narrativa

I manoscritti dell’orrore…
ortografico

adagioIl redattore ordinario invecchia, sbava, digrigna i denti. Beh, direte voi, quale novità? Ormai chi segue la mia rubrica astiosa sa che non sono altro che un incartapecorito rabbioso, relegato a lavorare fra il guano dei piccioni. Per vostra disgrazia, e il vostra è riferito a voi maestri della letteratura, romanzieri aspiranti che già vi definite nelle lettere di accompagnamento quali scrittori, il mio ingrato e vomitevole compito è leggere, leggere, e ancora leggere le vostre proposte di pubblicazione.

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Da giorni, in questo tiepido gennaio che colpisce i miei bronchi marci, trascorro le mie inutili e frustranti giornate aprendo gli archivi della posta elettronica, dove per cinque mesi si sono accumulati i vostri allegati. Otto secondi netti a manoscritto. Tanti ne bastano ormai per rabbrividire, sussultare, essere tentato di imprecare. Eppure mi accontento di poco, pochissimo a dire il vero. Provate ad accontentarmi.

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Provate a scrivere beh e non , o peggio be’, distinguete un’interiezione da un belato. Se poi siete dei raffinati e volete sottolinearlo, scrivete po’ e non , qual è e non qual’è. Esiste il quale ma non la quala, fantomatico uccello da cucinare in padeglia, che non è un piatto tipico spagnolo.

Nun s’è n’è pu’o piu dell’itagliano, si stinge il quore a leggere cueste cose.

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In fondo non sono pretese eccessive. Sarebbe sufficiente utilizzare il correttore ortografico automatico, quello che sottolinea in rosso le parole grammaticalmente scorrette. Potreste persino riuscire a ingannarmi per dieci pagine, anziché farmi desistere alla quarta riga.

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Vi devo rivelare un segreto: sono sottopagato per cercare a tutti i costi di pubblicarvi e questo significa una grande condiscendenza nei confronti della sintassi talvolta zoppicante, della totale mancanza di conoscenza della consecutio temporum, persino della sciatteria che vi spinge a mettere uno spazio prima della virgola e non dopo, del fatto che non abbiate minimamente idea della differenza fra la copula (che in questo caso non è un invito a fare sesso) è ed é, o peggio e’. Non parliamo quando la copula è all’inizio del paragrafo: confessate, non avete la minima idea di quali tasti pigiare per ottenere la È maiuscola. Bisogna usare contemporaneamente tre tasti: alt, maiuscolo e, ovviamente, “e”. È pur vero che possedete soltanto due indici, ma in questo caso fate uno sforzo. Sono errori che commetto anch’io, e che facilmente si correggono in modo automatico. Non occorre un redattore, basta un bonobo ammaestrato.

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Io vorrei selezionarvi. Sogno quei rari momenti, sempre più rari, in cui posso calarmi dalla scala tarlata della malsana soffitta e correndo nel fango fino all’ingresso del lungo viale alberato che conduce al lussuoso ufficio del direttore editoriale, o percorrere leggiadro il giardino fiorente che conduce alla sua arcana biblioteca, per inginocchiarmi ai suoi piedi ed esclamare gioioso:

“Sua reverenza eccellenzosa, avessi scovato infine uno pubblicabile manoscritto, anche se dattiloscritto, ovvero computerscritto.”

Vi supplico, è ormai una questione di vita o di morte. La mia, mica la vostra. Dal momento che vengo pagato a cottimo, dieci euro per ogni manoscritto pubblicabile, devo scovarne almeno uno la settimana per poter sopravvivere a pane e acqua. Ricevessi un centesimo per ogni vostro errore, sarei ricco. Prima di pigiare il tasto “invia” con il vostro preziosissimo allegato, fermatevi un secondo. Chiedete almeno un parere al vostro gatto.

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P.S. (post scriptum, che significa “scritto alla fine” o “scritto in calce” (senza riferimenti all’edilizia): le parole in rosso indicano errori. Non sono in italiano. Questo nel caso voleste giustamente commentare. Come sempre, insulti, accuse veementi, parolacce sono ben accette. Beni alimentari non deperibili, scarpe vecchie, vestiti dismessi, ancora di più. Il vostro beneamato redattore ordinario.

 

I bestseller
Marcovalerio del 2015

Come ogni anno, stiliamo la classifica dei libri più venduti negli ultimi dodici mesi, riproponendovi i piccoli successi editoriali della nostra casa editrice. Anche il 2015 riserva sorprese e conferme, dimostrando che i lettori premiano i libri ben strutturati e che, in qualche modo, la tanto sbandierata crisi dell’editoria è in verità una crisi dei “lettori deboli”.

In testa alla classifica un titolo del marchio Vita Edizioni, il piccolo volumetto dedicato a Papa Francesco.

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Al secondo posto, stabile nella classifica dei libri più venduti da oltre un decennio, un classico assoluto della spiritualità, Il Regno di Dio è in voi di Leone Tolstoi.

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Al terzo posto, a sorpresa, un romanzo storico che ricostruisce la storia rocambolesca di Ciccilla, figura tragica e sanguinaria del brigantaggio calabrese, che terminò la sua vita nella fortezza di Fenestrelle, in Piemonte, L’ultima brigantessa di Rocco Giuseppe Greco.

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Saldamente in classifica anche quest’anno il piccolo manuale di esordio di Valentina Sardu, nel frattempo divenuta un’affermata autrice di craft con i suoi schemi di ricamo apprezzati in tutto il mondo. Il suo tascabile dedicato al Furoshiki, l’antichissima arte giapponese di annodare i foulard raccoglie consensi continui.

FCR - 9788875473136Al quinto posto un saggio impegnativo, scritto da Andrea Scartabellati, in tema con il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale. Dalle trincee al manicomio racconta il dramma dimenticato di decine di migliaia di reduci dalle atrocità della guerra, devastati e spesso abbandonati a se stessi.

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Niente manoscritti,
per favore.
Fino all’anno prossimo

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Anche quest’anno, come a fine 2013, purtroppo, dobbiamo chiudere le porte telematiche per qualche mese…

Non è bello, non è piacevole, lo sappiamo. Molti di voi si arrabbieranno non poco. Se volete, lo spazio dei commenti è sempre a disposizione per insultarci pesantemente. Tuttavia non abbiamo scelta. Complice la crisi e la disoccupazione, complice forse la depressione, il volume dei manoscritti che intasa la casella email della redazione ha superato da mesi il livello di guardia. Per ogni ordine di libri, arrivano cinque proposte di pubblicazione. È un rapporto ormai insostenibile. Con l’arrivo della pausa di agosto, il rapporto è raddoppiato, addirittura.

Vi rendete conto che non riusciamo più a leggere tutto questo materiale. Non riusciamo neppure a rispondervi. Solo per incollare una risposta standard, solo per cancellare le email senza leggerle, ci vorrebbero ogni giorno alcune ore. È uno sforzo che non siamo in grado di reggere.

Diventeremo, almeno per alcuni mesi, molto scortesi. Tanto più scortesi con coloro che, senza neppure visitare il nostro sito, non diciamo senza neppure aver mai acquistato un libro della nostra casa editrice, come avviene nella maggior parte dei casi, ma addirittura senza essersi informati minimamente, attraverso la lettura del blog e della sezione “pubblicare con noi“, continueranno a inondare la casella di posta con i loro allegati. Non vi risponderemo e non vi leggeremo. Peggio, vi inseriremo nel filtro antispam.

I libri in lavorazione, quei manoscritti che abbiamo letto e selezionato nel 2013 e nel primo semestre del 2014, attendono con ansia di essere riletti, corretti, discussi e, sperabilmente, pubblicati. Continuare a ricevere nuovo materiale ci impedirebbe di dedicare energie alle opere meritevoli che giacciono in redazione.

Siate comprensivi, oppure no. Naturalmente, i redattori sono sempre pronti a farsi corrompere per forzare il blocco. Come sapete, accettiamo buoni pasti, pizze surgelate, scatolette e beni non deperibili, scarpe usate e pannoloni. Uova marce e pomodori, no grazie. Nel frattempo, per ingannare l’attesa, perché non leggete qualcosa? Ci sono persino degli ebook gratuiti, se proprio non volete spendere.

Il vostro ineffabile e adorabile redattore ordinario

Sirene e Ulisse anforaContme ’n pò, tuora dle bele stòrie,
ëd col òm voajant dal servel aùss
che dòp d’avèj fàit ravage dle tor
ëd Truva, dòp d’avèj girà sità,

conossù la ment e ’l patì dla gent
ant le burie d’eva ’d mar e ro ’d sol,
tut a l’ha arzigà për porté ghirba a ca,
sia la soa che dij sòcio ’d mar,
ma a l’ha nen varì né giugà sò suf,

che lor, mach për lor, gran gadan, son mòrt
për ësbefié costume e tradission
ant ël mangé ij beu dël Sol Iperion
tant da feje vnì ’l dent anvelenà
e ’n paga tribuleje a la mòrt.

L’uscita in libreria è prevista per il mese di ottobre, e qualcuno dei nostri lettori, specialmente quelli che quando aprono le proprie finestre ammirano il panorama delle Alpi Occidentali e che in quelle terre sono nati, dopo un momento di incertezza, se hanno letto attentamente, stanno sobbalzando. Sì, avete letto bene. Un traduttore d’eccezione per un’opera d’eccezione. L’Odissea in piemontese tradotta dal grande Carlo Porta.

Cerea

Un redattore obsoleto

Sono un redattore obsoleto. Da rottamare. Me lo ha comunicato ufficialmente, questa mattina, quel vecchio bastardo… l’anziano direttore editoriale. Non è che abbia usato proprio questa espressione diretta. Con quel suo fare mellifluo e la sua aria caritatevole, ha esordito affrontando il tema delle scelte in campo narrativo.

“Il tuo ambito di riferimento – sostiene lo sterco di eterodonte… l’autorevole vegliardo – resta ancorato a modelli del secolo scorso. Nelle tue valutazioni ti concentri su principi quali la coerenza e le verosimiglianza, che appaiono oggi del tutto privi di significato per le nuove generazioni di scrittori.”

Asini

Riunione di redazione

La critica mi ha colpito nel segno, proprio mentre terminavo la colazione con la coscetta di ratto che questa notte ho fortunosamente catturato al volo mentre zampettava nella mia branda. Coerenza e verosimiglianza sono sempre stati i miei capisaldi di riferimento nella valutazione di un romanzo. Non è che sia un feticista del realismo, beninteso. Se gli asini volano, possono continuare a farlo tranquillamente per trecento pagine, a condizione che tengano sempre una velocità compatibile con la loro apertura alare. Nel caso siano asini a reazione, è chiaro che dovranno nutrirsi in modo adeguato perché l’espulsione posteriore sia abbastanza potente da garantire la spinta propulsiva. Asini coerenti e verosimili, insomma.

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Lo sviluppo narrativo contemporaneo, in qualche modo, mi vede in difficoltà. Lo confesso candidamente. Quella spruzzatina di sesso recitato che compare persino nella descrizione di una mattinata di coda in Equitalia non suscita alla mia prostata particolari emozioni. Sarà perché ho letto a suo tempo tanto Capuana quanto Wilbur Smith e, lo dico sottovoce, anche il Marquis. Così, ieri, l’ennesimo manoscritto di “narrativa pura” (sic, anzi, sigh), nel quale “quattro personaggi incerti vagano“, all’insegna “dell’ingenua intensità del messaggio“, “senza alcun miglioramento stilistico a posteriori“, mi ha provocato una crisi epilettica.

Dal reparto spedizioni sono corsi a bloccarmi mentre mordevo il monitor, sputacchiando pezzi di plastica trasparente. Durante il trasporto in ospedale pare io abbia ingoiato il defibrillatore, continuando ad emettere scariche elettriche che hanno provocato la morte dei barellieri e un principio di incendio dell’autolettiga. La cartella clinica parla di “delirio percettivo con citazioni ossessive di brani tolkeniani”. Ricordo poco, devo ammetterlo, salvo che il medico di guardia, saputa la mia professione, mi ha trattenuto in triage quattro ore, giusto il tempo di leggermi ad alta voce il suo manoscritto inedito, dal titolo “Meditazioni introspettive in corsia“.

Mi hanno dimesso esattamente quattro ore e dodici minuti dopo l’ingresso in ospedale. A dire il vero, mi sono dimesso da solo, allontanandomi alla chetichella dopo aver nascosto il cadavere maciullato del dottore nel tunnel della TAC. A quanto pare, però, il mio direttore editoriale e il direttore sanitario si frequentano, in quei circoli noiosi dove fanno finta di giocare a bridge, e anche se l’eliminazione del giovane medico è stata considerata un banale incidente, considerato che non era iscritto neppure ai Lyons, la scritta color sangue sulla facciata del nosocomio, citando Howard Phillips Lovecraft, ha suscitato l’indignazione del luminare, con precisa richiesta di licenziamento del sottoscritto.

LovecraftQuesta mattina il ributtante arconte… l’autorevole figura ispiratrice di questa casa editrice mi attendeva pacatamente rilassato sulla poltrona di pelle candida, sorseggiando una tisana orientale e lanciando al soffitto volute di fumo dolciastro. “Carissimo Emanuele – e quel carissimo mi ha rammentato un politico piemontese dalla voce femminea che bazzicava le stesse balaustre del capo – riteniamo che questo tuo approccio viscerale alle istanze democratiche del popolo degli scrittori stia pregiudicando la linea progressista e innovatrice del nostro marchio. Devi comprendere che, nell’era della comunicazione liquida, questo tuo erigere baluardi in difesa di valori comunemente considerati privi di aderenza allo spirito dei tempi suoni come snobisticamente conservatore. Diamine, la società arcobaleno richiede un’epica caleidoscopica.”

Non sono stato licenziato. E come avrei potuto essere licenziato visto che nessuno mi ha mai assunto né tantomeno pagato un salario? Il grande spirito caritatevole che intride il mio beneamato capo, protettore e mentore, fin da quando trent’anni fa mi adottò, concedendomi di dormire nel sotterraneo e di rubacchiare gli avanzi del gatto, lo ha convinto che un prolungato periodo di astinenza dalle letture delle proposte di romanzi inediti possa curare i miei disturbi.

Da questa mattina sono quindi un redattore ordinario di saggistica e non più di narrativa. Un grande avanzamento di carriera, che mi ha permesso di trasferire la branda dalla cantina, vicino alla ghiacciaia, nel fienile abbandonato in fondo al parco, cosparso di guano di piccione. Il clima non è ingrato, anche se queste piogge di fine primavera mettono a dura prova la tenuta dei coppi ammuffiti.

Sulla cassetta della frutta che svolge il compito di scrivania, inginocchiato sotto il sole, sto affrontando il primo manoscritto, raccolto dal contenitore dei rifiuti indifferenziati. Sotto la morchia fa capolino il titolo: “L’inventario della spezieria di Bertoldino Odoruccio e il commercio dei materiali per la tintura degli stracci ammuffiti nei documenti dell’isola di Pasqua (1228-1264)“. Sento che la saggistica accademica italiana invaderà presto gli scaffali delle librerie di tutto i globo.

 

Ecco, mette i silenzi al posto giusto. Un po’ come la punteggiatura. È necessario metterla al posto giusto altrimenti il discorso si perde e le frasi si confondono. È come la punteggiatura ma è anche una cosa diversa.

Discepolo muto. Come sempre, narrativa di qualità superiore per “I faggi” di Marcovalerio. A settembre in libreria.

Presentazione del libro di Leo Rainaudo ad Avigliana

Giovedì 29 maggio alle ore 21, presso l’Auditorium Scuola Media “D. Ferrari” di Avigliana (via Cavalieri di Vittorio Veneto, 3), sarà presentato il libro “Diciassettemila prigionieri un solo Leonida – Memorie di un alpino sul fronte greco albanese (1940-1941)” edito da Vita. L’incontro è promosso dalla città di Avigliana.

Interverranno alla presentazione il figlio dell’autore, Lorenzo Rainaudo, il curatore, Massimo Damiano e il direttore di di Vita editrice, Patrizio Righero. Saranno presenti anche il sindaco di Avigliana, Angelo Patrizio e il capogruppo dell’ Ana di Avigliana, Ezio Giovanardi. Durante la serata, ci sarà animazione musicale a cura del Coro Valsusa di Bussoleno.

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Il romanzo come segno dei tempi

Un romanzo è figlio del tempo in cui viene scritto. A partire dalla fine del secolo scorso, non di rado con la tipica autoreferenzialità che caratterizza sempre questo tipo di dibattiti, il rapporto fra la mutazione sociale, politica ed economica di un Paese e la produzione narrativa è stato analizzato a fondo, cercando di identificare la caratterizzazione delle opere rispetto al cambiamento in atto.

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Così, la definizione di “New Italian Epic”, coniata da Wu Ming, ha etichettato il romanzo di fine Novecento come frutto dell’impegno intellettuale seguito al crollo della Prima Repubblica e a una presunta assunzione di consapevolezza sociale e politica, che culminerebbe, in questo primo decennio del ventunesimo secolo con “Gomorra” di Saviano. Il nuovo romanzo, secondo Wu Ming, deve unire la presa di posizione etica, la capacità di analisi innovativa, se necessario fino all’azzardo, a una capacità comunicativa dell’autore (o dell’editore aggiungiamo) di creare “networking”, ovverosia di coinvolgere i lettori in comunità di dibattito reali e molto più frequentemente virtuali e favorire con la sua opera la creazione di “lavori derivati”, in una sorta di “creative commons” multimediale.

In altre parole, quelle semplici e banali che noi preferiamo, lo scrittore dovrebbe essere schierato politicamente, ampiamente sostenuto da un’azione virale attraverso i mezzi di comunicazione, produrre opere facilmente riducibili in versione cinematografica, capace di inventarsi eventi che con la lettura in se stessa non hanno necessariamente legame, se necessario diventando personaggio televisivo e di cronaca. Soltanto in questo modo si può creare il best seller.

Tutto questo è sicuramente vero se lo scopo del narrare è, appunto, creare il best seller. Ci pare di ricordare che anche nell’Ottocento, un ricco signore milanese, scrivendo un romanzo storico ambientato nella Lombardia del Seicento, riuscì a metaforizzare il Risorgimento, coinvolgendo i lettori in operazioni trasversali e multimediali, grazie alla contemporanea musica verdiana, producendo un’opera storica con una precisa posizione etica, dalla quale sono derivate ispirazioni per un’intera generazione di scrittori e artisti. Il best seller, in questo caso, fu anche un capolavoro. Nè deve fare storcere il naso l’idea di fondo che, in linea di massima, un capolavoro quasi sempre diventi un best seller.

Più banalmente ancora, ci pare che considerare la narrativa di Alberto Moravia o di Cesare Pavese figlia del trentennio a cavallo fra il declino del Fascismo e il boom economico possa, in questo umile contesto, essere considerata una semplificazione accettabile per quanto riduttiva. Uno scrittore che non narrasse del suo tempo sarebbe o uno storico anziché un romanziere, o un autore di fantascienza, e anche su quest’ultima brutale semplificazione sicuramente chiediamo venia.

Se la stagione della nuova epica politica nel romanzo italiano appare conclusa con “Gomorra”, viene naturale chiedersi, oggi, quale percorso stia imboccando la nuova narrativa. A giudicare dalla variazione dei temi affrontati nei manoscritti che ci vengono sottoposti, siamo tentati di azzardare che il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva e il distacco sociale siano il nuovo fronte del romanzo del secondo decennio di questo secolo. Un fronte, lo diciamo subito e con la cruda franchezza che contraddistingue questa casa editrice, al quale non daremo alcun sostegno, inteso come sostegno alla pubblicazione, a meno di ripensamenti puramente commerciali e distonici rispetto alla nostra linea culturale.

Proprio la crisi dei riferimenti sociali, conseguente a quella economica, e delle certezze che sembravano caratterizzare il mutamento politico degli Anni Novanta, chiamano lo scrittore a cimentarsi non sull’analisi del sé, ma sul tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano. Perché tanto ci aspettiamo da colui che ambisce al titolo di intellettuale e non di scribacchino. Una richiesta che non deve essere intesa come un nuovo richiamo alla politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”, ma a un approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale. Elio Vittorini e Leonardo Sciascia lo seppero sicuramente fare, se ben ricordiamo.

Se così non sapremo fare, non ci resta che la manualistica, che rappresenta la sconfitta totale della letteratura come impegno sociale e il riconoscimento che il confine dell’orto è l’unico orizzonte al quale possiamo ambire.

Leggere un romanzo

Tempo fa mi è stato chiesto di scrivere un articolo su come io legga il romanzo. L’ho finito poco fa e spedito al richiedente, che gestisce un sito internet. Lo pubblico anche qui, perché non so se qualcuno abbia mai confessato in rete il suo modo di leggere e di intendere la lettura.

Bartolomeo Di Monaco

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Da qualche tempo, leggo solo romanzi, pochi saggi e poche poesie. Di poesie e di saggi ne ho letti, naturalmente, in passato, e dico che bisogna leggerli per sapere almeno quale ambiente variegato e affascinante sia quello della letteratura.
Succede poi che piano piano ci accorgiamo dei nostri limiti e che, per tanti motivi tra cui lo scarso tempo a disposizione e la notevole produzione letteraria di questi ultimi anni, non ci è più possibile seguire tutto. Alcuni ci riescono, vuoi perché leggono per professione, vuoi perché hanno capacità di lettura assai ampia, solida e rara.

Io rientro tra quelli che hanno dovuto scegliere. Non leggo per professione, ma per mio diletto, per l’amore che porto alla fantasia e alla creatività. Mi piacciono la musica, infatti, la pittura e il cinema, oltre alla letteratura.
Ho scelto di seguire il romanzo (molto meno il racconto) per una ragione semplicissima: che la costruzione di un romanzo è qualcosa di magico, che dà vita a paesaggi, personaggi e sentimenti la cui caratteristica è un insieme di bagliori che si illuminano ora a questo ora a quel lettore. Difficile che si trovino due lettori che abbiano cercato e visto le stesse cose in un romanzo. Tale magia si riproduce, ovviamente, anche nel racconto, ma in scala più ridotta. Non che il racconto sia da spregiare, anzi, il racconto richiede una esattezza e una perfezione assolute, quando, ovviamente, si tratti d’un buon racconto. Cose che possono mancare ad un romanzo, che riesce ad assorbire le piccole sbavature.
Tra i tanti romanzi che ho letto, devo confessare che quelli che si attagliano di più alla mia sensibilità sono i romanzi scritti tra l’Ottocento e la prima parte del Novecento. Naturalmente ci sono romanzi molto belli anche oggi (per restare in Italia, cito autori come Carlo Sgorlon, Gaetano Cappelli, Carmine Abate, Raffaele Nigro), ma sono sempre più rari quelli che si avvicinano alla mia sensibilità. Molto dipende dal fatto che non sono più giovane e che in questo momento in cui sto scrivendo ho passato i 64 anni; la mia formazione, dunque, risale a molto tempo fa, con tutte le conseguenze che ciò implica.

QTR - 8888132295Quando si cominciano a leggere i primi romanzi non ci si comporta come quando li leggeremo dopo che, col passare degli anni, ne avremo fatto una certa esperienza. Si diventa via via sempre più esigenti, infatti; non ci si accontenta più di ciò che appare, ma si cerca ciò che è sottinteso, ciò che se ne sta nascosto e rappresenta l’humus che crea la bellezza e la magia di ciò che stiamo leggendo. È avvertita, quindi, ad un certo punto della nostra esperienza di lettori, la necessità di penetrare dentro il romanzo, di farsi avvolgere dalle sue luci e dalle sue ombre, di avere per cielo le parole e per selciato i loro molteplici significati. Ci si accorge così che il romanzo, visto da dentro, è un intrigo di percorsi, di strade e sentierucoli, tutti resi vividi da qualcosa o da qualcuno. Raramente ci si trova a percorrere uno di questi sentieri senza che ci si imbatta in un sentimento, una persona, un paesaggio e così via. Leggere un romanzo, perciò, è disporsi a compiere un viaggio dentro di esso, a immergervisi e a goderlo come si fa col paesaggio e con i passeggeri che ci girano intorno quando siamo seduti su di un treno. Solo che lì, dentro il romanzo, si deve andare a piedi e l’osservazione deve essere minuta, contemplata e conquistata attraverso l’emozione che ci trasmette.
A questo punto leggere il romanzo non è più come le prime volte, ossia una semplice lettura per trascorrere qualche ora di ozio sotto un ombrellone, o prima di addormentarsi o mentre siamo nel salottino di attesa di un qualche medico presso il quale abbiamo preso un appuntamento. È difficile, se non impossibile, che si possa leggere per davvero, compiutamente, un romanzo in queste situazioni. Coglierne, ossia, tutte o quasi tutte, le sue ricchezze.
Quando, ad esempio, leggo un romanzo, io non ascolto mai la musica, come so che altri fanno. La musica è un’arte a sé, che può sviarmi, introdurmi in un altrove che non appartiene al romanzo, inquinare le emozioni che esso mi può suscitare. Quando leggo un romanzo, mi circondo del silenzio: il più assoluto possibile. La mia mente non sta più nella stanza dove mi trovo, ma dentro il romanzo, e mi trasformo in un viaggiatore che s’inoltra tra i suoi personaggi e i suoi ambienti, in cerca dei significati di cui lo ha dotato il suo autore. Significati, si badi, che vivono in piena autonomia, che appartengono al romanzo e non all’autore, al quale addirittura possono perfino nascondersi.

Una lettura di questo tipo può essere facilitata se un lettore è anche un narratore, ossia se ha scritto qualche romanzo, o qualche racconto. Il motivo sta nel fatto che egli si è trovato alle prese con le esigenze della scrittura. Ha provato a tracciare taluni sentieri, ne ha percorso il tratto breve o lungo, è arrivato alla fine di esso, o è tornato indietro. Ha aperto altri sentieri, e tutti per disegnare nuovi viaggi e percorsi che si aggroviglieranno poi dentro una trama che diverrà sempre più grande, diversa spesso da quella immaginata in principio. Ebbene, questo speciale lettore, in realtà, si è dotato, con l’esercizio della scrittura (ma non sempre la regola è valida, ovviamente), di una capacità di attenzione e di analisi più sottile, più avvisata delle tracce lasciate dall’autore e fecondate poi dal romanzo stesso in piena autonomia. Ci sono crescite interne, cioè, che si avvertono soltanto se si riescono ad interpretare gli avviluppamenti che la trama mette in bella evidenza allo scopo, però, di nasconderne altri. In questo modo, si può intuire, discernere e, infine, capire.
La lettura a questo punto è diventata altra cosa da ciò che si pensava; non potrà mai più essere, almeno per me, uno strumento per trascorrere momenti di ozio e di piacere, bensì si è trasformata in un autentico studio, analitico e ossessivo, di una vita multiforme e complessa, annidatasi in un primo tempo, proprio come un feto, nel romanzo, di cui a poco a poco ha assorbito tutti i tessuti. Si è nella stessa situazione, ossia, in cui si trova uno scienziato che esamini al microscopio una cellula di dimensioni infinitesimali, che si sta moltiplicando per diventare una nuova realtà, una nuova creazione.

Quando sento dire da qualcuno che è riuscito a leggere un romanzo tutto d’un fiato, penso che siamo, lui ed io, due lettori diversi. Si badi: con ciò non voglio affatto dire che il mio modo di leggere sia migliore del suo, giacché non siamo uguali e le percezioni e le intelligenze sono differenti. Però dico che non leggiamo alla stessa maniera. In questi ultimi anni, non mi è mai successo, né potrà mai più succedermi, di leggere un romanzo tutto d’un fiato. Né potrà succedermi di leggere un romanzo fuori dal mio studio o dal mio ambiente familiare. Sarà difficile che qualcuno mi incontri dal dentista e mi trovi intento a leggere un romanzo, mentre sono in attesa del mio turno.
Il mio modo di leggere ha bisogno di alcuni strumenti indispensabili, infatti, senza i quali la mia lettura non potrebbe essere completa, e della quale non potrei mai essere soddisfatto.
Ma come leggo, fisicamente voglio dire, un romanzo?
Intanto non leggo mai in piedi, ma comodamente seduto. Ho davanti un piccolo tavolo, che si può ampliare alla bisogna, alzando due ali che stanno sui due fianchi, il sinistro e il destro; sopra il tavolino campeggia il pc portatile. Il pc mi è indispensabile perché vi appunto via via tutte le sensazioni e le osservazioni che mi suscita la lettura. Quasi sempre ormai, per un metodo che si è formato spontaneamente, la bozza che si viene formando è in realtà già l’ossatura del testo definitivo. Sì, perché di ogni lettura, sento ogni volta il bisogno di tramandarla dentro un testo. È il solo modo che ho per ricordarla per sempre. A distanza di anni, grazie a questa scrittura particolare – che io chiamo “la mia lettura” – sono in grado di ripercorrere, così, lo stesso viaggio e di ritrovare le stesse emozioni.

LET-9788875473020Le prime pagine del romanzo sono per me fondamentali. Da esse posso già comprendere il percorso da seguire. Non sempre, tuttavia, la comprensione è così rapida. A mano a mano che incontro personaggi e ambienti che mi paiono significativi, li sottolineo e ne appunto il numero di pagina sulla contro copertina in modo da ritornarci ogni volta che ce ne sarà bisogno. Poiché la letteratura è un’arte antica e universale, capita spesso di avvertire la presenza di situazioni già rinvenute altrove. Allora, mi fermo a riflettere, cerco di ricordare e quando credo di aver individuato il riferimento, mi alzo e vado a cercare il romanzo nella mia libreria, guardo la sua contro copertina piena di appunti, lo sfoglio, finché non trovo il riferimento. Qualche volta si tratta di un film e allora vado a consultare la videoteca. Tanto la biblioteca quanto la videoteca mi sono diventate indispensabili. Oggi anche internet consente di raggiungere certe informazioni. Tuttavia, ciò che è fondamentale, non solo per me credo, è di avere alle spalle un certo numero di letture. Solo in questo modo si potrà avvertire il profondo legame che unisce tra loro i narratori di tutti i tempi e di tutti i Paesi, a prescindere dagli anni in cui vissero.
È, questa, una delle meraviglie che si spalancano ai nostri occhi di lettori e ci fanno intuire che ci troviamo immersi in un percorso che va ben oltre il romanzo che stiamo leggendo, poiché esso si congiunge spiritualmente ai percorsi di tutti i libri del mondo.
Allora, solo avvertendo ciò, ci si potrà rendere conto che stiamo camminando dentro una nuova creazione, sorprendente, infinita, inconsumabile, nata, questa volta, dall’uomo, grazie alla sua volontà, alla sua fantasia e alla sua anima.

Addio Ray Bradbury, grande sognatore

Era una mattina tranquilla e la città era ancora avvolta nel buio, infilata a letto. Il tempo diceva che era estate: il vento aveva quel certo tocco e il respiro del mondo era lungo, caldo e lento. Bastava alzarsi e sporgersi dalla finestra per sapere che questo era il primo giorno di libert e di vita, il primo mattino d’estate. Douglas Spauding, dodici anni, appena sveglio, lasciò che l’estate lo cullasse nel flusso pigro dell’alba

L’erba sussurrava sotto il suo corpo. Douglas abbassò il braccio sentendo il solletico dell’erba sulla pelle e più lontano le dita dei piedi si flettevano nelle scarpe. Il vento soffiava intorno alle orecchie che parevano diventate conchiglie.
I fiori erano soli, chiazze di cielo cadute in mezzo ai boschi. Gli uccelli scattavano come sassi lanciati nel vasto stagno rovesciato del cielo. Gli insetti volavano con chiarezza elettrica
Sono vivo sul serio, pensò. Non l’ho mai saputo prima e se l’ho saputo l’ho dimenticato.
Pensaci! Hai dodici anni e te ne accorgi solo adesso…
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Sono le parole di Ray Bradbury, il grande scrittore statunitense, morto oggi, 6 giugno 2012. Le abbiamo tratte da quello che consideriamo il suo capolavoro assoluto,”L’estate incantata”, una sorta di autobiografia sognante risalente al 1957. Ray Bradbury, l’inventore delle “Cronace marziane” e di “Farenheit 451″ avrebbe compiuto fra poco 92 anni.
I suoi sogni ci hanno accompagnato, il suo modo di concepire la scrittura, di strutturare il romanzo ha ispirato e ispira la nostra redazione. I “vecchi” di Bradbury rimarranno scolpiti nella storia della letteratura, eterni.

Lei era in camicia da notte e sedette accanto a lui, sull’altalena; non era magra come diventano le ragazze a diciassette anni, se nessuno le ama; non era grassa come diventano le donne a cinquant’anni, se nessuno le ama. Era proprio giusta, tonda e soda, come sono le donne a qualunque età, pensò suo marito, se non dubitano di essere amate.

Purtroppo, questo libro è al momento irreperibile.
In compenso, non riuscirete a trovare in libreria neppure “Molto dopo mezzanotte“.

L’ambulanza della polizia salì in cima alla scogliera all’ora sbagliata. È sempre l’ora sbagliata quando si muove l’ambulanza della polizia, dovunque vada, ma in questo caso era particolarmente sbagliata perché era molto dopo mezzanotte e nessuno riusciva a immaginare che sarebbe tornato il giorno, perché così diceva il mare che si infrangeva sulla spiaggia senza luce sotto la scogliera, e così confermava il vento che soffiava gelido e salato dal Pacifico, mentre la nebbia che oscurava il cielo e spegneva le stelle dava l’annuncio finale, muto ma devastante. Gli elementi dicevano che erano lì da sempre, mentre l’uomo, che era appena comparso, presto se ne sarebbe andato. In quelle circostanze, per gli uomini radunati sulla scogliera accanto alle loro automobili con i fari accesi o impugnando torce elettriche era difficile sentirsi veri, intrappolati com’erano fra un tramonto che ricordavano appena e un’alba che non si potevano immaginare.

Il suo libro più celebre resta ovviamente Farenheit 451. Che finisce così:
E la guerra cominciò ed ebbe fine nello stesso istante.
In seguito, gli uomini che si trovavano in quel momento con Montag non poterono dire sinceramente se avevano visto, o no, qualche cosa.
Videro, forse, un lievissimo giuoco di luce, un impercettibile fremito in cielo. Forse erano le bombe, e i reattori, a sedicimila metri, ottomila metri di quota, tremila metri, milleseicento metri d’altezza, per un rapidissimo istante, come semente sparsa per il cielo da un’immensa mano seminatrice, e le bombe che, in diagonale, con paurosa rapidità, e insieme con un’improvvisa lentezza, piombavano giù sulla città antelucana che avevano appena finito di sorvolare. Il bombardamento era sotto ogni aspetto compiuto, una volta che i reattori avessero avvistato l’obiettivo, dato l’allarme ai bombardieri di far rotta su di esso a ottomila chilometri all’ora; con la stessa rapidità di una falce che cala frusciando, la guerra era finita.
Sganciate le bombe, era conchiusa. Ora, dopo tre secondi al massimo, di tutti i brevi tratti di tempo della storia, prima che le bombe colpissero, le stesse aeronavi nemiche avevano già fatto metà del giro del mondo visibile, come proiettili che un selvaggio isolano poteva non credere veri, perché invisibili; ma il cuore viene frantumato ad un tratto, il corpo precipita a strattoni interrotti e il sangue è come sbalordito di ritrovarsi in libertà all’aria aperta; il cervello sparpaglia i suoi scarsi ricordi preziosi e, istupidito, muore.
Era una cosa difficile a credersi. Non era che un atto. Montag vide il mulinello di un gran pugno ferrato sulla città lontana, indovinò l’ululo acuto dei reattori che stavano per sopraggiungere; dei reattori urlanti, dopo: “Distruggi, non lasciar pietra su pietra, perisci. Muori!” Montag trattenne le bombe, lassù, per un solo istante, col pensiero e le mani disperatamente brancolanti verso il cielo, a sorreggerle.
«Fuggi!» gridò a Faber. E a Clarisse: «Fuggi!».
A Mildred disse: «Scappa, scappa dalla città!».

[…]
Lo spostamento d’aria si abbatté sopra il fiume, spazzandone le rive, rovesciò gli uomini come pezzi di domino in fila, e sollevò l’acqua in spruzzi salienti, e alitò polvere e indusse gli alberi, sopra, a un murmure cupo, con un gran vento fuggiasco verso il sud. Montag si spiaccicava contro il suolo, facendosi il più piccino possibile, gli occhi chiusi. Batté le palpebre una sola volta. E in quell’istante vide la città, invece delle bombe, nel cielo. Queste e quella avevano cambiato posto. Per un altro di quegli istanti impossibili, la città rimase, ricostruita e irriconoscibile, molto più in alto di quanto avesse mai sperato o tentato di essere, più alta di come l’uomo l’aveva eretta, torreggiante alla fine, in nodi gottosi di cemento sfracellato, e faville di metallo infranto, in un’altissima muraglia sospesa come una valanga capovolta, un milione di colori, un milione di cose assurde, una porta dove avrebbe dovuto essere una finestra, una cima in luogo di un fondo, un retro invece di un davanti, e a un tratto la città si girò dall’altra parte e precipitò morta.
Il rantolo della sua morte arrivò poi.
Montag, disteso bocconi, gli occhi insabbiati dalla polvere, con un sottile e umido cemento di polvere nella bocca ora chiusa, ansimando e piangendo, si disse nuovamente: ‘Mi ricordo, mi ricordo, mi ricordo qualche altra cosa, ma quale? Parte dell’Ecclesiaste e dell’Apocalisse. Parte di quel libro, una parte almeno, presto, prima che scompaia di nuovo, prima che la scossa si dilegui, prima che il vento muoia. Libro dell’Ecclesiaste. Ecco qua’. Se lo ripeté in silenzio, disteso bocconi sulla terra tremante, ne recitò le parole più volte ed esse erano perfette, ora, senza Dentifricio Denham, era semplicemente il Predicatore stesso che se ne stava tutto solo, ritto nella sua mente, e lo guardava…
[…]
Montag si levò a sedere.
Ma non si spinse oltre. Gli altri fecero altrettanto. Il sole stava sfiorando l’orizzonte nero con un orlo lievemente rossastro. L’aria era fredda e sapeva di pioggia vicina.
In silenzio, Granger si levò, si palpò le braccia e le gambe, imprecando, imprecando di continuo tra i denti, mentre le lagrime gli rigavano il volto. Si spinse con passo strascicato verso il fiume, per guardare a monte.
«Tutto spianato, raso al suolo», disse, dopo un lunghissimo tempo. «La città sembra un sacco di farina rovesciata. Non esiste più.» E dopo un altro lunghissimo silenzio: «Sarei curioso di sapere quanti erano coloro che se l’aspettavano? quanti sono stati colti di sorpresa?».

[…]
«Ora, risaliamo il fiume» disse Granger. «E ficcati bene in capo una cosa: tu non sei importante. Tu non sei nulla. Un giorno, il fardello che ognuno di noi deve portare può riuscire utile a qualcuno. Ma anche quando avevamo libri a nostra disposizione, molto tempo fa, non abbiamo saputo trarre profitto da ciò ch’essi ci davano. Abbiamo continuato come se niente fosse ad insultare i morti. Abbiamo continuato a sputare sulle tombe di tutti i poveri morti prima di noi.
Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: “Noi ricordiamo”. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra. Vieni, ora. Per prima cosa provvederemo alla costruzione di una fabbrica di specchi, perché dovremo produrre soltanto specchi per almeno un anno, tutti specchi, dove ci converrà guardare, lungamente.»
Finirono di mangiare e spensero il fuoco. La giornata si faceva sempre più luminosa intorno, come se a una lampada rosata fosse stato allungato lo stoppino. Sugli alberi, gli uccelli ch’erano volati via in gran fretta, ora tornavano a rifare il nido.
Montag si pose in cammino; dopo qualche istante si accorse che gli altri erano rimasti indietro, nella loro marcia verso il settentrione.
Si stupì, e si fece da parte, per lasciar passare Granger, ma Granger, fissandolo, gli fé cenno col mento di proseguire. Montag riprese a camminare. Guardava, camminando, il fiume, il cielo, le rotaie arrugginite che andavano a perdersi, a valle, tra le fattorie, là dove i fienili rigurgitavano di fieno, là dove tanti uomini erano passati nottetempo, in viaggio, via dalla città. Fra qualche tempo, un mese o sei mesi, certo non più di un anno, lui sarebbe ritornato a camminare in quel punto, solo, e avrebbe continuato la marcia fino a quando non avesse raggiunto altra gente.
Ma ora lo attendeva una lunga passeggiata mattutina fino al mezzodì, e se gli uomini tacevano, tacevano perché c’era da pensare a ogni cosa e molto da ricordare. Forse, un po’ più avanti nella mattina, quando il sole fosse stato alto nel cielo e li avesse riscaldati, avrebbero cominciato a chiacchierare, o semplicemente a dire le cose che ricordavano, perché, non c’era dubbio, essi erano ben là, ad accertarsi che molte cose fossero al sicuro entro di loro. Montag sentiva il lento rimuoversi delle parole, il loro pigro ribollire.
E quando fosse venuta la sua volta, che cosa avrebbe potuto dire, che cosa avrebbe potuto offrire in un giorno come quello, per rendere il viaggio un poco più agevole? Per ogni cosa c’è una stagione. Sì. Il tempo della demolizione, il tempo della costruzione. Sì. Il tempo del silenzio e il tempo della parola. Sì, tutto questo. Ma che altro? Che altro ancora? Qualcosa, qualcosa…
“E sull’una e sull’altra riva del fiume v’era l’albero della vita che dava dodici specie di frutti, rendendo il suo frutto per ciascun mese; e le fronde dell’albero erano per la guarigione delle genti.”
Sì, pensò Montag, ‘ecco ciò che voglio metter da parte per mezzodì.
Per mezzogiorno…
Quando saremo giunti alla Città.