Diario di un redattore ordinario

Del senso e del ruolo dell’editore. Della mafia. E della libertà

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A volte giungono in redazione manoscritti che non vorremmo leggere, saggi che non vorremmo pubblicare, testimonianze di vicende che non vorremmo fossero mai accadute. A volte le ore trascorrono lente, e il lavoro si protrae fino a notte fonda. Fra interrogativi e dubbi.

Perché abbiamo scelto di pubblicare libri? Qual è il ruolo di un editore? Rincorrere ciò che i lettori vogliono leggere, certo, acquistare carta a un euro il chilo per sporcarla di inchiostro e rivenderla a venti euro il chilo. Oppure colpirli con verità scomode, arrogarsi il diritto pedagogico di educare il pensiero e farlo crescere, superando pregiudizi e ignoranze dei quali siamo tutti quanti ammantati.

È un dilemma attuale. Specie in questi giorni, nei quali i commenti pseudo giornalistici e le bacheche dei social network sono popolate dalle polemiche sulla pubblicazione e sulla presentazione di un libro sicuramente inopportuno, perché banale operazione di marketing, il diario del figlio di Totò Riina.

A noi poco importa di quel libro. Se fosse giunto in redazione lo avremmo semplicemente cestinato senza neppure rispondere, come spesso facciamo, al proponente. Non sappiamo e neppure ci interessa quale ne sia l’editore.

Ci scandalizza invece, e ci disgusta anche, la squallida operazione promozionale di alcuni pseudolibrai, perché definirli librai è un’offesa alla categoria, che hanno appiccicato cartelli nei quali si vantano di “non vendere e non ordinare” quel libro. Sono poveri imbecilli, sia detto con paterno affetto, perché diventano testimoni sciocchi di questa società colma fino al vomito di luoghi comuni e chiacchiere da caffè sport.

Nessuno qui in redazione, e ne abbiamo discusso, si sognerebbe di acquistare e leggere quel libro, sia ben chiaro. Ma non sta a noi, e tantomeno a un libraio, decidere quale sia la verità, quale sia la giustizia, e soprattutto quali libri possano o non possano essere pubblicati, quali libri un cittadino possa o non possa leggere. Il nostro direttore editoriale, anni fa, rilasciò un’intervista nella quale affermava che, se esiste la libertà di pensiero, deve essere legittimo scrivere saggi nei quali si sostiene che il Sole gira attorno alla Terra e che Galileo Galilei si è sbagliato, scrivere pamphlet negazionisti sulla Shoah, o agiografie di Stalin.

La libertà è anche il diritto di dire, scrivere, sostenere coglionerie immani, senza essere arrestati.

Al massimo, si spera che il sistema culturale sia abbastanza determinato nel non pubblicare simili farloccherie, evitando di darle in pasto a lettori ingenui che potrebbero anche credervi. Noi cerchiamo di non pubblicarle, certo, e ciononostante molti lettori delle nostre pubblicazioni potranno legittimamente sostenere che abbiamo pubblicato talvolta opere a loro parere farlocche.

Chi ha diritto, tuttavia, di stabilire quale sia la Verità incontrovertibile e pubblicabile e vendibile ai lettori? Un Editore di Stato, magari, come ve ne sono in qualche nazione. Un censore del pensiero unico, che inizierà a epurare i libri inadatti, impedendone la pubblicazione, e se pubblicati, vietandone o boicottandone la vendita, e se venduti, bruciando le copie nelle case dei cittadini rei. Siamo certi che quest’ultima ipotesi faccia sorgere qualche reminiscenza letteraria anche ai librai che hanno esposto i cartelli sui libri che “non intendono vendere né ordinare”. O almeno ce lo auguriamo.

Perché se i falò di Farenheit 451 non sono balzati loro di fronte agli occhi, non dovranno stupirsi il giorno in cui qualche gruppo estremista, di destra, di sinistra, di qualche setta fanatica, assalterà le loro librerie per il fatto di “aver ordinato e venduto” un certo libro. Qualsiasi libro sia.

Anni fa, un editore sicuramente progressista e antifascista, decise di pubblicare in italiano il Mein Kampf di Adolf Hitler. Certo non per inneggiare al nazismo, ma perché quell’opera deve essere disponibile ai lettori, affinché capiscano, comprendano, da dove nacque quell’orrore. Noi non lo avremmo pubblicato, ma è giusto che qualcuno abbia scelto di farlo.

Ogni volta che un libro viene bruciato, in senso fisico o metaforico, un pezzo di libertà e di cultura viene bruciato con esso.

Accade così che, taluni giorni, nel diluvio di proposte che si affacciano in formato elettronico nella casella postale, arrivino testi scomodi. Testi che leggiamo con fastidio iniziale, testi che scartiamo con rabbia e indignazione. Altri che raccontano storie che vorremmo non fossero mai accadute. Vicende dove l’uomo rivela il peggio di se stesso.

Talvolta leggiamo fino a notte fonda. E nella notte ci interroghiamo. Qual è il ruolo di un editore, dunque, nell’epoca dell’autopubblicazione, della democrazia culturale che rende tutto uguale, tanto un saggio scientifico e documentato quanto uno sproloquio vaneggiante? Sporcare carta o restare incollati nel buio che ci circonda, non solo in senso proprio, e provare a tenere acceso un lume? Noi, in questa notte strana, continuiamo a leggere, a interrogarci. E per una volta, rivolgiamo la stessa domanda a tutti voi.

I manoscritti dell’orrore…
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adagioIl redattore ordinario invecchia, sbava, digrigna i denti. Beh, direte voi, quale novità? Ormai chi segue la mia rubrica astiosa sa che non sono altro che un incartapecorito rabbioso, relegato a lavorare fra il guano dei piccioni. Per vostra disgrazia, e il vostra è riferito a voi maestri della letteratura, romanzieri aspiranti che già vi definite nelle lettere di accompagnamento quali scrittori, il mio ingrato e vomitevole compito è leggere, leggere, e ancora leggere le vostre proposte di pubblicazione.

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Da giorni, in questo tiepido gennaio che colpisce i miei bronchi marci, trascorro le mie inutili e frustranti giornate aprendo gli archivi della posta elettronica, dove per cinque mesi si sono accumulati i vostri allegati. Otto secondi netti a manoscritto. Tanti ne bastano ormai per rabbrividire, sussultare, essere tentato di imprecare. Eppure mi accontento di poco, pochissimo a dire il vero. Provate ad accontentarmi.

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Provate a scrivere beh e non , o peggio be’, distinguete un’interiezione da un belato. Se poi siete dei raffinati e volete sottolinearlo, scrivete po’ e non , qual è e non qual’è. Esiste il quale ma non la quala, fantomatico uccello da cucinare in padeglia, che non è un piatto tipico spagnolo.

Nun s’è n’è pu’o piu dell’itagliano, si stinge il quore a leggere cueste cose.

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In fondo non sono pretese eccessive. Sarebbe sufficiente utilizzare il correttore ortografico automatico, quello che sottolinea in rosso le parole grammaticalmente scorrette. Potreste persino riuscire a ingannarmi per dieci pagine, anziché farmi desistere alla quarta riga.

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Vi devo rivelare un segreto: sono sottopagato per cercare a tutti i costi di pubblicarvi e questo significa una grande condiscendenza nei confronti della sintassi talvolta zoppicante, della totale mancanza di conoscenza della consecutio temporum, persino della sciatteria che vi spinge a mettere uno spazio prima della virgola e non dopo, del fatto che non abbiate minimamente idea della differenza fra la copula (che in questo caso non è un invito a fare sesso) è ed é, o peggio e’. Non parliamo quando la copula è all’inizio del paragrafo: confessate, non avete la minima idea di quali tasti pigiare per ottenere la È maiuscola. Bisogna usare contemporaneamente tre tasti: alt, maiuscolo e, ovviamente, “e”. È pur vero che possedete soltanto due indici, ma in questo caso fate uno sforzo. Sono errori che commetto anch’io, e che facilmente si correggono in modo automatico. Non occorre un redattore, basta un bonobo ammaestrato.

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Io vorrei selezionarvi. Sogno quei rari momenti, sempre più rari, in cui posso calarmi dalla scala tarlata della malsana soffitta e correndo nel fango fino all’ingresso del lungo viale alberato che conduce al lussuoso ufficio del direttore editoriale, o percorrere leggiadro il giardino fiorente che conduce alla sua arcana biblioteca, per inginocchiarmi ai suoi piedi ed esclamare gioioso:

“Sua reverenza eccellenzosa, avessi scovato infine uno pubblicabile manoscritto, anche se dattiloscritto, ovvero computerscritto.”

Vi supplico, è ormai una questione di vita o di morte. La mia, mica la vostra. Dal momento che vengo pagato a cottimo, dieci euro per ogni manoscritto pubblicabile, devo scovarne almeno uno la settimana per poter sopravvivere a pane e acqua. Ricevessi un centesimo per ogni vostro errore, sarei ricco. Prima di pigiare il tasto “invia” con il vostro preziosissimo allegato, fermatevi un secondo. Chiedete almeno un parere al vostro gatto.

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P.S. (post scriptum, che significa “scritto alla fine” o “scritto in calce” (senza riferimenti all’edilizia): le parole in rosso indicano errori. Non sono in italiano. Questo nel caso voleste giustamente commentare. Come sempre, insulti, accuse veementi, parolacce sono ben accette. Beni alimentari non deperibili, scarpe vecchie, vestiti dismessi, ancora di più. Il vostro beneamato redattore ordinario.

 

Un redattore obsoleto

Sono un redattore obsoleto. Da rottamare. Me lo ha comunicato ufficialmente, questa mattina, quel vecchio bastardo… l’anziano direttore editoriale. Non è che abbia usato proprio questa espressione diretta. Con quel suo fare mellifluo e la sua aria caritatevole, ha esordito affrontando il tema delle scelte in campo narrativo.

“Il tuo ambito di riferimento – sostiene lo sterco di eterodonte… l’autorevole vegliardo – resta ancorato a modelli del secolo scorso. Nelle tue valutazioni ti concentri su principi quali la coerenza e le verosimiglianza, che appaiono oggi del tutto privi di significato per le nuove generazioni di scrittori.”

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Riunione di redazione

La critica mi ha colpito nel segno, proprio mentre terminavo la colazione con la coscetta di ratto che questa notte ho fortunosamente catturato al volo mentre zampettava nella mia branda. Coerenza e verosimiglianza sono sempre stati i miei capisaldi di riferimento nella valutazione di un romanzo. Non è che sia un feticista del realismo, beninteso. Se gli asini volano, possono continuare a farlo tranquillamente per trecento pagine, a condizione che tengano sempre una velocità compatibile con la loro apertura alare. Nel caso siano asini a reazione, è chiaro che dovranno nutrirsi in modo adeguato perché l’espulsione posteriore sia abbastanza potente da garantire la spinta propulsiva. Asini coerenti e verosimili, insomma.

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Lo sviluppo narrativo contemporaneo, in qualche modo, mi vede in difficoltà. Lo confesso candidamente. Quella spruzzatina di sesso recitato che compare persino nella descrizione di una mattinata di coda in Equitalia non suscita alla mia prostata particolari emozioni. Sarà perché ho letto a suo tempo tanto Capuana quanto Wilbur Smith e, lo dico sottovoce, anche il Marquis. Così, ieri, l’ennesimo manoscritto di “narrativa pura” (sic, anzi, sigh), nel quale “quattro personaggi incerti vagano“, all’insegna “dell’ingenua intensità del messaggio“, “senza alcun miglioramento stilistico a posteriori“, mi ha provocato una crisi epilettica.

Dal reparto spedizioni sono corsi a bloccarmi mentre mordevo il monitor, sputacchiando pezzi di plastica trasparente. Durante il trasporto in ospedale pare io abbia ingoiato il defibrillatore, continuando ad emettere scariche elettriche che hanno provocato la morte dei barellieri e un principio di incendio dell’autolettiga. La cartella clinica parla di “delirio percettivo con citazioni ossessive di brani tolkeniani”. Ricordo poco, devo ammetterlo, salvo che il medico di guardia, saputa la mia professione, mi ha trattenuto in triage quattro ore, giusto il tempo di leggermi ad alta voce il suo manoscritto inedito, dal titolo “Meditazioni introspettive in corsia“.

Mi hanno dimesso esattamente quattro ore e dodici minuti dopo l’ingresso in ospedale. A dire il vero, mi sono dimesso da solo, allontanandomi alla chetichella dopo aver nascosto il cadavere maciullato del dottore nel tunnel della TAC. A quanto pare, però, il mio direttore editoriale e il direttore sanitario si frequentano, in quei circoli noiosi dove fanno finta di giocare a bridge, e anche se l’eliminazione del giovane medico è stata considerata un banale incidente, considerato che non era iscritto neppure ai Lyons, la scritta color sangue sulla facciata del nosocomio, citando Howard Phillips Lovecraft, ha suscitato l’indignazione del luminare, con precisa richiesta di licenziamento del sottoscritto.

LovecraftQuesta mattina il ributtante arconte… l’autorevole figura ispiratrice di questa casa editrice mi attendeva pacatamente rilassato sulla poltrona di pelle candida, sorseggiando una tisana orientale e lanciando al soffitto volute di fumo dolciastro. “Carissimo Emanuele – e quel carissimo mi ha rammentato un politico piemontese dalla voce femminea che bazzicava le stesse balaustre del capo – riteniamo che questo tuo approccio viscerale alle istanze democratiche del popolo degli scrittori stia pregiudicando la linea progressista e innovatrice del nostro marchio. Devi comprendere che, nell’era della comunicazione liquida, questo tuo erigere baluardi in difesa di valori comunemente considerati privi di aderenza allo spirito dei tempi suoni come snobisticamente conservatore. Diamine, la società arcobaleno richiede un’epica caleidoscopica.”

Non sono stato licenziato. E come avrei potuto essere licenziato visto che nessuno mi ha mai assunto né tantomeno pagato un salario? Il grande spirito caritatevole che intride il mio beneamato capo, protettore e mentore, fin da quando trent’anni fa mi adottò, concedendomi di dormire nel sotterraneo e di rubacchiare gli avanzi del gatto, lo ha convinto che un prolungato periodo di astinenza dalle letture delle proposte di romanzi inediti possa curare i miei disturbi.

Da questa mattina sono quindi un redattore ordinario di saggistica e non più di narrativa. Un grande avanzamento di carriera, che mi ha permesso di trasferire la branda dalla cantina, vicino alla ghiacciaia, nel fienile abbandonato in fondo al parco, cosparso di guano di piccione. Il clima non è ingrato, anche se queste piogge di fine primavera mettono a dura prova la tenuta dei coppi ammuffiti.

Sulla cassetta della frutta che svolge il compito di scrivania, inginocchiato sotto il sole, sto affrontando il primo manoscritto, raccolto dal contenitore dei rifiuti indifferenziati. Sotto la morchia fa capolino il titolo: “L’inventario della spezieria di Bertoldino Odoruccio e il commercio dei materiali per la tintura degli stracci ammuffiti nei documenti dell’isola di Pasqua (1228-1264)“. Sento che la saggistica accademica italiana invaderà presto gli scaffali delle librerie di tutto i globo.

 

Questa notte ho ucciso un libro

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Questa notte ho ucciso un libro. Togliere la vita a un libro è un processo lento e piuttosto doloroso. Non un atto brutale, d’impulso, ma una pervicace tortura, che può prolungarsi per settimane, mesi persino.

Sia chiaro a tutti: non odio i libri, sono la ragione della mia vita. Qualche volta posso disprezzarli, oppure invidiarli, magari persino strapazzarli violentemente sbattendoli contro un muro, se l’eccesso di refusi o orrori sintattici li rende indegni. Il fatto è che, per sua natura, un libro può essere dato alle fiamme e risorgere, immerso nell’acqua bollente e ricomparire dopo la dissoluzione. Questo perché, notoriamente, un libro vive in migliaia di reincarnazioni, e quand’anche una sola di esse riesca a sopravvivere su uno scaffale, potrà un giorno rinascere e ricomparire nel mondo, portando i germi positivi, o negativi che siano, del suo contenuto.

Non disprezzatemi, vi prego, non condannatemi. Sono soltanto un umile esecutore. Quale colpa ha il boia, se un giudice ha emesso una sentenza capitale? Mi direte che la colpa non si cancella nascondendosi dietro lo svolgimento del proprio lavoro. Non sarebbero in tal caso da assolvere i guardiani dei campi di concentramento che, obbedendo ai superiori, accompagnavano i condannati nelle camere a gas? Non sono forse indenni da colpe i funzionari delle agenzie di esazione che consegnano il foglio verde a un padre di famiglia che appenderà il suo collo a una corda? Gli uni e gli altri dormono nella certezza di aver svolto soltanto il proprio dovere. Servitori fedeli.

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Anche il sottoscritto, redattore ordinario, esegue gli ordini. Non sono io il mandante, sia messo agli atti. Sono un efficiente esecutore del volere del mio direttore (la sua anima nera sia maledetta e costretta a rileggere per l’eternità tutte le opere di Italo Svevo), e non potevo che attenermi al dispositivo della sentenza. Morte.

Lo ricordo ancora, quel piccolo pargolo. Lo cullai fra le braccia, informe, mentre le parole si trasformavano in pagine, le fotografie in immagini splendide. Vidi crescere le bozze nel grembo dell’elaboratore elettronico, sviluppare la copertina sul video luminoso e prendere la sua forma definitiva. Quando nacque, lo ammirammo tutti: il tipografo, il legatore, il redattore ordinario e, sembrerebbe superfluo ricordarlo, l’autore. Non crediate che soltanto l’autore, che dell’opera è padre e madre insieme, possa amare un libro appena nato. Quando ne segue per mesi la crescita da ammasso informe di lettere, grumo di parole, a opera compiuta, il redattore, per quanto assuefatto a mille nascite, è un poco ostetrica e un poco balia.

Eppure questa notte l’ho ucciso. Nessuno se ne accorgerà, per diverso tempo. Neppure l’autore. Il suo pargolo sembra dormire un sonno pacato. Invece, è già un rantolo, l’agonia si è compiuta. Non resta che attendere la putredine.

Uccidere un libro, come vi ho detto, non è facile. Occorrono diversi passaggi, veleni potenti e una lucida determinazione. Prima di tutto è necessario fare scomparire tutte le copie. Nel caso di un vecchio titolo, rugoso e muffoso, l’operazione è senz’altro più facile, e si riduce alla distruzione di pochi esemplari. Un’esecuzione che può essere compiuta a mano, persino con un paio di forbici. Se il pargolo è ancora vitale, ramificato in ampie tirature, l’operazione richiede mezzi superiori, macchine di movimentazione, una pianificazione ben strutturata. Viktor Brack ha scritto un utile vademecum al proposito. Essenziale è procedere allo sterminio delle copie. Non basta consegnarle a un qualunque irresponsabile addetto, che potrebbe anche farle ricomparire su una bancarella dei libri usati, offrendo una pericolosa via di sopravvivenza, per quanto non priva di stenti, al condannato. La distruzione deve essere fisica, violenta e definitiva. Il taglio a metà in genere è considerato sufficiente. Personalmente prediligo il fuoco, malgrado provochi lamenti accartocciati e lasci talvolta dei residui. Guardare le pagine che si anneriscono e ripiegano su se stesse, con un lamento flebile rilasciando gli ultimi respiri cellulotici, mentre le fiamme divorano i fili della legatura e il fumo annebbia le parole, è uno spettacolo per stomaci forti.

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Compiuto il massacro, occorre cancellare la memoria. Annientare il ricordo che quell’opera sia mai esistita, che qualcuno l’abbia elaborata e partorita. Il catalogo dei libri non è certo scolpito su pietra. Nessuno si commuove al necrologio, burocratico e neutrale: “il titolo è esaurito e non verrà ristampato”, è in genere l’avviso che preannuncia il coma. “Il titolo è fuori catalogo” è l’esito successivo. Nessun sospetterà che dietro il naturale esaurimento, la conclusione di una vita editoriale lunga e piena di gioie, incontri e recensioni, si nasconda in realtà l’omicidio efferato. Nessuno baderà all’anno di prima edizione, a quel numero insignificante che distingue un vecchio rugoso volume dalle mille avventure e ristampe dal piccolo e tenero tomo che si era appena affacciato sugli scaffali, con la copertina morbida e lucida, senza macchie e screpolature. Carta fresca, eppure già marcita.

Un titolo esaurito non è che una lapide vuota, un’iscrizione tombale nell’immenso cimitero dell’editoria dimenticata. Il silenzio cala lentamente ma inesorabilmente nei corridoi telematici degli acquisti impossibili. Le ricerche si fanno rare, e i risultati scompaiono. Come le iscrizioni su pietra, dilavate dalla pioggia e dalla dimenticanza, del titolo defunto sparirà anche il ricordo. Come se non fosse mai stato scritto.

Un vero sicario, tuttavia, un assassino consapevole del ruolo affidatogli, non si limita a uccidere le manifestazioni corporee del libro e la sua memoria. La distruzione comporta mesi di devota applicazione, una ferocia determinata e non condita da odio, ma praticata con il distacco mistico dell’inquisitore, proteso ad estirpare il male a qualsiasi costo. Perché i libri, per quanto annientati, lasciano spore dove meno ce lo si potrebbe aspettare. Qualche fuggiasco troverà rifugio in una libreria sperduta di periferia, altri riposeranno nelle biblioteche. E qui occorre attivare azioni coordinate di guerriglia.

Ottenere in prestito il volume, per distruggerlo e non farlo ritornare a scaffale, è una via, ma lascia tracce. Alcuni sicari nel secolo scorso ne sostituivano l’interno, lasciando la copertina originale. Ottimo sistema per rendere impossibili ulteriori letture, ma la memoria del libro, il titolo nel catalogo, restava, a rischio che qualcuno scavasse fra le polverose catacombe culturali e facesse riemergere da chissà dove una cellula isolata dalla quale riprodurre l’intero corpo.

Il dominio dei calcolatori elettronici, dei passi magnetici, delle tessere codificate, ha trasformato l’atto anarchico ed eroico della distruzione a pistolettate nella sala di lettura della Biblioteca Nazionale in un sottile processo di spionaggio futurista. Non occorre neppure procedere a rimuovere il corpo. Intrufolarsi nel sistema, cancellare i dati dal catalogo, è sufficiente per condannare all’oblio il titolo. Quella sequenza di parole ordinata, quel dna replicabile per diffondere nuovamente il libro, quel libro, nel mondo, resterà sepolta per sempre in scaffali automatici, in una torre di Babele muta.

Questa notte ho ucciso un libro. Non ne sono responsabile e non mi potete condannare. Non ci sono prove del mio coinvolgimento. Ho agito su commissione. Sono solo un tecnico, ho eseguito gli ordini. In fondo, devo pur guadagnarmi da vivere, io non faccio domande. Sono solo un redattore ordinario. Se volete vendicarvi, se volete processare il vero responsabile, prendetevela con il mandante. Non si nasconde neppure, emette le sue condanne fissando dritto negli occhi l’autore. Strapperebbe il cuore a un neonato di fronte alla madre, raccontano i suoi accoliti. Non è un essere umano, è un direttore editoriale. Il suo nome è Andrew Harlan.

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Vetrioli sparsi. La filosofia del tutto gratis e l’editoria a pagamento

vetrioli1Questo articolo fu pubblicato nel 2010 da Sul Romanzo. All’epoca scatenò commenti, polemiche accese e un curioso dibattito sull’evoluzione dell’editoria. Sono trascorsi quattro anni e, incredibilmente, il motore delle ricerche su questo sito dava ogni giorno alcune richieste per un articolo scomparso. Abbiamo così chiesto all’autore di attualizzarlo e renderlo nuovamente disponibile. Cosa è cambiato da allora?

C’erano una volta il politicamente scorretto e anche la vanity press. Un povero, sano scrittore, desideroso di gloria casereccia o comunque di vedere stampati i propri endecasillabi zoppicanti, senza particolari problemi si rivolgeva a onesti editori a pagamento che, dietro compenso, provvedevano a trasformare gli ululati del poeta in un vero libro degno di essere regalato agli amici, ai parenti e persino di comparire nelle recensioni del Gazzettino di Caccavecchia Alta.

Gli editori a pagamento erano gente in fondo piuttosto seria che, per qualche migliaio di euro attuali, impaginava decentemente gli strazi agonizzanti, eliminava o almeno proponeva di eliminare gli errori di ortografia più evidenti, assemblava una copertina con tanto di quadro celebre riprodotto a sbafo, e sfornava un bel librozzo su carta patinata.
Sani tempi antichi, prima che internet sparigliasse le carte. Poi venne la rete e con la rete i blog contro l’editoria a pagamento. Come? – scrissero i nuovi profeti della letteratura – pagare per pubblicare il vostro poema in terzine quadrettate con rime contestate? Spetta all’editore pagare il vostro capolavoro. Voi, gli Autori, rigorosamente con la A maiuscola, dovete pretendere di essere pagati.

vetrioli2Ecco allora la battaglia lanciata da un figlio d’arte quale Ettore Bianciardi, su riaprireilfuoco.org (blog ora scomparso). dove avreste letto le lamentele della scrittrice Adriana Maria Leaci: «Per mancanza anche mia, purtroppo, durante l’editing ho fatto caso solo alle modifiche proposte senza andare a rileggere i contenuti, che sono rimasti con gli errori di battitura che avevo inoltrato per la selezione[…]», perché naturalmente lo scrittore non deve abbassarsi a controllare l’ortografia dei propri capolavori. E chi sponsorizzava riaprireilfuoco.org? Marcello Baraghini, patron di Stampa Alternativa, editore del libro di Miriam Bendia, Editori a perdere.

Cambiamo pagina dunque, e visitiamo il citatissimo (già nel 2010) blog di Linda Rando, “Writersdream.org”. Qui le ormai copiatissime liste EAP, sulle quali l’autrice rivendica giustamente un copyright, promuovono i buoni e bocciano i cattivi. Scomparse, poi riattivate, poi nuovamente scomparsi, ora non campeggiano più in prima pagina, ma sono pur sempre consultate. I buoni sono quelli che si fanno pagare sì, però non per pubblicare, perché quello è brutto, ma solo per l’editing. insomma per gli orrori di ortografia. anzi, no, perché quelli vanno in purgatorio. Molto meglio non pagare proprio l’editore: se proprio non sapete scrivere, il vostro periodare ricorda un motore fuso con il cambio rotto e la vostra padronanza dell’italiano è pari alla vostra umiltà, allora pagate soltanto un’agenzia letteraria. L’editore vi pubblicherà gratis. a pagarlo sarà l’agenzia, ma la faccia l’avete salvata.

Su writersdream.org campeggiava un tempo la pubblicità dei libri di un editore, Montag, prontamente rimosso dopo la pubblicazione di questo articolo, nel 2010. E poco sotto un altro annuncio: «Hai un manoscritto nel cassetto? Ebbene, mandacelo! Writer’s Dream seleziona manoscritti di ogni genere e lunghezza per la pubblicazione con la casa editrice Simplicissimus Book Farm». E siamo a tre.

A fare eco a Linda Rando si aggiungeva poco più in là Andrea Mucciolo, con galassiaarte.it, quattro anni fa suo nuovo blog, ora divenuto il portale di una casa editrice e… di un’agenzia di servizi editoriali. Scriveva all’epoca Mucciolo: «Buongiorno, ho appena creato un nuovo portale: “Come pubblicare un libro” ovvero: “Come pubblicare senza farsi gabbare dagli editori”, e da altre persone poco corrette che bazzicano questo ambiente. Ho inserito i primi contenuti, come ad esempio: avvertenze sugli editori a pagamento, come presentarsi alle case editrici, il book on demand e altro ancora: www.comepubblicareunlibro.com» Una pagina ricca di consigli che, alla fine, rimanda a una seria casa editrice: Galassia Arte, guarda caso.

Andrea Mucciolo promuoveva il suo libro, Come diventare scrittori oggi.

In calce al blog, una bella dicitura per il copyright: tutti i diritti di riproduzione riservati (all’epoca) a Eremon edizioni. Se sappiamo fare di conto siamo a cinque.

Di manuali scritti da scrittori che scrivono su come scrivere avevamo già Io scrivo di Simone Navarra, edito da Delos Book. sì, proprio quelli dei premi letterari, una decina l’anno, che trovate su www.delosbooks.it/premi/ e ai quali potete iscrivervi su www.delosstore.it/iscrizioni/, con tariffe variabili da 5 a 50 eurini. Delos Book è anche la rivista “Writers Magazine” che, pagando, vi spiega come pubblicare gratis o a poco prezzo. se l’aritmetica non è un’opinione siamo a sei.

Ciliegina sulla torta, perché i vetrioli sono per tutti, e mai esclusi i presenti, il seguitissimo blog Sul Romanzo, all’epoca di sulromanzo.blogspot.com e oggi autorevolissimo Sulromanzo.it, curato nientepopodimeno da Morgan Palmas che ospita questo articolo sulla neonata webzine omonima. interviste agli editor, compreso l’autore di questo vetriolo e, naturalmente, banner sparato sul suo libro Scrivere un romanzo in cento giorni. Edizioni Marcovalerio questa volta, un tempo mio datore di lavoro per inciso. e siamo a sette.

E se per gli altri cinque giuriamo sull’assoluta buona fede in mancanza di informazioni, per quanto riguarda il settimo abbiamo i dati diretti. La campagna di stampa contro l’editoria a pagamento, nel 2010, non incrementò neppure di un punto percentuale le vendite del saggio pubblicizzato. In compenso provocò un inatteso incremento del quattrocento per cento del numero di manoscritti, non richiesti, inviati in allegato email.

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In questi quattro anni, di diari di scrittori mancati che si sono messi a raccontare come non siano riusciti a pubblicare, ne sono stati pubblicati diversi. Magari qualcuno, meno pigro, potrebbe segnalarli in calce, così da costituire una biblioteca dei libri pubblicati sulla non pubblicazione.

Se venissero passati sotto un software di sintesi vocale, gli ululati degli scrittori spaventerebbero un branco di lupi selvatici.

Morgan Palmas, consapevole della sua colpa, si è ritirato nel frattempo in clausura letteraria e, per espiare, da quattro anni ormai, legge un libro al giorno.

Emanuele Romeres vive ancora in uno scantinato, tra il fetore dei ratti e il gocciolio dei tubi.

E se leggere, semplicemente leggere, fosse la strada giusta per diventare scrittori?

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Metti la cera, togli la cera

L’innominabile direttore editoriale di questa casa editrice è notoriamente un rinoceronte. Almeno per tutti coloro che hanno la disgrazia di frequentarlo per necessità. Ovviamente non agli occhi del povero redattore ordinario, che ben si guarderebbe dal criticare il detentore delle razioni di sussistenza — salario quotidiano del sottoscritto — e che doverosamente si sente di cantarne le lodi e incensarne la lungimirante e illuminata visione culturale.

Per tutti gli altri, è semplicemente uno stronzo, capace di demolire le aspettative di carriera di un giovane e brillante laureato in scienze della comunicazione, magari fornito anche di un variopinto diploma di redattore conseguito in uno degli innumerevoli e autorevoli corsi a pagamento messi in piedi a ritmo settimanale da case editrici più generose e meno retrive di questa. Gli basta in genere uno sguardo gelido e silenzioso per pietrificare l’aspirante.

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Il rinoceronte, tuttavia, forse a causa dell’avanzato stato di senescenza, apre talvolta improvvisi quanto inattesi spiragli di speranza alle giovani leve. In tali, rarissime occasioni, mi fa salire alla luce del sole, ripulire e spidocchiare, e mi concede persino una breve ora d’aria nel verde profondo, a godere la visione del Monviso che si staglia lontano e protettivo. Sostiene che i giovani devono comunque sapere come si riduce un redattore ordinario dopo trent’anni di onorata carriera e davanti ai sorridenti commensali, mi lancia qualche boccone nella ciotola sistemata vicino alla tavola.

rinoceronte con piccolo

Così è accaduto l’altro giorno. Era un bel sabato d’autunno, di quelli in cui il sole ancora tiepido scalda gli animi e un caminetto scoppiettante rallegra i cuori dei commensali. Accovacciato nel mio angolino ho assistito in religioso silenzio al pacato predicozzo introduttivo — lo conosco a memoria confesso — con il quale il rinoceronte tenta di dissuadere un giovane ed entusiasta aspirante redattore dall’intraprendere la strada iniziatica dello scriptorium.

In genere, con la conclusione del predicozzo, giunge l’invito ad aprire una latteria vegetariana, attività considerata dagli operatori finanziari come molto più redditizia dell’editoria. Quando tuttavia il rinoceronte riconosce un suo simile, un potenziale cucciolo feroce, ecco apparire un lampo nello sguardo arcigno del vecchio Jorge, come un accenno di benevolenza verso quell’Adso potenziale.

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Anziché intridere di veleno una pietanza, come accade con gli altri aspiranti, i cui tumuli costellano il parco tenebroso nascosto dietro la sua tetra dimora, in questi rarissimi casi il rinoceronte abbozza un sorriso, saggia la cultura del giovane professo, cita con volontario errore un passo agostiniano, incrocia malefico Bergson sorseggiando un rosso corposo.

Alcuni giorni or sono, un giovane Adso ha superato l’esame e, nella sorpresa incredulità dei commensali, pronti a vederlo crollare con le dita annerite e la lingua enfia, è stato addirittura invitato a salire nella torre. Hic sunt leones, si narrano leggende oscure sulla fine atroce di coloro che hanno salito la stretta scala a chiocciola che conduce al tempio del rinoceronte senza averne ricevuto esplicito invito.

Era accaduto soltanto quattro volte in più di trent’anni, e in tutte queste occasioni quei giovani professi sono oggi abati pasciuti o badesse riverite, le cui opere hanno varcato i confini del Sacro Impero Romano, giungendo talvolta fin nelle lande siberiane e oltre le colonne d’Ercole.

Mancava soltanto l’ultima prova. Quella apparentemente più insidiosa, perché presentata con noncurante gentilezza. Talvolta è la cortese richiesta di spostare uno scatolone di polverosi volumi, talaltra di riordinare un plico caduto e con i fogli mescolati. Altre ancora, di rinunciare all’apericena mondana con gli amici del sabato sera per rivedere insieme un risvolto di copertina.

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Adso ha richiamato oggi. Dispiaciuto di non essersi potuto fermare l’altra sera. Ha pensato che, al termine del corso di specializzazione triennale, del modesto costo di diecimila euro l’anno, che gli hanno offerto altrove, i custodi degli scriptorium faranno la coda per assumerlo e aprirgli i recessi segreti delle loro arcane biblioteche.

Il rinoceronte non ha battuto ciglio.

Le quarte di copertina, un atto di amore verso i libri

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“Il mio massimo desiderio è lavorare nel mondo dell’editoria. Sarei disposto a fare tutto per realizzare il mio sogno, anche iniziare dai lavori più umili. Ad esempio, scrivere le quarte di copertina.”

Queste entusiaste parole giunsero sulla mia scrivania alcuni anni or sono. In fondo, perché stupirsi di tanta ingenua passione? La scrittura dei risvolti è un atto redazionale oscuro, l’espressione più anonima del lavoro editoriale. La fama spetta agli autori, la gloria, talvolta, ai traduttori, un’umile citazione persino agli stampatori. Nulla è dovuto al coro che silenziosamente trasforma uno scritto in un oggetto palpabile, sfogliabile, amabile. Non certo agli operai della cartiera che hanno curato il foglio bianco o avoriato su cui si depositerà l’inchiostro, o a quelli della legatoria che trasformeranno i grandi fogli distesi in una forma armonica, impeccabile. Eppure il libro, come oggetto, come feticcio, è frutto del loro lavoro, come dell’attenzione e dell’impegno dei correttori di bozze o dei promotori e dei magazzinieri che lo presentano, lo spostano, lo inscatolano.

Esiste una figura, ancora, che trasformerà la massa informe di carta e inchiostro in un libro, in un oggetto del desiderio e della passione. È colui che lo serve al lettore, ne tenta gli occhi e l’anima, ne cattura lo sguardo e, beffardo o romantico, lo avvolge nelle spire che porteranno le pagine dallo scaffale al comodino.

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Egli ama perdutamente il libro. Lo ha corteggiato, mentre nasceva; lo ha cresciuto infante e accompagnato al mondo. Lo ha vezzeggiato e odiato, meditato e masticato. Perché in poche righe dovrà sancirne la vita o la morte, la fama o l’oblio. Consegnarlo alla storia come un classico o un successo effimero, classificarlo come oggetto da treno o da libreria, da ostentare o celare. La quarta di copertina è un atto d’amore, una rosa depositata in silenzio sulla porta dell’amata, un bacio lanciato nell’aria.

Il libro si ritrae, fugge da questo amore petulante e invadente, come Dafne di fronte ad Apollo. È un atto d’amore violento, che pretende di racchiudere in poche frase l’essenza, l’anima di un’opera. È un atto di amore totale eterno, proprio perché anonimo. Per questo, nessuna quarta di copertina potrà mai essere firmata.

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Deliri imperfetti

1. Ci sono dei giorni in cui l’attività autoconsolatoria del redattore ordinario si consuma nel voyeurismo telematico. Subito, voialtri mal pensanti state mal pensando. Come dicono i dodo dell’Era Glaciale (che non è un libro, ma un film): ”Sciagura a voi!”. Il fatto è che questo mestieraccio riserva talvolta delle grandi soddisfazioni. Mettiamo che uno soffra di insonnia e alle quattro di notte stia leggendo un manoscritto seduto in un luogo non citabile… secondo voi, mentre viene folgorato da una correzione urgente, cosa dovrebbe fare? Anni or sono, quando ero ancora un giovane entusiasta, telefonai alle due della notte a casa di un autore, per comunicargli il mio apprezzamento. Con il trascorrere degli anni ho moderato gli entusiasmi e riesco a trattenermi. Questa mattina, gli appunti infilati nel manoscritto erano di carta leggera e a fiorellini. Un poco impresentabili.

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2. Quale più grande e appagante realizzazione, per una persona che ama i libri e la cultura, del vivere in mezzo a scaffali ricolmi di pagine scritte e potersi guadagnare il pane vendendo queste perle di saggezza alle persone che entrano nel negozio? Ah, i librai, questi esseri benedetti da Buddha e anche da Odifreddi, che possono elargire tomi come se fossero ostie consacrate a fedeli rispettosi e timorosi. Una casta sacerdotale, in fondo, fra l’altro in estinzione. Due blog eccezionali, questa mattina, ci hanno fatto comprendere che nulla è il sacrificio di intrattenersi con gli scrittori rispetto al sublime piacere estetico del rapporto diretto con i lettori.

Ecco una testimonianza di Stefano Amato, autore del blog l’Apprendista Libraio:

Se ti parlo un po’ del mio fidanzato — ti racconto la sua vita, come ci siamo conosciuti, qual è il suo colore preferito eccetera — tu poi sapresti consigliarmi un romanzo da regalargli?

Dialoghi surreali ce li riporta invece Marino Buzzi, nelle sue splendide Cronache dalla libreria:

“Buongiorno vorrei il libro scritto da Manuela Arcuri.”
“Signora non mi risulta che Manuela Arcuri abbia scritto un libro. Non ancora almeno.”
“Ma come no! Lo pubblicizza in TV.”
“Sì, signora, ma non è suo. Lei lo pubblicizza e basta.”
“Ma cosa dice? L’ho sentito io con le mie orecchie che lo ha scritto lei. Ma è sicuro di essere un libraio?”
Signora ci sono giorni in cui non sono neanche sicuro di essere un essere umano, figuriamoci se sono sicuro di essere un libraio.

Forte di Fenestrelle

 

3. Sono un sadico. Lo ammetto. Questa mattina, ancora una volta, ho manipolato strumentalmente le “Postille al Nome della rosa” per indurre uno scrittore a compiere un pellegrinaggio. Perché se vuoi descrivere come un personaggio ha trascorso gli ultimi anni di prigionia nella fortezza di Fenestrelle, mica puoi fartelo raccontare dalle cartoline. Devi salire faticosamente, magari in una giornata gelida, i sentieri interni alla struttura monumentale, e contare i passi, ascoltare il fiato pesante, il gocciolio dei sotterranei, il gelo che ti entra nella schiena. Sarà sicuramente un ottimo lavoro, per ora è un buon racconto, ma il redattore ordinario non si accontenta di un buon racconto. Vuole un romanzo da pubblicare. E lo avrà, a costo di rinchiudere di nascosto lo scrittore nelle segrete del forte…

Il lunedì del redattore ordinario

L’ondata di perentorie ingiunzioni letterarie del lunedì mattina è tale da scoraggiare anche il più entusiasta amante dei libri.

«Cara scrittrice, che “Le invio i miei lavori, in caso la proposta potrebbe (sic!) suscitare in lei interesse”, devo comunicarle che se la nostra casa editrice non si occuperebbe di saggistica, magari poteresse anche prendere in considerazione i suoi romanzi fantasy…»

«Caro scrittore, che “la vostra lettera specifica che il vostro impegno con la narrativa è limitatissimo, che il mio manoscritto richiede un ampio lavoro di revisione e che sarebbe opportuno risentirci, eventualmente, all’inizio dell’anno 2010. Mi sia consentito porvi le domande che seguono: se il vostro impegno con la narrativa è limitato , non credete che sarebbe stato più accettabile da parte vostra comunicarmi a priori la linea di interessi e di produzione evitandomi di spendere del denaro per la spedizione del manoscritto? Se, a parer vostro, il mio manoscritto richiederebbe un ampio lavoro di revisione, vuol significare che l’avete già letto?”

«Ebbene sì, caro scrittore, il nostro impegno con la narrativa è limitato. Limitato ai lavori pubblicabili. Lei ci ha chiesto di leggere il suo manoscritto, cosa che abbiamo fatto, non senza un certo disagio. E come avremmo potuto leggerlo se non ce lo avesse inviato? Lo abbiamo letto e le abbiamo detto che richiederebbe un ampio lavoro di revisione. Per caso l’ha revisionato? Una bella revisione profonda, partendo dalla prima riga fino all’ultima…
Nel caso non abbia “passato la revisione” i casi sono due: potrebbe rottamarlo, come si fa con le automobili, oppure provare a ripassare nel 2020…»

 

I pizzini redazionali

Quello che segue è il verbale di interrogatorio di un redattore pentito, rilasciato durante una confessione poche ore prima che fosse schiacchiato dal crollo degli scaffali del magazzino della casa editrice. Lo riportiamo integralmente, così come pervenuto.

 

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La “cosa” editrice è ancora, per fortuna, oggetto immune dal cancro della democrazia e del diritto. Neppure le più decadenti redazioni progressiste sono venute meno ai sani principi dell’onorata società di cui Lui, il direttore editoriale, incarna la salda, perenne e tentacolare potenza.

Non occorre che si conosca il suo nome. Tantomeno che lo conoscano gli autori. Pochi “picciotti” fidati comunicano gli affari in corso. Noi fedeli redattori, naturalmente lo conosciamo, ma non saremmo mai così folli o infami da rivelarlo ai lettori o peggio agli aspiranti autori. Non serve la minaccia di una fossa di calce viva. Essere inviati alle fiere è una punizione sufficiente. Già questo accennare alla Sua esistenza è una sfida, e le dita tremano mentre scriviano queste righe irriverenti.

Un pizzino è sufficiente a sancire la pubblicazione di quell’autore e spegnere le speranze di un fetuso che già si illudeva di poter unire il proprio nome al marchio della Famiglia. Uccidere un esordiente non è che un distratto gesto della mano, per il nostro Padrino. Spegnere uno scrittore che si credeva affermato, inviando al macero le sue opere ancora in magazzino, uno sghignazzo coperto dalla colata di cemento sulle ambizioni di un ominicchio della penna.

I direttori editoriali si parlano, talvolta, e in salette riservate di ristoranti si spartiscono le zone di influenza, vendendosi scrittori come partite di eroina. E che sono, gli scrittori, se non pedine? D’altra parte, come è noto, i direttori editoriali sono spesso parenti di politici, e nell’intreccio con la politica nutrono il loro potere. Di taluni si mormora che siano politici essi stessi, o che lo siano stati. Giornalisti d’assalto hanno sostenuto, senza mai averne le prove, che in riunioni segrete possano segnare i destini culturali di una nazione, condizionare il voto delle giurie dei premi letterari, persino inventare scrittori inesistenti per veicolare messaggi cifrati ai posteri.

Studiosi di storia della letteratura sospettano che, in taluni casi, certi direttori editoriali, negli Anni Quaranta e Cinquanta, abbiano acquisito i diritti di opere al solo scopo di impedirne di fatto la pubblicazione o ridurne l’impatto con tirature simboliche. In altri casi, nello scontro con il Padrino di turno, grandi scrittori sono stati costretti al suicidio, pur di salvare le proprie opere dal macero e dall’oblio.

I direttori editoriali non sono riconoscibili. Si mescolano alla gente comune per nascondersi. Vestono come persone del popolo, non di rado vagano a piedi per non incappare nei posti di blocco. Vivono in case diroccate, lontane dai centri cittadini e soprattutto dai caffè letterari. Alle presentazioni e ai vernissage si siedono in disparte e talvolta si addormentano.
Si dice che taluni scrittori, mentre vagavano nei corridoi della casa editrice, lo abbiano incontrato e scambiato per l’uomo delle pulizie. Altri hanno avuto di fronte un Ommo de Panza, mentre stringevano le mani agli ammiratori e firmavano autografi sul loro primo romanzo autopubblicato, e invece di sporgergli il nuovo manoscritto hanno lanciato qualche monetina, pensandolo un mendicante.

La reazione dei cittadini e degli scrittori liberi al potere occulto dei Mammasantissima è stata possibile soltanto con l’avvento delle nuove tecnologie. La nascita di Internet ha scompaginato le vecchie mappe del potere mafioso, aprendo le porte alla democrazia della pubblicazione. Blog, riviste telematiche, webzine, sono stati gli strumenti della pacifica e determinata fiaccolata culturale che, a partire dagli anni Novanta, ha sgretolato il muro omertoso del potere dei direttori editoriali, giungendo in taluni casi persino a rendere noto il loro nome, costringendoli ad affrontare il giudizio degli esordienti in maxi processi pubblici.
E tuttavia, quell’infame di Tomasi di Lampedusa, che pure avrebbe dovuto essere grato per essere stato pubblicato,  ha riportato a tradimento in un suo libriccino una frase carpita origliando dietro la porta di un direttore editoriale.“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”

Non è noto quando la strategia della Nuova Casa Editrice Organizzata sia stata elaborata, ma i risultati si sono visti negli ultimi cinque anni, di sicuro con l’appoggio delle famiglie d’oltre oceano. L’hanno chiamata “democrazia culturale” e significa che tutti possono scrivere un libro, tutti possono pubblicarlo e tutti possono andare in televisione a presentarlo. Da Detroit a Chicago, da Leningrado ai sobborghi di Shanghai, passando per Casal Di Principe, la parola d’ordine è “lasciate che i pupi si autopubblichino“. E i pupi si autopubblicano su Lulu, si autostampano, si autocomprano e persino si autopresentano sul Canale 93218 di Schaitivvì.

“State tranquilli – si racconta che abbia biascicato il Padrino di una casa editrice di Bagheria all’inviato di una casa editrice della Yakuza, in visita internazionale, mentre si soffiava il naso con l’ultimo romanzo ancora imbrattato di sangue dell’autore – fateli pubblicare come gli pare. Scrivono e presentano, i quaqquaraqquaà. Tanto, nessuno li leggerà.“