editoria

La Fabbrica del Libro

Grazie alla collaborazione con l’assessorato alla cultura della Città di Pinerolo, in provincia di Torino, abbiamo avviato un progetto che, nell’arco dei prossimi mesi, ci porterà a raccontare, in incontri pubblici e in streaming, la nascita e la realizzazione di un’opera di saggistica. Ecco i filmati dei primi incontri.

TG VIDEO NOVARA, LA PRESENTAZIONE DELLA FABBRICA DEL LIBRO


LA FABBRICA DEL LIBRO – IL RAPPORTO FRA COMMITTENZA E PRODUZIONE DELL’OPERA


LA FABBRICA DEL LIBRO – SPECIALE ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE – LA RESISTENZA DELLA CULTURA


LA FABBRICA DEL LIBRO – III PARTE – COSA È UN ARCHIVIO STORICO E QUALI TESORI PUO’ CONTENERE


LA FABBRICA DEL LIBRO – IV PARTE – PROGETTARE, DISEGNARE, CONFEZIONARE


LA FABBRICA DEL LIBRO – V PARTE – I LIBRI DI PIETRA – TARGHE E SEGNI NASCOSTI NELLE STRADE, CON ITALIA NOSTRA


LA FABBRICA DEL LIBRO – VI PARTE – AVVENIMENTI E PALAZZI, SEGNI PERDUTI E SEGNI PERENNI DEL PASSATO, CON ITALIA NOSTRA


LA FABBRICA DEL LIBRO – VII PARTE
IL PROF. ALESSANDRO CROSETTI E IL DR ILARIO MANFREDINI AFFRONTANO IL DELICATO RAPPORTO FRA RIGORE SCIENTIFICO E DIVULGAZIONE IN UN’OPERA DESTINATA AL PUBBLICO


LA FABBRICA DEL LIBRO PARTE VIII
SPECIALE VISITA A PALAZZO DEGLI ACAJA DI PINEROLO
Con la presentazione degli affreschi monocromi non visibili al publbico, grazie a Italia Nostra Sezione del Pinerolese.


LA FABBRICA DEL LIBRO INTERVISTA IL PROF. DARIO SEGLIE
CHE RACCONTA IL TERRITORIO PINEROLESE
DELL’ERA PREISTORICA ALL’EPOCA ROMANA


LA FABBRICA DEL LIBRO – RISVEGLIO CULTURALE – LETTURE AD ALTA VOCE AL FONTANILE ULÈ DI VIGONE (TO)


LA FABBRICA DEL LIBRO – UNA VISITA VIRTUALE ALLA PINACOTECA DI PINEROLO – I NUOVI ALLESTIMENTI DEI MUSEI CIVICI DI PINEROLO

 


LA FABBRiCA DEL LIBRO – VISITA IN ANTEPRIMA AI MUSEO CIVICI DI PINEROLO – IL MUSEO DI ARCHEOLOGIA A PALAZZO VITTONE


 

PRESENTAZIONE DI “PINEROLO MILLE ANNI DI STORIA” AL CIRCOLO SOCIALE DI PINEROLO – 25 SETTEMBRE 2021

 

Nasce il crowdfunding editoriale di Marcovalerio

 

Unisciti al primo crowdfunding dell’editoria accademica. Hai scritto un saggio su un argomento di nicchia, altamente specializzato e vorresti vederlo pubblicato? Noi lo prendiamo in considerazione, rispettando i criteri severi di selezione, e lo proponiano nella sezione crowdfunding. Se il pubblico manifesta sufficiente interesse prenotando il numero minimo di copie necessario a coprire i costi vivi, il libro vedrà la luce nell’arco di qualche settimana.

Come funziona?

  1. Tu ci invii il testo corretto.
  2. Noi realizziamo una versione provvisoria in ebook delle prime pagine, che il pubblico potrà scaricare gratuitamente per avere idea del contenuto del libro.
  3. I lettori interesseti prenotano la copia al prezzo crowdfunding
    (il prezzo aumenterà periodicamente fino alla data di scadenza del progetto)
  4. Raggiunto l’obiettivo minimo, il tuo libro entrerà a catalogo.
  5. Tu ci aiuti condividendo il progetto. Il tuo aiuto è fondamentale!

COPIE DA PRENOTARE PER RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO

180

COPIE FINORA PRENOTATE

44

COPIE RIMANENTI PER RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO

136

Se compare il pulsante ESAURITO anziché PRENOTA LA TUA COPIA significa che è già stato raggiunto l’obiettivo minimo e inviato in stampa il volume. In tal caso lo trovate nel nostro catalogo online. Non perdete tempo se volete riuscire ad acquistare il libro al prezzo crowdfunding!

CONTATTACI E PROPONI LA TUA OPERA PER IL CROWDFUNDING

 

Il “Crowdfunding” è una modalità di acquisto che consente di ottenere ottimi prezzi, grazie all’elevato numero di acquirenti concentrati in un periodo di tempo limitato. Per questo la buona riuscita dell’acquisto è vincolata al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti entro un dato termine. Se il numero minimo di partecipanti non viene raggiunto entro il termine previsto, l’ordine sarà cancellato e gli importi versati saranno restituiti integralmente. Al raggiungimento del termine sarai informato via email sull’esito positivo o negativo del crowdfunding.

Vuoi dare al progetto maggiori possibilità
di raggiungere l’obiettivo minimo?
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SULLE QUALI STIAMO LAVORANDO

 

Arrivano le GIFT CARD e una te la regaliamo noi


Arrivano le CARTE REGALO | GIFT CARD e la prima te la regaliamo noi per celebrare i vent’anni del marchio Marcovalerio Edizioni.

Le carte regalo non hanno scadenza. Possono essere usate anche per più acquisti successivi e separati (il credito residuo resta valido fino al completo esaurimento), non ci sono importi minimi di acquisto e in ogni caso le spese di spedizione sono sempre a nostro carico.

Puoi acquistarle per te o inviarle a un amico. Riceverai automaticamente nella tua casella postale il file con il codice della CARTA REGALO e potrai usarla. La CARTA è anche cedibile. Quindi puoi effettuare un acquisto tu, e poi regalare a qualcun altro il credito residuo.


Vuoi provare come funziona? La prima CARD, del valore di cinque euro, te la regaliamo noi. E puoi anche usarla per acquistare una ulteriore card di valore superiore, scontando immediatamente i cinque euro.

GIFT CARD DA 5 EURO
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Una GIFT CARD da 5 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.

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Ecco i tagli delle GIF CARD che puoi acquistare:

GIFT CARD DA 200 EURO
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Prezzo: €200,00
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Prezzo: €100,00
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Prezzo: €50,00
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Prezzo: €25,00
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Una GIFT CARD da 10 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.
Prezzo: €10,00
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Una GIFT CARD da 5 euro spendibile senza scadenza e senza obbligo di importo minimo.
Prezzo: €0,00

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Ebook si, no, forse

Non siamo mai stati grandi fautori degli ebook, in questa casa editrice, lo confessiamo. Il momento particolare tuttavia giustifica alcune richieste che ci sono pervenute e per le quali ci stiamo attrezzando. Potete quindi segnalare nei commenti in questo articolo le vostre richieste e nell’arco di pochissime ore cercheremo di soddisfarle, dando la precedenza ai titoli maggiormente richiesti dai lettori. Ovviamente ad un prezzo particolarmente favorevole.

person holding black tablet computer during daytime

Il redattore ordinario va in pensione…

Era inevitabile che prima o poi accadesse. Nessuno è uomo per tutte le stagioni. E così, il vostro redattore ordinario se ne va in pensione. Definitivamente. Chissà perché, era ovvio accadesse oggi.

Questa mattina, affacciandomi alla luce del sole mentre scendevo la scaletta ripida che dalla soffitta si affaccia sul cortile, proprio accanto ai bidoni dell’umido, dai quali sale il lezzo della fermentazione estiva di bucce e avanzi di cibo, zoppicando lentamente sull’asfalto sconnesso, interrotto dalle erbacce cresciute a dismisura, ruvide sulle caviglie, mi stavo concentrando sulle correzioni di bozze consegnate l’altro giorno.

È vero, i miei occhi non scorgono più bene i refusi e quelle formiche sulla carta tendono a muoversi traballanti sotto la lampada, anziché restare immobili come sarebbe conveniente. Sono diventato lento, torpido, ma il mio lavoro credevo di saperlo ancora fare.

Un giovinotto dinoccolato, mi pareva di averlo già visto qualche mese or sono alle prese con la fotocopiatrice, in quell’incarico di elevata responsabilità che qui, come in tutte le case editrici, chiamano stage, alla francese, si è avvicinato quel tanto che basta per farsi sentire dalle mie orecchie stanche e distratte. «Il Direttore la vuole. Nel suo ufficio.»

Poi si è allontanato con il naso piantato sullo schermo di quei cosi moderni, agitandoci sopra le dita come un suonatore di ocarina. Non credo sappia cosa sia un’ocarina. Come io no so bene a cosa servano quei cosi moderni.

«Caro Nené – mi ha salutato con quell’aria perennemente distratta il Direttore Editoriale – anzi, carissimo, perché sai bene quanto la tua presenza in questa casa editrice sia stata importante negli anni più difficili della crisi.»

Eccome, se lo so bene, ho pensato. Considerato che mi avete pagato a fichi e uva americana, a seconda della stagione. D’altra parte, che poteva pretendere uno come me, che non esiste neppure all’anagrafe, inventato dalla penna malata come alias e parafulmine per gli scrittori. Un redattore ordinario, obsoleto, ma soprattutto, un redattore inesistente.

«Comprenderai che non possiamo continuare a mantenere nel nostro organico – ha proseguito il Direttore Editoriale – una citazione letteraria. Senza contare il fatto che non deteniamo i diritti di riproduzione del personaggio. Anche se a malincuore, è giunto il tempo che tu ti ritiri a vita privata.»

A vita privata dove? mi sono chiesto, tra me e me naturalmente, perché mai avrei osato rispondere ad alta voce al Direttore. Se fossi reale, potrei anche andarmene in pensione, che so, a Vigàta, giusto nella campagna, tra il mare e i templi di Agrigento. Non dico tra le cave degli zolfi, che ormai non sono più attive. Però non sarebbe stato spiacevole ripercorrere la salita, con le scarpe impolverate. Una citazione letteraria dove potrebbe mai ritirarsi? Tra gli scaffali di una biblioteca? Nel magazzino delle carte di una tipografia? O nel deposito del macero della cartiera dove finiscono i libri invenduti?

«Noi ti siamo grati – e quel noi, diciamocelo chiaro chiaro, era un Io con la I molto maiuscola, come si addice all’Ego smisurato del Direttore Editoriale – per il tuo essenziale contributo. Hai saputo interpretare pienamente il tuo compito, negli anni in cui era fondamentale il riserbo sul nostro assetto. Ora, però, in questi tempi di social tutto deve essere trasparente. Tutto deve avvenire alla luce del sole. Tutto deve essere condiviso, fra chi decide cosa pubblicare e chi decide cosa leggere. È finito il tempo del potere oscuro della cultura. Uno vale uno.»

Eh, no, mio caro. Non è vero che uno vale uno. Io valgo zero, sia chiaro. Sono solo una citazione e per quindici anni quasi nessuno se n’é accorto. Non se ne sono accorti certi scrittori che mi hanno risposto a male parole quando correggevo gli anacoluti sui loro manoscritti. Quegli stessi che questa mattina hanno fatto a gara per raccontare come gli mancasse la figura di mio padre, manco avessero mai letto davvero in vita loro un suo libro. Non sapete chi mi ha inventato? A parte il Direttore ovviamente, che si arroga il merito ma come tutti i Direttori non inventa mai nulla, si limita a citare, come dice Lui stesso.

Lo fanno correre da Ponzio a Pilato, il cavaliere Ignazio Xerri tutto zucchero e miele e naturalmente fàvuso, che uno lo capisce da come mette le mani, da come si ingiarma a guardarsi la punta delle scarpe.
«Sul serio, sono mortificato, ma ho i magazzini vacanti. Al suo posto, provare per provare, farei un salto da Michele Navarrìa»
E don Michele Navarrìa, incazzato com’era sempre per niente, magari perché il sole spuntava il mattino e calava la notte.
«No, manco un grammo ch’è un grammo, di sùlfaro. Ho i magazzini sciutti all’osso».
E lui ancora più affannato, perso per strada l’aplombo che sudando sangue s’era guadagnato in Svizzera, quando suo padre aveva avuto la bella pensata di mandarlo a studiare chimica per fargli fare col sùlfaro lo stesso preciso miracolo di Gesù col pane e coi pesci.
[Andrea Camilleri, Un filo di fumo, Sellerio, 2003]


Già, sono una citazione. Sono figlio letterario di Totò Barbabianca. Prima che mi spaccassero i cabbasisi con le storie di quello sbirro diventato famoso. Molto prima. Adottato, per modo di dire, dalla redazione di questa casa editrice prima con l’incarico di addetto stampa, e poi di vecchio redattore. Quello che scrive le email di rifiuto, che discute con gli autori che hanno letto tutto e conoscono tutto. Quelli che non mi avrebbero mai scoperto.

Questa mattina, però, chi mi aveva dato vita si è rotto i cabbasisi di stare a sentire le chiacchiere inutili dei suoi critici e di qualche suo fan. Naturalmente anche quelle del mio Direttore.

Emanuele Romeres, a questo punto, va in pensione. Torna a nascondersi fra le pagine di un libro che pochi hanno letto e pochi leggeranno. Tra il gocciolio dei tubi e il fetore dei ratti, fra i libri che ha sempre amato, e che neppure loro ricambiano l’affetto.

La stagione dei Saloni è finita…

Alla vigilia dell’edizione 2019 del Salone del Libro di Torino, è uscita questa intervista a Marco Civra, direttore editoriale di Marcovalerio Edizioni. La riproponiamo, come dato di archivio.

Marco Civra (fotografia di Massimo Damiano)

Nata nel 2000, Marcovalerio Edizioni è oggi un marchio controllato dal Centro Studi Silvio Pellico. A dirigerla, fin dalla sua fondazione, è Marco Civra. Classe 1961, laurea in pedagogia, un passato da giornalista professionista in campo politico, prima nei quotidiani poi nelle istituzioni dello Stato, Civra presiede dal 2013 il Centro Studi Silvio Pellico, una no profit che ha incorporato Marcovalerio insieme ad altri marchi editoriali, come Ajisaipress, specializzata nela produzione di schemi di ricamo rinascimentali e vittoriani, che diffonde in tutto il mondo, Ivo Forza, donata dal suo fondatore al Centro Studi per garantirne la continuità, ed altri marchi di cultura.

Una casa editrice no profit, concentrata sulla produzione di titoli di elevato valore culturale e sulla difesa del patrimonio letterario che rischia di disperdersi di fronte alla grave crisi dell’editoria in generale. Negli anni ha tenuto a catalogo molti classici introvabili, come i Cento Anni di Rovani o la quadrilogia di Antonio Fogazzaro, ha salvaguardato la disponibilità di autori meno noti ma non minori come Faldella, riscoperto testi come “L’uomo, questo sconosciuto” di Alexis Carrell, ma anche opere di autori contemporanei di grande spessore. Ad esempio i sei volumi de “La filosofia” di due giganti del pensiero conservatore contemporaneo, come Vittorio Mathieu e Aldo Rizza.
È inoltre impegnata da anni nella produzione specifica di titoli a grandi caratteri per lettori ipovedenti. Un settore di nicchia, ma in costante crescita, che rappresenta il principale impegno sociale e al quale Marcovalerio destina i proventi delle altre collane,

1) La tua casa editrice, quindi, parteciperà a pieno titolo al Salone del Libro? No, perché…

Dire la “mia” casa editrice non è corretto. È vero, dal 2000 dirigo questo piccolo marchio, al quale ho deciso di dedicare la seconda parte della mia vita professionale e culturale. Marcovalerio resta tuttavia un patrimonio condiviso fra i soci e i sostenitori di questo progetto. Non perseguiamo il successo, né tantomeno risultati economici. Forse, proprio per questa ragione, in realtà, successo e stabilità economica, in tempi difficili per il settore come quelli odierni, ci hanno raggiunti nostro malgrado.

La questione Salone del Libro è delicata. La nostra posizione critica risale agli inizi del secolo. Quella grande intuizione di Guido Accornero e Angelo Pezzana, che nel secolo scorso fece incontrare, al tempo a Torino Esposizioni, grandi e piccoli editori gli uni a fianco degli altri, aveva ed avrebbe ancora oggi un senso.

Amo ricordare di quegli anni il mio incontro con Lorenzo Enriques, di fronte allo stand in allestimento. In maniche di camicia, sudaticcio per lo sforzo di scaricare scatoloni, l’amministratore delegato di Zanichelli, si mise a conversare di libri fra un carrello e un nastro da pacchi. Era la stagione del multimediale nascente. Mi tolsi la giacca e aiutai ad aprire gli scatoloni nella fiera in allestimento e, fra un pacco di libri e l’altro, nacque il progetto della prima edizione interattiva della Divina Commedia su floppy disk, che fu poi sponsorizzata da Apple. Quello era lo spirito del salone. Lettori, scrittori, editori, riuniti intorno alla passione, presi dal sacro furore della cultura. Negli stand potevi incontrare redattori e direttori editoriali. Non c’era bisogno di sale e presentazioni: gli scrittori erano lì, in mezzo al pubblico, libri ovunque. Cercavi un autore di una casa editrice e lo trovavi nello spazio del concorrente, intento a spulciare tra i volumi, perdevi uno dei tuoi e lo pescavi dai vicini e discutere del loro ultimo progetto. Un caos creativo, ma produttivo. Invece di convegni inutili sulle politiche di promozione del libro e della lettura, si producevano libri e si leggeva.

Poi venne la stagione grigia, quella delle sale multicolori e degli autogrill. Della grandeur spocchiosa e delle sponsorizzazioni milionarie da parte delle istituzioni e delle fondazioni. Dagli stand delle case editrici scomparvero i direttori editoriali, i redattori e persino gli scrittori, trasferiti sui palchi, e rimasero soltanto i commessi precari.

Vorrei raccontare un altro aneddoto, emblematico dello spirito successivo. Inizio degli Anni Duemila, fra i padiglioni del Lingotto si aggira un signore molto anziano, incerto, spintonato da orde di scolaresche del tutto disinteressate ai libri, in corsa verso l’incontro programmato con la soubrette di turno. A pochi metri, con passo tronfio, seguito dal codazzo di nani e ballerini abituale, un certo Picchioni esegue la danza del pavone, quasi calpestandolo.

Mi avvicino e gli chiedo come posso aiutarlo. Fu così che conobbi Ulrico Carlo Hoepli, accompagnando uno dei più grandi editori italiani ai servizi igienici. E fu così che ricevetti, nel corso di una breve ma ricchissima conversazione, alcuni dei consigli più preziosi per la minuscola casa editrice che dirigo: di fronte ai lavandini dei bagni del quinto padiglione del Lingotto.

2) Gli editori, i grandi ma anche e soprattutto i piccoli, hanno molto battagliato perché Torino non perdesse il Salone. È stata una battaglia sbagliata, quindi?

Affatto. Torino deve difendere il Salone, anzi deve riconquistarlo, perché la disastrosa gestione del recente passato lo aveva fatto scomparire. Deve riprendere il modello culturale delle origini, vera formula di successo. Che è poi la formula della Buchmesse di Francoforte ancora oggi. A Francoforte, per scelta, non partecipa il pubblico, ma le ricadute della fiera tedesca sul mercato editoriale europee sono immense. In quei padiglioni ho potuto incontrare editori di tutto il mondo e scambiare diritti che hanno portato autori torinesi ad essere pubblicati negli Stati Uniti, in Venezuela, persino in Vietnam.

Tuttavia, è anche il caso di dire che forse la stagione dei Saloni è terminata.

3) In che senso la stagione dei Saloni è finita? Davvero è solo una velleità degli autori emergenti quella di essere al Lingotto?

La difesa del Salone del Libro di Torino è curiosamente tanto più furiosa quanto meno contano le case editrici. Meno interesse i lettori nutrono per le loro produzioni tanto più i titolari di questi marchi si prodigano in comitati e associazioni a favore della manifestazione del Lingotto. È un dato che tempo fa mi incuriosiva, finché un piccolo ma onesto editore locale mi ha rivelato l’arcano: sono gli autori a chiederlo. E dal momento che gli autori sono i veri clienti di quell’editore, egli non poteva certo sottrarsi alla battaglia.

Basta visitare il sito internet di buona parte di questi pasdaran per scoprire l’arcano. Dopo l’inevitabile pistolotto sulla necessità di chiedere un contributo agli scrittori per poterli pubblicare, sottolineano che quel contributo servirà a promuoverli nei saloni e nelle fiere, con il Lingotto in prima fila. Poco importa se nessun lettore si avvicinerà ai parti ululanti trasferiti su carta da questi vanitosi celebratori di se stessi. L’importante sarà poter esibire di fronte a parenti e amici una fotografia dentro lo stand, con la copertina del proprio libercolo in bella vista. Così il Salone del Libro di Torino si appresta a diventare, dopo la stagione degli aperitivi picchioniani, la stagione degli aperitivi della vanity press. Ancora una volta, nani e ballerini. Questa volta anche ballerine.

Quanta differenza con la sobrietà e l’intensità della Buchmesse, per citarla ancora come esempio da imitare.

Marco Civra (fotografia di Massimo Damiano)

Una volta entrai a curiosare nello stand iraniano a Francoforte. C’era una sola persona presente in quel momento, un signore brizzolato che mi invitò a prendere il tè. Conversammo amabilmente per oltre un’ora di Islam e Cristianesimo, di cultura occidentale e mediorientale, persino di diritti delle donne. Al momento di salutarci, scambiammo finalmente i biglietti da visita. Scoprii che avevo trascorso parte del pomeriggio con Alireza Ali Ahmadi, ministro dell’educazione in carica dell’Iran.

Questa è la magia del Salone di Francoforte. Questa potrebbe essere, se ritrovata, la magia del Salone di Torino. Ridiventare luogo di incontro culturale, dove piccoli editori come noi e grandi editori si confrontano e si cambiano esperienze.

La stagione dei cafoni, mi sia permesso il termine, deve finire.

4) Assumendo questo tuo punto di vista, come altro si potrebbe promuovere il libro e la lettura?

È molto semplice: pubblicare buoni libri e lasciare che i lettori li scelgano liberamente. Alcuni anni fa, in occasione dell’ultimo incontro con Rolando Picchioni, incontro che terminò non a caso in uno scontro, avanzai provocatoriamente una proposta. Visto che gli introiti veri della fiera derivavano dalle sponsorizzazioni istituzionali e in parte irrilevante dagli ormai sparuti editori presenti – era l’anno in cui il Salone dichiarò alla stampa la presenza di oltre 1400 espositori e dimostrai, catalogo alla mano, che gli editori effettivamente presenti erano meno di 300 – lo invitai a trasformare il biglietto di ingresso in buoni acquisto spendibili presso gli editori, che agli editori sarebbero stati rimborsati solo per il cinquanta per cento. In questo modo i visitatori avrebbero sicuramente acquistato libri all’interno del Salone Un sistema selettivo e premiante per le produzioni di qualità, ben più dei contributi a pioggia della Regione Piemonte, che mettono sullo stesso piano editori veri e stampatori e pagamento.

5) Quale il ruolo che può esercitare la mano pubblica e quale i privati, magari in rete tra loro?

Nella situazione attuale, l’unico vero ruolo che la mano pubblica potrebbe esercitare sarebbe il totale ritiro da ogni attività in campo culturale, compresa l’abolizione dell’assessorato che pare ironico definire competente. Fuori dalla facile satira, in occasione degli Stati Generali della Cultura della Regione Piemonte ho ribadito che l’ente pubblico deve svolgere il ruolo di facilitatore, non di imprenditore mascherato o peggio di elargitore di contributi. Perché se i contributi sono a pioggia, come avviene troppo spesso, finiscono per creare una falsa apparenza di giustizia, ma premiano allo stesso modo chi produce realmente cultura e chi produce carta da macero, in una spirale nella quale vince il più bravo a raccontare frottole. Se i contributi, invece, sono mirati, finiscono inevitabilmente per essere destinati ai sodali dell’assessore di turno. Escludendo la malafede, l’abissale ignoranza riesce a provocare danni ancora maggiori. Per restare nella nostra regione, i contributi mirati, anziché promuovere libri e cultura, hanno troppe volte sostenuto guide turistiche e album di foto ricordo. Anche se da alcuni anni porto avanti un progetto di valorizzazione territoriale, ritengo che la frammistione fra cultura, spettacolo, turismo ed enogastronomia siano uno dei gravi errori negli indirizzi pubblici degli ultimi anni. Personalmente amo la buona tavola in località amene, ma non confondo questo con la lettura.

6) Tocca, insomma, archiviare per sempre i grandi eventi che hanno costruito quel Sistema Torino, che proprio nei libri di Bruno Babando che tu pubblici è stato ben descritto?

Bruno Babando è un giornalista geniale e proprio per questo inviso al sistema. Il Sistema Torino purtroppo non è stato costruito su grandi eventi. Avesse realizzato grandi eventi, ne avremmo almeno ricevuto qualche beneficio. Eventi effimeri quanto appariscenti, quelli sì rappresentano il Sistema Torino. Il Salone del Libro dell’era Picchioni di grande non ha avuto nulla. Concordo con i suoi sostenitori che le ricadute sulla città e sull’intera regione sono state di enorme portata: pari a un bombardamento. Quella visione ha provocato danni immani e ci vorranno decenni per rimuoverne le macerie. Per quasi una generazione le risorse che potevano essere destinate alla cultura sono stati ingoiate da una fabbrica dell’avanspettacolo. Anche di pessimo gusto.

7) Tra l’altro, nelle politiche culturali, possiamo dire che la continuità è superiore alla discontinuità? Oppure c’è proprio nulla?

Sono notoriamente un conservatore, anche se fuori dal coro di quelli che oggi si spacciano per tali. Confesso di aver sperato che un sano scossone al barcone politico che ha caratterizzato quel sistema torinese e piemontese al potere per troppi anni potesse essere salutare. Purtroppo, pochi mesi sono stati sufficienti per verificare che lo scossone, come denuncia, su un fronte politico lontanissimo dal mio, Gabriele Ferraris, si è tradotto nel mero taglio degli investimenti e nel ritorno al mito delle periferie e dell’immobilismo che tanto piaceva quasi mezzo secolo fa a Diego Novelli. Peggio ancora, con la diminuzione dell’acqua disponibile nella vasca dei pesci rossi, molti di essi si sono trasferiti, magari mutando colore, pari pari nella boccette asfittiche delle nuove amministrazioni, elemosinando le briciole che caratterizzano il massimo orizzonte del loro pensiero. Direi che assistiamo a una perfetta continuità, ma anche a una lenta agonia.

Il sistema Torino (fotografia di Massimo Damiano)

Perché la vostra traduzione potrebbe non interessarci…

… e, aggiungiamo, quasi certamente non ci interesserà.

Abbiamo già parlato in dettaglio della ragione per la quale la vostra tesi non è un saggio e non siamo interessati a pubblicarla. Poiché tuttavia, molti studenti si laureano in lingue e letterature straniere, occorre aggiungere una postilla: perché la vostra traduzione del celeberrimo romanzo più o meno conosciuto del celeberrimo scrittore ugandese (nepalese, azeibargiano, inuit, o qualsiasi altra lingua abbia utilizzato per la sua opera) non può interessarci.

Siamo certi che l’opera che avete tradotto sia intessante. Siamo altrettanto certi che la vostra traduzione è perfetta, anzi, un capolavoro. Ma proprio non possiamo pubblicarla.

La ragione è molto semplice: non abbiamo i diritti per farlo. E neppure voi avete i diritti per proporla. La vostra traduzione, finché resta nell’ambito della vostra passione privata o in quello didattico accademico, è giustificata. Ma per diventare un oggetto editoriale deve rispettare quella materia sconosciuta e ignorata che si chiama diritto d’autore.

VI segnaliamo alcuni approfondimenti sul tema:

I diritti editoriali, questi sconosciuti

Autopubblicare una traduzione: i diritti d’autore

e in particolare, solo dopo che avrete letto attentamente gli articoli precedenti, date una pacata lettura a questo utilissimo articolo, che vi spiega come fare per poter tradurre legittimamente un libro altrui e proporlo eventualmente a una casa editrice:

Come fare una proposta editoriale

Vi riproponiamo un passaggio di quest’ultimo articolo, certi che tanto non leggerete tutto il testo, dove invece trovereste molte utili, anzi utilissime indicazioni.

Per sapere se un libro è già stato tradotto, si può cercare la bibliografia dell’autore nel catalogo nazionale delle biblioteche italiane. Se il libro è già stato pubblicato, verosimilmente lì lo troveremo. Tuttavia, se un libro non è presente, soprattutto se è uscito da poco, non è detto che qualche casa editrice non l’abbia già comprato e dato in traduzione.
Se il libro non è presente sul catalogo, l’unico modo per essere sicuri che i diritti del libro siano ancora liberi è scrivere o telefonare alla casa editrice del testo in lingua originale.

Del senso e del ruolo dell’editore. Della mafia. E della libertà

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infanzianegata

A volte giungono in redazione manoscritti che non vorremmo leggere, saggi che non vorremmo pubblicare, testimonianze di vicende che non vorremmo fossero mai accadute. A volte le ore trascorrono lente, e il lavoro si protrae fino a notte fonda. Fra interrogativi e dubbi.

Perché abbiamo scelto di pubblicare libri? Qual è il ruolo di un editore? Rincorrere ciò che i lettori vogliono leggere, certo, acquistare carta a un euro il chilo per sporcarla di inchiostro e rivenderla a venti euro il chilo. Oppure colpirli con verità scomode, arrogarsi il diritto pedagogico di educare il pensiero e farlo crescere, superando pregiudizi e ignoranze dei quali siamo tutti quanti ammantati.

È un dilemma attuale. Specie in questi giorni, nei quali i commenti pseudo giornalistici e le bacheche dei social network sono popolate dalle polemiche sulla pubblicazione e sulla presentazione di un libro sicuramente inopportuno, perché banale operazione di marketing, il diario del figlio di Totò Riina.

A noi poco importa di quel libro. Se fosse giunto in redazione lo avremmo semplicemente cestinato senza neppure rispondere, come spesso facciamo, al proponente. Non sappiamo e neppure ci interessa quale ne sia l’editore.

Ci scandalizza invece, e ci disgusta anche, la squallida operazione promozionale di alcuni pseudolibrai, perché definirli librai è un’offesa alla categoria, che hanno appiccicato cartelli nei quali si vantano di “non vendere e non ordinare” quel libro. Sono poveri imbecilli, sia detto con paterno affetto, perché diventano testimoni sciocchi di questa società colma fino al vomito di luoghi comuni e chiacchiere da caffè sport.

Nessuno qui in redazione, e ne abbiamo discusso, si sognerebbe di acquistare e leggere quel libro, sia ben chiaro. Ma non sta a noi, e tantomeno a un libraio, decidere quale sia la verità, quale sia la giustizia, e soprattutto quali libri possano o non possano essere pubblicati, quali libri un cittadino possa o non possa leggere. Il nostro direttore editoriale, anni fa, rilasciò un’intervista nella quale affermava che, se esiste la libertà di pensiero, deve essere legittimo scrivere saggi nei quali si sostiene che il Sole gira attorno alla Terra e che Galileo Galilei si è sbagliato, scrivere pamphlet negazionisti sulla Shoah, o agiografie di Stalin.

La libertà è anche il diritto di dire, scrivere, sostenere coglionerie immani, senza essere arrestati.

Al massimo, si spera che il sistema culturale sia abbastanza determinato nel non pubblicare simili farloccherie, evitando di darle in pasto a lettori ingenui che potrebbero anche credervi. Noi cerchiamo di non pubblicarle, certo, e ciononostante molti lettori delle nostre pubblicazioni potranno legittimamente sostenere che abbiamo pubblicato talvolta opere a loro parere farlocche.

Chi ha diritto, tuttavia, di stabilire quale sia la Verità incontrovertibile e pubblicabile e vendibile ai lettori? Un Editore di Stato, magari, come ve ne sono in qualche nazione. Un censore del pensiero unico, che inizierà a epurare i libri inadatti, impedendone la pubblicazione, e se pubblicati, vietandone o boicottandone la vendita, e se venduti, bruciando le copie nelle case dei cittadini rei. Siamo certi che quest’ultima ipotesi faccia sorgere qualche reminiscenza letteraria anche ai librai che hanno esposto i cartelli sui libri che “non intendono vendere né ordinare”. O almeno ce lo auguriamo.

Perché se i falò di Farenheit 451 non sono balzati loro di fronte agli occhi, non dovranno stupirsi il giorno in cui qualche gruppo estremista, di destra, di sinistra, di qualche setta fanatica, assalterà le loro librerie per il fatto di “aver ordinato e venduto” un certo libro. Qualsiasi libro sia.

Anni fa, un editore sicuramente progressista e antifascista, decise di pubblicare in italiano il Mein Kampf di Adolf Hitler. Certo non per inneggiare al nazismo, ma perché quell’opera deve essere disponibile ai lettori, affinché capiscano, comprendano, da dove nacque quell’orrore. Noi non lo avremmo pubblicato, ma è giusto che qualcuno abbia scelto di farlo.

Ogni volta che un libro viene bruciato, in senso fisico o metaforico, un pezzo di libertà e di cultura viene bruciato con esso.

Accade così che, taluni giorni, nel diluvio di proposte che si affacciano in formato elettronico nella casella postale, arrivino testi scomodi. Testi che leggiamo con fastidio iniziale, testi che scartiamo con rabbia e indignazione. Altri che raccontano storie che vorremmo non fossero mai accadute. Vicende dove l’uomo rivela il peggio di se stesso.

Talvolta leggiamo fino a notte fonda. E nella notte ci interroghiamo. Qual è il ruolo di un editore, dunque, nell’epoca dell’autopubblicazione, della democrazia culturale che rende tutto uguale, tanto un saggio scientifico e documentato quanto uno sproloquio vaneggiante? Sporcare carta o restare incollati nel buio che ci circonda, non solo in senso proprio, e provare a tenere acceso un lume? Noi, in questa notte strana, continuiamo a leggere, a interrogarci. E per una volta, rivolgiamo la stessa domanda a tutti voi.

I bestseller
Marcovalerio del 2015

Come ogni anno, stiliamo la classifica dei libri più venduti negli ultimi dodici mesi, riproponendovi i piccoli successi editoriali della nostra casa editrice. Anche il 2015 riserva sorprese e conferme, dimostrando che i lettori premiano i libri ben strutturati e che, in qualche modo, la tanto sbandierata crisi dell’editoria è in verità una crisi dei “lettori deboli”.

In testa alla classifica un titolo del marchio Vita Edizioni, il piccolo volumetto dedicato a Papa Francesco.

PAP-9788875473532

Al secondo posto, stabile nella classifica dei libri più venduti da oltre un decennio, un classico assoluto della spiritualità, Il Regno di Dio è in voi di Leone Tolstoi.

TOL-9788888132341

Al terzo posto, a sorpresa, un romanzo storico che ricostruisce la storia rocambolesca di Ciccilla, figura tragica e sanguinaria del brigantaggio calabrese, che terminò la sua vita nella fortezza di Fenestrelle, in Piemonte, L’ultima brigantessa di Rocco Giuseppe Greco.

BRI-9788875473105

Saldamente in classifica anche quest’anno il piccolo manuale di esordio di Valentina Sardu, nel frattempo divenuta un’affermata autrice di craft con i suoi schemi di ricamo apprezzati in tutto il mondo. Il suo tascabile dedicato al Furoshiki, l’antichissima arte giapponese di annodare i foulard raccoglie consensi continui.

FCR - 9788875473136Al quinto posto un saggio impegnativo, scritto da Andrea Scartabellati, in tema con il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale. Dalle trincee al manicomio racconta il dramma dimenticato di decine di migliaia di reduci dalle atrocità della guerra, devastati e spesso abbandonati a se stessi.

MAN - 9788875471354

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I AM 15
La festa per i 15 anni
della nostra casa editrice

Immagine di grandi dimensioni del blog

Marcovalerio Edizioni il 1° agosto ha compiuto 15 anni.

Il marchio Marcovalerio Edizioni festeggia 15 anni di presenza libraria. Non sono moltissimi, è vero, ma è un risultato importante in questi difficili tempi di crisi per l’editoria. Così, per festeggiare, abbiamo deciso di aprire le porte. A partire dalle 16,00, sabato 1 agosto 2015, amici, lettori e autori hanno potuto visitare tre mostre eccezionali, mangiando e bevendo in compagnia, incontrando gli autori che hanno reso grande il nostro marchio.

 


CORTILE NORD – INGRESSO DA VIA VITTORIO EMANUELE II, 29

MOSTRA DI RICAMI BLACKWORK E PUNTO CROCE
Le realizzazioni di Valentina Sardu per Ajisaipress


BIBLIOTECA – INGRESSO DA VIA VITTORIO EMANUELE II, 29

MASCHERE DELL’HIMALAYA E DEL TIBET
Una selezione eccezionale di maschere sacre tibetane antiche
dalla Collezione Proserpio

 


CORTILE SUD – INGRESSO DA VIA VITTORIO EMANUELE II, 29

IN THE NAME OF GO(L)D
Immagini degli scenari di guerra in Siria, Somalia, Libia
del fotografo internazionale Ugo Lucio Borga


Cristina Menghini, autrice del libro “Favoloso, quando le fiabe le raccontano i bambini“. Dolcetti, merendine per tutti i bambini e i ragazzi presenti e gioco delle favole con l’autrice.

Massimo e Giovanni Damiano in concert.

Furio Sclano, autore del libro “La soluzione spirituale ai problemi della vita” e traduttore italiano dei libri di Roy Eugene Davis, ha offerto gratuitamente un assaggio di meditazione kriya yoga

Spizzichi e aperitivi, musica e chiacchiere, con gli autori di Marcovalerio.

Riso, risa, pasta e altro, in compagnia di Jacopo Fontaneto, enogastronomo e storico della cucina, ma soprattutto del grande chef Samuele Bettini, del Fogher di Camponagara VE.

Un minuto dopo il tramonto, proiezioni su grande schermo, storie e avventure di libri, di scrittori.

Musica, cibo, birra e vino fino a notte fonda

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