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Del senso e del ruolo dell’editore. Della mafia. E della libertà

infanzianegata

A volte giungono in redazione manoscritti che non vorremmo leggere, saggi che non vorremmo pubblicare, testimonianze di vicende che non vorremmo fossero mai accadute. A volte le ore trascorrono lente, e il lavoro si protrae fino a notte fonda. Fra interrogativi e dubbi.

Perché abbiamo scelto di pubblicare libri? Qual è il ruolo di un editore? Rincorrere ciò che i lettori vogliono leggere, certo, acquistare carta a un euro il chilo per sporcarla di inchiostro e rivenderla a venti euro il chilo. Oppure colpirli con verità scomode, arrogarsi il diritto pedagogico di educare il pensiero e farlo crescere, superando pregiudizi e ignoranze dei quali siamo tutti quanti ammantati.

È un dilemma attuale. Specie in questi giorni, nei quali i commenti pseudo giornalistici e le bacheche dei social network sono popolate dalle polemiche sulla pubblicazione e sulla presentazione di un libro sicuramente inopportuno, perché banale operazione di marketing, il diario del figlio di Totò Riina.

A noi poco importa di quel libro. Se fosse giunto in redazione lo avremmo semplicemente cestinato senza neppure rispondere, come spesso facciamo, al proponente. Non sappiamo e neppure ci interessa quale ne sia l’editore.

Ci scandalizza invece, e ci disgusta anche, la squallida operazione promozionale di alcuni pseudolibrai, perché definirli librai è un’offesa alla categoria, che hanno appiccicato cartelli nei quali si vantano di “non vendere e non ordinare” quel libro. Sono poveri imbecilli, sia detto con paterno affetto, perché diventano testimoni sciocchi di questa società colma fino al vomito di luoghi comuni e chiacchiere da caffè sport.

Nessuno qui in redazione, e ne abbiamo discusso, si sognerebbe di acquistare e leggere quel libro, sia ben chiaro. Ma non sta a noi, e tantomeno a un libraio, decidere quale sia la verità, quale sia la giustizia, e soprattutto quali libri possano o non possano essere pubblicati, quali libri un cittadino possa o non possa leggere. Il nostro direttore editoriale, anni fa, rilasciò un’intervista nella quale affermava che, se esiste la libertà di pensiero, deve essere legittimo scrivere saggi nei quali si sostiene che il Sole gira attorno alla Terra e che Galileo Galilei si è sbagliato, scrivere pamphlet negazionisti sulla Shoah, o agiografie di Stalin.

La libertà è anche il diritto di dire, scrivere, sostenere coglionerie immani, senza essere arrestati.

Al massimo, si spera che il sistema culturale sia abbastanza determinato nel non pubblicare simili farloccherie, evitando di darle in pasto a lettori ingenui che potrebbero anche credervi. Noi cerchiamo di non pubblicarle, certo, e ciononostante molti lettori delle nostre pubblicazioni potranno legittimamente sostenere che abbiamo pubblicato talvolta opere a loro parere farlocche.

Chi ha diritto, tuttavia, di stabilire quale sia la Verità incontrovertibile e pubblicabile e vendibile ai lettori? Un Editore di Stato, magari, come ve ne sono in qualche nazione. Un censore del pensiero unico, che inizierà a epurare i libri inadatti, impedendone la pubblicazione, e se pubblicati, vietandone o boicottandone la vendita, e se venduti, bruciando le copie nelle case dei cittadini rei. Siamo certi che quest’ultima ipotesi faccia sorgere qualche reminiscenza letteraria anche ai librai che hanno esposto i cartelli sui libri che “non intendono vendere né ordinare”. O almeno ce lo auguriamo.

Perché se i falò di Farenheit 451 non sono balzati loro di fronte agli occhi, non dovranno stupirsi il giorno in cui qualche gruppo estremista, di destra, di sinistra, di qualche setta fanatica, assalterà le loro librerie per il fatto di “aver ordinato e venduto” un certo libro. Qualsiasi libro sia.

Anni fa, un editore sicuramente progressista e antifascista, decise di pubblicare in italiano il Mein Kampf di Adolf Hitler. Certo non per inneggiare al nazismo, ma perché quell’opera deve essere disponibile ai lettori, affinché capiscano, comprendano, da dove nacque quell’orrore. Noi non lo avremmo pubblicato, ma è giusto che qualcuno abbia scelto di farlo.

Ogni volta che un libro viene bruciato, in senso fisico o metaforico, un pezzo di libertà e di cultura viene bruciato con esso.

Accade così che, taluni giorni, nel diluvio di proposte che si affacciano in formato elettronico nella casella postale, arrivino testi scomodi. Testi che leggiamo con fastidio iniziale, testi che scartiamo con rabbia e indignazione. Altri che raccontano storie che vorremmo non fossero mai accadute. Vicende dove l’uomo rivela il peggio di se stesso.

Talvolta leggiamo fino a notte fonda. E nella notte ci interroghiamo. Qual è il ruolo di un editore, dunque, nell’epoca dell’autopubblicazione, della democrazia culturale che rende tutto uguale, tanto un saggio scientifico e documentato quanto uno sproloquio vaneggiante? Sporcare carta o restare incollati nel buio che ci circonda, non solo in senso proprio, e provare a tenere acceso un lume? Noi, in questa notte strana, continuiamo a leggere, a interrogarci. E per una volta, rivolgiamo la stessa domanda a tutti voi.

Marco Giacosa

marcogiacosaUn celebre giornalista lo ha definito “rabdomante delle storie”. Non è un giornalista, almeno secondo i canoni tradizionali, non è un romanziere, eppure Marco Giacosa, con le sue #cosechehovistooggi, il tag di Twitter che lo ha reso famoso sul web e poi sulla carta stampata, ha rapidamente occupato uno spazio sia nel giornalismo sia nella narrativa italiana.

Le sue storie sono vere, e quando non lo sono, sono drammaticamente verosimili. I suoi ritratti, buttati impietosamente come schizzi feroci, descrivono la società di oggi, con le sue follie, gli angoli imprevisti di amore e di umanità.

Potete seguirlo sulla cronaca torinese del quotidiano La Stampa, e sul suo blog. C’è anche chi lo segue di nascosto nella notte, sperando di incontrarlo in un angolo buio, lontano da testimoni.

Occhiodellamucca