Il romanzo come segno dei tempi

Un romanzo è figlio del tempo in cui viene scritto. A partire dalla fine del secolo scorso, non di rado con la tipica autoreferenzialità che caratterizza sempre questo tipo di dibattiti, il rapporto fra la mutazione sociale, politica ed economica di un Paese e la produzione narrativa è stato analizzato a fondo, cercando di identificare la caratterizzazione delle opere rispetto al cambiamento in atto.

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Così, la definizione di “New Italian Epic”, coniata da Wu Ming, ha etichettato il romanzo di fine Novecento come frutto dell’impegno intellettuale seguito al crollo della Prima Repubblica e a una presunta assunzione di consapevolezza sociale e politica, che culminerebbe, in questo primo decennio del ventunesimo secolo con “Gomorra” di Saviano. Il nuovo romanzo, secondo Wu Ming, deve unire la presa di posizione etica, la capacità di analisi innovativa, se necessario fino all’azzardo, a una capacità comunicativa dell’autore (o dell’editore aggiungiamo) di creare “networking”, ovverosia di coinvolgere i lettori in comunità di dibattito reali e molto più frequentemente virtuali e favorire con la sua opera la creazione di “lavori derivati”, in una sorta di “creative commons” multimediale.

In altre parole, quelle semplici e banali che noi preferiamo, lo scrittore dovrebbe essere schierato politicamente, ampiamente sostenuto da un’azione virale attraverso i mezzi di comunicazione, produrre opere facilmente riducibili in versione cinematografica, capace di inventarsi eventi che con la lettura in se stessa non hanno necessariamente legame, se necessario diventando personaggio televisivo e di cronaca. Soltanto in questo modo si può creare il best seller.

Tutto questo è sicuramente vero se lo scopo del narrare è, appunto, creare il best seller. Ci pare di ricordare che anche nell’Ottocento, un ricco signore milanese, scrivendo un romanzo storico ambientato nella Lombardia del Seicento, riuscì a metaforizzare il Risorgimento, coinvolgendo i lettori in operazioni trasversali e multimediali, grazie alla contemporanea musica verdiana, producendo un’opera storica con una precisa posizione etica, dalla quale sono derivate ispirazioni per un’intera generazione di scrittori e artisti. Il best seller, in questo caso, fu anche un capolavoro. Nè deve fare storcere il naso l’idea di fondo che, in linea di massima, un capolavoro quasi sempre diventi un best seller.

Più banalmente ancora, ci pare che considerare la narrativa di Alberto Moravia o di Cesare Pavese figlia del trentennio a cavallo fra il declino del Fascismo e il boom economico possa, in questo umile contesto, essere considerata una semplificazione accettabile per quanto riduttiva. Uno scrittore che non narrasse del suo tempo sarebbe o uno storico anziché un romanziere, o un autore di fantascienza, e anche su quest’ultima brutale semplificazione sicuramente chiediamo venia.

Se la stagione della nuova epica politica nel romanzo italiano appare conclusa con “Gomorra”, viene naturale chiedersi, oggi, quale percorso stia imboccando la nuova narrativa. A giudicare dalla variazione dei temi affrontati nei manoscritti che ci vengono sottoposti, siamo tentati di azzardare che il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva e il distacco sociale siano il nuovo fronte del romanzo del secondo decennio di questo secolo. Un fronte, lo diciamo subito e con la cruda franchezza che contraddistingue questa casa editrice, al quale non daremo alcun sostegno, inteso come sostegno alla pubblicazione, a meno di ripensamenti puramente commerciali e distonici rispetto alla nostra linea culturale.

Proprio la crisi dei riferimenti sociali, conseguente a quella economica, e delle certezze che sembravano caratterizzare il mutamento politico degli Anni Novanta, chiamano lo scrittore a cimentarsi non sull’analisi del sé, ma sul tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano. Perché tanto ci aspettiamo da colui che ambisce al titolo di intellettuale e non di scribacchino. Una richiesta che non deve essere intesa come un nuovo richiamo alla politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”, ma a un approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale. Elio Vittorini e Leonardo Sciascia lo seppero sicuramente fare, se ben ricordiamo.

Se così non sapremo fare, non ci resta che la manualistica, che rappresenta la sconfitta totale della letteratura come impegno sociale e il riconoscimento che il confine dell’orto è l’unico orizzonte al quale possiamo ambire.

3 thoughts on “Il romanzo come segno dei tempi

  1. Francesco Bova

    Non sempre “il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva” rappresentano un distacco sociale o indifferenza politica verso il proprio tempo. Provocatoriamente potrei asserire che l’opera di uno scrittore è sempre autobiografica. Un artista rielabora l’esperienza personale – la sua intimità – in relazione al mondo: il dramma di un’altra persona o di un gruppo di persone, piuttosto che un evento come un banale omicidio in un quartiere di periferia o il dramma più grande di una guerra contaminano, in qualche modo, la sua piccola storia umana che può, poi, diventare una storia se non la storia. Il ritorno a sé stesso non è solo e sempre un’indagine introspettiva ma può essere un’indagine sul mondo. Ecco perché un drammatico evento personale può diventare – se lo scrittore è molto bravo – un brandello della storia universale: non è più e solo un fatto personale e autobiografico ma – attraverso il mito – diventa un fatto pubblico da narrare. Il lavoro di uno scrittore diventa il “punto di contatto” tra la sua formazione intellettuale, la propria esperienza esistenziale e l’esperienza degli altri. Il suo disagio o la sua colpa – intima ed autobiografica – sono un frammento del più grande dramma umano.
    “Se sono poeta o attore non lo sono per scrivere o declamare poesie, ma per viverle”, ha scritto Antonin Artaud.

    Ma anche questo è un mio punto di vista, naturalmente.

    1. Redazione

      Riprendiamo una sua frase: “un drammatico evento personale può diventare — se lo scrittore è molto bravo — un brandello della storia universale: non è più e solo un fatto personale e autobiografico ma – attraverso il mito – diventa un fatto pubblico da narrare”
      Certo, la narrazione è sempre, inevitabilmente, autobiografica, ma è proprio nel suo assumere carattere di universalità che si consuma il passaggio fra il diario adolescenziale e la letteratura.

  2. Cornetta Maria

    Ho la sensazione che l’analisi intimistica di molti autori odierni sia dovuta a fattori che ritengo deprimenti ma fedeli alla realtà: la speranza dell’individuo di rendersi visibile anche quando non può permettersi le luci della ribalta riservate solo a pochi eletti e che,se ci si limita ad un’analisi superficiale, può sembrare solo esercizio di narcisismo; invece chi scrive cerca il contatto umano almeno mediando con le sue opere perché sono certa che la solitudine sia il vero male di quest’epoca, priva dei saldi (anche se rigidi) punti di riferimento del passato. In pratica, si può riassumere tutto in una frase: se non dimostri di esserci, non esisti. L’autobiografia è uno dei mezzi per sentirsi partecipi di un dialogo sociale più ampio, ma è una falsa impressione, perché il lettore resta fruitore passivo e respinge nuovamente l’autore nel labirinto di se stesso. Accade nella stragrande maggioranza dei casi.

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