Diario di un redattore ordinario

I pizzini redazionali

Quello che segue è il verbale di interrogatorio di un redattore pentito, rilasciato durante una confessione poche ore prima che fosse schiacchiato dal crollo degli scaffali del magazzino della casa editrice. Lo riportiamo integralmente, così come pervenuto.

 

padrino

 

La “cosa” editrice è ancora, per fortuna, oggetto immune dal cancro della democrazia e del diritto. Neppure le più decadenti redazioni progressiste sono venute meno ai sani principi dell’onorata società di cui Lui, il direttore editoriale, incarna la salda, perenne e tentacolare potenza.

Non occorre che si conosca il suo nome. Tantomeno che lo conoscano gli autori. Pochi “picciotti” fidati comunicano gli affari in corso. Noi fedeli redattori, naturalmente lo conosciamo, ma non saremmo mai così folli o infami da rivelarlo ai lettori o peggio agli aspiranti autori. Non serve la minaccia di una fossa di calce viva. Essere inviati alle fiere è una punizione sufficiente. Già questo accennare alla Sua esistenza è una sfida, e le dita tremano mentre scriviano queste righe irriverenti.

Un pizzino è sufficiente a sancire la pubblicazione di quell’autore e spegnere le speranze di un fetuso che già si illudeva di poter unire il proprio nome al marchio della Famiglia. Uccidere un esordiente non è che un distratto gesto della mano, per il nostro Padrino. Spegnere uno scrittore che si credeva affermato, inviando al macero le sue opere ancora in magazzino, uno sghignazzo coperto dalla colata di cemento sulle ambizioni di un ominicchio della penna.

I direttori editoriali si parlano, talvolta, e in salette riservate di ristoranti si spartiscono le zone di influenza, vendendosi scrittori come partite di eroina. E che sono, gli scrittori, se non pedine? D’altra parte, come è noto, i direttori editoriali sono spesso parenti di politici, e nell’intreccio con la politica nutrono il loro potere. Di taluni si mormora che siano politici essi stessi, o che lo siano stati. Giornalisti d’assalto hanno sostenuto, senza mai averne le prove, che in riunioni segrete possano segnare i destini culturali di una nazione, condizionare il voto delle giurie dei premi letterari, persino inventare scrittori inesistenti per veicolare messaggi cifrati ai posteri.

Studiosi di storia della letteratura sospettano che, in taluni casi, certi direttori editoriali, negli Anni Quaranta e Cinquanta, abbiano acquisito i diritti di opere al solo scopo di impedirne di fatto la pubblicazione o ridurne l’impatto con tirature simboliche. In altri casi, nello scontro con il Padrino di turno, grandi scrittori sono stati costretti al suicidio, pur di salvare le proprie opere dal macero e dall’oblio.

I direttori editoriali non sono riconoscibili. Si mescolano alla gente comune per nascondersi. Vestono come persone del popolo, non di rado vagano a piedi per non incappare nei posti di blocco. Vivono in case diroccate, lontane dai centri cittadini e soprattutto dai caffè letterari. Alle presentazioni e ai vernissage si siedono in disparte e talvolta si addormentano.
Si dice che taluni scrittori, mentre vagavano nei corridoi della casa editrice, lo abbiano incontrato e scambiato per l’uomo delle pulizie. Altri hanno avuto di fronte un Ommo de Panza, mentre stringevano le mani agli ammiratori e firmavano autografi sul loro primo romanzo autopubblicato, e invece di sporgergli il nuovo manoscritto hanno lanciato qualche monetina, pensandolo un mendicante.

La reazione dei cittadini e degli scrittori liberi al potere occulto dei Mammasantissima è stata possibile soltanto con l’avvento delle nuove tecnologie. La nascita di Internet ha scompaginato le vecchie mappe del potere mafioso, aprendo le porte alla democrazia della pubblicazione. Blog, riviste telematiche, webzine, sono stati gli strumenti della pacifica e determinata fiaccolata culturale che, a partire dagli anni Novanta, ha sgretolato il muro omertoso del potere dei direttori editoriali, giungendo in taluni casi persino a rendere noto il loro nome, costringendoli ad affrontare il giudizio degli esordienti in maxi processi pubblici.
E tuttavia, quell’infame di Tomasi di Lampedusa, che pure avrebbe dovuto essere grato per essere stato pubblicato,  ha riportato a tradimento in un suo libriccino una frase carpita origliando dietro la porta di un direttore editoriale.“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”

Non è noto quando la strategia della Nuova Casa Editrice Organizzata sia stata elaborata, ma i risultati si sono visti negli ultimi cinque anni, di sicuro con l’appoggio delle famiglie d’oltre oceano. L’hanno chiamata “democrazia culturale” e significa che tutti possono scrivere un libro, tutti possono pubblicarlo e tutti possono andare in televisione a presentarlo. Da Detroit a Chicago, da Leningrado ai sobborghi di Shanghai, passando per Casal Di Principe, la parola d’ordine è “lasciate che i pupi si autopubblichino“. E i pupi si autopubblicano su Lulu, si autostampano, si autocomprano e persino si autopresentano sul Canale 93218 di Schaitivvì.

“State tranquilli – si racconta che abbia biascicato il Padrino di una casa editrice di Bagheria all’inviato di una casa editrice della Yakuza, in visita internazionale, mentre si soffiava il naso con l’ultimo romanzo ancora imbrattato di sangue dell’autore – fateli pubblicare come gli pare. Scrivono e presentano, i quaqquaraqquaà. Tanto, nessuno li leggerà.“

La libidine di potere del borioso analfabeta

CoverLuglioAgosto2010

 

Lo è per definizione. Peggio dei critici d’arte e di quelli letterari, abilissimi nell’evidenziare limiti e difetti delle opere altrui quanto incapaci di produrre un quadro o un romanzo. Naturalmente parliamo della figura del redattore o, come si dice oggi con un anglicismo oltretutto errato rispetto alla realtà nostrana, l’editor.

Un personaggio borioso per lo più, convinto di aver letto tutto ciò che valeva la pena di leggere, e ciononostante analfabeta, perché notoriamente non in grado di cogliere gli elementi di valore e novità dei lavori che gli vengono affidati.
Il borioso analfabeta è, purtroppo, l’inevitabile strettoia che lo scrittore deve affrontare nel tentativo di approdare in casa editrice. Vediamo dunque come sconfiggerlo, o perlomeno come evitare gli spuntoni rocciosi che potrebbero affondare la vostra nave e, fuor di metafora, il vostro romanzo.
Tendenzialmente, l’editor legge molto. Ha iniziato da ragazzo, con una passione smodata per la narrativa d’avventura, per poi passare ai classici. Se avete scritto un romanzo di fantascienza, mettetevi il cuore in pace, sarete misurati volenti o nolenti con la Fondazione di Isaac Asimov o la città eterna di Arthur Clarke. Peggio se volgete all’avventura, perché il metro di paragone potrebbe essere Emilio Salgari. Non parliamo dei romanzi storici, dove Alessandro Manzoni impera, appena mitigato da Umberto Eco. In ogni caso, l’editor è un vecchio topo di biblioteca, ama la prosa stantìa di Italo Calvino o di Carlo Cassola, le ambientazioni provinciali di Cesare Pavese. Per un ignorante presuntuoso come l’editor, Wilbur Smith sa scrivere in inglese, Stephen King è davvero un giallista.
Qualunque sia il genere letterario dell’opera che volete fare approdare in casa editrice per la pubblicazione, evitate con cura di evidenziare quanto il vostro stile sia in contrasto con i maestri della letteratura, quelli veri ma anche quelli discutibili eppure vendutissimi. Ricordatevi che da qualche parte esiste un editor che ha deciso di pubblicare Moccia, altrove un estimatore di Baricco. Superate il vostro senso di disgusto. Potrebbe toccare proprio a voi fare i conti con la stessa persona.
L’editor ha lo stesso spessore intellettuale della celeberrima casalinga di Voghera. È del tutto incapace di cogliere le finezze linguistiche, le innovazioni sintattiche. Odia gli anacoluti come la marmellata sul brasato al barolo. Su questo punto, ci sono pochi trucchi cui fare ricorso. Grammatica e sintassi, almeno nelle prime dieci pagine, cercate davvero di rispettarle.
L’editor è superficiale. È una conseguenza diretta della boria e dell’ignoranza che lo attanagliano. Vi giocherete la sua simpatia nelle prime tre pagine. Se il telefono per disgrazia squilla mentre è a metà della prima pagina, quelle poche righe saranno tutto ciò che riuscirete a fargli leggere. Ecco la ragione vera per la quale l’incipit di un romanzo è fondamentale. L’unico scopo dell’incipit è prendere al volo l’editor, colpirlo allo stomaco, fargli balenare per un istante la speranza di aver trovato, almeno una volta nella sua frustrante e inutile carriera di mezze maniche dell’editoria “il libro”, quel libro del quale potrà raccontare ai nipotini: “ecco, l’ho scoperto io”.
L’editor, a prescindere dall’età, ha problemi di vista. Nulla lo indispettisce di più di un piego stampato in caratteri inferiori al corpo 12. Meglio un 14, con l’interlinea sufficientemente ampia. Non è un grande sacrificio. Consideratelo un atto di pietas nei confronti di un minus habens.
L’editor, infine, è conformista, maledettamente conformista. I suoi gusti di lettura, a causa dell’eccesso di fruizione della stessa, che spesso non si esaurisce all’orario di lavoro ma prosegue patologicamente a casa e persino nei fine settimana, sono purtroppo perfettamente omologati a quelli della massa dei lettori. Su questo piano, c’è ben poco da fare, se non di capire cosa potrebbe interessare il pubblico dei lettori cui vi rivolgete. Se interessa loro, potrebbe interessare lui.
L’editor è perfettamente consapevole di essere protetto dalla legge. Non potete ucciderlo. Dovrete quindi fare i conti con questo insopportabile figuro anche dopo aver passato indenni gli scogli della prima selezione. Evitate quindi di considerarvi approdati soltanto perché la vostra opera ha iniziato il cammino che potrebbe portare alla pubblicazione.  I sacrifici al vostro orgoglio, in questa seconda fase, saranno ancora superiori e meno sopportabili di quanto vi possiate aspettare.
C’è uno scoglio insidioso sul quale molte opere naufragano in modo inatteso: il titolo. Non c’è niente di più irritante per uno scrittore di vedersi contestare l’originale “Il nome del gladiolo” che sintetizzava perfettamente il suo romanzo storico di ambientazione medievale o “La metropoli e le stelle” che mirabilmente avviava il suo ciclo fantascientifico. Su questo punto l’editor è irremovibile. La sua sudditanza nei confronti delle opere già pubblicate è assoluta. Fra l’altro, in questo caso, può contare sul totale sostegno di quel caprone del direttore editoriale. Mettetevi il cuore in pace, almeno per i primi due romanzi e rinunciate all’inutile scontro: il titolo non potrete sceglierlo, al massimo suggerirlo, ma con molta timidezza.
Il baratro dell’ottusità e dell’insipienza vi si parerà improvviso all’atto di definire la copertina. L’editor è assolutamente privo di senso artistico, odia visceralmente ogni innovazione, è capace di atti violenti, fino alla tortura delle bozze già impaginate con passaggio ripetuto nel caminetto, se solo provate a contestare la linea grafica della collana nella quale verrà inserita la vostra opera. E’ assolutamente inutile dimostrargli che il logo dell’editore non deve comparire dove è sempre comparso, spiegargli che il formato dei grandi tascabili economici è un insulto a Pitagora, o che il titolo scritto in orizzontale da sinistra a destra sono sintomi di un conservatorismo patologico.
L’editor è un dinosauro, non sente ragioni. La psicosi da conservazione nella filiera del libro è epidemica, ha infettato i promotori, i distributori, persino i librai e, secondo le più recenti ricerche scientifiche, persino i lettori. Gli Oscar Mondadori sono odiosamente, insopportabilmente, ignominiosamente sempre Oscar Mondadori. Non è mai accaduto nella storia di questa casa editrice che abbia pubblicato un libro con il logo di Sellerio o le copertine della Garzanti. In questo caso, ad aggravare la situazione, l’enclave mafiosa è compatta e granitica: grafici, responsabili della promozione, persino tipografi e legatori saranno complici dell’editor nel rovinare il vostro libro.
Arrivati a questo, siete ormai consapevoli che il vostro romanzo, scritto con dedizione durante lunghe notti insonni, sconquassato nelle secche delle redazioni, cannoneggiato dall’editor, bombardato dagli addetti alla promozione, si è trasformato da splendido veliero in un relitto putrido, il cui destino sarà galleggiare amaramente per alcune settimane, magari alcuni mesi, nella risacca delle librerie, sotto gli occhi di tutti, per poi arenarsi miseramente sugli scaffali e, infine, depositarsi sul fondo melmoso delle biblioteche, dove potrà giacere per decenni, visitato di tanto in tanto da un lettore.
Nella peggiore delle ipotesi, il relitto sarà restaurato, offeso da una nuova e ancor più orripilante copertina, ricomposto come un cadavere risuscitato in una nuova edizione, sempre e odiosamente scritta in caratteri latini, con i paragrafi giustificati. Talvolta qualche saccente e irriverente editor interverrà persino sulle edizioni successive, eliminando quei refusi che voi consapevolmente avevate deciso di lasciare in un angolino, per sottolineare con una piccola imperfezione voluta l’assoluta intoccabilità della vostra opera.
Giunti a questo stadio sarete diventati scrittori, ma la fama non vi ripagherà delle offese subite. L’editor nel frattempo sarà morto di vecchiaia, ma l’odio che avrete nutrito nei suoi confronti non verrà meno. L’unica soluzione, come insegnano Salgari, Hemingway e molti altri, è uno spettacolare e sanguinolento suicidio. Agli editor delle nuove generazioni piacciono moltissimo questi epiloghi. Anche ai responsabili della promozione, ai librai e persino ai lettori. Fanno vendere un sacco di copie, e a quel punto nessuno sente il bisogno di correggere i vostri manoscritti. Persino la lista della spesa, purché autografa, sarà trattata con rispetto e magari venduta all’asta.

Editori, beceri editori…

La posta elettronica si apre inesorabile e annuncia trionfalmente 240 nuovi messaggi in arrivo. Il tempo per leggere la posta tradizionale, separare le incombenze burocratiche dalla colonna dei manoscritti. Se va bene, ci scappa anche il caffé. Finalmente l’ondata quotidiana degli inediti è pronta. Fra allegati email e plichi, sono appena venti. Giornata tranquilla.

Il primo plico si apre come una minaccia: “allego alla presente la mia opera, diffidando il destinatario da….” Come diffidando? Mi pareva che avessimo autorizzato lo scrittore a inviarci una copia del suo romanzo. Lo leggiamo, mica ce lo mangiamo. E poi se anche lo mangiassimo, con gli stipendi da fame dei redattori, sarebbe un panino in meno da pagare a mezzogiorno. A prima vista il titolo pareva accattivante. Meglio evitare rischi e rispedire subito l’intero plico, senza estrarne altri contenuti potenzialmente dannosi. L’amministrazione è tassativa: rispedire a spese del mittente. Però, davvero un peccato…

Proviamo con l’email. “Spettabile Editore, ho scritto una silloge di poesie… Lo so che voi non pubblicate poesie, però…” Però niente. A me piacciono le poesie. Mi rileggo una volta al mese l’antologia dei giovani poeti inglesi pubblicata da Einaudi negli Struzzi, vent’anni fa. Anche Einaudi, peraltro, non pubblica poesie, premi Nobel e mostri sacri esclusi. Tantomeno la casa editrice per la quale lavoro. Provo a spiegarlo. Conosco già la risposta: “Non capite un… siete i soliti venditori di carta straccia… ” Se dipendesse da me, obbligherei tutte le persone ad acquistare un libro di poesie ogni settimana. Pare che in libreria il settore sia melaconicamente deserto. Non è colpa nostra, e neppure del libraio.

Seconda mail elettronica. Spettabile editore, ho letto che siete seri, perché avete il codice isbn e il bollino Siae. Il bollino Siae? Dove l’avrà letto? Mica vendiamo cd musicali. Ah, già. E’ un errore, riportato da Il rifugio degli esordienti. Niente di grave. Una volta anche i libri riportavano il bollino Siae. Ora ben di radom e nessun editore va a chiederlo per il solo gusto di perdere tempo. Se gli scrittori ogni tanto leggessero un libro se ne sarebbero persino accorti.

Torniamo ai plichi. Il signor Alighiero Dantini ha spedito il suo romanzo. Scrive poco quando non racconta: nome e cognome, una liberatoria legale in cui assicura che il testo è proprio suo, cinque righe di curriculum, dieci righe di sinossi (ma perché non lo chiama semplicemente presentazione?). Magnifica cosa: una copia del romanzo, rilegata alla buona, ma senza fogli sparsi, persino dotata di copertina in cartoncino bianco. Un bel giallo, si capisce subito, anche perché l’ha scritto chiaramente. Proposta di titolo accattivante, forse un po’ lunga, ma non importa, testo ben impaginato, errori pochi. Finisce nel piccolo gruppo dei “librichemiripromettodileggereprimaopoi“. Dopo due ore, restera’ solo in quel mucchietto, mentre gli altri plichi si accumuleranno nello scatolone della raccolta carta.

Si profila una luminosa carriera per questo orfanello.

Più che luminosa: nella pausa di pranzo decido di portarlo fuori con me e di dare una prima scorsa. Davvero niente male. Peccato quel verbo volgare: lo usasse in senso proprio, cioè per “spazzare i pavimenti”, non ci sarebbero problemi. Un segno rosso e un’annotazione. Ci penserà un altro redattore, a convincere l’autore della necessità di correggere, se vuole che l’opera sia pubblicata da noi.

Secondo caffé della giornata ed ecco spuntare l’amministratore delegato. “Cosa leggi?” Finale a sorpresa: il manoscritto finisce nella sua borsa. Se lo leggerà per puro piacere, questa sera. Questo libro sembra davvero nato sotto una buona stella. Così buona che appena rientrato mi metto subito alla tastiera, per annunciare all’esordiente Alighiero Dantini l’interesse ad approfondire la lettura e comunicare due piccole perplessità, sulle quali avremo modo di colloquiare in futuro. Meglio trattarlo bene, il Dantini, perché mi sa che la prossima settimana l’amministratore delegato poserà il manoscritto sulla mia scrivania con una noterella in rosso: pubblicabile.

Poche ore e dalla casella email si affaccia un messaggio: “Vedo che siete stati rapidi nel capire che il mio capolavoro deve essere pubblicato. Come vi permettete di pensare anche solo lontanamente accettare proposte di correzioni, inutili larve redazionali?”

“Veramente, signor Dantini, era solo una proposta. Siamo ancora lontani dalla decisione di pubblicare. Quanto alle correzioni, pur rispettando il suo estro creativo, permetterà all’editore, che paga di tasca sua e pagherà a lei i diritti d’autore, di esprimere un’opinione?”

Risposta. Se finora abbiamo scherzato, esagerando un poco, ora vi confesso la verità: questo è un resoconto vero. Non è un racconto di fantasia. E quella che segue, parola per parola, senza i riferimenti personali, nel rispetto della riservatezza personale, è la risposta del signor Alighiero Dantini. Ottimo scrittore; ma scrittore, almeno per questa volta, mancato: “Come sospettavo a Lei della qualità narrativa non importa un fico secco. Lei guarda le idee politiche espresse in un testo (…) e questo è un fatto che mi ricorda il Tribunale dell’Inquisizione (…) Getti pure nella spazzatura il mio romanzo: dal suo punto di vista non merita altro.”

Peccato. Davvero peccato per il signor Dantini. Peccato perché questa mattina, entrando in redazione, c’era un manoscritto in un angolo. E sopra, in rosso, un appunto dalla calligrafia inconfondibile.

Il diavolo nella mia libreria

Il diavolo mi guarda beffardo, con il viso di un ironico Alfredo Panzini. A giorni uscirà, nella collana “I faggi” di Marcovalerio Edizioni, “Il diavolo nella mia libreria“. Un testo cosiddetto minore del grande romanziere romagnolo, più noto al grande pubblico per “Il padrone sono me”. Un piccolo classico, che ho curato con passione particolare, dedicandogli fuori orario ben più dei tredici secondi netti che l’editore prevede siano il tempo massimo per spedire di corsa in tipografia quei libri che servono appunto a tenere impegnare le macchine da stampa fra un best seller e l’altro.
Sconvolti dalla notizia? Ormai, se seguite questo sito, lo sapete che il redattore ordinario è un vecchio cinico e astioso. Anche con i classici della letteratura.
Per Alfredo Panzini, tuttavia, come per pochi altri, questo abitante delle grotte nutre una particolare predilezione. Forse perché anche Panzini era a modo suo un simpatico cinico, un uomo capace di slanci profondi nella sua opera, meno nota, di autore per la scuola, ma capace di pennellate all’acido nei confronti della “democrazia” degli Anni Venti, quella che traghettò l’Italia dallo slancio unitario alla palude giolittiana, tanto simile almeno per quantità e abnormità degli scandali alla contemporanea, e da questa al fascismo, cui Panzini ebbe la colpa di guardare con insufficiente antipatia, ragione dell’ostracismo perpetrato alla sua opera.
Bando alle divagazioni letterarie, torniamo al diavolo, anzi alla libreria, o meglio ancora ai classici.
Un classico è, per definizione, un libro vecchio, che si legge, anzi si deve leggere, per affrontare un esame o per completare la propria cultura. Libro profondamente diverso, almeno nella tradizione editoriale italiana, dal nuovo successo dell’ultima scoperta letteraria dell’editore, destinato invece a rendere piacevoli le serate e le giornate festive dei lettori normali, quelli che leggono per il puro piacere di leggere.
Sul piano delle scelte di produzione, un nuovo titolo è, almeno idealmente, un libro da vetrina. Un classico è, inesorabilmente, un tomo da scaffale.
Per distinguerli basterebbe guardare le copertine. Quelle dei nuovi titoli devono essere sempre brillanti e vivaci, quelle dei classici togate e polverose, sapere di antico. Plastica contro legno, per intenderci.
La distinzione nella veste esterna non è tuttavia sufficiente. Un classico deve per forza, altrimenti non è un classico, essere corredato di un’ampia introduzione critica, possibilmente dal taglio accademico, preferibilmente anche molto noiosa, in cui si descrive anzitutto la biografia dettagliata dell’autore, i suoi rapporti con altri autori celebri suoi contemporanei, insistendo eventualmente sul singolo occasionale incontro, in una taverna, con altri autori storici da antologia scolastica. Che Panzini, per tornare al nostro, abbia seguito le lezioni di Carducci e abbia incontrato una volta Pascoli, sono notizie fondamentali. Anche che abbia avuto quattro figli e uno di essi sia morto in giovane età. Ne avesse avuti soltanto due, guai, non potremmo inserire il suo testo fra i classici. Il suo pensiero politico è meno importante. Meglio lasciarlo ai margini, perché si correrebbe il rischio di etichettare “Il padrone sono me” come un inno al fascismo venturo.
Immaginate l’ultimo successo di Federico Moccia preceduto da una storia della sua vita, un ampio paragrafo dedicato al suo occasionale incontro, due anni or sono, mentre prendeva il caffé in autogrill, con Giorgio Faletti, e relativo capitolo sulle reciproche influenze letterarie fra i due scrittori. Corredate il testo di un robusto impianto di note a piè di pagina, per spiegare agli studenti dove si trova Ponte Milvio, da chi fu costruito, un’altra noterella per farci sapere chi è l’inventore del lucchetto, magari una bella scheda didattica a fine capitolo con domande tipo: “Su quale fiume è stato costruito il ponte Milvio? A – Arno, B – Ofanto, C – Tevere”
Non iniziate a sogghignare pensando alle note a piè di pagina per “Cinquanta sfumature di grigio”: restate seri e attenti, perché la questione non è  marginale. Se qualcuno continua a ridacchiare dovrà leggersi tutta l’opera di Pitigrilli per punizione.
Se volete conoscere la biografia di Federico Moccia, non avete che da digitare il suo nome e cognome sul motore di ricerca e, d’incanto, Wikipedia vi risponderà con tutti i dettagli possibili. Se volete conoscere la biografia di Alfredo Panzini, non avete che da scrivere Alfredo Panzini e, guarda che incredibile scoperta, oltre a Wikipedia, troverete persino un bellissimo portale a lui interamente dedicato, dove oltre alla biografia dettagliatissima troverete la bibliografia completa, passi delle sue opere, ampie citazioni, schede di lettura e approfondimenti.
Eppure, per pubblicare un libro di Federico Moccia, a nessuno è venuto in mente fosse necessario precedere la narrazione con trenta pagine di analisi critica. Neanche per pubblicare i romanzi di Umberto Eco, che nell’ateneo bolognese è di casa e la biografia ragionata poteva scriversela anche da solo. A dire il vero, quando “Il padrone sono me” fu pubblicato, non venne in mente neanche allora fosse necessario raccontare tutti i fatti dall’autore o chiedere un parere retribuito a un qualsiasi professore universitario bolognese.
Invece, per leggere oggi Alfredo Panzini, pare sia obbligatorio sciropparsi la prefazione scritta da un tesista e firmata da un cattedratico. Guai se osate godervi “Il diavolo nella mia libreria” se al liceo non avete studiato “Il padrone sono me”. Men che meno, ardire portarselo in spiaggia. Panzini si deve rigorosamente leggere seduti composti alla scrivania, con un vocabolario alla propria sinistra e un quaderno a righe sulla destra.Lei, sì dico a lei, studente della quarta fila a destra, la smetta di sorseggiare quella bibita. Sta leggendo Alfredo Panzini, diamine, mica un Umberto Eco qualunque. Stia composto, schiena dritta e risponda: in che provincia si trova Senigallia, città natale del nostro?
Ora, il dilemma mi attanaglia. Per sbaglio, alcune settimane or sono, il centralino mi ha passato la telefonata di un lettore. Era un poco indispettito perché la meritoria impresa di aver ripubblicato i Cento Anni di Giuseppe Rovani in edizione tascabile economica, salvando dall’oblio un’opera a mio parere fondamentale dell’Ottocento, da decenni introvabile sugli scaffali a meno di dissanguarsi con la monumentale edizione critica Einaudi, era stata suo dire rovinata dalla scelta di pubblicarla sic et simpliciter. Neanche una decina di pagine scopiazzate da un’enciclopedia scolastica per raccontare la vita di Giuseppe Rovani. E neppure una spruzzata di noterelle qua e là, di quelle da testo di liceo dove ci spiegano ad esempio che il ramo del Lago di Como non va inteso in senso letterale, e che intanto bisogna girare per Lecco e poi è inutile prendere il binocolo per vedere se qualcosa galleggia sull’acqua, oppure che il libro galeotto di Paolo e Francesca non era stato preso in prestito nella biblioteca di Poggioreale. Il lettore era davvero deluso, le voleva quelle noterelle. Perché, mi ha spiegato con aria paterna al telefono, i Cento Anni sono un classico e pertanto le note ci vogliono. Se no, non è un classico e gli tocca leggerlo per il puro piacere di leggerlo, soltanto perché è un bellissimo libro, avvincente per l’intreccio e per la ricostruzione storica.
La notte incombe ma il dilemma è irrisolto. Lascio la domanda ai lettori di questo sito. Volete leggere “Il diavolo nella mia libreria” di Alfredo Panzini per il solo gusto di leggere un bel libro, cogliendo la critica sociale sottesa al contrasto fra i libri che l’autore racconta di aver ereditato dalla vecchia zia, resti dell’epoca della Restaurazione, e alcuni persino antecenti alla Rivoluzione Francese, contrapposti all’epoca in cui l’autore scrive, a cavallo fra gli Anni Dieci e gli Anni Venti del Novecento, sconquassati dai rivolgimenti sociali della Grande Guerra e dai moti socialisti che trasformeranno le campagne romagnole prima dell’avvento del Fascismo (quelle mirabilmente descritte ne “Il padrone sono me”), oppure preferite che vi racconti prima la vita di Alfredo Panzini, la sua infanzia a Rimini, gli studi a Venezia, la sua felice vita di professore liceale e di autore di antologie scolastiche. Sapere che morì a Roma e fu sepolto a Santarcangelo è per voi importante? Ditemelo per favore. A me, scrivere quelle dieci paginette, non costa quasi nessuna fatica. A voi, leggerle?

Diario postumo della Fiera del Libro di Torino 2006

Mercoledì 14 maggio 2006

Ottima notizia in vista. Anche il redattore oscuro, cioé il sottoscritto, avrà l’onore di recarsi in Fiera. La notizia mi viene trasmessa alla vigilia del grande evento. Mi preparo a svolgere il ruolo culturale che mi è stato finalmente riconosciuto.

Giovedì 15 maggio 2006

Non mi avevano spiegato bene, anzi, come mi è stato detto, non avevo capito io. In Fiera mi ci hanno portato, sì, ma a spostare gli scatoloni di libri. Loro la chiamano logistica. A me sembra che rispetto al solito facchinaggio quotidiano non ci siano differenze sostanziali. In compenso lo stand è davvero molto bello. Dimensione loculo, ma almeno non è nero come quello di Edizioni di Ar, da cui ci guardano arcigni. Con la scusa di controllare la concorrenza fuggo dai saggi gnostici e mi barcameno fra lo stand di Stampa Alternativa e quello di Scipioni. Ho le ideologie confuse, lo so, ma che ci volete fare, sempre meglio dei colleghi che continuano a sostenere di lavorare per Einaudi quando il loro datore di lavoro si chiama Mondadori.

Ebbene sì, lo confesso. Odio la Fiera del Libro di Torino. La odio profondamente. Non è colpa di nessuno, ci mancherebbe altro. E’ che se per voi la Fiera è una festa e per gli autori una passerella, per il redattore del sottoscala corrisponde alla discesa negli inferi.

Il redattore del sottoscala non fa passerella in Fiera. Al massimo ha l’onore di poter partecipare al montaggio e allo smistamento dei pacchi in partenza. La sua vigilia è di notti insonni, per terminare schede, cartelline stampa, locandine, offerte, selezionare foto, ma anche occuparsi dei problemi logistici degli autori, anzi degli Autori, che piombano a Torino pensando di essere a Rimini. E invece a Rimini non sono. Gli alberghi costano come a Dubai ma sembrano quelli di Islamabad…

Avete provato a pranzare in Fiera? Negli autogrill d’autostrada, quelli veri, almeno c’è il gusto del viaggio. Uno ingoia pane scongelato con salame scongelato, bevendo aranciata scongelata e caffé scongelato, ma almeno guarda fuori e pensa a Easy Rider. Invece al Lingotto uno guarda fuori e vede passare Bruno Gambarotta che, beato lui, è andato a mangiare il bollito. Come minimo viene voglia di lanciargli addosso una copia del Devoto Oli…

Venerdì 16 maggio 2006

Il redattore oscuro è per definizione tonto. C’è tuttavia una cosa che non capisco: se si escludessero dalla Fiera le istituzioni pubbliche, i Ministeri, le Regioni, gli autogrill, i venditori di quadri di velluto (credetemi, ci sono anche loro) e gli editori di APS (se non avete letto Il pendolo di Foucault e non sapete chi sono gli APS non siete degni di leggermi), in questa Fiera chi resterebbe? Il PDCS, presidente del comitato scientifico, altrimenti noto in casa editrice con un epiteto non ripetibile, sostiene l’abolizione degli scrittori e dei librai come soluzione salvifica per la cultura. Per i prossimi quattrocento anni – sostiene il PDCS – non abbiamo bisogno di nuovi libri. Bastano quelli che sono già stati scritti. A patto che qualcuno sia disposto a leggere.

Sabato 17 maggio 2006

Il mangialibro non sarà una grande iniziativa culturale, ma almeno il pranzo per oggi lo rimedio. Vissani, di fronte ai libri commestibili ha storto il naso. Poi si è divorato quattro razioni di cassata siciliana. Per salvarsi dall’abbiocco biblico, anzi bibliofilo, non resta che passeggiare fino allo stand della Regione Campania. In fondo negli ultimi mesi abbiamo pubblicato più autori napoletani noi che il grande Guida… Il caffettuccio rinfranca lo spirito e risveglia il cervello. In sala stampa evidentemente non mangiano cassata e non prendono caffé. In compenso bevono tutte le panzane che la Fiera propina: il salone del libro di Kuala Lumpur sta andando davvero a gonfie vele. Ma perché i giornalisti sono venuti a Torino per farne il resoconto?

Domenica 18 maggio 2006

Una signora protesta perché una traduzione non è firmata. Il libro griffato potrebbe diventare una tendenza. Devo proporla alle alte sfere, chissà che non mi riconoscano finalmente, se non l’aumento, almeno il diritto a sedermi mezz’ora sullo sgabello.
Arrivano i romanzieri. Me li immaginavo diversi, confesso. Io non firmo le traduzioni e loro, gli Autori, firmano invece le copie vendute. Quasi quasi cerco la signora di questa mattina e le offro il mio insulso autografo. Magari le scrivo anche il mio numero di telefono…

Lunedì 19 maggio 2006

Lento e inesorabile declino. Il primo corridoio del padiglione 2, che dalla Regione Piemonte conduce allo spazio autori A, sarebbe una landa desolata se non fosse per Lastrego e Testa e per noi. Loro offrono sogni a disegni animati. Noi filosofi impazziti, che parlano di ermeneutica come se fosse una cosa seria. Lucio Saviani ci prende tutti di sorpresa: durante il suo intervento non solo gli spettatori restano svegli, ma prendono addirittura appunti. Scopriremo il giorno dopo che è stato merito di tre boccali di birra piazzati sotto il suo naso al momento giusto. Mentre fuggo dall’ermeneutica vado a sbattere contro Younis Tawfik e gli rifilo una copia di Sheol. Non credo che il suo punto di vista sulla guerra sia lo stesso dei professori pacifisti americani. Me lo fa educatamente osservare con il suo sguardo pacato. Senza parole inutili. Non mi resta che rifugiarmi nel minuscolo stand del Premio Cenacolo. Regalano premi agli editori anziché agli autori, ma visto che di editori veri in Fiera ce ne sono pochi, la splendida e solitaria studentessa che occupa lo stand mi accoglie come se fossi Richard Gere. Le regalo un’idea per una collana. Editoriale naturalmente. Quelle di perle sono assolutamente fuori dalla mia portata.

Martedì 20 maggio 2006

Ho avuto l’onore di occuparmi ancora di logistica. Poche scatole, ad essere onesti. Per fortuna non lavoro per Simonelli, nostro dirimpettaio. Si ostina a voler vendere ebook e printing on demand, con il suo 365giorniinfiera, ma tutti i libri che aveva portato a Torino se li è  riportati a Milano. Come la maggior parte dei vicini di stand. L’ottimismo dei capi è inversamente proporzionale ai resi e direttamente proporzionale al numero di editori stranieri con i quali hanno fatto affari. Se va avanti di questo passo, oltre alla pasta con il sugo, forse dalla prossima settimana a pranzo potrò permettermi anche un secondo. Gambarotta sei avvertito: l’anno prossimo il bollito lo mangio anch’io…

Bisognerebbe far capire agli studenti…

«Bisognerebbe far capire agli studenti che il valore legale della laurea va abolito. Bisogna spiegare agli studenti che meritocrazia non è una brutta parola… Visto che la politica e i ministri non ci riescono – e anche in questo caso destra e sinistra per me fa poca differenza – a reagire al loro dilettantismo devono essere gli uomini di scienza».

Giulio Giorello è il filosofo della scienza più noto d’Italia, oltre che un intellettuale dotato di vis polemica notevole. Ma i suoi interessi non si limitano solo all’ambito della matematica o della storia del pensiero scientifico. Nel 1981 ha curato l’edizione italiana di Sulla libertà di John Stuart Mill, avviando – in certo senso – una rinascita degli studi sul pensatore inglese. Conosce bene anche l’editoria colta. Dirige, infatti, per l’editore Raffaello Cortina, la collana «Scienza e idee».

Il Giornale lo ha intervistato l’11 novembre 2008 nell’ambito del piccolo «Processo alla cultura» che ha istruito a partire dall’articolo di Luca Doninelli su cui, il 10 novembre 2008, ha detto la sua anche Massimo Cacciari.

Interventi che molti non condivideranno, sicuramente, ma che riteniamo puntuali e significativi di una presa di consapevolezza dello stato in cui versa la cultura italiana. E la cultura è palestra del futuro politico, sociale ed economico di un Paese.

Qualche passo, tratto dagli articoli citati, su cui vi invitiamo a discutere, se lo volete.

Luca Doninelli«La nostra domanda investe, piuttosto, la cultura italiana, sulla quale, in grandissima parte, si potrebbero ripetere – spesso rincarando le dosi – le osservazioni mosse da Morrison e dallo stesso Compagnon nei riguardi di quella francese, e che si riassumono nel suo scarso peso a livello internazionale, nel suo provincialismo, nella sua mancanza di originalità. Da noi non esiste, di fatto, uno Stato Culturale come quello deprecato da Fumaroli, e la cultura, più che un affare di Stato, appare come un affare di élite, di salotti, di circoli, di cricche e, se mai, in un recente passato, di controllo ideologico a opera del fascismo prima e del partito comunista poi, che in modi solo in parte diversi hanno acquistato potere nei gangli della produzione culturale, contaminando (anche mediante il ricatto) l’esercizio della libertà intellettuale nel nostro Paese.

Sono tutte cose che sappiamo benissimo. Del resto, gli agenti patogeni della libertà intellettuale esistono e probabilmente esisteranno sempre dappertutto, e questo ha una sua logica (starei per dire giustizia) perché è nella lotta, nella tensione, nella dialettica che la libertà si afferma. Non ho mai sentito parlare, né qui, né altrove, di uomini liberi che non abbiano pagato il prezzo della loro libertà.

Quello, piuttosto, che preoccupa è la totale assenza, da noi, di un ripensamento paragonabile a quello dei nostri cugini francesi. A nessuno viene in mente di produrre un’analisi critica della nostra cultura capace di abbracciare insieme letteratura, spettacolo, beni culturali e università, considerandoli come un unico problema. Nessuno ha voglia di farsi dei nemici. Così ci accontentiamo di riempire lo Stivale di premi e festival e ci illudiamo che la cultura sia in buona salute. Per i ripensamenti è sufficiente Porta a porta, o qualche altro talk show. L’intellettuale fa un mestiere mal pagato, ha scarsa stima di sé (un buon gelataio guadagna più della maggior parte degli scrittori), ed è facile che finisca per rincorrere un posticino al sole a caccia di gettoni di presenza, girando per convegni e festival, tenendo rubrichette su riviste o, se va bene, aprendosi una strada nel cinema.»

Massimo Cacciari«È difficile che la saggistica vada bene. Noi abbiamo un’editoria umanistica invidiabile. Le faccio un esempio: pensi al livello qualitativo della collana filosofica di Bompiani curata da Giovanni Reale. Testi di valore, curatissimi e a un prezzo più che accessibile. All’estero per leggere un classico a volte si devono sborsare centinaia di euro».

«Da anni dico che il valore legale dei titoli di studio va abbandonato. Abolirlo crea competitività fra gli atenei e aiuta ad attrarre gli investimenti verso i poli d’eccellenza… Certo, poi bisogna mantenere tutta una serie di controlli sul livello dell’insegnamento, sul che cosa si insegna. Serve un quadro normativo chiaro, non si può permettere che qualcuno vada in cattedra a raccontare La vispa Teresa… Ma in ogni caso, una volta mantenute norme e regole, l’eliminazione del valore legale si trasformerebbe in un’importante molla di rilancio. Il resto sono discussioni al livello del grembiulino…».

E voi, cosa ne pensate?

Autopubblicazione, autoproduzione e altre confusioni

Gaspare: non mi posso lamentare di come sono andati gli incontri finora, in undici presentazioni fatte ho venduto 134 copie del mio libro, significa circa dodici copie di media. Che cosa ne pensi?

A leggerla così, come scritta nella rubrica di Klit, il sito del Festival dei blog letterari di Thiene, sembra persino una cosa intelligente. Se avete tempo da perdere leggetevela tutta, altrimenti il vecchio rompiscatole vi riassume i concetti: “Faccio tutto da me, mi stampo anzi mi autopubblico, che fa più figo, ne vendo 200 copie guadagnando 15 euro a copia e voilà, mi metto in tasca tremila eurini in faccia a quelle sanguisughe degli editori che invece mi avrebbero dato l’otto per cento, pari a qualche decina di euro, dopo un anno.”

Detta in questo modo funziona benissimo, vero? Se funzionasse così. vi assicuro che, dopo trent’anni di attività nell’editoria e nella comunicazione, avrei il Ferrari parcheggiato sotto casa, anzi sotto la villa di Montecarlo. Basterebbe autopubblicarmi una volta ogni quindici giorni e guadagnerei seimila euro il mese, volendo anche esentasse, se volessi essere un evasore.

Naturalmente non funziona così, e lo sanno bene tutti quelli che si autopubblicano. Solo che lo vengono a sapere dopo essersi autopubblicati. Quando scoprono che, intanto, vendere duecento copie non è una cosa scontata. Perchè non basta autopubblicarsi. Occorre anche autopromuoversiautosbattersiautopresentarsi e automuoversi. Già solo automuoversi, con i costi attuali dei carburanti, ridurrà sensibilmente i lauti guadagni. Autopromuoversiintaccherà, tramite la bolletta del telefono, i margini. Autosbattersi, prendendo un permesso dal lavoro, contribuirà alle spese con ritenute in busta paga.

Tuttavia, il sistema può davvero funzionare. Se si riesce a realizzare un buon prodotto editoriale, su un argomento interessante, che sappia coinvolgere il pubblico, stampandolo in modo adeguato, organizzandosi seriamente per diffonderlo e farlo conoscere, si possono vendere non solo un centinaio, ma anche un migliaio e una decina di migliaia di copie e guadagnare legittimamente del denaro con il proprio lavoro intellettuale. Con buona pace anche dell’Editore Simonelli, del quale ho citato un breve intervento reperito su Youtube e che potete vedere cliccando sulla faccia di Morpheus in cima a questo articolo, e persino di quei barboni della Marcovalerio Edizioni che manco si accorgono di cosa sto scrivendo sul loro sito internet a loro insaputa e che appena se ne accorgeranno mi dimezzeranno la razione di petrolio per la lampada che illumina il sotterraneo fetido in cui mi hanno chiuso da dieci anni, passandomi soltanto un tozzo di pane raffermo dalla grata.

 

Vediamo un po’ come funzionano le cose realmente. Dal momento che ho deciso di autoprodurmi, voglio fare le cose per bene. Per prima cosa mi sono autoscritto un bellissimo romanzo. Questo lo avrei fatto comunque anche se avessi deciso di rivolgermi ad una casa editrice e quindi non conta. Poi me lo sono autocorretto. Sto barando, perché in verità ho rotto le scatole a dieci conoscenti per farlo leggere. Il fatto è che nessuno mi ha corretto gli errori grammaticali e sintattici, né tantomeno i refusi. Quindi mi sono rivolto ad una struttura specializzata. Perché onestamente i refusi, ad autoleggersi, difficilmente saltano agli occhi. Ho contattato un certo Morgan Palmas, che conoscevo perché ospita talvolta i miei sproloqui sulla sua webzine, Sul Romanzo, e gli ho offerto trecento euro per sciropparsi le duecento pagine del mio capolavoro. In fondo dovrebbe cavarsela in due settimane, non mi sembra che seicento euro al mese per lavorare sia sfruttarlo. Voi che ne dite? Accetterà?

Dal momento che mi serviva un ISBN, ho contattato la Bibliografica, che li rilascia, e me la sono cavata con qualche decina di euro. Fra tariffa, lettere e telefonate, grosso modo cento euro. Quindi ho anche il mio bel codice a barre.

A questo punto, ho schiacciato un bel tasto sul mio pc e, in pochi minuti, mi sono trovato un magnifico file in formato Acrobat pdf pronto per la stampa. Beh, non proprio pronto, perché è venuto fuori del formato sbagliato, ma alla fine, pagando il giusto al tipografo, trattando sul prezzo, con cinque euro a copia riesco ad avere fra le mani un magnifico volume. Se ne stampo cento copie alle volta, ma tanto sono sicuro di venderne duecento, sono giusto 1000 euro di investimento.

La copertina, detto fra noi, fa un po’ vomitare, ma mica potevo spendere i soldi per un progetto grafico. Poi, chi se ne frega, tanto è un libro solo, mica una collana che deve mantenere un’identità di marchio. Ho scopiazzato lo stile di un noto editore, che manco se ne accorge e di sicuro non mi fa causa. Dietro ho scritto quattro cretinate e ci ho messo la mia foto in grande. Sono decisamente carino e quindi tutte le signore apprezzeranno il mio portamento e saranno convinte ad acquistare il libro.

  • RIEPILOGO DEI DATI INSERITI
  • Nome autore: Emanuele Romeres
  • Nome opera: Mi scrivo addosso
  • Servizio: Stampa
  • Email: sonocelebre@compratemitutti.it
  • Formato: 15×21
  • Rilegatura: brossura fresata
  • Numero copie richieste: 200
  • Tipo carta e grammatura copertina: patinatalucida 300gr
  • Plastificazione: plastificazione lucida
  • Tipo carta e grammatura: patinata lucida 100gr
  • Stampa: bianco e nero
  • Numero di pagine esclusa la copertina: 200
  • Numero facciate a colori: 0
  • RIEPILOGO COSTI
  • Costo copia € 5.15 (iva inclusa)
  • Totale costo stampa: € 1029.71 (iva inclusa)
In fondo sono arrivato a una spesa di… vediamo un poco…. ah sì, 1029,71 + 300,00 + 100,00, giusto 1429,71.
Adesso faccio sul serio. Facebook, Twitter e un bel blog dedicato su WordPress costano niente. Mi metto a spammare in giro per il mondo, e già che ci sono riempo le bacheche di tutti gli editori con l’annuncio del mio libro e i dati del mio conto Paypal per ricevere gli ordini. Questo è gratis. Anzi, proprio gratuito, visto che lo faccio di notte, senza interrompere il mio lavoro di redattore impagato e neppure il secondo lavoro da imbianchino serale. Spedisco duemila email a tutte le case editrici, ai blog, ad Amazon e Ibs, perché di sicuro pubblicheranno con il giusto risalto sui loro siti la mia opera. D’altra parte, che altro dovrebbero fare? Mica oseranno girare il messaggio alla casella dello spam.

Anche per quanto riguarda le presentazioni, non ho problemi. Sono saltato in auto, ho fatto un bel pieno al Pandino e con una cinquantina di euro ho visitato tutte le biblioteche civiche della provincia. Mi hanno ricevuto in tre e mi ospitano gratuitamente.  Altri cinquanta euro di telefono e siamo a quota 1529,71. Una cinquantina di copie spedite per le recensioni, a due euro fra busta e francobolli e siamo a 1629,71. Un’inezia in confronto ai due milioni di euro che mi preparo ad incassare.

Alcuni diranno che non funziona così. Questa citazione arriva nientepopodimeno che da Youcanprint

Hai scritto un libro, te lo sei pubblicato e hai intenzione di dire alla gente che esiste. Perfetto. C’è solo un piccolo particolare, anzi, a dire il vero ci sono DEI piccoli particolari che forse dovresti conoscere:

  1. il tuo libro non interessa a tutti;
  2. l’editore tal de’ tali NON sta cercando te;
  3. Facebook e Twitter non erano in attesa del tuo capolavoro;
  4. la grammatica non è un’opinione;
  5. devi promuoverti da solo.

Ma quelli di Youcanprint mi hanno appena detto in home page che è facile. Bah, si vede che nello staff hanno idee contrastanti.

Ho deciso di autopromuovermi anche in libreria. Una cinquantina di copie, cinque in dieci diverse librerie. Sono prudente e sono certo che venderò tutte le copie. TUTTI i miei quattrocento amici su Facebook hanno messo “mi piace” e sono sicuro che almeno uno su otto si recherà domani mattina stessa a prenotare il volume, mentre gli altri accorreranno numerosi alla mia presentazione. Uno mi ha persino scritto che viene apposta da Bucarest a Colleferro per non perdersi l’avvenimento. Figuriamoci se in tre incontri non vendo le altre cento copie che mi restano.

A questo punto non mi resta che fare i conti per definire il prezzo giusto di copertina, che mi permetta di ricuperare le spese sostenute e ottenere il giusto guadagno per il mio lavoro intellettuale.

Vediamo, duecento copie mi sono costate in tutto, a parte due mesi di lavoro impagato, appena 1629,71. Arrotondo a 1700 per essere sicuro e divido per duecento. Una bazzeccola, appena 8 euro e cinquanta a copia. Come prezzo di copertina, per il mio libro, mi pare che quindici euro siano giusti. Però se scrivo venti euro e poi metto lo sconto del 15 per cento faccio bella figura e vendo a 17,00. Perfetto. Alle librerie ho proposto lo sconto del 50 per cento. Non si possono lamentare, perché da un editore avrebbero percepito meno del 30 per cento. Se ogni libreria vende tutte le 5 copie guadagnerà ben 47 euro e cinquanta. Credo che per una cifra simile mi dedicheranno la vetrina e se esauriscono le copie non esiteranno a sprecare una telefonata sul mio cellulare per avvertirmi di portarne altre. Io a mio volta, guadagnerò…

Vediamo un po’ quanto guadagnerò vendendo tutte le copie:

  • 50 copie alle librerie al cinquanta per cento = 425,00 euro
  • 100 copie con il 15 per cento di sconto durante le presentazioni = 1700,00 euro
  • spese sostenute = 1700,00 euro
  • guadagno netto = 425,00 euro

Prometto di tenervi aggiornati, non appena avrò esaurito questa prima edizione e preparerò la ristampa da ventimila copie. Intanto attendo fiducioso le cinquanta recensioni sui principali quotidiani e sulle televisioni nazionali. Non so se comprare un vestito nuovo per l’intervista da Fabio Fazio. Voi che dite? Metto la cravatta Regimental o una cosa stile Missoni?

Postscriptum

Vi segnalo un interessante articolo sull’argomento, in lingua inglese, da parte di uno scrittore già affermato: The future is no fun, self publishing is the worst.

Il redattore ordinario alla Buchmesse

Frankurter BuchmesseOttobre 2009 – Era un po’ che il redattore ordinario non postava sul blog. Tra correzioni, impaginazioni, pulizia dei vetri e trasferimento degli scatoloni dopo il grande trasloco, di tempo per scrivere ne era rimasto ben poco. L’angelo custode dei redattori ordinari tuttavia non ci abbandona, specie se i redattori ordinari vengono precettati per il tour de force annuale alla Buchmesse.

Anzitutto, il redattore ordinario non viene sistemato in albergo. «Sarebbe un lusso del tutto inaccettabile, incompatibile con la sobrietà che deve caratterizzare la nostra casa editrice» ha sentenziato il Presidente con tono autorevole. Se mi fosse balenato per la mente di obiettare, subito mi è stato messo a disposizione un modernissimo motorhome di ultima generazione, immatricolato nel 1985, dotato di tutti i comfort, ovvero stufetta a gas e sacco a pelo. A Francoforte si prendono decisamente sul serio, devo dire, e il Rebstock Park sul quale si sistemano i motorhome degli editori europei brilla per efficienza (quelli italiani naturalmente salgono in aereo e atterrano negli alberghi modaioli). Il mio vicino, un simpatico signore ebreo con un mezzo stellare dotato di antenna satellitare per collegarsi alla redazione, ufficio per incontri, sauna e piattaforma per elicottero, mi ha guardato incuriosito mentre allestivo il mio campeggio e scaricavo la bicicletta. Con aria comprensiva ha chiesto: «Italian?». «Italian, of course.»

La Fiera è grande, maledettamente grande. Proprio come a Torino, dove con quattrocento stand dichiarano di avere 1200 espositori, quelli della Buchmesse, che di editori presenti negli stand ne avevamo circa 16 mila, ne hanno dichiarati soltanto poco più di 7 mila. Perché per i tedeschi, gli stand collettivi valgono per uno solo. In compenso non ci sono code per accedere. Perché le navette che dai parcheggi a otto piani trasferiscono i visitatori agli ingressi degli otto padiglioni fanno la spola ogni sessanta secondi. Niente ressa, niente spintoni. Solo un freddo becco.

La postazione tecnologica del redattore ordinario

La postazione tecnologica del redattore ordinario

La sicurezza à discreta, persino nel “famigerato” padiglione 8, casa degli editori statunitensi ed israeliani, per accedere alla quale occorre passare la perquisizione. Dalla borsa del redattore ordinario lo zelante poliziotto tedesco ha estratto: pacchetto di cracker per spuntino, bottiglietta di acqua minerale importata illegalmente dalla madrepatria (un bicchiere al bar costa 3 euro e piuttosto che affrontare la spesa, il redattore ordinario accetta il rischio della disidratazione), foto della famiglia, mozziconi di sigaretta fumati (perché se provate a gettarne uno in terra vi condannano alla deportazione), maglia e calzini di lana. Con inglese gutturale ha chiesto: «Italian?». «Italian, of course.» La dichiarazione di nazionalità ha reso a suo parere superfluo ogni ulteriore controllo. Fossi anche entrato con un bazooka.

Gli italiani si notano subito. Dove si mangia gratis li trovi subito tutti. Che sia la soupe offerta dai francesi, ottima per avere una scusa urgente per correre ai bagni a fare la cacca con il sottofondo di uccellini cinguettanti, o uno spuntino russo, con i biscottini che ricordano i dolcetti sardi. Per il resto, tendono a incontrarsi fra loro, salutandosi con sussiego per sottolineare che loro ci sono. Tutti gli altri, invece, lavorano. Corrono come pazzi a siglare contratti, acquistare diritti, contrattare con gli stampatori cinesi e coreani.

Per quanti non lo sapessero (ovviamente è un domanda retorica, perché ormai tutti sanno tutto), la Fiera del Libro di Francoforte, che si svolge ogni anno ad ottobre è la principale manifestazione mondiale del settore. Non si tratta di una fiera aperta al pubblico, salvo l’ultima giornata, ma riservata agli operatori: editori, scout, agenti letterari, scrittori affermati, distributori etc. etc.

Cosa ci vanno a fare gli addetti ai lavori in fiera? A comprare libri naturalmente, non nel senso di acquistare singole copie del volune, ma per trattare i diritti internazionali. Io dò un libro a te, tu dai un libro a me, lo traduciamo nelle rispettive lingue e così il catalogo delle singole case editrici aumenta.

Editori piemontesi in vetrina

Editori piemontesi in vetrina

Di fatto, alcuni editori, quelli di lingua anglosassone per primi, vendono, altri comprano quasi esclusivamente. Per un fattore di lingua anzitutto: un libro in inglese è già pronto per il mercato statunitense, australiano, britannico, ma anche indiano ad esempio. Un libro in italiano, invece no. Accade così che i Paesi con maggiori difficoltà di penetrazione culturale all’estero decidano di sostenere le traduzioni con contributi statali. In altre parole, tanto per fare un esempio, se un editore italiano o americano acquista il diritto di tradurre un’opera polacca, il governo di Varsavia offre un contributo per i costi di traduzione.

Il grande mercato dei diritti lo fanno naturalmente i giganti del settore, con i best seller dei grandi autori. Qualche volta incappano in bufale clamorose, scambiando lucciole per lanterne, così da proporre ai lettori italiani il nuovo vate della letteratura del tal Paese salvo scoprire che il vate in questione, nel suo paese di origine (paese inteso minuscolo, come villaggio) neppure lo conoscevano. Accade di rado, ma accade.

BuchmesseAccanto ai best seller, il secondo mercato dei diritti si concentra sui libri illustrati. In un pianeta nel quale l’analfabetismo di ritorno del mondo industriale sta superando quello di andata del Terzo Mondo, il modo migliore per vendere qualcosa ai lettori è proporre libri nei quali ci sia poco o nulla da leggere. Grandi volumi illustrati, con tante belle fotografie e qualche didascalia, oppure simpatici tascabili con manualetti che spiegano in dodici righe e tante allegre vignette come educare i propri figli, costruire in casa un aeroplano, diventare ricchi o vivere felici. Gli indiani e gli australiani ne propongono di magnifici. Il redattore ordinario si è fatto guardare male perché in uno stand di canguri si è messo a sghignazzare  sui testi di Andrew Matthews. Non preoccupatevi, i diritti delle sue opere sono stati acquistati da una grande casa editrice e presto potrete leggere i suoi nuovi divertenti capolavori. Se l’inglese non è un ostacolo, potete anche scaricare molto materiale gratuito, in ebook o audio mp3, direttamente dal sito dell’autore.

Parliamo ora di editori piemontesi. Bisogna dare atto a Gianni Oliva, assessore alla Cultura della Regione Piemonte, che questa volta ha davvero fatto le cose per bene. Un po’ di merito bisogna riconoscerlo anche a Eugenio Pintore e alle pimpanti ragazze di Ex-Libris, capitanate da Carmen Novella, che hanno pazientemente fatto da balia a una ventina di scatenati e un po’ provincialotti piemontesi armati di valigetta e cataloghi alla ricerca di occasioni per crescere.

Male hanno fatto sicuramente gli assenti, quegli editori che si sono limitati a esporre cinque titoli nel bellissimo stand offerto dalla Regione Piemonte senza affrontare il pur faticoso viaggio in Germania. Francoforte, prima ancora che per fare affari, è una grande occasione per imparare, capire, confrontarsi. Senza contare che, esserci di persona, significa essere visti dai distributori e dai grandi operatori del settore.

Per visitare gli otto padiglioni della Buchmesse non basta un giorno. A dire il vero non ne bastano neppure cinque, a meno di essere veri e propri maratoneti. Bisogna scegliere, organizzarsi e, se possibile, fissare in tempo utile gli appuntamenti, con settimane o addirittura mesi di anticipo. Altrimenti, si rischia di girare a vuoto per gli stand.

Lo stand dei piemontesiIn ogni caso, anche girare da un padiglione all’altro, armati di valanghe di biglietti da visita, è un’esperienza utilissima. Spiare, capire, confrontare sono le tre parole d’ordine per i piccoli editori. Capire come si disegnano bene le copertine, come si articola un percorso su una collana, come si sviluppa un’azione di marketing sul libro. Magari, perché no, rubare idee per nuove pubblicazioni.

Il povero redattore ordinario come mezzi a disposizione non aveva neppure una macchina fotografica per carpire spunti. Il Direttore Editoriale, prima della partenza aveva solennemente dichiarato: «La nostra è una casa editrice di cultura, saldamente ancorata ai valori della tradizione, che rifugge dalla rincorsa ai gadget tecnologici.» In parole povere significava: impara tutto a memoria e se proprio non ci riesci, prendi appunti. Come dotazione aziendale, il redattore ordinario ha ricevuto: due bloc notes, di cui uno tascabile, tre penne e una matita. La matita è servita per fare schizzi delle copertine altrui. Tenuto conto che non ha la minima capacità nel disegnare, potete immaginare fin d’ora quali orrori scaturiranno da questa operazione spionistica sulle copertine di tutto il mondo. Per fortuna, i grafici sanno bene cosa farsene dei suggerimenti del redattore ordinario…

 

Del romanzo ai tempi della crisi

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Con il trascorrere degli anni, immerso nella lettura dei manoscritti che giungono a catinelle in redazione, ho assistito alla vertiginosa crescita di una narrativa in bilico fra introspezione minimalista e attualità quotidianista. Lungi ogni paragone, quando parlo di introspezione minimalista, ai grandi percorsi di Italo Svevo, quanto piuttosto una passione smodata per un mondo narrativo placentale, ridotto all’io superficiale e ben attento a non indulgere ad approfondimenti, da un lato, quanto non confrontabile con l’attenzione al vissuto dei grandi romanzieri del Dopoguerra, si vogliano citare Pavese o Vittorini, Silone o Brancati, ancorati al momento storico e, in qualche modo, condannati all’epoca di cui sono testimoni. Insomma, storie che si possono ridurre ad una serie ridottissima di fabule.
Fra queste, dopo l’innovazione del romanzo storico di Eco, la ripetizione pressoché infinita di ambientazioni fantastico storiche condite di misteriosi quanto elementari intrighi esoterici.
Al secondo posto, le attualizzazioni della modernità moraviana, con la replica estenuante dei drammi topici della borghesia nostrana, che spaziano dalla condizione di solitudine affettiva femminile intorno alla quarta decade di vita, alla tragedia dei sacrifici di giovani privi dei mezzi di sostentamento vitali, primo fra tutti il credito di telefonia mobile, fino alle cruenti e sanguinarie battaglie per giungere in tempo utile all’ora felice dell’aperitivo urbano.
Infine, complice il successo linguistico di Camilleri, il profluvio dei cosiddetti gialli d’ambiente, dove alla parlata virtualmente in uso a Porto Empedocle si sostituisce di volta in volta quella in uso a San Damiano d’Asti, a Roccaraso o Casal di Principe.
Semplifico, naturalmente, ma come noto l’orizzonte culturale del redattore ordinario appena si innalza al di sopra delle letture ginnasiali. Eppure la semplificazione estrema corrisponde alla maggior parte delle storie che vengono proposte alle case editrici.
Fra i vari modelli ispiratori, uno certamente è invece assente. Potremmo definirlo epico contemporaneo. Se vogliamo è il modello che ha caratterizzato la narrativa italiana dell’Ottocento, si pensi a Rovani, ma anche, con una prospettiva completamente diversa, Verga o Fogazzaro. Quello che viene definito “grande respiro”, quando identifica opere di elevata qualità, oppure “polpettone” quando riferito alla produzione seriale di bassa lega.
 Ampio respiro o polpettone, l’epica ha caratterizzato la produzione di molti Premi Nobel stranieri. Anche i più leggeri romanzi di Steinbeck dipingono il ’29 dell’ovest americano, come la Macondo del sud di quel continente incarna nazioni intere nelle loro crisi devastanti.
In Italia abbiamo avuto la grande stagione della narrativa partigiana, con una coralità paragonabile, e, in tempi recenti, la narrativa di impegno politico, dove il politico è prevalso sull’impegno al punto da diventare non di rado ideologico.
Ora, nel nostro Ventinove, il redattore ordinario non ha ancora visto giungere manoscritti che parlino di uomini e topi, mentre nelle città gli uni e gli altri si contendono la perlustrazione delle immondizie, né di aureliani sconfitti, che pure nelle valli alpine collezionano disfatte devastanti quanto quelle degli eterni rivoluzionari sudamericani. Il massimo dell’epica è, come due o tre anni or sono, il racconto breve della precarietà. Romanzo a termine, a progetto, mi verrebbe da ironizzare.
Non è un invito o una polemica, ma un interrogativo senile, e come tale limitato e ottuso, sulla direzione che prenderà, o che verosimilmente non imboccherà, il romanzo italiano della seconda decade del secolo. Racconterà di vecchi che razzolano fra gli scarti alimentari dei mercati metropolitani? Di uomini e talvolta famiglie residenti in vecchi furgoni? Di uomini che si suicidarono sotto il peso dei debiti e delle imposte? Di giovani e di poliziotti che si affrontarono a muso duro per una galleria in una valle sperduta ai confini della Nazione? Se vogliamo, sono tutti temi epici, come molti altri della nostra grande depressione. O prevarrà la leggerezza insostenibile di una borghesia sconfitta?