Il redattore ordinario va in pensione…

Era inevitabile che prima o poi accadesse. Nessuno è uomo per tutte le stagioni. E così, il vostro redattore ordinario se ne va in pensione. Definitivamente. Chissà perché, era ovvio accadesse oggi.

Questa mattina, affacciandomi alla luce del sole mentre scendevo la scaletta ripida che dalla soffitta si affaccia sul cortile, proprio accanto ai bidoni dell’umido, dai quali sale il lezzo della fermentazione estiva di bucce e avanzi di cibo, zoppicando lentamente sull’asfalto sconnesso, interrotto dalle erbacce cresciute a dismisura, ruvide sulle caviglie, mi stavo concentrando sulle correzioni di bozze consegnate l’altro giorno.

È vero, i miei occhi non scorgono più bene i refusi e quelle formiche sulla carta tendono a muoversi traballanti sotto la lampada, anziché restare immobili come sarebbe conveniente. Sono diventato lento, torpido, ma il mio lavoro credevo di saperlo ancora fare.

Un giovinotto dinoccolato, mi pareva di averlo già visto qualche mese or sono alle prese con la fotocopiatrice, in quell’incarico di elevata responsabilità che qui, come in tutte le case editrici, chiamano stage, alla francese, si è avvicinato quel tanto che basta per farsi sentire dalle mie orecchie stanche e distratte. «Il Direttore la vuole. Nel suo ufficio.»

Poi si è allontanato con il naso piantato sullo schermo di quei cosi moderni, agitandoci sopra le dita come un suonatore di ocarina. Non credo sappia cosa sia un’ocarina. Come io no so bene a cosa servano quei cosi moderni.

«Caro Nené – mi ha salutato con quell’aria perennemente distratta il Direttore Editoriale – anzi, carissimo, perché sai bene quanto la tua presenza in questa casa editrice sia stata importante negli anni più difficili della crisi.»

Eccome, se lo so bene, ho pensato. Considerato che mi avete pagato a fichi e uva americana, a seconda della stagione. D’altra parte, che poteva pretendere uno come me, che non esiste neppure all’anagrafe, inventato dalla penna malata come alias e parafulmine per gli scrittori. Un redattore ordinario, obsoleto, ma soprattutto, un redattore inesistente.

«Comprenderai che non possiamo continuare a mantenere nel nostro organico – ha proseguito il Direttore Editoriale – una citazione letteraria. Senza contare il fatto che non deteniamo i diritti di riproduzione del personaggio. Anche se a malincuore, è giunto il tempo che tu ti ritiri a vita privata.»

A vita privata dove? mi sono chiesto, tra me e me naturalmente, perché mai avrei osato rispondere ad alta voce al Direttore. Se fossi reale, potrei anche andarmene in pensione, che so, a Vigàta, giusto nella campagna, tra il mare e i templi di Agrigento. Non dico tra le cave degli zolfi, che ormai non sono più attive. Però non sarebbe stato spiacevole ripercorrere la salita, con le scarpe impolverate. Una citazione letteraria dove potrebbe mai ritirarsi? Tra gli scaffali di una biblioteca? Nel magazzino delle carte di una tipografia? O nel deposito del macero della cartiera dove finiscono i libri invenduti?

«Noi ti siamo grati – e quel noi, diciamocelo chiaro chiaro, era un Io con la I molto maiuscola, come si addice all’Ego smisurato del Direttore Editoriale – per il tuo essenziale contributo. Hai saputo interpretare pienamente il tuo compito, negli anni in cui era fondamentale il riserbo sul nostro assetto. Ora, però, in questi tempi di social tutto deve essere trasparente. Tutto deve avvenire alla luce del sole. Tutto deve essere condiviso, fra chi decide cosa pubblicare e chi decide cosa leggere. È finito il tempo del potere oscuro della cultura. Uno vale uno.»

Eh, no, mio caro. Non è vero che uno vale uno. Io valgo zero, sia chiaro. Sono solo una citazione e per quindici anni quasi nessuno se n’é accorto. Non se ne sono accorti certi scrittori che mi hanno risposto a male parole quando correggevo gli anacoluti sui loro manoscritti. Quegli stessi che questa mattina hanno fatto a gara per raccontare come gli mancasse la figura di mio padre, manco avessero mai letto davvero in vita loro un suo libro. Non sapete chi mi ha inventato? A parte il Direttore ovviamente, che si arroga il merito ma come tutti i Direttori non inventa mai nulla, si limita a citare, come dice Lui stesso.

Lo fanno correre da Ponzio a Pilato, il cavaliere Ignazio Xerri tutto zucchero e miele e naturalmente fàvuso, che uno lo capisce da come mette le mani, da come si ingiarma a guardarsi la punta delle scarpe.
«Sul serio, sono mortificato, ma ho i magazzini vacanti. Al suo posto, provare per provare, farei un salto da Michele Navarrìa»
E don Michele Navarrìa, incazzato com’era sempre per niente, magari perché il sole spuntava il mattino e calava la notte.
«No, manco un grammo ch’è un grammo, di sùlfaro. Ho i magazzini sciutti all’osso».
E lui ancora più affannato, perso per strada l’aplombo che sudando sangue s’era guadagnato in Svizzera, quando suo padre aveva avuto la bella pensata di mandarlo a studiare chimica per fargli fare col sùlfaro lo stesso preciso miracolo di Gesù col pane e coi pesci.
[Andrea Camilleri, Un filo di fumo, Sellerio, 2003]


Già, sono una citazione. Sono figlio letterario di Totò Barbabianca. Prima che mi spaccassero i cabbasisi con le storie di quello sbirro diventato famoso. Molto prima. Adottato, per modo di dire, dalla redazione di questa casa editrice prima con l’incarico di addetto stampa, e poi di vecchio redattore. Quello che scrive le email di rifiuto, che discute con gli autori che hanno letto tutto e conoscono tutto. Quelli che non mi avrebbero mai scoperto.

Questa mattina, però, chi mi aveva dato vita si è rotto i cabbasisi di stare a sentire le chiacchiere inutili dei suoi critici e di qualche suo fan. Naturalmente anche quelle del mio Direttore.

Emanuele Romeres, a questo punto, va in pensione. Torna a nascondersi fra le pagine di un libro che pochi hanno letto e pochi leggeranno. Tra il gocciolio dei tubi e il fetore dei ratti, fra i libri che ha sempre amato, e che neppure loro ricambiano l’affetto.

Questo articolo è stato pubblicato in Diario di un redattore ordinario il da .

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