divagazioni

Foto di Manuel Lai

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Sotto questo cielo, cupo e limpido insieme, con le nuvole basse che ci sovrastano nelle notti autunnali.

Sotto queste montagne, che nelle albe invernali galleggiano magicamente sulla nebbia come mura sospese nel nulla.

È qui che nascono i libri di Marcovalerio, i saggi e i romanzi, i classici e i testi spirituali, le pagine che affollano la nostra mente come sogni e che come visioni si moltiplicano in copie che giungono nelle librerie, nelle biblioteche del mondo e, talvolta, nelle vostre case di lettori.


Foto di Manuel Lai

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Queste sono le Terre d’Acaia, le vallate aspre che scendono dall’altopiano che prende il nome dal generale Catinat, le cui truppe seminarono morte e distruzione alla fine del XVII secolo e che ancora oggi sono ricordate nelle celebrazioni della Battaglia della Marsaglia.

Le pianure celtiche, un tempo ricoperte di foreste e oggi distese di granturco, attraversate da Giulio Cesare per scrivere le pagine della sua conquista, dove romani, galli e poi longobardi vissero gli uni accanto agli altri, prima nemici e poi nel grande crogiuolo del Medioevo.

La vallate ombrose dove i Valdesi trovarono la pace dopo secoli di persecuzioni, costruendo sulla rovine dei terremoti, pietra su pietra, negli “inversi”, i versanti gelidi dove il sole non batte d’inverno.


Foto di Manuel Lai

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Lungo gli antichi percorsi, ormai perduti, delle strade romane, che da nord a sud unirono per tutto il Medioevo gioielli d’arte oggi dispersi nei campi e lungo strade bianche e ciclabili, i nostri redattori e collaboratori si incontrano e incontrano gli autori, che approdano in queste pianure così periferiche e lontane dal clamore delle riviste e dei blog letterari, dalle classifiche e dalle vetrine.


Foto di Manuel Lai

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Abbiamo scelto la strada lunga, la strada impervia. Non ci incontrate alle fiere, da anni. Non ci vedete nelle pile dei successi del momento. Non troverete i nostri tomi accalcati nelle stazioni di servizio. I libri Marcovalerio dovete cercarli. Non sono libri da sfogliare, ma da leggere e masticare, lentamente e faticosamente come una capra affronta le foglie più aspre disdegnando le insalatine morbide e spiluccando con caparbietà e fatica il suo pasto.


Foto di Manuel Lai

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Non siamo irraggiungibili. Le nostre porte sono sempre aperte. E qualche viandante lettore giunge fino a qui, talvolta. Potete ordinare i nostri libri e, se non vi piacciono, protestare con decisione. Con tanta decisione da ottenere il diritto di cambiare il titolo che vi ha deluso. Non è una strada pianeggiante, neppure per voi, perché vi chiederemo di motivare la vostra stroncatura.

I libri sono compagni infidi. Non sempre vi danno ciò che vi aspettavate da loro. Talvolta aprono porte che non avevate notato, altre volte botole che avevate consapevolmente ignorato. 


Su sentieri conosciuti o verso mete ignote, i libri vi indicheranno la via

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Il pensatore positivo

imageUna delle follie introdotte dalla New Age è il cosiddetto Pensiero Positivo. Se pensi positivo la tua vita cambia: amore, amicizie, lavoro, soldi, malattie, all’improvviso tutto volge al meglio. Sull’onda di questa teoria, in questi ultimi anni è emerso un nuovo tipo umano: il pensatore-positivo.

Il pensatore positivo è schiavo di una tragica illusione, ossia che tutto ciò che accade fuori e attorno a noi, sia determinato da ciò che accade dentro di noi. Di conseguenza saremmo noi a creare, amici traditori, partner infedeli, ambienti di lavoro mobbistici, malattie e persino gli incidenti. Questa convinzione determina a sua volta una cascata di pie illusioni. Non vai d’accordo con la moglie? Pensa positivo e tutto si risolve “naturalmente”. Tuo figlio si droga? Pensa positivo e vedrai che tutto s’aggiusta. Hai perso il lavoro? Pensa positivo e lo ritroverai. Stai sperimentando ira, rabbia,gelosia, odio, amarezza? Pensa positivo e vedrai questi sentimenti negativi sciogliersi come neve al sole.

Come se non bastasse, talvolta il pensatore-positivo diviene preda di pesanti idiosincrasie. A suo dire egli sviluppa uno speciale sesto senso per captare la “negatività”: terrificante spauracchio da sfuggire in tutti i modi. Perciò può accadere che, egli, improvvisamente si eclissi da ambienti sociali e frequentazioni abituali, perché sentiti come “negativi” (“Sabato sera – racconta una conoscente- ero a una festa ma me ne sono dovuta andar via perché sentivo la negatività”). Non soltanto ci sono persone negative ma perfino abitazioni, soprammobili, monili. La statuina riproducente un elefantino con la proboscide volta in alto è positiva, mentre se la proboscide è volta in basso è negativa. Il tatuaggio con la spirale che sale è positivo, se la spirale scende è negativo. Soprattutto si parla sempre più spesso di “energia” positiva o negativa senza tuttavia mai sapere bene di che si tratti.

La religione dev’essere “positiva”, così il cristianesimo New-Age tende a cancellare l’Antico Testamento perché contiene – a mio parere giustamente- tutto il catalogo delle barbarie umane: stupri, sodomie, stermini, assassini a cominciare da Caino e Abele. Persino Gesù, che ha avuto il coraggio di infrangere molti tabù ebraici, è stato ridotto ad una specie di guru efebico, quando non lo si è cancellato come “persona”, preferendo parlare di “energia cristica, o coscienza cristica” (!?).

Questa ossessione per tutto ciò che è positivo, con conseguente cancellazione di ciò che è negativo, dimenticando la dimensione tragica della vita, provoca, nel pensatore-positivo una pericolosa scissione sia nel proprio io che negli oggetti esterni. La psicologia ci insegna che la sanità mentale consiste proprio nel saper integrare la parte accettata di sé con la parte oscura (che Jung chiamava l’Ombra), così come bisogna saper integrare la parte positiva e negativa di quello che è fuori di noi. Questa mancata integrazione genera una specie di schizofrenia, una vita vissuta solo a metà. E poiché, nonostante gli sforzi del pensare positivo, la dimensione tragica, prima o poi, irrompe nelle nostre vite; ne conseguono delusioni e frustrazioni.

Il politico da bar

Dopo “l’ignorante dialettico” e “il nato imparato”, questa settimana voglio proporre ai nostri lettori un altro tipo umano: il politico da bar.

Il milieu del politico da bar è naturalmente il bar, specie se frequentato da un gruppetto di amici. Il politico da bar è uno che ha già mangiato tutte le foglie prima di nascere. Egli, cosa già abbastanza sorprendente, non solo ha un’opinione su tutto, ma ha una soluzione per tutti i grandi problemi che affliggono il nostro Paese: le ferrovie (uno psichiatra diceva che, un tempo, per capire se una persona era pazza gli si chiedeva se possedeva la soluzione di questo annoso problema), le tasse, la scuola, la viabilità, la delinquenza, l’immigrazione, la prostituzione, la sanità, lo sport e…chi più ne ha più ne metta. Ma non basta ancora: queste soluzioni, a suo parere sono facili e radicali: basta avere la volontà politica per attuarle, sono i politicanti che le rendono difficili per poterci marciare…

Lo strumento principe del politico da bar è la lettura quotidiana del giornali. Osservandolo durante questo esercizio, si potranno cogliere sul suo viso i seguenti segnali rivelatori: sorrisi sardonici, alzata di ciglia, lievi scuotimenti del capo, smorfie schifate. Che sta succedendo? Succede che il politico da bar, via via sempre più inorridito dalla lettura, sta prendendo nota mentalmente delle nefandezze della Politica per poi, terminata la lettura, lanciarsi in furiose invettive.

La frase preferita del politico da bar è: “Io l’ho sempre detto”, seguita da una serie impressionante di luoghi comuni: Il pesce puzza dalla testa (dimenticando le miriadi di “furbi” evasori di piccolo cabotaggio); il marcio sta sempre in alto; a pagare sono sempre i fessi; destra o sinistra sono tutti uguali; anche i puri, una volta raggiunto il “cadreghino”, rubano come tutti gli altri; gli atleti di un certo livello sono tutti dopati; gli impiegati statali sono tutti fannulloni (alla faccia di certi uffici dove si corre tutto il giorno); gli extracomunitari vengono qui per rubare, non per lavorare (alla faccia di tutti i manovali, di tutte le badanti che passano la vita insieme a vecchi disabili), i giornalisti sono tutti venduti o bugiardi (alla faccia di tutti gli opinionisti assassinati dalle Br e di tutti i reporter uccisi nei teatri di guerra).

Naturalmente il politico da bar non esiste da solo: ha bisogno di una piccola corte di amici che lo segue e lo venera come un guru. Niente irrita di più il politico da bar che essere contraddetto: chi ha il coraggio di farlo, sia pure sommessamente, si fa un nemico per la vita.

La sanguisuga

Oggi vi parlo di un altro tipo umano: la sanguisuga. Tra tutte le persone negative la sanguisuga è la peggiore che possiamo incontrare sulla nostra strada.. Meglio una persona malvagia e prevaricatrice. D’altronde anche la Sanguisuga prevarica ma, anziché farlo esercitando la prepotenza, lo fa con una simulata dolcezza.

La sanguisuga è una specie di morto-vivente, uno zombie il quale, non possedendo una vita propria, succhia quella di malcapitati familiari o amici. Naturalmente questa persona non si “attacca” a chiunque: essa possiede uno speciale sesto senso nel riconoscere le persone dal cuore tenero, naturalmente predisposte a soccorrere, a sacrificarsi per gli altri. Se vogliamo evitare di trovarci senza forze e con un pugno di mosche in mano, dopo che ci siamo fatti succhiare il sangue per anni; è di vitale importanza imparare a riconoscere in tempo la Sanguisuga. Essa utilizza, per irretire le sue vittime tre armi micidiali: la lode, la lamentela, il vittimismo.

La lode viene sapientemente utilizzata per convincere l’altro di aver trovato il migliore degli amici possibile. La sanguisuga sommerge letteralmente le sue vittime di complimenti che, come si sa, fanno sempre piacere. Una volta ottenuta la fiducia per il tramite della piaggeria, la Sanguisuga riesce a mantenere l’insana relazione attraverso un uso raffinato delle altre due armi: la lamentela e il vittimismo. Essa si lamenta continuamente per ogni cosa: il tempo, le stagioni, i malanni, gli insuccessi. Attraverso il vittimismo essa produce devastanti sensi di colpa nel malcapitato, il quale raddoppierà i suoi sforzi per cercare di non scontentarla.

La relazione può andare avanti per anni, decenni finché… l’altro non capisce che la Sanguisuga pretende in continuazione ma non gli dà niente (perché non ha niente da dare a nessuno): perciò, se gli rimane ancora un barlume d’energia, finalmente se ne va.

A quel punto la Sanguisuga sviluppa contro di lui un odio implacabile e lo farà oggetto di ingiurie, invettive, dispetti pesantissimi che annichiliscono il poveraccio, il quale sarà accusato invariabilmente di alto tradimento, di non essere quello che sembrava, di ciclotimia e persino di insensibilità.

Se la Sanguisuga è una moglie riterrà il marito colpevole di essere ingrassata, delle emicranie, delle vampate di calore, dell’ipertensione, di non essere più bella come una volta, ecc. Se è un marito riterrà la moglie la causa dei suoi insuccessi professionali, delle sue defaillance sessuali, di non avere amici, ecc. Se vive un rapporto d’amicizia accuserà gli amici di trascurarla, di dimenticarsi i suoi compleanni, di non informarsi sollecitamente della sua salute, peraltro solidissima (ipocondria a parte), ecc.

Se la vittima riuscirà a tener duro sotto questo tsunami verbale, questa tempesta emotiva, potrà finalmente liberarsi della Sanguisuga, alla quale non resterà che guardarsi intorno alla ricerca di una nuova vittima.

Il radical chic

Questa settimana voglio proporre ai lettori un altro tipo umano: quello che Montanelli, con una felice intuizione chiamò radical-chic.
Il radical-chic non vive immerso in mezzo alla società: si crea una sua società ideale, ristrette cerchie di sodali, i soli che valga la pena  frequentare. In queste piccole,blindatissime corti, se c’è uno scrittore puoi giurarci che è il “miglior scrittore” esistente; così per i pittori, i musicisti, gli architetti,ecc. Al di fuori di queste enclave, domina la superficialità, la banalità, il pressappochismo, il qualunquismo. Dunque il radical-chic non è aperto a quanto succede attorno a lui: egli ha i suoi autori, i suoi musicisti, i suoi artisti, i suoi saggisti, ignorando aristocraticamente tutto il resto.
Il radical-chic, quasi sempre di provenienza extraparlamentare,
presenta due distorsioni cognitive che lo rendono elitario e spocchioso: scambia leggerezza per superficialità e semplicità per banalità.
Dunque, scambiando la leggerezza per superficialità, per il radical-chic tutto ciò che è piacevole, non è “impegnato” e quindi non è serio. Perciò, anziché amare, ad esempio, un bel film d’amore francese (di Lelouch o di Rohmer), di quelli che regalano appunto la leggerezza dell’essere, egli preferisce pellicole impregnate di messaggi politico-social-ecologici. Così accade che, quando è un radical-chic a decidere la programmazione di un cineforum, la inzeppa di pellicole terzomondiste spesso noiosissime e praticamente invedibili.
Esistono poi una letteratura e una saggistica radical-chic. Giorgio Bocca, ad esempio, in questi ultimi decenni ha scritto alcuni capolavori sia per i contenuti sia per l’altezza di scrittura. Ma Giorgio Bocca con è riconosciuto dalla tribù radical-chic che, nel sentire il suo nome, storce il naso. Se c’è uno studioso che ha capito a fondo l’animo umano (specie quello italico) è Alberoni. Dai suoi articoli sul “Corriere”, imparo sempre qualcosa di importante; i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e, all’estero è, da molti studiosi, considerato un maestro della moderna sociologia. Senonchè il radical-chic, scambiando la semplicità di scrittura (grandissima qualità) per banalità, lo considera un autore “lapalissiano” e gli preferisce certi sociologi engagé i cui testi sono pieni di fumosi giri di parole, di vocaboli astrusi, di concetti contorti. Persino Musatti, il fondatore della psicanalisi italiana, un grandissimo psicanalista, è stato definito dai radical-chic  “superficiale”: un altro che aveva il torto di parlare e scrivere con semplicità.
Il radical-chic pinerolese snobba l’Eco del Chisone, un tempo definito “Settimanale dei preti”, anche se, come amava ripetere il compianto Don Morero, lo legge “di nascosto”. Salvo poi, appena pubblica qualcosina, spasimare per avere una recensione sul giornale dei preti. La cosa che mi diverte di più è sentire un radical-chic che mi dice: “ i tuoi articoli piacciono a mia nonna, a mia zia, a mio cugino”. Addirittura uno mi disse convinto: “I tuoi articoli piacciono al mio macellaio”, facendomi inconsapevolmente un bel complimento.
Il radical-chic ex-sessantottino, nonostante il fatto che la realtà abbia sconfessato puntualmente molte sue farneticazioni, non perde la sua sicumera e dunque non perde il vizio di impartire lezioni agli altri: ogni volta che ne incontro uno, non è mai un incontro alla pari ma tra maestro e allievo.

 

Il nato imparato

Dopo “l’ignorante dialettico”, un altro tipo umano sta avanzando prepotentemente. Con una forzatura grammaticale potremo chiamarlo “ il nato imparato”.
Un’amica insegnante, tempo fa, mi confidava le difficoltà, lo stato di frustrazione che deriva dal dover tentare di insegnare a gente che non glie ne frega niente d’imparare. Ragazzi che, possedendo la dialettica di derivazione  televisiva, Internet, il cellulare, credono di essere “imparati” e di non avere bisogno di nuove conoscenze.
Il nato imparato ha una sua opinione su tutto, anche su argomenti dei quali non ha la più pallida idea. Dunque egli si nutre di schemi mentali.Gli schemi mentali, come insegna la psicologia oltre ad essere fallaci, incapaci cioè di adattarsi ad una realtà mutevole, comportano pesanti distorsioni cognitive. Mi è accaduto di assistere a  discussioni tra un nato imparato a digiuno di un certo argomento con un esperto in materia il quale, al termine di estenuanti e sterili ragionamenti, si vedeva costretto, contro ogni evidenza scientifica, a dare ragione al suo interlocutore. In casi peggiori è accaduto che un nato imparato, forte dello schema mentale “Se ti attaccano difenditi”, abbia mandato all’ospedale un compagno colpevole di avergli giocato uno scherzo innocente.
Anni fa, su queste pagine, abbiamo letto diatribe senza fine di un laureato in Economia e Commercio, il quale pretendeva di insegnare niente popodimeno che la Medicina, ad un valente medico pinerolese il quale aveva al suo attivo, oltre alla laurea, dieci anni di pratica ospedaliera, e altri vent’anni di pratica ambulatoriale.
Al nato imparato la persona colta dà fastidio, come se fosse una pietra d’inciampo nel suo processo di self-teaching. Senonchè, senza l’aiuto di una persona esperta, è praticamente impossibile perseguire una ricerca su materie complesse e composite. Spesso capita che qualcuno, trovando in un articolo di giornale una parola sconosciuta, ne chieda, a chi ne sa di più, il significato per poi, appena questi inizia a fornire una spiegazione, distrarsi e mettersi a parlar d’altro, dimostrando quanto fosse superficiale la sua curiosità.

Il nato imparato basta, culturalmente, a sé stesso perciò, alla gratitudine d’un tempo verso chi, con i suoi consigli, ci aiutava a progredire nella strada della conoscenza; si ‘ sostituito il fastidio, quando non un aperto senso di fastidio, d’irritazione.

Poi ci si stupisce constatando che, perfino dei parlamentari, interrogati con domandine facili, facili (come diceva Mike Buongiorno) su storia, geografia, cultura generale, rispondano con imbarazzati silenzi, risposte abborracciate quando non autentiche castronerie.

L’ignorante dialettico

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.

Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.
In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…
Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.
Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.

In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…

Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.

 

Voltaire non ha mai detto: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire»

Dal sito letterario di Bartolomeo Di Monaco, riprendiamo e vi riproponiamo un interessante articolo di Alfio Squillaci sulle citazioni “celebri”:

Voltaire non ha mai detto:
«Non sono d’accordo con quello che dici,
ma darei la vita perché tu lo possa dire»

di Alfio Squillaci

Come Galilei non ha mai scritto: «Eppur si muove» e in nessun luogo delle opere di Machiavelli si trova:  «Il fine giustifica i mezzi», allo stesso modo Voltaire non ha mai scritto né detto «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». E allora da dove nasce questa leggenda metropolitana?

Ricordo che il giornalista televisivo Sandro Paternostro,  vanesio e inconcludente (e anche palermitano, fatto che dal mio punto di vista di catanese è una conferma della labilità intellettuale dei panormiti ),  colui che ha impostato definitivamente, anche per chi l’ha succeduto,   il “canone”  delle corrispondenze televisive da Londra sulla filiera tematica cappellini-della-regina-mostre-canine-e-via-minchionando  (e tutta l’Inghilterra di Hume e di Dickens, del Labour e di Shaw che vada a farsi benedire) amava ripetere questa formula nel  programma televisivo “Diritto di replica” di qualche decennio fa.

Ancora oggi viene ribattuta con grande enfasi e magnanimità citrulla tutte le volte che si fa mostra di elegante tolleranza nei confronti del proprio avversario. Essa è tanto pregna di un fair play vanitoso quanto logicamente destituita di senso solo se ci si pone a pensare che se concediamo al  nostro avversario la libertà di poter dire tutto, anche l’intenzione di uccidere, noi o altri, egli da una parte lo farebbe di già e molto prima che noi ci immoliamo per  consentirgli di dirlo, oppure  lo farebbe col nostro consenso.  L’idea di tolleranza non può che partire da un “minimo etico” e non può non essere che reciproca, ovviamente, ma non può ammettere nell’interlocutore idee di sterminio o altri abomini,  che pertanto  nessuno, e per giunta a sacrificio della propria vita, può consentire di dire ad alcuno. Se infatti si deve essere tolleranti coi tolleranti, viceversa non si può essere che intolleranti con gli intolleranti.

Ma tagliando corto, il signor di Ferney non ha mai detto simile frase. Come mai allora gliela si attribuisce?
La sola versione nota  di questa  citazione è quella della scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it.», The Friends of Voltaire, 1906, ripresa anche nel successivo Voltaire In His Letters (1919).
Per chiudere la storia  di questa falsa citazione, Charles Wirz, Conservatore de “l’Institut et Musée Voltaire” di Ginevra, ricordava nel 1994, che Miss Evelyn Beatrice Hall,  mise, a torto, tra  virgolette questa  citazione in due opere da lei dedicate all’autore di «Candido», e riconobbe espressamente  che la citazione in questione non era autografa di Voltaire, in una lettera del  9 maggio  1939,  pubblicata  nel 1943 nel   tomo LVIII  dal titolo “Voltaire never said it” (pp. 534-535) della rivista “Modern language notes”, Johns Hopkins Press, 1943, Baltimore.

Ecco di seguito l’estratto della lettera in inglese:
«The phrase “I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it” which you have found in my book “Voltaire in His Letters” is my own expression and should not have been put in inverted commas. Please accept my apologies for having, quite unintentionally, misled you into thinking I was quoting a sentence used by Voltaire (or anyone else but myself).» Le parole  “my own” sono messe in corsivo intenzionalmente da  Miss Hall nella sua lettera.

A credere poi a certi commentatori (Norbert Guterman, A Book of French Quotations, 1963), la frase starebbe anche in una lettera  del  6 febbraio 1770 all’abate  Le Riche dove Voltaire direbbe :
«Monsieur l’abbé, je déteste ce que vous écrivez, mais je donnerai ma vie pour que vous puissiez continuer à écrire.» Peccato  che se si consulta la lettera citata, non si troverà né tale frase e nemmeno il concetto. Essendo breve tale lettera, è meglio citarla per intero e scrivere la parola fine su questa leggenda.

A M. LE RICHE,
A AMIENS.
6 février.
Vous avez quitté, monsieur, des Welches pour des Welches. Vous trouverez partout des barbares têtus. Le nombre des sages sera toujours petit. Il est vrai qu’il est augmenté ; mais ce n’est rien en comparaison des sots ; et, par malheur, on dit que Dieu est toujours pour les gros bataillons. Il faut que les honnêtes gens se tiennent serrés et couverts. Il n’y a pas moyen que leur petite troupe attaque le parti des fanatiques en rase campagne.
J’ai été très malade, je suis à la mort tous les hivers ; c’est ce qui fait, monsieur, que je vous ai répondu si tard. Je n’en suis pas moins touché de votre souvenir. Continuez-moi votre amitié ; elle me console de mes maux et des sottises du genre humain.
Recevez les assurances, etc.

Ma ormai la frase di Miss Hall aveva varcato l’Atlantico e dopo un piccolo rimbalzo nei circoli ristretti dei liberal era entrata nel formidabile circuito dei media americani, tramite il popolare  Reader’s Digest (Giugno 1934) e la Saturday Review (11 Maggio 1935).

Il Salone immobile del Libro di Torino

Satisficion

Ospitiamo sul nostro blog questo articolo di Gian Paolo Serino, direttore della rivista Satisfiction, ancora una volta polemico sul Salone del Libro di Torino. Un argomento sul quale, da sei anni, non ci esimiamo dal prendere posizione. Siamo stati voce nel deserto (quando al deserto partecipavamo, fino al 2006). A quanto pare, qualcuno si unisce alla sparuta carovana.

Il Salone Immobile di Torino nasce dall’idea che proprio la Fiera del Libro di Torino sia tra i principali colpevoli della disaffezione alla lettura in Italia.

Non voglio entrare in dibattiti con gli zombie culturali che attentano ogni giorno la libertà di lettura , ma l’oggettività porta facilmente a comprendere come la Fiera di Torino sia diventata un circo barnum di radical flop più che un luogo di incontro tra scrittori, editori e lettori. Si pagano 12 euro per entrare in un supermercato. I grandi editori sono presenti con stand che sono vere e proprie librerie: stessi titoli che trovate al supermercato e in più pochi sconti se non nessuno e addetti alla vendita preparati solo alla vendita.

I piccoli editori, che sino a qualche anno fa animavano il Salone, sono sempre più strozzati da costi esorbitanti per pochi metri quadrati di visibilità. Non promuovono più cultura ma sono costretti a recuperare i costi in pochissimi giorni. Gli scrittori italiani, quando esistono, sono strozzati non tanto dagli scrittori internazionali (che si guardano ormai bene dall’intervenire), ma da cantanti, soubrette, veline e letteraturine. Tutto questo porta ad una spettacolarizzazione della cultura che non aiuta ma distrugge il senso della cultura in Italia.

Al Salone del Libro non ci sono più incontri tra intellettuali, ma salottini (asor) rosa. Non ci sono più scontri, ma solo scontrini. Non esiste più un dibattito culturale, ma solo scolaresche in gita scolastica. Non ci sono più confronti, ma solo affronti all’intelligenza del lettore.

Chiunque entri al Salone Immobile del Libro di Torino può comprendere come la Fiera del Libro sia diventata oltre modo dannosa. Tutto – dalla comica allo scienziato, dallo studioso all’opinionista televisivo – è messo in un unico programma. Tutto è livellato. Verso il basso, verso il facile, verso il divertente. Tutto ciò che non si può essere, al Salone del Libro si può comprare. Partecipi ad un incontro e ti credi uno scrittore o un critico letterario, pronto a cedere il sorriso di circostanza al comico di turno.

Il Salone del Libro di Torino fa male, nuoce gravemente alla salute dei lettori. Perchè esistono due modi per spegnere la cultura di una civiltà: nel primo i libri si mettono all’indice o al rogo, nel secondo si pubblicano talmente tanti titoli che l’effetto è uguale. Esattemente come nell’informazione. Oggi non esiste quasi più la censura o l’oscurantismo ma ci danno talmente tante informazioni da farci diventare passivi. Quando guardiamo un telegiornale tutto è sullo stesso piano di importanza: politica, calcio, fighe, tette, culi e Padre Pio.

Tutto è nello stesso contenitore, quindi è tutto contenuto. Ne è riprova che ogni giorno solo per le notizie che sentiamo al Tg — morti nelle guerre, sparatorie, omicidi, suicidi, stupri — non dovremmo dormire per una settimana. E invece è tutto un arrivederci alla prossima edizione e buona continuazione con la nostra programmazione. Il Salone del Libro applica lo stesso concetto solo apparentemente democratico: mette sullo stesso piano le mutande della Littizzetto con le parole di un Premio Nobel.

La differenza è che la Littizzetto è più ascoltata. Il Salone del Libro di Torino non è più il Salone per i lettori, ma è un luogo che bisognerebbe abolire (soprattutto simbolicamente) perché è un’associazione a delinquere di stampo immaginario. Si finge di fare cultura e si spaccia il concetto antidemocratico di una dittatura del divertimento e dell’effimero in nome dell’andare incontro ai lettori.

Cari responsabile del Salone del Libro, dimettetevi. Cari giornalisti culturali non scrivete più del Salone. Cari scrittori, se esistete ancora, state a casa anziché rimediare briciole di applausini. Cari critici letterari leggete libri al posto di cercare un posticino al sole della vostra ombra.

Ma soprattutto voi, cari lettori: visto che chi gestisce la cultura in Italia dovrebbe dimettersi da anni e non lo fa, dimettetevi voi. E iniziamo a nona ndare al salone, iniziamo a non leggere più le novità, iniziamo a ribellarci alla dittatura del marchetting culturale e dalla dittatura delle fascette e delle novità.

Gian Paolo Serino

Gian Paolo Serino

 

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Il decalogo imperfetto per uccidere il proprio manoscritto

Ecco un decalogo perfetto, anzi del tutto imperfetto, perché si tratta di qualche regola in più delle dieci canoniche, per essere certi che il proprio manoscritto sia ucciso dal tasto “delete” sulla tastiera:

  1. Inviate il vostro manoscritto ad almeno cinquanta case editrici con tanto di indirizzo email in chiaro, così che chiunque lo riceva sappia che lo avete inviato a raffica in modo del tutto casuale
  2. Specificate che il manoscritto è stato già respinto da quaranta case editrici che non capivano nulla di editoria
  3. Spiegate chiaramente che la maggior parte dei best seller già pubblicati sullo stesso argomento sono pura immondizia e che il vostro approccio è completamente diverso.
  4. Fate sapere subito che i vostri parenti e amici lo hanno letto e sono convinti si tratti di un capolavoro
  5. Comunicateci che la casa editrice XY vi ha consigliato caldamente di proporre il manoscritto a noi, perché siamo gli unici che lo avrebbero certamente compreso.
  6. Inviate il vostro libro sotto forma di venti allegati separati, ciascuno per ogni capitolo, aggiungendo altri cinque allegati con curriculum, recensioni di amici e lettere di presentazione
  7. Allegate la vostra proposta di copertina, possibilmente del tutto innovativa rispetto alla collana nella quale sognate di vedere inserito il vostro manoscritto
  8. Dopo aver inviato il vostro messaggio, telefonate subito per sapere se l’allegato è stato ricevuto
  9. Nel pomeriggio ritelefonate per sapere se l’allegato è stato stampato e letto
  10. Scrivete un’email tutti i giorni per sapere come procede la lettura del vostro manoscritto
  11. Dopo una settimana rimandate l’allegato e speditene anche una copia per posta per essere sicuri che sia arrivato
  12. Contattateci su MySpace e su Facebook, possibilmente scrivendo sulla bacheca pubblica una sintesi della scheda del manoscritto perché tutti la possano leggere.
  13. Se il vostro manoscritto è stato respinto e non avete ricevuto risposta fateci sapere che l’avete pubblicato su Lulu e che avete venduto centomila copie e che comunque siete disponibili a riproporcelo qualora cambiassimo idea
  14. In alternativa, se siete stati pubblicati dalla casa editrice XY, inondateci di inviti alla presentazione del vostro libro
  15. In ogni caso, contattateci via chat, msn, Skype per contestare la nostra decisione