Arrivano le GIFT CARD e una te la regaliamo noi


Arrivano le CARTE REGALO | GIFT CARD e la prima te la regaliamo noi per celebrare i vent’anni del marchio Marcovalerio Edizioni.

Le carte regalo non hanno scadenza. Possono essere usate anche per più acquisti successivi e separati (il credito residuo resta valido fino al completo esaurimento), non ci sono importi minimi di acquisto e in ogni caso le spese di spedizione sono sempre a nostro carico.

Puoi acquistarle per te o inviarle a un amico. Riceverai automaticamente nella tua casella postale il file con il codice della CARTA REGALO e potrai usarla. La CARTA è anche cedibile. Quindi puoi effettuare un acquisto tu, e poi regalare a qualcun altro il credito residuo.


Vuoi provare come funziona? La prima CARD, del valore di cinque euro, te la regaliamo noi. E puoi anche usarla per acquistare una ulteriore card di valore superiore, scontando immediatamente i cinque euro.

GIFT CARD DA 5 EURO
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Una GIFT CARD da 5 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.

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Ecco i tagli delle GIF CARD che puoi acquistare:

GIFT CARD DA 200 EURO
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Prezzo: €200,00
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Albania Italfor Pellicano. La spedizione italiana che ci portò gratitudine

Venne chiamata Operazione Pellicano e fu la mano tesa dal nostro Paese all’Albania tra il primo settembre 1991 e il 5 dicembre 1993. In quell’arco di tempo, l’Italia attraversò più volte l’Adriatico, trasportando e distribuendo tonnellate di viveri e medicinali. Tra Durazzo e Vallona, furono realizzati interventi sanitari con attrezzature, specialisti e farmaci italiani. All’epoca l’Albania era un’aquila stanca che, dopo mille sforzi e sacrifici, è tornata volare.

Leggi l’articolo sull’Huffington Post


“Non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà”.

Queste le parole del premier Edi Rama che, nei giorni scorsi, ha inviato nel nostro Paese un team di medici e infermieri per fronteggiare l’emergenza coronavirus, memore dell’aiuto ricevuto dai suoi connazionali trent’anni fa.

selective photo of man wearing blue shirt standing beside tree

ALBANIA ITALFOR PELLICANO è il volume ufficiale che ricorda la spedizione italiana. Ormai pressoché introvabile in libreria, ma ancora disponibile in ebook eccezionalmente in questi giorni.

EDIZIONE EBOOK SCARICABILE – € 2,99



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Ebook si, no, forse

Non siamo mai stati grandi fautori degli ebook, in questa casa editrice, lo confessiamo. Il momento particolare tuttavia giustifica alcune richieste che ci sono pervenute e per le quali ci stiamo attrezzando. Potete quindi segnalare nei commenti in questo articolo le vostre richieste e nell’arco di pochissime ore cercheremo di soddisfarle, dando la precedenza ai titoli maggiormente richiesti dai lettori. Ovviamente ad un prezzo particolarmente favorevole.

person holding black tablet computer during daytime

Il redattore ordinario va in pensione…

Era inevitabile che prima o poi accadesse. Nessuno è uomo per tutte le stagioni. E così, il vostro redattore ordinario se ne va in pensione. Definitivamente. Chissà perché, era ovvio accadesse oggi.

Questa mattina, affacciandomi alla luce del sole mentre scendevo la scaletta ripida che dalla soffitta si affaccia sul cortile, proprio accanto ai bidoni dell’umido, dai quali sale il lezzo della fermentazione estiva di bucce e avanzi di cibo, zoppicando lentamente sull’asfalto sconnesso, interrotto dalle erbacce cresciute a dismisura, ruvide sulle caviglie, mi stavo concentrando sulle correzioni di bozze consegnate l’altro giorno.

È vero, i miei occhi non scorgono più bene i refusi e quelle formiche sulla carta tendono a muoversi traballanti sotto la lampada, anziché restare immobili come sarebbe conveniente. Sono diventato lento, torpido, ma il mio lavoro credevo di saperlo ancora fare.

Un giovinotto dinoccolato, mi pareva di averlo già visto qualche mese or sono alle prese con la fotocopiatrice, in quell’incarico di elevata responsabilità che qui, come in tutte le case editrici, chiamano stage, alla francese, si è avvicinato quel tanto che basta per farsi sentire dalle mie orecchie stanche e distratte. «Il Direttore la vuole. Nel suo ufficio.»

Poi si è allontanato con il naso piantato sullo schermo di quei cosi moderni, agitandoci sopra le dita come un suonatore di ocarina. Non credo sappia cosa sia un’ocarina. Come io no so bene a cosa servano quei cosi moderni.

«Caro Nené – mi ha salutato con quell’aria perennemente distratta il Direttore Editoriale – anzi, carissimo, perché sai bene quanto la tua presenza in questa casa editrice sia stata importante negli anni più difficili della crisi.»

Eccome, se lo so bene, ho pensato. Considerato che mi avete pagato a fichi e uva americana, a seconda della stagione. D’altra parte, che poteva pretendere uno come me, che non esiste neppure all’anagrafe, inventato dalla penna malata come alias e parafulmine per gli scrittori. Un redattore ordinario, obsoleto, ma soprattutto, un redattore inesistente.

«Comprenderai che non possiamo continuare a mantenere nel nostro organico – ha proseguito il Direttore Editoriale – una citazione letteraria. Senza contare il fatto che non deteniamo i diritti di riproduzione del personaggio. Anche se a malincuore, è giunto il tempo che tu ti ritiri a vita privata.»

A vita privata dove? mi sono chiesto, tra me e me naturalmente, perché mai avrei osato rispondere ad alta voce al Direttore. Se fossi reale, potrei anche andarmene in pensione, che so, a Vigàta, giusto nella campagna, tra il mare e i templi di Agrigento. Non dico tra le cave degli zolfi, che ormai non sono più attive. Però non sarebbe stato spiacevole ripercorrere la salita, con le scarpe impolverate. Una citazione letteraria dove potrebbe mai ritirarsi? Tra gli scaffali di una biblioteca? Nel magazzino delle carte di una tipografia? O nel deposito del macero della cartiera dove finiscono i libri invenduti?

«Noi ti siamo grati – e quel noi, diciamocelo chiaro chiaro, era un Io con la I molto maiuscola, come si addice all’Ego smisurato del Direttore Editoriale – per il tuo essenziale contributo. Hai saputo interpretare pienamente il tuo compito, negli anni in cui era fondamentale il riserbo sul nostro assetto. Ora, però, in questi tempi di social tutto deve essere trasparente. Tutto deve avvenire alla luce del sole. Tutto deve essere condiviso, fra chi decide cosa pubblicare e chi decide cosa leggere. È finito il tempo del potere oscuro della cultura. Uno vale uno.»

Eh, no, mio caro. Non è vero che uno vale uno. Io valgo zero, sia chiaro. Sono solo una citazione e per quindici anni quasi nessuno se n’é accorto. Non se ne sono accorti certi scrittori che mi hanno risposto a male parole quando correggevo gli anacoluti sui loro manoscritti. Quegli stessi che questa mattina hanno fatto a gara per raccontare come gli mancasse la figura di mio padre, manco avessero mai letto davvero in vita loro un suo libro. Non sapete chi mi ha inventato? A parte il Direttore ovviamente, che si arroga il merito ma come tutti i Direttori non inventa mai nulla, si limita a citare, come dice Lui stesso.

Lo fanno correre da Ponzio a Pilato, il cavaliere Ignazio Xerri tutto zucchero e miele e naturalmente fàvuso, che uno lo capisce da come mette le mani, da come si ingiarma a guardarsi la punta delle scarpe.
«Sul serio, sono mortificato, ma ho i magazzini vacanti. Al suo posto, provare per provare, farei un salto da Michele Navarrìa»
E don Michele Navarrìa, incazzato com’era sempre per niente, magari perché il sole spuntava il mattino e calava la notte.
«No, manco un grammo ch’è un grammo, di sùlfaro. Ho i magazzini sciutti all’osso».
E lui ancora più affannato, perso per strada l’aplombo che sudando sangue s’era guadagnato in Svizzera, quando suo padre aveva avuto la bella pensata di mandarlo a studiare chimica per fargli fare col sùlfaro lo stesso preciso miracolo di Gesù col pane e coi pesci.
[Andrea Camilleri, Un filo di fumo, Sellerio, 2003]


Già, sono una citazione. Sono figlio letterario di Totò Barbabianca. Prima che mi spaccassero i cabbasisi con le storie di quello sbirro diventato famoso. Molto prima. Adottato, per modo di dire, dalla redazione di questa casa editrice prima con l’incarico di addetto stampa, e poi di vecchio redattore. Quello che scrive le email di rifiuto, che discute con gli autori che hanno letto tutto e conoscono tutto. Quelli che non mi avrebbero mai scoperto.

Questa mattina, però, chi mi aveva dato vita si è rotto i cabbasisi di stare a sentire le chiacchiere inutili dei suoi critici e di qualche suo fan. Naturalmente anche quelle del mio Direttore.

Emanuele Romeres, a questo punto, va in pensione. Torna a nascondersi fra le pagine di un libro che pochi hanno letto e pochi leggeranno. Tra il gocciolio dei tubi e il fetore dei ratti, fra i libri che ha sempre amato, e che neppure loro ricambiano l’affetto.

La stagione dei Saloni è finita…

Alla vigilia dell’edizione 2019 del Salone del Libro di Torino, è uscita questa intervista a Marco Civra, direttore editoriale di Marcovalerio Edizioni. La riproponiamo, come dato di archivio.

Marco Civra (fotografia di Massimo Damiano)

Nata nel 2000, Marcovalerio Edizioni è oggi un marchio controllato dal Centro Studi Silvio Pellico. A dirigerla, fin dalla sua fondazione, è Marco Civra. Classe 1961, laurea in pedagogia, un passato da giornalista professionista in campo politico, prima nei quotidiani poi nelle istituzioni dello Stato, Civra presiede dal 2013 il Centro Studi Silvio Pellico, una no profit che ha incorporato Marcovalerio insieme ad altri marchi editoriali, come Ajisaipress, specializzata nela produzione di schemi di ricamo rinascimentali e vittoriani, che diffonde in tutto il mondo, Ivo Forza, donata dal suo fondatore al Centro Studi per garantirne la continuità, ed altri marchi di cultura.

Una casa editrice no profit, concentrata sulla produzione di titoli di elevato valore culturale e sulla difesa del patrimonio letterario che rischia di disperdersi di fronte alla grave crisi dell’editoria in generale. Negli anni ha tenuto a catalogo molti classici introvabili, come i Cento Anni di Rovani o la quadrilogia di Antonio Fogazzaro, ha salvaguardato la disponibilità di autori meno noti ma non minori come Faldella, riscoperto testi come “L’uomo, questo sconosciuto” di Alexis Carrell, ma anche opere di autori contemporanei di grande spessore. Ad esempio i sei volumi de “La filosofia” di due giganti del pensiero conservatore contemporaneo, come Vittorio Mathieu e Aldo Rizza.
È inoltre impegnata da anni nella produzione specifica di titoli a grandi caratteri per lettori ipovedenti. Un settore di nicchia, ma in costante crescita, che rappresenta il principale impegno sociale e al quale Marcovalerio destina i proventi delle altre collane,

1) La tua casa editrice, quindi, parteciperà a pieno titolo al Salone del Libro? No, perché…

Dire la “mia” casa editrice non è corretto. È vero, dal 2000 dirigo questo piccolo marchio, al quale ho deciso di dedicare la seconda parte della mia vita professionale e culturale. Marcovalerio resta tuttavia un patrimonio condiviso fra i soci e i sostenitori di questo progetto. Non perseguiamo il successo, né tantomeno risultati economici. Forse, proprio per questa ragione, in realtà, successo e stabilità economica, in tempi difficili per il settore come quelli odierni, ci hanno raggiunti nostro malgrado.

La questione Salone del Libro è delicata. La nostra posizione critica risale agli inizi del secolo. Quella grande intuizione di Guido Accornero e Angelo Pezzana, che nel secolo scorso fece incontrare, al tempo a Torino Esposizioni, grandi e piccoli editori gli uni a fianco degli altri, aveva ed avrebbe ancora oggi un senso.

Amo ricordare di quegli anni il mio incontro con Lorenzo Enriques, di fronte allo stand in allestimento. In maniche di camicia, sudaticcio per lo sforzo di scaricare scatoloni, l’amministratore delegato di Zanichelli, si mise a conversare di libri fra un carrello e un nastro da pacchi. Era la stagione del multimediale nascente. Mi tolsi la giacca e aiutai ad aprire gli scatoloni nella fiera in allestimento e, fra un pacco di libri e l’altro, nacque il progetto della prima edizione interattiva della Divina Commedia su floppy disk, che fu poi sponsorizzata da Apple. Quello era lo spirito del salone. Lettori, scrittori, editori, riuniti intorno alla passione, presi dal sacro furore della cultura. Negli stand potevi incontrare redattori e direttori editoriali. Non c’era bisogno di sale e presentazioni: gli scrittori erano lì, in mezzo al pubblico, libri ovunque. Cercavi un autore di una casa editrice e lo trovavi nello spazio del concorrente, intento a spulciare tra i volumi, perdevi uno dei tuoi e lo pescavi dai vicini e discutere del loro ultimo progetto. Un caos creativo, ma produttivo. Invece di convegni inutili sulle politiche di promozione del libro e della lettura, si producevano libri e si leggeva.

Poi venne la stagione grigia, quella delle sale multicolori e degli autogrill. Della grandeur spocchiosa e delle sponsorizzazioni milionarie da parte delle istituzioni e delle fondazioni. Dagli stand delle case editrici scomparvero i direttori editoriali, i redattori e persino gli scrittori, trasferiti sui palchi, e rimasero soltanto i commessi precari.

Vorrei raccontare un altro aneddoto, emblematico dello spirito successivo. Inizio degli Anni Duemila, fra i padiglioni del Lingotto si aggira un signore molto anziano, incerto, spintonato da orde di scolaresche del tutto disinteressate ai libri, in corsa verso l’incontro programmato con la soubrette di turno. A pochi metri, con passo tronfio, seguito dal codazzo di nani e ballerini abituale, un certo Picchioni esegue la danza del pavone, quasi calpestandolo.

Mi avvicino e gli chiedo come posso aiutarlo. Fu così che conobbi Ulrico Carlo Hoepli, accompagnando uno dei più grandi editori italiani ai servizi igienici. E fu così che ricevetti, nel corso di una breve ma ricchissima conversazione, alcuni dei consigli più preziosi per la minuscola casa editrice che dirigo: di fronte ai lavandini dei bagni del quinto padiglione del Lingotto.

2) Gli editori, i grandi ma anche e soprattutto i piccoli, hanno molto battagliato perché Torino non perdesse il Salone. È stata una battaglia sbagliata, quindi?

Affatto. Torino deve difendere il Salone, anzi deve riconquistarlo, perché la disastrosa gestione del recente passato lo aveva fatto scomparire. Deve riprendere il modello culturale delle origini, vera formula di successo. Che è poi la formula della Buchmesse di Francoforte ancora oggi. A Francoforte, per scelta, non partecipa il pubblico, ma le ricadute della fiera tedesca sul mercato editoriale europee sono immense. In quei padiglioni ho potuto incontrare editori di tutto il mondo e scambiare diritti che hanno portato autori torinesi ad essere pubblicati negli Stati Uniti, in Venezuela, persino in Vietnam.

Tuttavia, è anche il caso di dire che forse la stagione dei Saloni è terminata.

3) In che senso la stagione dei Saloni è finita? Davvero è solo una velleità degli autori emergenti quella di essere al Lingotto?

La difesa del Salone del Libro di Torino è curiosamente tanto più furiosa quanto meno contano le case editrici. Meno interesse i lettori nutrono per le loro produzioni tanto più i titolari di questi marchi si prodigano in comitati e associazioni a favore della manifestazione del Lingotto. È un dato che tempo fa mi incuriosiva, finché un piccolo ma onesto editore locale mi ha rivelato l’arcano: sono gli autori a chiederlo. E dal momento che gli autori sono i veri clienti di quell’editore, egli non poteva certo sottrarsi alla battaglia.

Basta visitare il sito internet di buona parte di questi pasdaran per scoprire l’arcano. Dopo l’inevitabile pistolotto sulla necessità di chiedere un contributo agli scrittori per poterli pubblicare, sottolineano che quel contributo servirà a promuoverli nei saloni e nelle fiere, con il Lingotto in prima fila. Poco importa se nessun lettore si avvicinerà ai parti ululanti trasferiti su carta da questi vanitosi celebratori di se stessi. L’importante sarà poter esibire di fronte a parenti e amici una fotografia dentro lo stand, con la copertina del proprio libercolo in bella vista. Così il Salone del Libro di Torino si appresta a diventare, dopo la stagione degli aperitivi picchioniani, la stagione degli aperitivi della vanity press. Ancora una volta, nani e ballerini. Questa volta anche ballerine.

Quanta differenza con la sobrietà e l’intensità della Buchmesse, per citarla ancora come esempio da imitare.

Marco Civra (fotografia di Massimo Damiano)

Una volta entrai a curiosare nello stand iraniano a Francoforte. C’era una sola persona presente in quel momento, un signore brizzolato che mi invitò a prendere il tè. Conversammo amabilmente per oltre un’ora di Islam e Cristianesimo, di cultura occidentale e mediorientale, persino di diritti delle donne. Al momento di salutarci, scambiammo finalmente i biglietti da visita. Scoprii che avevo trascorso parte del pomeriggio con Alireza Ali Ahmadi, ministro dell’educazione in carica dell’Iran.

Questa è la magia del Salone di Francoforte. Questa potrebbe essere, se ritrovata, la magia del Salone di Torino. Ridiventare luogo di incontro culturale, dove piccoli editori come noi e grandi editori si confrontano e si cambiano esperienze.

La stagione dei cafoni, mi sia permesso il termine, deve finire.

4) Assumendo questo tuo punto di vista, come altro si potrebbe promuovere il libro e la lettura?

È molto semplice: pubblicare buoni libri e lasciare che i lettori li scelgano liberamente. Alcuni anni fa, in occasione dell’ultimo incontro con Rolando Picchioni, incontro che terminò non a caso in uno scontro, avanzai provocatoriamente una proposta. Visto che gli introiti veri della fiera derivavano dalle sponsorizzazioni istituzionali e in parte irrilevante dagli ormai sparuti editori presenti – era l’anno in cui il Salone dichiarò alla stampa la presenza di oltre 1400 espositori e dimostrai, catalogo alla mano, che gli editori effettivamente presenti erano meno di 300 – lo invitai a trasformare il biglietto di ingresso in buoni acquisto spendibili presso gli editori, che agli editori sarebbero stati rimborsati solo per il cinquanta per cento. In questo modo i visitatori avrebbero sicuramente acquistato libri all’interno del Salone Un sistema selettivo e premiante per le produzioni di qualità, ben più dei contributi a pioggia della Regione Piemonte, che mettono sullo stesso piano editori veri e stampatori e pagamento.

5) Quale il ruolo che può esercitare la mano pubblica e quale i privati, magari in rete tra loro?

Nella situazione attuale, l’unico vero ruolo che la mano pubblica potrebbe esercitare sarebbe il totale ritiro da ogni attività in campo culturale, compresa l’abolizione dell’assessorato che pare ironico definire competente. Fuori dalla facile satira, in occasione degli Stati Generali della Cultura della Regione Piemonte ho ribadito che l’ente pubblico deve svolgere il ruolo di facilitatore, non di imprenditore mascherato o peggio di elargitore di contributi. Perché se i contributi sono a pioggia, come avviene troppo spesso, finiscono per creare una falsa apparenza di giustizia, ma premiano allo stesso modo chi produce realmente cultura e chi produce carta da macero, in una spirale nella quale vince il più bravo a raccontare frottole. Se i contributi, invece, sono mirati, finiscono inevitabilmente per essere destinati ai sodali dell’assessore di turno. Escludendo la malafede, l’abissale ignoranza riesce a provocare danni ancora maggiori. Per restare nella nostra regione, i contributi mirati, anziché promuovere libri e cultura, hanno troppe volte sostenuto guide turistiche e album di foto ricordo. Anche se da alcuni anni porto avanti un progetto di valorizzazione territoriale, ritengo che la frammistione fra cultura, spettacolo, turismo ed enogastronomia siano uno dei gravi errori negli indirizzi pubblici degli ultimi anni. Personalmente amo la buona tavola in località amene, ma non confondo questo con la lettura.

6) Tocca, insomma, archiviare per sempre i grandi eventi che hanno costruito quel Sistema Torino, che proprio nei libri di Bruno Babando che tu pubblici è stato ben descritto?

Bruno Babando è un giornalista geniale e proprio per questo inviso al sistema. Il Sistema Torino purtroppo non è stato costruito su grandi eventi. Avesse realizzato grandi eventi, ne avremmo almeno ricevuto qualche beneficio. Eventi effimeri quanto appariscenti, quelli sì rappresentano il Sistema Torino. Il Salone del Libro dell’era Picchioni di grande non ha avuto nulla. Concordo con i suoi sostenitori che le ricadute sulla città e sull’intera regione sono state di enorme portata: pari a un bombardamento. Quella visione ha provocato danni immani e ci vorranno decenni per rimuoverne le macerie. Per quasi una generazione le risorse che potevano essere destinate alla cultura sono stati ingoiate da una fabbrica dell’avanspettacolo. Anche di pessimo gusto.

7) Tra l’altro, nelle politiche culturali, possiamo dire che la continuità è superiore alla discontinuità? Oppure c’è proprio nulla?

Sono notoriamente un conservatore, anche se fuori dal coro di quelli che oggi si spacciano per tali. Confesso di aver sperato che un sano scossone al barcone politico che ha caratterizzato quel sistema torinese e piemontese al potere per troppi anni potesse essere salutare. Purtroppo, pochi mesi sono stati sufficienti per verificare che lo scossone, come denuncia, su un fronte politico lontanissimo dal mio, Gabriele Ferraris, si è tradotto nel mero taglio degli investimenti e nel ritorno al mito delle periferie e dell’immobilismo che tanto piaceva quasi mezzo secolo fa a Diego Novelli. Peggio ancora, con la diminuzione dell’acqua disponibile nella vasca dei pesci rossi, molti di essi si sono trasferiti, magari mutando colore, pari pari nella boccette asfittiche delle nuove amministrazioni, elemosinando le briciole che caratterizzano il massimo orizzonte del loro pensiero. Direi che assistiamo a una perfetta continuità, ma anche a una lenta agonia.

Il sistema Torino (fotografia di Massimo Damiano)

Lutto per la scomparsa di Roy Eugene Davis

Roy Eugene Davis, discepolo di Paramahansa Yogananda, fondatore del Center for Spiritual Awareness e maestro di moltissimi seguaci dei suoi insegnamenti spirituali, legati al kriya yoga, è venuto meno il 27 marzo 2019. La nostra casa editrice, che ha pubblicato le sue opere in Italia nell’ultimo decennio, si unisce al dolore dei numerosi lettori che lo hanno seguito e del suo traduttore ufficiale, Furio Sclano.

Drabble, la narrativa espresso ai tempi di Twitter

Un drabble è una breve forma di finzione lunga esattamente 100 parole (senza includere il titolo). Oltre ad essere molto divertente, la forma breve può anche incoraggiare le persone che non hanno mai scritto nulla prima di provare, ma scrivere una storia coerente e coinvolgente in sole 100 parole è molto impegnativo.

https://www.urbandictionary.com/define.php?term=drabble

Cosa rende interessante e piacevole un drabble?

Un drabble è come una qualsiasi opera narrativa: deve avere un inizio, un centro e una fine. L’inizio prepara la storia, il mezzo è la carne (la progressione della storia) e la fine fornisce la conclusione. Molti dei migliori drabbles hanno una svolta nel racconto: l’inizio e il mezzo ti porteranno in una direzione attesa e poi la fine conclude il percorso narrativo.

In molti modi questo è simile alla struttura tradizionale di uno scherzo: si ambienta la scena, accade qualcosa e poi si cerca di sorprendere il pubblico. Questo funziona bene con la forma breve del drabble. Ancora meglio, quando la fine non solo sorprende, ma fa sì che il lettore rivaluti l’inizio e il centro con una nuova chiave di lettura.

Come si costruisce una storia in così poche parole?
La prima bozza è raramente vicina ad essere composta da 100 parole e, come qualsiasi altra opera scritta, è anche molto raro che questa prima versione sia degna di essere condivisa, quindi l’editing è la chiave per ottenere il conteggio delle parole richiesto.

Questo è anche un aspetto utile per sviluppare le abilità di scrittura, dato che il conteggio delle parole rigoroso insegna come essere “economico” con le parole. Una volta che hai tra le mani una prima bozza, leggila, se sei solo una dozzina di parole fuori allora è un caso di scegliere le parole giuste per la stesura definitiva.

Elimina tutto ciò che non è necessario. Come ogni modifica, devi essere brutale, ma non così tanto da perdere il messaggio principale della storia.
Se sei più lontano dal conteggio esatto delle parole, allora dovrai cercare di eliminare intere frasi – come con le parole vaganti, rimuovere tutto ciò che non è il nucleo della storia che stai raccontando.

Lo scopo di una storia può essere ancora abbastanza drammatico, ma ci dovrebbero essere solo uno o due fili del racconto. Stai collegando elementi disparati che tendono a gonfiare il numero delle parole, quindi chiediti, qual è la storia che stai raccontando?

Di cosa dovrebbe occuparsi un drabble?
La risposta è semplice, può essere qualsiasi cosa! I drabbles sono una forma di finzione. Puoi scrivere storie d’azione, erotiche o romantiche, qualsiasi genere ti piaccia.

Soprattutto, scrivere dovrebbe essere un divertimento, per l’autore ma sempre e soprattutto per il lettore. Scrivere è un’attività che si migliora con la pratica e i drabbles sono un modo divertente per esercitarsi.

Visita drabl, piattaforma anglosassone

Il mondo anglosassone offre svariati esempi di piattaforme utili agli scrittori di drabbler. Ad esempio 101fiction. Esiste persino un generatore di drabbler automatico, per quanto dagli esiti quasi sempre imprevedibili.

Ci sono anche strumenti online utili per chi volesse cimentarsi con questa tecnica narrativa. Il più interessante è wordcounter, che oltre ad offrire il conteggio automatico delle parole, presenta altri strumenti di controllo editoriale piuttosto raffinati, anche in ambito grammaticale.

Cosa state aspettando? Proponete il vostro drabble in italiano.

Scegli uno dei generi fra quelli sopra riportati
Prima di incollare il testo qui ricordati di controllare che sia esattamente di cento parole. Altrimenti verrà scartato automaticamente dal sistema e non ci arriverà.

Perché la vostra traduzione potrebbe non interessarci…

… e, aggiungiamo, quasi certamente non ci interesserà.

Abbiamo già parlato in dettaglio della ragione per la quale la vostra tesi non è un saggio e non siamo interessati a pubblicarla. Poiché tuttavia, molti studenti si laureano in lingue e letterature straniere, occorre aggiungere una postilla: perché la vostra traduzione del celeberrimo romanzo più o meno conosciuto del celeberrimo scrittore ugandese (nepalese, azeibargiano, inuit, o qualsiasi altra lingua abbia utilizzato per la sua opera) non può interessarci.

Siamo certi che l’opera che avete tradotto sia intessante. Siamo altrettanto certi che la vostra traduzione è perfetta, anzi, un capolavoro. Ma proprio non possiamo pubblicarla.

La ragione è molto semplice: non abbiamo i diritti per farlo. E neppure voi avete i diritti per proporla. La vostra traduzione, finché resta nell’ambito della vostra passione privata o in quello didattico accademico, è giustificata. Ma per diventare un oggetto editoriale deve rispettare quella materia sconosciuta e ignorata che si chiama diritto d’autore.

VI segnaliamo alcuni approfondimenti sul tema:

I diritti editoriali, questi sconosciuti

Autopubblicare una traduzione: i diritti d’autore

e in particolare, solo dopo che avrete letto attentamente gli articoli precedenti, date una pacata lettura a questo utilissimo articolo, che vi spiega come fare per poter tradurre legittimamente un libro altrui e proporlo eventualmente a una casa editrice:

Come fare una proposta editoriale

Vi riproponiamo un passaggio di quest’ultimo articolo, certi che tanto non leggerete tutto il testo, dove invece trovereste molte utili, anzi utilissime indicazioni.

Per sapere se un libro è già stato tradotto, si può cercare la bibliografia dell’autore nel catalogo nazionale delle biblioteche italiane. Se il libro è già stato pubblicato, verosimilmente lì lo troveremo. Tuttavia, se un libro non è presente, soprattutto se è uscito da poco, non è detto che qualche casa editrice non l’abbia già comprato e dato in traduzione.
Se il libro non è presente sul catalogo, l’unico modo per essere sicuri che i diritti del libro siano ancora liberi è scrivere o telefonare alla casa editrice del testo in lingua originale.

Perché la storia non si ripeta… ma abbiamo forse sbagliato foto?

Una foto di filo spinato, “rubata” all’Agenzia France Press. Scattata nel campo di concentramento di… Scusate, abbiamo sbagliato foto.

17 giugno 2015 – Akçakale, al confine turco-siriano – Foto Agenzia France Press


Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

I libri per ipovedenti attirano l’attenzione dei librai

È con piacere che vi segnaliamo questo video realizzato da Filomena Grimaldi, della Libreria Controvento di Telese Terme, dedicato alla Collana Liberi Corpo 18 per lettori ipovedenti e dislessici.

Il video in cui la libraja di Libreria Controvento ti racconta dei libri per gli #ipovedenti e #dislessici <3 Marcovalerio #corpo18 #TeleControvento

Gepostet von Filomena Grimaldi am Freitag, 15. Dezember 2017