Scompare con Vittorio Mathieu un gigante della Filosofia

Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014


Ci sono uomini che sono “macchine del tempo”. Giganti che hanno attraversato la storia e che la storia hanno fatto. Vittorio Mathieu aveva stretto la mano di Ezra Pound. E forse un giorno qualcuno potrà dire in mia memoria che ebbi l’onore di stringere la mano di Vittorio Mathieu. Ecco, lo ammetto, ci sono opere, ci sono incontri, ci sono momenti, che giustificano la vita intera di un uomo, anche di un piccolo uomo come il sottoscritto. Sì, ecco. Io conobbi Vittorio Mathieu.

Marco Civra


Qui trovate le immagini e le registrazioni dell’ultimo incontro pubblico con il grande filosofo


Vittorio Mathieu (Varazze, 12 dicembre 1923 – Chivasso, 30 settembre 2020) si laurea in filosofia teoretica nel 1946 all’Università di Torino con Augusto Guzzo, filosofo rappresentante dello spiritualismo cristiano ed autore di importanti studi su Immanuel Kant. Libero docente nella stessa materia nel 1956, dal 1958 ne fu professore incaricato, e dal 1961 professore ordinario di filosofia teoretica all’Università di Trieste. Primo vincitore del concorso di Storia della filosofia del 1960, dal 1967 fu ordinario di filosofia fino al ruolo di professore emerito di filosofia morale, nell’Università di Torino.

Fu vicepresidente del Comitato esecutivo UNESCO e membro dell’Accademia dei Lincei. Grande studioso di Immanuel Kant e Henri Bergson, cui ha dedicato ampia parte dei suoi lavori e importanti traduzioni delle opere. Si occupò di inoltre di estetica e critica letteraria


Testimonianze e ricordi

Un anno fa Vittorio – pur allettato, come mi disse la sua nuora – continuava a leggere diverse ore al giorno; poi le sue condizioni sono via via peggiorate. Quella della lettura e della facilità di lettura era proverbiale tra i suoi colleghi. Ricordo che lesse velocemente le bozze dei nostri volumi che ancora conservo con le sue molte note a margine.

Lavorare con lui e per così tanti anni (la prima edizione del nostro lavoro uscì per la Calderini di Bologna nel 1999, l’ultima ulteriormente arricchita nel 2014 per la Marcovalerio) è stato un privilegio. Con lui si respirava aria di libertà e si aveva la percezione che in lui convergesse in modo alto una tradizione filosofica italiana di respiro europeo (da Guzzo, a Mazzantini, a Del Noce del quale fece la commemorazione in Senato).

Fermo nelle sue idee, mantenne sempre un itinerario che gli consentì d’essere creativo e profondo filosoficamente e fedele cristiano insieme; fedeltà che non solo si manifestò con la sua assidua pratica religiosa, ma anche con un impegno nell’associazionismo cattolico come Nova Spes.. Ricordo di averne accostato il pensiero attraverso il suo lavoro su Kant, poi attraverso Bergson e infine nell’incontro con il suo filosofo più amato: Plotino.

Non credo vi sia stato filosofo italiano più profondo di lui nella conoscenza del pensiero tedesco e della lingua tedesca. Politicamente fu sempre al Centro, prima con la Democrazia Cristiana e poi con Forza Italia. Importantissimo il suo impegno con l’Enciclopedia Italiana, con l’Accademia dei Lincei. Numerose le riviste cui collaborò in Italia e Germania. Insomma non si potrà proseguire gli studi filosofici senza passare da Vittorio Mathieu.

Aldo Rizza

Non a noi, o Signore, non a noi, ma al tuo nome dai gloria

Nella notte fra il 18 e il 19 settembre 2020 ci ha lasciati una persona importante. Una delle colonne ispiratrici del Centro Studi Silvio Pellico e della casa editrice Marcovalerio, che al Centro Studi fa riferimento. Piero Boldrin non era soltanto un curatore e un grande suggeritore di contenuti e di proposte, ma era un maestro capace di indicare la vita. Del Centro Studi Silvio Pellico fu fondatore e presenza discreta ma sagace, dal sapere enciclopedico, dallo spirito ecumenico. Uomo di molti libri e di molti sentieri, tutti percorsi con approfondita umiltà e determinata pulsione alla verità.

Un cavaliere Templare della cultura e dei rapporti umani. Mai in prima fila eppure sempre discretamente e simpaticamente presente. È mancato con la stessa discrezione e umiltà che aveva caratterizzato la sua intensa vita spirituale.

Uomo capace di sedere accanto a cardinali e atei, a conservatori e rivoluzionari, senza mai venire meno alla sua identità e alla sua profonda comprensione dell’animo umano. A lui dobbiamo la gioia delle riunioni associative e interminabili discussioni sulle collane di saggistica esoterica, campo nel quale era sempre un profondo e documentato consulente e collaboratore, in grado di stabilire nessi fra discipline e percorsi di conoscenza, attingendo a una cultura immensa e profonda.

Piero Boldrin affrontò la sofferenza del suo fisico provato con gioia cristiana, egli che percorreva altre strade spirituali. Con profonda tristezza lo salutiamo. Con profonda gioia e riconoscenza lo commemoriamo, perché la sua vita è stata un dono per tutti coloro che lo hanno incontrato e conosciuto.

Marco Civra
Presidente del Centro Studi Silvio Pellico
Direttore editoriale Marcovalerio Edizioni

 



Quando mi è stato dato l’input di scrivere un in memoriam per Piero, mancato repentinamente nella notte del 18-19 Settembre 2020, la mia prima reazione è stata non posso, non voglio; ma a mente fredda cerco ora di tracciare un piccolo ricordo, uno squarcio di vita vissuta, di consuetudine e di grande amicizia maturata nel corso di tanti anni di mutua fraterna frequentazione. Le sue sfavorevoli condizioni fisiche, la forte zoppia e la accentuata lordo-cifosi-scogliosi non influivano sul suo carattere solare e ottimista, e quindi l’approccio interpersonale non dava luogo ad atteggiamenti di compassione o si semplice aiuto da boy scout.

La sua grande cultura in ogni ramo dello scibile umano, aiutata da una formidabile memoria, non l’aveva distolto da un atteggiamento umile ed aperto. Partecipava sempre alle discussioni, intervenendo autorevolmente in quelle semplici, e specialmente se complesse, portando un sagace, sapiente contributo, sempre propositivo e costruttivo fondato sulla tolleranza e sulla libertà per tutti e per ognuno.

Conosceva, per aver fatto esperienza personale addentrandosi in molte dimensioni del pensiero esoterico, le scuole di pensiero che – tra filosofia e antropologia – trattavano dei massimi sistemi che allietano ed affliggono l’umana condizione. Particolare attenzione aveva dato alla Teosofia ed all’epopea dei Cavalieri Templari, non tanto sotto il profilo storico quanto sotto quello della componente spirituale, rappresentata dal motto dell’Ordo Templi stabilito da Bernardo di Chiaravalle – che aveva fatto suo – :

Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam

Non a noi, o Signore, non a noi, ma al tuo nome dai gloria.

Abile oratore, si prodigava, durante le riunioni conviviali anche come “barzellettiere”, storielle che sapeva raccontare con vivace teatralità e risultati esilaranti. Quando ero presente a tavola io avevo preso l’arbitrio di fargli un segno con la mano con tre dita alzate; Piero amava farmi fare l’amichevole compare inquisitore: “Piero ne racconterai solo tre!”. Egli sempre mi rassicurava, rassicurava i commensali e dava inizio alla prima storia.

Goliardicamente, durante le conviviali l’avevo ri-battezzato Boldrake (sulla falsariga di Mandrake, il famoso personaggio dei fumetti, ideato da Lee Falk, che fece il suo esordio sui quotidiani statunitensi nel 1934. Ne era molto fiero; quando mi telefonava esordiva “Sono Boldrake”!

La sua dipartita lascia un vuoto incolmabile tra i suoi amici; resta un rimpianto triste e dolce. Ciao Piero, prode Cavaliere del Tempio.

prof. Dario Seglie
Direttore del Civico Museo
di Archeologia e Antropologia
della Città di Pinerolo


Marco Civra

14 Agosto 2020

city buildings during night time

Era l’estate del 1990. Infuriava la guerra in Medio Oriente, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’esercito iracheno. Internet esisteva già, nella sua struttura tecnologica, ma il world wide web sarebbe nato soltanto un anno più tardi.

Due giovanotti smanettoni – oggi li definiremmo hacker – violando la rete Itapac, una tecnologia a pacchetto che oggi ci pare primitiva ma che all’epoca sembrava un’innovazione futuristica, fischettando dentro un accoppiatore acustico per agganciare la portante, si collegavano da Torino con New York, dove un collega smanettone teneva aperto un canale telematico con Tel Aviv, nelle ore di tensione del conflitto appena esploso. Non c’era Twitter, non c’erano gli smartphone, e la notizia che erano stati lanciati 42 missili SS-1 Scud sul territorio di Israele dilagò in diretta grazie a poche righe battute su uno schermo da un hacker ebreo prima di interrompere la comunicazione e correre nei rifugi antiaerei.

Accoppiatore acustico

Internet arrivò poco dopo, e la grande Rete mondiale, che attraverso il monitor ci permette di leggere le notizie della CNN, guardare i filmati di un meteorite in Siberia, farci proporre improbabili affari milionari dalla Nigeria e acquistare cianfrusaglie in Cina, senza muoverci dalla sedia, ci ha abituati poco a poco all’idea che i confini globali siano definitivamente superati. Tutto è a disposizione. Anche i desideri più loschi e repressi hanno un proprio luogo virtuale, il dark web raggiungibile tramite Tor.


Internet sta cambiando rapidamente. Purtroppo perdendo mano mano la sua globalità. La guerra tecnologica fra Stati Uniti e Cina per le tecnologie 5G, le accuse reciproche di controllo sui “big data” – la mole immensa di informazioni che ciascuno di noi riversa in Rete semplicemente navigando e che permette, a puro titolo di esempio, a Facebook di propinarci la pubblicità dei cateteri se abbiamo scritto una mail alla zia per sapere dove acquistare i pannoloni per il nonno incontinente – sono solo un aspetto di questa mutazione in atto.

Lo sviluppo dell'”Internet delle cose” – quella tecnologia che ci permette di accendere a distanza un termostato in montagna con una app del nostro telefono – ha creato una corsa all’accaparramento di dati che hanno valore immenso: la geolocalizzazione automatica di tutte le fotografie e filmini che riversiamo qua e là, la tracciatura dei nostri spostamenti, e, infine, il nostro indirizzo di posta elettronica, per tempestarci di pubblicità e inviti truffaldini.

Il costo di questa “guerra dei dati” si riversa sulla Rete. Se ne accorgono i webmaster, i tecnici che gestiscono i siti Internet grandi e piccoli, perché il carico di flusso aumenta costantemente, non perché aumentano i visitatori, ma perché migliaia di “bot”, di motori di ricerca automatici, scansiscono la Rete e intasano i siti web talvolta fino a farli collassare.

A Google, Bing e agli altri di ricerca noti, si accodano migliaia di “spider” che passano in rassegna i siti internet per carpire informazioni, email, riempire in modo automatico e invadente i moduli di contatto con proposte improponibili e del tutto prive di interesse, copiare informazioni e creare siti clone, prelevare file e distribuirli su forum russi o turchi di pirateria e così via.

A queste migliaia di mosche ronzanti, si è aggiunto da qualche giorno Petalbot, il motore di ricerca in fase di lancio da parte di Huawey dopo l’espulsione del colosso della telefonia cinese dalla galassia Google. Petalbot non rispetta le “regole” di accesso di motori. Se io bloccate dagli ip cinesi si ripresenta da un ip di Singapore, che però si traveste a ip nigeriano per ingannare ulteriormente i blocchi. Non molla e non demorde. Con tutta la potenza del colosso che lo ha lanciato dentro ai vostri siti e con tutta l’arroganza e la violazione di ogni regola.

Così, giorno dopo giorno, i webmaster iniziano a bloccare, con plugin come IQ Block Country o altri simili, l’accesso ai visitatori delle nazioni che non portano alcun tipo di traffico utile al sito internet, ma anzi ne intasano e danneggiano la funzionalità.

In fondo, non ha alcun senso lasciare aperto un sito che vende libri italiani a visitatori turchi e di buona parte dei paesi islamici, visto che la quasi totalità del traffico che proviene da Turchia, Bangladesh, Pakistan ed Emirati Arabi è un tentativo di sfondare le difese del sito e inserire filmati di propaganda della Jihad. Non ha senso lasciare aperto il sito ai visitatori russi, visto che quasi sempre i contenuti vengono “analizzati” soltanto per copiarne una parte nei forum di pirateria che accolgono copie dei libri in violazione del copyright. Togliamo anche la Nigeria, per le email di scam, Singapore per i motori pubblicitari; Albania, Bulgaria e Olanda per i continui tentativi di accedere a immaginari archivi di carte di credito. Infine togliamo gli account universitari statunitensi e sudafricani, perché palestra di giovani hacker; quelli delle ex repubbliche sovietiche e tedeschi, perché generano soltanto commenti indesiderati.

Una chiusura progressiva che coinvolge i piccoli siti Internet, ma che ormai pervade anche le grandi piattaforme internazionali. Se cerco su Google Italia trovo gli stessi dati che ottengo cercando su Google USA? A parte il fatto che se non sapete come “truccare” il vostro ip facendo credere di essere visitatori di un Paese diverso dal vostro non riuscirete neppure ad accedervi, fate qualche ricerca. Magari su Amazon Italia e Amazon UK o Amazon JP. Merce diversa, prezzi diversi.

Alla fine cosa resta? Resta una Rete fatta di visitatori nazionali, e neanche completa. Quello che era nato come il sogno della globalità senza confini, della possibilità di farsi conoscere in tutto il mondo, di acquistare in Nuova Zelanda e proporre il proprio lavoro in India, vendere in Canada e fare accordi in Brasile restando comodamente a casa propria, svanisce lentamente.

Cosa resta? Piccole botteghe di quartiere. Gruppuscoli su Facebook dove ci si scambia notizie e pettegolezzi, oppure pubblicità stracciona sul proprio Comune o quartiere. Tutte cose che potremmo fare benissimo andando a prendere un caffè al bar o distribuendo un volantino, con il rischio di incontrare persone piacevoli, scambiare due chiacchiere e persino una proposta di lavoro concreta.

In compenso, finito questo articolo, possiamo blaterale ad Alexa: “spegni la luce nello studio e prepara il caffè”. Risparmiando l’immane fatica di pigiare un interruttore sulla parete mentre ci incamminiamo stancamente verso la cucina, dopo uno sguardo distratto alla telecamera di sicurezza sulla quale è comparso per un secondo il vicino di casa con il quale non ci rivolgiamo la parola da sette anni.

 

 

Nasce il crowdfunding editoriale di Marcovalerio

Unisciti al primo crowdfunding dell’editoria accademica. Hai scritto un saggio su un argomento di nicchia, altamente specializzato e vorresti vederlo pubblicato? Noi lo prendiamo in considerazione, rispettando i criteri severi di selezione, e lo proponiano nella sezione crowdfunding. Se il pubblico manifesta sufficiente interesse prenotando il numero minimo di copie necessario a coprire i costi vivi, il libro vedrà la luce nell’arco di qualche settimana.

Come funziona?

  1. Tu ci invii il testo corretto.
  2. Noi realizziamo una versione provvisoria in ebook delle prime pagine, che il pubblico potrà scaricare gratuitamente per avere idea del contenuto del libro.
  3. I lettori interesseti prenotano la copia al prezzo crowdfunding
    (il prezzo aumenterà periodicamente fino alla data di scadenza del progetto)
  4. Raggiunto l’obiettivo minimo, il tuo libro entrerà a catalogo.
  5. Tu ci aiuti condividendo il progetto. Il tuo aiuto è fondamentale!

COPIE DA PRENOTARE PER RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO

180

COPIE FINORA PRENOTATE

44

COPIE RIMANENTI PER RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO

136

Se compare il pulsante ESAURITO anziché PRENOTA LA TUA COPIA significa che è già stato raggiunto l’obiettivo minimo e inviato in stampa il volume. In tal caso lo trovate nel nostro catalogo online. Non perdete tempo se volete riuscire ad acquistare il libro al prezzo crowdfunding!

CONTATTACI E PROPONI LA TUA OPERA PER IL CROWDFUNDING

Il “Crowdfunding” è una modalità di acquisto che consente di ottenere ottimi prezzi, grazie all’elevato numero di acquirenti concentrati in un periodo di tempo limitato. Per questo la buona riuscita dell’acquisto è vincolata al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti entro un dato termine. Se il numero minimo di partecipanti non viene raggiunto entro il termine previsto, l’ordine sarà cancellato e gli importi versati saranno restituiti integralmente. Al raggiungimento del termine sarai informato via email sull’esito positivo o negativo del crowdfunding.

Vuoi dare al progetto maggiori possibilità
di raggiungere l’obiettivo minimo?
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SULLE QUALI STIAMO LAVORANDO

 

Arrivano le GIFT CARD e una te la regaliamo noi


Arrivano le CARTE REGALO | GIFT CARD e la prima te la regaliamo noi per celebrare i vent’anni del marchio Marcovalerio Edizioni.

Le carte regalo non hanno scadenza. Possono essere usate anche per più acquisti successivi e separati (il credito residuo resta valido fino al completo esaurimento), non ci sono importi minimi di acquisto e in ogni caso le spese di spedizione sono sempre a nostro carico.

Puoi acquistarle per te o inviarle a un amico. Riceverai automaticamente nella tua casella postale il file con il codice della CARTA REGALO e potrai usarla. La CARTA è anche cedibile. Quindi puoi effettuare un acquisto tu, e poi regalare a qualcun altro il credito residuo.


Vuoi provare come funziona? La prima CARD, del valore di cinque euro, te la regaliamo noi. E puoi anche usarla per acquistare una ulteriore card di valore superiore, scontando immediatamente i cinque euro.

GIFT CARD DA 5 EURO
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Una GIFT CARD da 5 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.

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Ecco i tagli delle GIF CARD che puoi acquistare:

GIFT CARD DA 200 EURO
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Una GIFT CARD da 200 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.
Prezzo: €200,00
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Una GIFT CARD da 100 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.
Prezzo: €100,00
GIFT CARD DA 50 EURO
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Prezzo: €50,00
GIFT CARD DA 25 EURO
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Una GIFT CARD da 25 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.
Prezzo: €25,00
GIFT CARD DA 10 EURO
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Una GIFT CARD da 10 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.
Prezzo: €10,00
GIFT CARD DA 5 EURO
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Una GIFT CARD da 5 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.
Prezzo: €0,00

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Albania Italfor Pellicano. La spedizione italiana che ci portò gratitudine

Venne chiamata Operazione Pellicano e fu la mano tesa dal nostro Paese all’Albania tra il primo settembre 1991 e il 5 dicembre 1993. In quell’arco di tempo, l’Italia attraversò più volte l’Adriatico, trasportando e distribuendo tonnellate di viveri e medicinali. Tra Durazzo e Vallona, furono realizzati interventi sanitari con attrezzature, specialisti e farmaci italiani. All’epoca l’Albania era un’aquila stanca che, dopo mille sforzi e sacrifici, è tornata volare.

Leggi l’articolo sull’Huffington Post


“Non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà”.

Queste le parole del premier Edi Rama che, nei giorni scorsi, ha inviato nel nostro Paese un team di medici e infermieri per fronteggiare l’emergenza coronavirus, memore dell’aiuto ricevuto dai suoi connazionali trent’anni fa.

selective photo of man wearing blue shirt standing beside tree

ALBANIA ITALFOR PELLICANO è il volume ufficiale che ricorda la spedizione italiana. Ormai pressoché introvabile in libreria, ma ancora disponibile in ebook eccezionalmente in questi giorni.

EDIZIONE EBOOK SCARICABILE – € 2,99



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Ebook si, no, forse

Non siamo mai stati grandi fautori degli ebook, in questa casa editrice, lo confessiamo. Il momento particolare tuttavia giustifica alcune richieste che ci sono pervenute e per le quali ci stiamo attrezzando. Potete quindi segnalare nei commenti in questo articolo le vostre richieste e nell’arco di pochissime ore cercheremo di soddisfarle, dando la precedenza ai titoli maggiormente richiesti dai lettori. Ovviamente ad un prezzo particolarmente favorevole.

person holding black tablet computer during daytime

Il redattore ordinario va in pensione…

Era inevitabile che prima o poi accadesse. Nessuno è uomo per tutte le stagioni. E così, il vostro redattore ordinario se ne va in pensione. Definitivamente. Chissà perché, era ovvio accadesse oggi.

Questa mattina, affacciandomi alla luce del sole mentre scendevo la scaletta ripida che dalla soffitta si affaccia sul cortile, proprio accanto ai bidoni dell’umido, dai quali sale il lezzo della fermentazione estiva di bucce e avanzi di cibo, zoppicando lentamente sull’asfalto sconnesso, interrotto dalle erbacce cresciute a dismisura, ruvide sulle caviglie, mi stavo concentrando sulle correzioni di bozze consegnate l’altro giorno.

È vero, i miei occhi non scorgono più bene i refusi e quelle formiche sulla carta tendono a muoversi traballanti sotto la lampada, anziché restare immobili come sarebbe conveniente. Sono diventato lento, torpido, ma il mio lavoro credevo di saperlo ancora fare.

Un giovinotto dinoccolato, mi pareva di averlo già visto qualche mese or sono alle prese con la fotocopiatrice, in quell’incarico di elevata responsabilità che qui, come in tutte le case editrici, chiamano stage, alla francese, si è avvicinato quel tanto che basta per farsi sentire dalle mie orecchie stanche e distratte. «Il Direttore la vuole. Nel suo ufficio.»

Poi si è allontanato con il naso piantato sullo schermo di quei cosi moderni, agitandoci sopra le dita come un suonatore di ocarina. Non credo sappia cosa sia un’ocarina. Come io no so bene a cosa servano quei cosi moderni.

«Caro Nené – mi ha salutato con quell’aria perennemente distratta il Direttore Editoriale – anzi, carissimo, perché sai bene quanto la tua presenza in questa casa editrice sia stata importante negli anni più difficili della crisi.»

Eccome, se lo so bene, ho pensato. Considerato che mi avete pagato a fichi e uva americana, a seconda della stagione. D’altra parte, che poteva pretendere uno come me, che non esiste neppure all’anagrafe, inventato dalla penna malata come alias e parafulmine per gli scrittori. Un redattore ordinario, obsoleto, ma soprattutto, un redattore inesistente.

«Comprenderai che non possiamo continuare a mantenere nel nostro organico – ha proseguito il Direttore Editoriale – una citazione letteraria. Senza contare il fatto che non deteniamo i diritti di riproduzione del personaggio. Anche se a malincuore, è giunto il tempo che tu ti ritiri a vita privata.»

A vita privata dove? mi sono chiesto, tra me e me naturalmente, perché mai avrei osato rispondere ad alta voce al Direttore. Se fossi reale, potrei anche andarmene in pensione, che so, a Vigàta, giusto nella campagna, tra il mare e i templi di Agrigento. Non dico tra le cave degli zolfi, che ormai non sono più attive. Però non sarebbe stato spiacevole ripercorrere la salita, con le scarpe impolverate. Una citazione letteraria dove potrebbe mai ritirarsi? Tra gli scaffali di una biblioteca? Nel magazzino delle carte di una tipografia? O nel deposito del macero della cartiera dove finiscono i libri invenduti?

«Noi ti siamo grati – e quel noi, diciamocelo chiaro chiaro, era un Io con la I molto maiuscola, come si addice all’Ego smisurato del Direttore Editoriale – per il tuo essenziale contributo. Hai saputo interpretare pienamente il tuo compito, negli anni in cui era fondamentale il riserbo sul nostro assetto. Ora, però, in questi tempi di social tutto deve essere trasparente. Tutto deve avvenire alla luce del sole. Tutto deve essere condiviso, fra chi decide cosa pubblicare e chi decide cosa leggere. È finito il tempo del potere oscuro della cultura. Uno vale uno.»

Eh, no, mio caro. Non è vero che uno vale uno. Io valgo zero, sia chiaro. Sono solo una citazione e per quindici anni quasi nessuno se n’é accorto. Non se ne sono accorti certi scrittori che mi hanno risposto a male parole quando correggevo gli anacoluti sui loro manoscritti. Quegli stessi che questa mattina hanno fatto a gara per raccontare come gli mancasse la figura di mio padre, manco avessero mai letto davvero in vita loro un suo libro. Non sapete chi mi ha inventato? A parte il Direttore ovviamente, che si arroga il merito ma come tutti i Direttori non inventa mai nulla, si limita a citare, come dice Lui stesso.

Lo fanno correre da Ponzio a Pilato, il cavaliere Ignazio Xerri tutto zucchero e miele e naturalmente fàvuso, che uno lo capisce da come mette le mani, da come si ingiarma a guardarsi la punta delle scarpe.
«Sul serio, sono mortificato, ma ho i magazzini vacanti. Al suo posto, provare per provare, farei un salto da Michele Navarrìa»
E don Michele Navarrìa, incazzato com’era sempre per niente, magari perché il sole spuntava il mattino e calava la notte.
«No, manco un grammo ch’è un grammo, di sùlfaro. Ho i magazzini sciutti all’osso».
E lui ancora più affannato, perso per strada l’aplombo che sudando sangue s’era guadagnato in Svizzera, quando suo padre aveva avuto la bella pensata di mandarlo a studiare chimica per fargli fare col sùlfaro lo stesso preciso miracolo di Gesù col pane e coi pesci.
[Andrea Camilleri, Un filo di fumo, Sellerio, 2003]


Già, sono una citazione. Sono figlio letterario di Totò Barbabianca. Prima che mi spaccassero i cabbasisi con le storie di quello sbirro diventato famoso. Molto prima. Adottato, per modo di dire, dalla redazione di questa casa editrice prima con l’incarico di addetto stampa, e poi di vecchio redattore. Quello che scrive le email di rifiuto, che discute con gli autori che hanno letto tutto e conoscono tutto. Quelli che non mi avrebbero mai scoperto.

Questa mattina, però, chi mi aveva dato vita si è rotto i cabbasisi di stare a sentire le chiacchiere inutili dei suoi critici e di qualche suo fan. Naturalmente anche quelle del mio Direttore.

Emanuele Romeres, a questo punto, va in pensione. Torna a nascondersi fra le pagine di un libro che pochi hanno letto e pochi leggeranno. Tra il gocciolio dei tubi e il fetore dei ratti, fra i libri che ha sempre amato, e che neppure loro ricambiano l’affetto.

La stagione dei Saloni è finita…

Alla vigilia dell’edizione 2019 del Salone del Libro di Torino, è uscita questa intervista a Marco Civra, direttore editoriale di Marcovalerio Edizioni. La riproponiamo, come dato di archivio.

Marco Civra (fotografia di Massimo Damiano)

Nata nel 2000, Marcovalerio Edizioni è oggi un marchio controllato dal Centro Studi Silvio Pellico. A dirigerla, fin dalla sua fondazione, è Marco Civra. Classe 1961, laurea in pedagogia, un passato da giornalista professionista in campo politico, prima nei quotidiani poi nelle istituzioni dello Stato, Civra presiede dal 2013 il Centro Studi Silvio Pellico, una no profit che ha incorporato Marcovalerio insieme ad altri marchi editoriali, come Ajisaipress, specializzata nela produzione di schemi di ricamo rinascimentali e vittoriani, che diffonde in tutto il mondo, Ivo Forza, donata dal suo fondatore al Centro Studi per garantirne la continuità, ed altri marchi di cultura.

Una casa editrice no profit, concentrata sulla produzione di titoli di elevato valore culturale e sulla difesa del patrimonio letterario che rischia di disperdersi di fronte alla grave crisi dell’editoria in generale. Negli anni ha tenuto a catalogo molti classici introvabili, come i Cento Anni di Rovani o la quadrilogia di Antonio Fogazzaro, ha salvaguardato la disponibilità di autori meno noti ma non minori come Faldella, riscoperto testi come “L’uomo, questo sconosciuto” di Alexis Carrell, ma anche opere di autori contemporanei di grande spessore. Ad esempio i sei volumi de “La filosofia” di due giganti del pensiero conservatore contemporaneo, come Vittorio Mathieu e Aldo Rizza.
È inoltre impegnata da anni nella produzione specifica di titoli a grandi caratteri per lettori ipovedenti. Un settore di nicchia, ma in costante crescita, che rappresenta il principale impegno sociale e al quale Marcovalerio destina i proventi delle altre collane,

1) La tua casa editrice, quindi, parteciperà a pieno titolo al Salone del Libro? No, perché…

Dire la “mia” casa editrice non è corretto. È vero, dal 2000 dirigo questo piccolo marchio, al quale ho deciso di dedicare la seconda parte della mia vita professionale e culturale. Marcovalerio resta tuttavia un patrimonio condiviso fra i soci e i sostenitori di questo progetto. Non perseguiamo il successo, né tantomeno risultati economici. Forse, proprio per questa ragione, in realtà, successo e stabilità economica, in tempi difficili per il settore come quelli odierni, ci hanno raggiunti nostro malgrado.

La questione Salone del Libro è delicata. La nostra posizione critica risale agli inizi del secolo. Quella grande intuizione di Guido Accornero e Angelo Pezzana, che nel secolo scorso fece incontrare, al tempo a Torino Esposizioni, grandi e piccoli editori gli uni a fianco degli altri, aveva ed avrebbe ancora oggi un senso.

Amo ricordare di quegli anni il mio incontro con Lorenzo Enriques, di fronte allo stand in allestimento. In maniche di camicia, sudaticcio per lo sforzo di scaricare scatoloni, l’amministratore delegato di Zanichelli, si mise a conversare di libri fra un carrello e un nastro da pacchi. Era la stagione del multimediale nascente. Mi tolsi la giacca e aiutai ad aprire gli scatoloni nella fiera in allestimento e, fra un pacco di libri e l’altro, nacque il progetto della prima edizione interattiva della Divina Commedia su floppy disk, che fu poi sponsorizzata da Apple. Quello era lo spirito del salone. Lettori, scrittori, editori, riuniti intorno alla passione, presi dal sacro furore della cultura. Negli stand potevi incontrare redattori e direttori editoriali. Non c’era bisogno di sale e presentazioni: gli scrittori erano lì, in mezzo al pubblico, libri ovunque. Cercavi un autore di una casa editrice e lo trovavi nello spazio del concorrente, intento a spulciare tra i volumi, perdevi uno dei tuoi e lo pescavi dai vicini e discutere del loro ultimo progetto. Un caos creativo, ma produttivo. Invece di convegni inutili sulle politiche di promozione del libro e della lettura, si producevano libri e si leggeva.

Poi venne la stagione grigia, quella delle sale multicolori e degli autogrill. Della grandeur spocchiosa e delle sponsorizzazioni milionarie da parte delle istituzioni e delle fondazioni. Dagli stand delle case editrici scomparvero i direttori editoriali, i redattori e persino gli scrittori, trasferiti sui palchi, e rimasero soltanto i commessi precari.

Vorrei raccontare un altro aneddoto, emblematico dello spirito successivo. Inizio degli Anni Duemila, fra i padiglioni del Lingotto si aggira un signore molto anziano, incerto, spintonato da orde di scolaresche del tutto disinteressate ai libri, in corsa verso l’incontro programmato con la soubrette di turno. A pochi metri, con passo tronfio, seguito dal codazzo di nani e ballerini abituale, un certo Picchioni esegue la danza del pavone, quasi calpestandolo.

Mi avvicino e gli chiedo come posso aiutarlo. Fu così che conobbi Ulrico Carlo Hoepli, accompagnando uno dei più grandi editori italiani ai servizi igienici. E fu così che ricevetti, nel corso di una breve ma ricchissima conversazione, alcuni dei consigli più preziosi per la minuscola casa editrice che dirigo: di fronte ai lavandini dei bagni del quinto padiglione del Lingotto.

2) Gli editori, i grandi ma anche e soprattutto i piccoli, hanno molto battagliato perché Torino non perdesse il Salone. È stata una battaglia sbagliata, quindi?

Affatto. Torino deve difendere il Salone, anzi deve riconquistarlo, perché la disastrosa gestione del recente passato lo aveva fatto scomparire. Deve riprendere il modello culturale delle origini, vera formula di successo. Che è poi la formula della Buchmesse di Francoforte ancora oggi. A Francoforte, per scelta, non partecipa il pubblico, ma le ricadute della fiera tedesca sul mercato editoriale europee sono immense. In quei padiglioni ho potuto incontrare editori di tutto il mondo e scambiare diritti che hanno portato autori torinesi ad essere pubblicati negli Stati Uniti, in Venezuela, persino in Vietnam.

Tuttavia, è anche il caso di dire che forse la stagione dei Saloni è terminata.

3) In che senso la stagione dei Saloni è finita? Davvero è solo una velleità degli autori emergenti quella di essere al Lingotto?

La difesa del Salone del Libro di Torino è curiosamente tanto più furiosa quanto meno contano le case editrici. Meno interesse i lettori nutrono per le loro produzioni tanto più i titolari di questi marchi si prodigano in comitati e associazioni a favore della manifestazione del Lingotto. È un dato che tempo fa mi incuriosiva, finché un piccolo ma onesto editore locale mi ha rivelato l’arcano: sono gli autori a chiederlo. E dal momento che gli autori sono i veri clienti di quell’editore, egli non poteva certo sottrarsi alla battaglia.

Basta visitare il sito internet di buona parte di questi pasdaran per scoprire l’arcano. Dopo l’inevitabile pistolotto sulla necessità di chiedere un contributo agli scrittori per poterli pubblicare, sottolineano che quel contributo servirà a promuoverli nei saloni e nelle fiere, con il Lingotto in prima fila. Poco importa se nessun lettore si avvicinerà ai parti ululanti trasferiti su carta da questi vanitosi celebratori di se stessi. L’importante sarà poter esibire di fronte a parenti e amici una fotografia dentro lo stand, con la copertina del proprio libercolo in bella vista. Così il Salone del Libro di Torino si appresta a diventare, dopo la stagione degli aperitivi picchioniani, la stagione degli aperitivi della vanity press. Ancora una volta, nani e ballerini. Questa volta anche ballerine.

Quanta differenza con la sobrietà e l’intensità della Buchmesse, per citarla ancora come esempio da imitare.

Marco Civra (fotografia di Massimo Damiano)

Una volta entrai a curiosare nello stand iraniano a Francoforte. C’era una sola persona presente in quel momento, un signore brizzolato che mi invitò a prendere il tè. Conversammo amabilmente per oltre un’ora di Islam e Cristianesimo, di cultura occidentale e mediorientale, persino di diritti delle donne. Al momento di salutarci, scambiammo finalmente i biglietti da visita. Scoprii che avevo trascorso parte del pomeriggio con Alireza Ali Ahmadi, ministro dell’educazione in carica dell’Iran.

Questa è la magia del Salone di Francoforte. Questa potrebbe essere, se ritrovata, la magia del Salone di Torino. Ridiventare luogo di incontro culturale, dove piccoli editori come noi e grandi editori si confrontano e si cambiano esperienze.

La stagione dei cafoni, mi sia permesso il termine, deve finire.

4) Assumendo questo tuo punto di vista, come altro si potrebbe promuovere il libro e la lettura?

È molto semplice: pubblicare buoni libri e lasciare che i lettori li scelgano liberamente. Alcuni anni fa, in occasione dell’ultimo incontro con Rolando Picchioni, incontro che terminò non a caso in uno scontro, avanzai provocatoriamente una proposta. Visto che gli introiti veri della fiera derivavano dalle sponsorizzazioni istituzionali e in parte irrilevante dagli ormai sparuti editori presenti – era l’anno in cui il Salone dichiarò alla stampa la presenza di oltre 1400 espositori e dimostrai, catalogo alla mano, che gli editori effettivamente presenti erano meno di 300 – lo invitai a trasformare il biglietto di ingresso in buoni acquisto spendibili presso gli editori, che agli editori sarebbero stati rimborsati solo per il cinquanta per cento. In questo modo i visitatori avrebbero sicuramente acquistato libri all’interno del Salone Un sistema selettivo e premiante per le produzioni di qualità, ben più dei contributi a pioggia della Regione Piemonte, che mettono sullo stesso piano editori veri e stampatori e pagamento.

5) Quale il ruolo che può esercitare la mano pubblica e quale i privati, magari in rete tra loro?

Nella situazione attuale, l’unico vero ruolo che la mano pubblica potrebbe esercitare sarebbe il totale ritiro da ogni attività in campo culturale, compresa l’abolizione dell’assessorato che pare ironico definire competente. Fuori dalla facile satira, in occasione degli Stati Generali della Cultura della Regione Piemonte ho ribadito che l’ente pubblico deve svolgere il ruolo di facilitatore, non di imprenditore mascherato o peggio di elargitore di contributi. Perché se i contributi sono a pioggia, come avviene troppo spesso, finiscono per creare una falsa apparenza di giustizia, ma premiano allo stesso modo chi produce realmente cultura e chi produce carta da macero, in una spirale nella quale vince il più bravo a raccontare frottole. Se i contributi, invece, sono mirati, finiscono inevitabilmente per essere destinati ai sodali dell’assessore di turno. Escludendo la malafede, l’abissale ignoranza riesce a provocare danni ancora maggiori. Per restare nella nostra regione, i contributi mirati, anziché promuovere libri e cultura, hanno troppe volte sostenuto guide turistiche e album di foto ricordo. Anche se da alcuni anni porto avanti un progetto di valorizzazione territoriale, ritengo che la frammistione fra cultura, spettacolo, turismo ed enogastronomia siano uno dei gravi errori negli indirizzi pubblici degli ultimi anni. Personalmente amo la buona tavola in località amene, ma non confondo questo con la lettura.

6) Tocca, insomma, archiviare per sempre i grandi eventi che hanno costruito quel Sistema Torino, che proprio nei libri di Bruno Babando che tu pubblici è stato ben descritto?

Bruno Babando è un giornalista geniale e proprio per questo inviso al sistema. Il Sistema Torino purtroppo non è stato costruito su grandi eventi. Avesse realizzato grandi eventi, ne avremmo almeno ricevuto qualche beneficio. Eventi effimeri quanto appariscenti, quelli sì rappresentano il Sistema Torino. Il Salone del Libro dell’era Picchioni di grande non ha avuto nulla. Concordo con i suoi sostenitori che le ricadute sulla città e sull’intera regione sono state di enorme portata: pari a un bombardamento. Quella visione ha provocato danni immani e ci vorranno decenni per rimuoverne le macerie. Per quasi una generazione le risorse che potevano essere destinate alla cultura sono stati ingoiate da una fabbrica dell’avanspettacolo. Anche di pessimo gusto.

7) Tra l’altro, nelle politiche culturali, possiamo dire che la continuità è superiore alla discontinuità? Oppure c’è proprio nulla?

Sono notoriamente un conservatore, anche se fuori dal coro di quelli che oggi si spacciano per tali. Confesso di aver sperato che un sano scossone al barcone politico che ha caratterizzato quel sistema torinese e piemontese al potere per troppi anni potesse essere salutare. Purtroppo, pochi mesi sono stati sufficienti per verificare che lo scossone, come denuncia, su un fronte politico lontanissimo dal mio, Gabriele Ferraris, si è tradotto nel mero taglio degli investimenti e nel ritorno al mito delle periferie e dell’immobilismo che tanto piaceva quasi mezzo secolo fa a Diego Novelli. Peggio ancora, con la diminuzione dell’acqua disponibile nella vasca dei pesci rossi, molti di essi si sono trasferiti, magari mutando colore, pari pari nella boccette asfittiche delle nuove amministrazioni, elemosinando le briciole che caratterizzano il massimo orizzonte del loro pensiero. Direi che assistiamo a una perfetta continuità, ma anche a una lenta agonia.

Il sistema Torino (fotografia di Massimo Damiano)

Lutto per la scomparsa di Roy Eugene Davis

Roy Eugene Davis, discepolo di Paramahansa Yogananda, fondatore del Center for Spiritual Awareness e maestro di moltissimi seguaci dei suoi insegnamenti spirituali, legati al kriya yoga, è venuto meno il 27 marzo 2019. La nostra casa editrice, che ha pubblicato le sue opere in Italia nell’ultimo decennio, si unisce al dolore dei numerosi lettori che lo hanno seguito e del suo traduttore ufficiale, Furio Sclano.