Arrivederci, Maestro. Ennio Antonangeli, il fotografo che immortalò l’Italia

Ennio Antonangeli

Ennio Antonangeli

“Ciao Maestro. La tua leggenda vive.” Sono due frasi a caso, rubate dal libro dell’ultimo omaggio a Ennio Antonangeli, che ha salutato gli amici nella notte del 27 ottobre 2013 per andare a realizzare il suo ultimo servizio fotografico, quello che non terminerà mai.

Abbiamo impiegato giorni a scrivere questo ultimo saluto. Troppo complessa la sua figura per ridurla in poche righe. Fotografo, giornalista, editore, imprenditore, pubblicitario, polemista, consigliere, cuoco e amatore, Ennio Antonangeli ha incarnato un’epoca, fotografandola prima con la sua mente acuta che con l’obiettivo.

Via Paolo Fabbri 43

Via Paolo Fabbri 43

CIao 2001

CIao 2001

Sua la celeberrima fotografia che ha immortalato l’intera carriera di Francesco Guccini, la copertina di Via Paolo Fabbri 43. Suoi la maggior parte dei servizi fotogiornalistici che hanno accompagnato un’intera generazione di adolescenti, dalle pagine di una rivista che ha fatto la storia della musica italiana, Ciao 2001.

Il celebre studio del maestro, nel quartiere romano di Prati, a pochi passi dalla sede RAI di viale Mazzini, ha ospitato alcuni dei servizi fotografici che hanno incarnato un’intera epoca, a partire dagli Anni Sessanta fino al primo decennio del nuovo secolo e alcuni dei personaggi più importanti dello spettacolo, della politica e della storia culturale italiana per mezzo secolo.

È stato un maestro ruvido, capace di battute brucianti e di slanci entusiasti, un osservatore acuto della realtà politica e sociale dell’Italia attraverso i decenni. Resta negli annali un’immagine, Trinità dei monti. Due modi di usare i gradini. Pubblicata nell’Almanacco Letterario Bompiani del 1971, sintetizza in un colpo netto la sua capacità di immortalare in uno sguardo e in uno scatto il passaggio a una generazione nuova.

Due modi di usare i gradini

Trinità dei Monti – Due modi di usare i gradini – Almanacco Letterario Bompiani – 1971 – Foto di Ennio Antonangeli.

Molti suoi scatti furono unici, irripetibili. Perché Ennio Antonangeli sapeva cogliere l’istante preciso in cui un avvenimento diventa storia, storia politica, storia artistica, storia culturale.

Biennale di Venezia. Seconda soluzione d'immortalità - Gino De Dominicis, 1972 -  L'unica fotografia dell'opera contestata e ritirata fu di Ennio Antonangeli

Biennale di Venezia. Seconda soluzione d’immortalità – Gino De Dominicis, 1972 – L’unica fotografia dell’opera contestata e ritirata fu di Ennio Antonangeli

Una lucida sagacia ha contraddistinto tutta la vita di questo grande artista. Nella fotografia prima, nell’editoria poi, quando ha dato vita a riviste di moda che hanno percorso il mondo intero, portando l’artigianato italiano in America Latina, in Russia, nei Paesi Arabi.

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Molte modelle celebri hanno frequentato il suo studio. Non poche hanno iniziato la propria carriera sotto i rimproveri burberi di un professionista capace di rimbrotti bonari ma sempre puntuali, e di veri attentati alla linea, con i suoi giganteschi piatti di pasta, distribuiti in razioni pantagrueliche a orde di collaboratori.

Lettore vorace, capace di digerire cinque quotidiani e un intero libro ogni giorno, circondato dagli schermi dei computer collegati costantemente in rete. Bulimico di sapere, di esperienze, di discussioni, quanto ispiratore di iniziative, Ennio Antonangeli è stato una figura fondamentale anche per questa casa editrice. Ne ha ispirato e talvolta condizionato il progetto culturale, magari con una telefonata improvvisa, uno spunto, una critica feroce e bruciante su quello che ci era parso un progetto perfetto. Entrava e scompariva improvviso, con la sua voce al telefono o nelle visite quasi mai programmate. Lasciando ogni volta un segno indelebile. Capace di imbastire una discussione, interromperla e riprenderla dopo mesi senza neppure un preambolo o un saluto. Con la memoria e la leggerezza di un elefante.

Si sa, noi amiamo i pachidermi. Arrivederci Ennio, maestro di vita e di cultura.

3 thoughts on “Arrivederci, Maestro. Ennio Antonangeli, il fotografo che immortalò l’Italia

  1. Marco Civra

    Quando Romano Bartoloni, grande cronista e all’epoca segretario di redazione de Il Popolo, mi permise di andare a conoscere di persona Ennio Antonangeli ero un giovane pubblicista. Mi preparai a incontrare una figura già all’epoca mitica con il misto di baldanza e di timore reverenziale che si addice a un ragazzo di 22 anni.
    Scelsi il vestito più elegante che possedevo, un ridicolo completo gessato con tanto di panciotto e, armato di una valigetta prestata per l’occasione, dentro la quale galleggiava il mio piccolo progetto giornalistico nel campo della moda, percorsi a piedi la lunga strada che da piazza delle Cinque Lune conduceva al Tevere, poi a viale Mazzini e infine di fronte allo studio del grande fotografo.
    Sugli scalini, seduto a sorseggiare una bibita, quello che evidentemente era il portinaio mi squadrò con aria divertita e irriverente. Una vecchia maglia sdrucita, l’aria distratta e svogliata.
    Forte del mio accento sabaudo, cercando di modulare la voce all’impronta di un’autorevolezza ben lontana, apostrofai il “burino”: ho un appuntamento con il dottor Antonangeli, sibilai incerto, calcando il “dottor” come un lasciapassare.
    Il portinaio mi squadrò divertito, prima di alzarsi. Poi mi squadrò ancora.
    “So’ io. Mo’ vieni a berti ‘na cosa e poi me dici chi sei tu”.
    Due settimane dopo firmavo la prima direzione di una rivista nel campo della moda. Avevo conosciuto il mio primo editore. Che editore non era ancora. Come giornalista io non ero ancora. Senza saperlo, avevamo imboccato entrambi una via nuova. Che ci avrebbe portati altrove, lontani da quegli Anni Ottanta, a girare l’Italia per un quasi un ventennio. Lontano Ennio dalla sua Roma, fatta di quartieri come borghi, lontano io dalla Torino rabbiosa dell’Angelo Azzurro e dei cortei. Attraverso molte vite, molti amici, molti incontri. Perdendo il filo di una discussione infinita, e ritrovandolo come se nulla fosse accaduto dopo mesi interi. Ennio Antonangeli era perenne, come il calcio, la politica, il caffè e le belle donne. Era la mia “macchina del tempo” personale, quella dell’Estate incantata di Ray Bradbury, capace di farmi conoscere di persona Giovannino Guareschi e i padri della Repubblica.
    Quando incontrai Giulio Andreotti, lo conoscevo già, perché lo aveva conosciuto Ennio. Quando intervistai Francesco Cossiga sapevo cosa mi avrebbe risposto, perché quelle domande le avevo discusse con Ennio.
    La sera del suo funerale sapevo come lo avrei onorato. Con una cena speciale e un vino di qualità. Pensando all’amore con una giovane donna. Perché così avrebbe festeggiato Ennio.

  2. Giorgio Danieli

    Ho avuto la fortuna di conoscerlo circa 25 anni fa’ e sopratutto l’onore di lavorarci quotidianamente per quasi 10 anni.
    E’ stato per me, un Maestro di vita in tutto, semplicemente un “Grande”.. in una immensa palude di piccoli.
    Era ” oltre” a tutti di almeno una spanna.
    Vitalita’ e grinta h24, degna di un ventenne, e tanta, tanta voglia di conoscere, curiosare e vivere.
    Un figura immensa, quasi immortale.
    Buon meraviglioso viaggio, Ennio.
    Giorgio

  3. carlo rondinelli

    Incontravo Ennio Antonangeli spesso nel laboratorio Fotoservice in Prati dove andavo quasi ogni giorno a ritirare i rulli e le lastre del mio lavoro. Persona sempre attenta e curiosa non mancava mai di scambiare due parole e scherzare. L’ho incontrato spesso anche a diversi concerti, Hasselblad al collo sembrava dialogare con i musicisti attraverso le lenti. Persona stupenda.

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