Un anno con Papa Francesco

di Don J. Omar Larios Valencia
su gentile concessione di Vita Diocesana Pinerolese

papafrancesco

Il conclave del 2013 sceglieva Bergoglio che, nel precedente conclave del 2005, fu il secondo candidato quando, dopo quattro scrutini, Ratzinger – Benedetto XVI, venne eletto come naturale successore di Giovanni Paolo II. Alla quinta votazione, il 13 marzo 2013, la Chiesa cattolica iniziò a percorrere la strada che allora non fu presa.

Bergoglio viene dall’America Latina dove il Concilio Vaticano II si collocò in modo radicale nella “teologia della liberazione”. Papa Francesco non è un teologo della liberazione ma, i teologi della liberazione, hanno accolto con entusiasmo la notizia della sua elezione. Il cattolicesimo latinoamericano è impensabile senza il Concilio Vaticano II e l’inculturazione del suo messaggio che prese la struttura della teologia della liberazione negli anni tra le conferenze di Medellin e di Puebla.

Dal punto di vista globale, ad un anno dall’elezione di Bergoglio il suo pontificato assume il significato di un cambiamento di rotta impresso alla Chiesa cattolica anche dal punto di vista della geopolitica del cattolicesimo. Questo aspetto trascurato del cattolicesimo mondiale è emerso dal conclave con il cardinale gesuita, nonostante un’evidente assenza di rappresentanza nel collegio cardinalizio.

Alla luce dei cambiamenti nella demografia religiosa del continente americano, è ancora legittimo parlare di un’unità tra le Americhe; infatti negli Stati Uniti la componente ispanica è crescente e decisiva per la vitalità del cattolicesimo nel Nord America. D’altra parte, sebbene la maggioranza degli ispanici negli Stati Uniti siano cattolici, quelli di origine cattolica sono più secolarizzati dei “latinos” protestanti. Le radici ispanofone del nuovo papa risuonano particolarmente in tutto il continente, anche a Nord del Messico. Ma è anche la biografia di papa Francesco che avvicina il pontefice a una gran parte dei cattolici americani: un papa come Francesco, figlio di migranti, potrà capire le sfide di un cattolicesimo di emigrazione come quello dei “latinos” negli Stati Uniti, che divide le famiglie tra i confini degli Stati. Se Giovanni Paolo II aveva il muro di Berlino, papa Francesco ha il muro del confine tra Stati Uniti e Messico.

Questo pontificato riapre anche il discorso sul ruolo del papato nei rapporti ecumenici tra le Chiese e tra religioni e civiltà.

Non a caso “Nostra Aetate”, primo documento conciliare, è stato citato da papa Francesco nel corso del primo anno di pontificato.

Alle luce delle omelie e dei discorsi di papa Francesco, due temi emergono con chiarezza, come propri del nuovo papato. In primo luogo il ri-centramento della persona del successore di papa Benedetto XVI e dei segni che vengono da Roma: dal potere al servizio, dalla corte alle periferie. Non è un’opzione mediatica, ma il semplice trarre le conseguenze dalla scelta teologica di tradurre la centralità del Vangelo e di Gesù Cristo in un modello di vescovo e di Chiesa. Alcuni elementi erano già emersi nei primissimi giorni: il farsi benedire dal popolo della Chiesa locale di Roma, l’enfasi sul suo ministero di “vescovo di Roma” più che di papa, le parole sulla povertà della Chiesa e della Chiesa per i poveri, lo stile di vita più sobrio di quello dei predecessori, la lavanda dei piedi in un carcere minorile (e, per la prima volta, a due donne di cui una musulmana), il genere letterario usato nella predicazione, con il ricorso a elementi autobiografici e ad uno stile esortativo più che decisivo e determinante. Il papa non europeo guida la Chiesa e in particolare i preti e vescovi a «uscire nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni».

Il secondo tema è quello della misericordia, emerso più volte nelle omelie e ripetuto il 7 aprile per la presa di possesso della cattedra del Laterano: «Nella mia vita personale ho visto tante volte il volto misericordioso di Dio».

“Il Vangelo delle periferie” e il “Dio della misericordia” potrebbero diventare il corollario alla “nuova evangelizzazione” lanciata da Benedetto XVI. Il conclave del 2013 ha probabilmente avvertito la gravità del momento, e i primi passi di papa Francesco sono la risposta alla crisi di inizio secolo XXI. Se con papa Benedetto XVI erano chiari i contorni “politici” del messaggio e delle sue platee (fuori e dentro la Chiesa), un “cattolico sociale” come Bergoglio ripropone l’essenza di una teologia ardua sia alla cultura economica neo-liberale, sia a un progressismo che fatica ad accettare le istanze etiche della morale cattolica come parte integrante dell’idea di “bene comune”, sia a un cattolicesimo imborghesito che vorrebbe fare di Gesù Cristo un moralista benpensante. Da un certo punto di vista, il papa venuto dal sud del mondo prende atto della marginalità e della perifericità del cristianesimo nel mondo contemporaneo per farne non un lamento sullo stato della Chiesa di oggi, ma una cifra del pontificato: una Chiesa che riparte dai margini.

Ma la cifra del nuovo pontificato non è solo quella spirituale e teologica di una nuova evangelizzazione che riparta da un’idea di Chiesa povera. Papa Francesco ha anche dato un segnale molto forte – a un mese esatto dalla sua elezione, il 13 aprile 2013 – con l’annuncio della creazione di una commissione di otto cardinali (due europei, tre dalle Americhe e uno da ogni continente: Africa, Asia, e Australia – un solo membro della Curia romana) come consiglio di consultazione del papa nel governo della Chiesa e per la riforma del governo centrale. Questa scelta – presentata dal papa come la ripresa di «un suggerimento emerso nel corso delle congregazioni generali precedenti il conclave» – rappresenta un gesto di novità: l’azione riformatrice del papa passa per una commissione speciale al di sopra della Curia romana, che non coinvolge il Segretario di Stato, e che è stata nominata con un criterio geografico ma anche ecclesiologico (alcuni dei membri sono presidenti delle Conferenze episcopali continentali). Dal punto di vista storico, questa commissione si avvicina molto all’idea espressa già dal Concilio Vaticano II tra 1963 e 1965 della necessità di un “consiglio di vescovi” permanente attorno al papa al di sopra della Curia romana – idea che venne assorbita e in definitiva sostituita dalla creazione del “Sinodo dei Vescovi” da parte di Paolo VI con il motu proprio “Apostolica sollicitudo” del 15 settembre 1965.

Papa Francesco non è il papa “liberal” che alcuni ingenuamente si aspettavano e non è il teologo della liberazione vindice di una repressione. Non è certamente neppure un fautore della restaurazione pre-conciliare: il patrimonio teologico, liturgico, ecumenico e interreligioso fa parte e in modo pieno degli atti e delle parole di papa Bergoglio in questo primo anno. Vi saranno probabilmente “cattolici del dissenso” delusi da papa Francesco; ma sono molti di più coloro che notano un mutamento di accento nell’atteggiamento del nuovo papa verso le idee-chiave del Vaticano II. Questo pontificato potrebbe giocare un ruolo cruciale nel sottrarre il Vaticano II alle “narrazioni” ideologiche e storiche.

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