane”, in quanto ha offerto una visione unitaria e sistematica della genesi della cultura e del processo di ominizzazione. La straordinaria forza del sistema girardiano e la sua originalità, ad un tempo epistemologica, ontologica ed etica, scaturisce proprio dal fecondissimo nodo concettuale che unisce la tematica del desiderio mimetico e quella della violenza collettiva – i cosiddetti meccanismi di capro espiatorio – nel complesso fenomeno del sacro.

Com’è noto, a partire da Delle cose nascoste, Girard afferma che nella scrittura giudeo-cristiana è all’opera una forza contraria a quella che cerca costantemente di occultare il meccanismo del sacro violento e che tende allo svelamento di tale menzogna. Soltanto la Bibbia è in grado di decifrare le rappresentazioni persecutorie e il religioso nella sua totalità. Ne deriva una scelta inevitabile e urgente, che Girard articola nelle sue ultime opere con toni sempre più apocalittici: abbandonare il mondo e l’umanità alla catena infinita dei conflitti mimetici oppure intraprendere l’arduo percorso della rinuncia alla violenza e del perdono. Soltanto chi sceglie questa seconda difficile alternativa segue il messaggio evangelico: “È venuto il tempo di perdonarci l’un l’altro. Se non lo faremo ora, non ne avremo più il tempo.”

claudio cvQuesto articolo è stato gentilmente scritto dal Claudio Tarditi, autore del volume 
"Al di là della vittima. 
Cristianesimo, violenza 
e fine della storia"
pubblicato da Marcovalerio Edizioni.

I AM 15
La festa per i 15 anni
della nostra casa editrice

Immagine di grandi dimensioni del blog

Marcovalerio Edizioni il 1° agosto ha compiuto 15 anni.

Il marchio Marcovalerio Edizioni festeggia 15 anni di presenza libraria. Non sono moltissimi, è vero, ma è un risultato importante in questi difficili tempi di crisi per l’editoria. Così, per festeggiare, abbiamo deciso di aprire le porte. A partire dalle 16,00, sabato 1 agosto 2015, amici, lettori e autori hanno potuto visitare tre mostre eccezionali, mangiando e bevendo in compagnia, incontrando gli autori che hanno reso grande il nostro marchio.

 


CORTILE NORD – INGRESSO DA VIA VITTORIO EMANUELE II, 29

MOSTRA DI RICAMI BLACKWORK E PUNTO CROCE
Le realizzazioni di Valentina Sardu per Ajisaipress


BIBLIOTECA – INGRESSO DA VIA VITTORIO EMANUELE II, 29

MASCHERE DELL’HIMALAYA E DEL TIBET
Una selezione eccezionale di maschere sacre tibetane antiche
dalla Collezione Proserpio

 


CORTILE SUD – INGRESSO DA VIA VITTORIO EMANUELE II, 29

IN THE NAME OF GO(L)D
Immagini degli scenari di guerra in Siria, Somalia, Libia
del fotografo internazionale Ugo Lucio Borga


Cristina Menghini, autrice del libro “Favoloso, quando le fiabe le raccontano i bambini“. Dolcetti, merendine per tutti i bambini e i ragazzi presenti e gioco delle favole con l’autrice.

Massimo e Giovanni Damiano in concert.

Furio Sclano, autore del libro “La soluzione spirituale ai problemi della vita” e traduttore italiano dei libri di Roy Eugene Davis, ha offerto gratuitamente un assaggio di meditazione kriya yoga

Spizzichi e aperitivi, musica e chiacchiere, con gli autori di Marcovalerio.

Riso, risa, pasta e altro, in compagnia di Jacopo Fontaneto, enogastronomo e storico della cucina, ma soprattutto del grande chef Samuele Bettini, del Fogher di Camponagara VE.

Un minuto dopo il tramonto, proiezioni su grande schermo, storie e avventure di libri, di scrittori.

Musica, cibo, birra e vino fino a notte fonda

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