Corrado Farina
Il calzolaio

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pagine 240

“… mentre mi chiudo alle spalle la porta di casa mi vien fatto di pensare che dietro a quel battente di acciaio rivestito di legno non c’è solamente un confortevole ed elegante alloggio borghese ma tutto il mondo in cui sono nata e per trent’anni vissuta, con le sue regole, i suoi rapporti sociali e le sue sicurezze, ma anche le sue contraddizioni e le sue ipocrisie: me le sto lasciando alle spalle per andare verso un mondo che ha regole che non conosco, personaggi dal profilo oscuro, sentimenti contraddittori e ignoti, il disgusto come estremo piacere, l’umiliazione come forma di esaltazione, il degrado come sublimazione. In questa casa che ho appena lasciato non ci sono solo le mie cose, ma i miei genitori, mio marito e tutti gli amici più cari; davanti, ad attendermi nella notte, c’è invece un uomo che non conosco e che ha lo sguardo e le movenze del serpente, l’animale più viscido e infido che dall’inizio del mondo abbia camminato o strisciato sul suolo di questo pianeta…”

Corrado Farina è nato a Torino nel 1939 e vive a Roma da più di trent’anni. Ha scritto e diretto due film (“Hanno cambiato faccia” e “Baba Yaga”) e un numero imprecisato di caroselli, spot e cortometraggi. Ha pubblicato svariati gialli e noir, fra cui “Giallo antico” e “Dissolvenza incrociata” (con l’editore Fogola)

Le recensioni in rete

diabolika

Conosco e apprezzo il raffinato regista Corrado Farina sin dai tempi di Baba Yaga(1973), un film ispirato alle storie di Valentina, il popolare fumetto di Crepax, e rimasto nell’immaginario collettivo dei ragazzini degli anni Settanta per la scena fantasma di Carrol Baker nuda, che io non ho mai visto perché si trova solo nel dvd inglese. Mi sono perso – e me ne dolgo – l’apologo horror-sociale sui vampiri padroni contenuto nell’introvabile Hanno cambiato faccia (1971). Spero di riuscire a reperirlo, un giorno o l’altro, visto che la mia grande occasione per vederlo l’ho persa al Joe D’Amato Horror Festival a Livorno. Ero ospite anch’io per presentare i miei libri su Milian, D’Amato e Deodato, ma quando sono arrivato al Festival il film era appena finito, c’era l’intervista a Farina e l’ho solo sentito parlare. Sono questi i momenti che invidio Aldo Nove, chi vive di letteratura e non deve sorbirsi la banca. Per aprire un fottuto conto corrente sono arrivato tardi al Festival e mi sono perso Hanno cambiato faccia. Ditemi voi cos’era più importante… Ma lasciamo stare che qui si torna sul solito discorso e ne ho parlato pure troppo in Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura. Corrado Farina oggi come oggi non fa più il regista (ed è un peccato) però scrive romanzi che sembrano sceneggiature cinematografiche. La deformazione professionale è quella, tanto che spesso sembra nata prima la sceneggiatura e dopo il romanzo. O forse non pare, mi sa che è proprio così, magari uno di questi giorni me lo faccio spiegare. Recentemente di Corrado Farina ho letto Storia di sesso e di fumetto(Mare Nero, 2001) e Il calzolaio (Marcovalerio, 2005). Mi sono perso Un posto al buio(Biblioteca del Vascello, 1994) e Giallo antico (Fògola 1999 – premio Scerbanenco), ma rimedierò. Storia di sesso e di fumetto per ora non lo cercate, ché non si trova mica dopo che Mare Nero è fallita, speriamo solo che Coniglio lo recuperi con il nuovo marchio. è una bella storia che racconta di un editore di fumetti erotici alle prese con i suoi incubi veri e fantastici. Sarebbe un film perfetto, ironico, dissacrante, pure un pizzico anticlericale e con quel tocco di erotismo che non guasta. Il calzolaio invece lo trovate (pure se farsi mandare il libro da Marcovalerio non è così facile) ed è un sexy thriller che ricorda i vecchi film di Sergio Martino. Qui viene fuori la mia deformazione professionale di appassionato recensore e cultore di pellicole anni Settanta. Forse voi non li ricordate ma sto parlando di film come Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972), Lo strano vizio della signora Wardh (1970) e Tutti i colori del buio (1971) interpretati da una bellissima Edwige Fenech e da un tenebroso George Hilton. Corrado Farina realizza una sceneggiatura perfetta per un giallo erotico che affronta la deviazione sessuale del feticismo. Racconta una storia molto visiva ricorrendo a una miriade di personaggi che parlano in presa diretta e dicono la loro su quanto sta succedendo. La protagonista femminile è Martina, una bella trentenne insoddisfatta che cade nella rete di un improbabile calzolaio – feticista che con la scusa di riparare calzature femminili se ne impossessa e le usa per eccitarsi. Il romanzo è molto ben costruito su un crescendo di tensione che rende il rapporto tra il calzolaio e Martina sempre più stretto e morboso. Il finale raggiunge punte notevoli di erotismo malsano e non vi nascondo che più volte ho immaginato la Fenech nel ruolo di Martina e Hilton in quello del calzolaio. Sarebbero stati perfetti. Non vi dico come finisce il romanzo perché il libro lo dovete cercare e leggere, io servo solo per stuzzicare la fantasia.

Gordiano Lupi (http://www.kultvirtualpress.com)

“Il calzolaio” viene subito dopo “Dissolvenza incrociata”, del 2002, e lo precedono altri gialli come: “Un posto al buio” del 1994 e “Giallo antico”, del 1999. Anche questo romanzo appartiene al genere giallo. Si sta facendo un trasloco e la professoressa di latino e greco, Maria Pia Gentile, nubile, “mora belloccia”, che abita nello stabile, sale le scale e incontra due bestioni che trasportano un pianoforte. Cerca di immaginarsi la nuova condomina che andrà a occupare l’alloggio rimasto libero dopo la morte della “vecchia Trovaluci”. Anche i due facchini (…) parlano in prima persona sacramentando per il peso che devono sorreggere, per il quale occorrerebbero ben otto braccia robuste anziché quattro. Lo stesso accade con la nuova inquilina, Martina, “la biondina”, una donna sposata da otto anni con un chirurgo di fama, il professor Daniele Veraldi (…), la quale sorveglia che il trasloco avvenga senza recare danni al mobilio nonché allo stabile. Così pure, in prima persona si presentano il marito di Martina e via via tutti gli altri. (…) Il romanzo corre tutto sul filo dei pensieri che occupano via via la mente dei protagonisti, ed è la qualità originale di questo giallo, che si fa gustare, oltre che per la intelligente tessitura, per una scrittura pulita e lineare. I personaggi mancano, quasi tutti, di una descrizione fisica, prevalendo in loro l’aspetto psicologico, giacché nel momento che compaiono sulla scena, essi diventano protagonisti attraverso i loro pensieri (…). L’autore scrive con la sicurezza propria di una trama che si disegna a poco a poco alla luce della sua esperienza di regista. Già in “Dissolvenza incrociata”, ma anche ne “Un posto al buio”, questa relazione tra cinema e scrittura si era mostrata fondamentale. Succede che Martina porti un paio di scarpe a riparare dal vicino calzolaio. (…) Il tempo passa e quando Martina torna per ritirarle, trova la saracinesca chiusa. Così per alcuni giorni. Domanda in giro, al macellaio, a Luana, l’ortolana, a Maria Pia, di cui nel frattempo è diventata amica, e tutti mostrano di voler evitare l’argomento. (…) Martina, dopo aver attaccato un biglietto sulla saracinesca, dove ha scritto di volere indietro le scarpe, anche se non ancora riparate, pensa: “Ma dove sto andando a finire, in un film di Hitchcock?” Non a caso. Martina somiglia un po’, infatti, al protagonista de “La finestra sul cortile” nel momento in cui avverte che qualcosa di misterioso si sta svolgendo davanti ai suoi occhi, e guarda l’uno e poi l’altro, e gli altri ancora dei personaggi che il suo sguardo incontra, per riuscire a capire che cosa stia succedendo. (…) Quando avviene il confronto tra Martina e Maria Pia, il ritmo, nel momento in cui si addensa di contenuto, diventa incalzante e stende sul calzolaio una tenebrosa ombra di perversione e di violenza. “Non te lo dirò mai, Martina, dovrai scoprirlo da sola”, le dice Maria Pia dopo che Martina le ha chiesto ragione di una sua visita notturna al calzolaio e lei è scoppiata in pianto. Un sogno ricorrente sembra creare una relazione non superficiale, ma permeata dalle oscurità dell’inconscio, tra Martina, che si sta a poco a poco facendo la principale protagonista della storia, e il misterioso calzolaio, cosicché ad un certo punto è la donna stessa che si convince “che il mio obiettivo non era più recuperare le scarpe ma capire qual’era il mistero che si nascondeva all’interno della bottega.” Lo scoprirà, infine. La storia propone tre epiloghi, ed un quarto lo lascia aperto al lettore; tuttavia è nel terzo epilogo che noi troviamo una frase che potrebbe costituire la migliore interpretazione di questo giallo affascinante, che è senz’altro da considerarsi il lavoro più maturo e riuscito dell’autore.

Bartolomeo Di Monaco

La recensione completa si può trovare su http://www.bartolomeodimonaco.it

Il calzolaio del quartiere è uno strano personaggio: alle clienti giovani e carine tarda a restituire le scarpe che gli hanno portato ad aggiustare. La ragione di tale comportamento è alla base di questo”gialletto”, nuova fatica letteraria di Corrado Farina. Il diminutivo non suoni riduttivo della qualità , si riferisce soprattutto al piccolo formato anche se di oltre duecento pagine e semmai alla vicenda circoscritta fra le strade di un angolo della città. A ruotare intorno al calzolaio sono, infatti, le donne del quartiere, fra le quali un’insegnante, un’erbivendola, una sboccata principessa, le colleghe d’ufficio, ma anche un macellaio, un commissario di polizia, un avvocato. Tutti personaggi che entrano in scena, una pagina dopo l’altra , come attori di teatro ai quali siano stati affidati tanti siparietti per consentire loro di illustrare in prima persona lo svolgimento dell’azione. Che è un thriller vero e proprio, con un antefatto coinvolgente, con uno sviluppo a sorpresa, e soprattutto con un finale che dire imprevedibile è poco. Perché di finali questo divertissement di Farina ne ha ben tre. Non nuovo al genere, Corrado Farina è egli stesso, come il suo calzolaio, un tipo assai strano: è un regista prestato alla pagina scritta o uno scrittore prestato al cinema? Difficile dirlo con certezza, perché dietro la macchina da presa Farina ha passato i suoi anni migliori, realizzando due lungometraggi (Hanno cambiato faccia e Baba Yaga) e un numero imprecisato di spot pubblicitari, cortometraggi, filmati televisivi; ma ha anche pubblicato un divertente trattatello “Storia di sesso e di fumetto” e tre romanzi gialli ambientati a Torino la sua città: “Un posto al buio”,”Giallo antico” e “Dissolvenza incrociata”. Come si vede dai titoli, è narrativa di chiara ispirazione cinematografica, perché dietro lo scrittore il regista è sempre in agguato.Il risultato, in questo “Calzolaio” come nei lavori precedenti, è una storia avvincente, raccontata come fosse per immagini, con un’impaginazione che sembra un montaggio cinematografico, e con il gusto per il finale. Dicevamo che qui sono addirittura tre: ovviamente non ne anticipiamo nessuno perché il piacere della lettura ne resterebbe irrimediabilmente danneggiato. Il libro, infatti, si legge tutto d’un fiato, non consente troppo lunghe interruzioni, perché l’attesa del finale è tanta. Qualche lettore resterà deluso? Può sempre cambiarlo, il finale, e scegliere quello che gli piace di più. Ma all’autore deve essere, comunque, grato di tanta generosità, che in genere non si incontra nei gialli a tema. Ecco, qui il tema è lasciato al lettore che deve decidere: che fine farà il calzolaio?

Sandro Marucci (“La Quercia”, nov. – dic. 2004)

No, non è un artigiano qualsiasi che risuola le scarpe, ma un essere inquietante che conosciamo un po’ per volta, nel dipanarsi delle vicende di questo piacevole, vivace, scorrevole libro di 236 pagine uscito da poco in libreria. Corrado Farina scrive da parecchi anni e ci ha già abituati ai suoi gialli di cui ho letto “Giallo antico”, “Un posto al buio” e “Dissolvenza incrociata”. Libri che mi sono piaciuti tutti, con una preferenza per “Un posto al buio”. Ma Farina è, in primis, un regista. La sua scrittura è visiva. Leggendo “Il calzolaio” ci si sente al centro di una tela di ragno, di un intreccio di personaggi che l’autore, con perizia consumata di scrittore e di regista, fa parlare sempre in prima persona, sì che la storia scorre particolarmente chiara e consequenziale. Solamente il calzolaio non parla di sé, ma ne conosciamo i gesti, i pensieri, i gusti particolari dal racconto della protagonista, Martina, una giovane e bella signora appena giunta nel quartiere residenziale di una città che s’intravede in lontananza.

Martina – sebbene sconsigliata dalla gente che via via conosce nel quartiere – decide di portare all’unico calzolaio che lavora in zona un paio di eleganti sandaletti dorati, una sciccheria acquistata a Parigi che ha bisogno di una piccola riparazione: il caldo è scoppiato precocemente in città, e lei desidera che siano pronte nel caso dovesse capitarle un’occasione mondana.

L’autore propone tre epiloghi, molto diversi l’uno dall’altro, lasciando al lettore la possibilità di un altro finale.

Un bravo a Corrado Farina per il romanzo e per la profonda conoscenza dell’anima femminile.

Loreta Cerasi
(dai newsgroup it.cultura.libri e it.discussioni.giallo)

Leggendo questo libro verrebbe da dire che il diavolo fa le scarpe – in tutti i sensi! -ma non le aggiusta e invece c’è ben poco da scherzare con un tipo come il calzolaio descritto da Farina. Costui infatti è un moderno Nosferatu metropolitano, che vive nelle tenebre (e nel disordine) della sua bottega senza orari dove protetto dalla fannulloneria e dal timore della gente del quartiere coltiva una segreta passione per le calzature femminili e non solo.
Feticci in genere quindi, dalle scarpe alla biancheria purché raffinati e vissuti. Croce e delizia del feticista, termine spesso abusato oggigiorno e maledettamente di moda come tutti i tabù liberalizzati, è qui affrontato senza eccessi o luoghi comuni ma con la scioltezza propria di chi conosce il mestiere.
Corrado Farina, classe ’39, regista e ora scrittore, non è nuovo al genere giallo, ha infatti all’attivo diversi romanzi ambientati a Torino che mescolano la passione e l’esperienza per il cinema con quella per le atmosfere di inizio secolo o dei luoghi salgariani nonché del fumetto, stavolta parte da un originale plot per un noir atipico che non vede protagonisti un morto ammazzato e il commissario di turno, bensì un solido dualismo narrativo, o meglio una “trinità”, composta da una bella donna, un losco individuo e un elegante paio di décolleté da sera, vero fulcro di tutto.
Diretto cinematograficamente per immagini con veri e propri scatti nitidi di situazioni e stati d’animo rubati dall’intimità della protagonista e sussurrati al lettore, si completa con l’ulteriore beneficio del ritmo e della colloquialeità del linguaggio che non cede niente a fronzoli letterari bensì gioca tutto sull’immediatezza per l’incastro perfetto degli eventi. Da qua l’ulteriormente stimolante scelta stilistica dell’io narrante diverso ad ogni capitolo, ma sempre riconoscibilissimo dalla prima riga, in un crescendo che non ha momenti di stanca o buchi, ma aumenta parallelamente fino al mix di sogno e realtà del finale aperto all’interpretazione che lascia quel dubbio lecito che ognuno tiene per sé.
Questo “calzolaio” è nient’altro che la rappresentazione delle circostanze che precedono la scelta improrogabile e difficile di ognuno di fronte a un bivio della vita che ci separa dalla noiosa e tranquilla certezza del lieto vivere, spesso ipocrita, da un mondo nuovo e inesplorato, pieno di ostacoli e zone d’ombra minacciose ma proprio per questo terribilmente eccitante e irrinunciabile. Così è anche per Martina e il suo abbietto ciabattino che chiama serpente tentatore – Eva insegna! – confusa e divisa tra l’odio, l’umiliazione e il piacere, il disgusto e la delizia degenere per il potere derivatole da schiacciare il suo personale feticcio sull’adulatore sottomesso.
Quando l’autore confessa il desiderio di voler realizzare un film da questo romanzo/soggetto non si può fare a meno di immaginare nei panni della protagonista, vuoi per alcune scene descritte vuoi per l’atmosfera che ricorda quei gialli morbosi italiani Anni Settanta, la Edvige Fenech dei tempi migliori anche se la protagonista è bionda e algida, forse sarebbe meglio la maliziosa Gloria Guida…
Consiglio a tutti: leggetelo.

Fabio Marangoni (www.latelanera.com)

L’estate è alle porte, un’insegnante torna a casa da scuola e scopre che una nuova coinquilina, Martina, si è trasferita nel suo stabile. Così inizia “Il calzolaio” di Corrado Farina (Marcovalerio Edizioni). Come per Martina incomincia una nuova avventura alla scoperta del quartiere esclusivo di una grande città, plausibilmente Torino, che nasconde, al di là di una facciata luccicante, un altrettanto torbida immagine di decadenza umana. Nessuno degli abitanti del quartiere resta impunito dallo sguardo del narratore che assegna a tutti una sottile denuncia. Sul piano formale, il linguaggio di Farina tende a destare l’attenzione del lettore attraverso l’uso di aggettivi ricercati come nella frase d’incipit “Il caldo è sbottato anzitempo, cogliendo di sorpresa un po’ tutti” che invitano a continuare la lettura anche se poi scade quando usa espressioni tratte dal linguaggio televisivo come, ad esempio, “Un parola è troppo e due sono poche”. La narrazione, condotta a più voci, non lascia dubbi sul protagonista del romanzo anche se all’inizio il passaggio di prospettive tende a frammentare, e quindi a rallentare, il lettore. La presenza misteriosa del calzolaio conferisce alla narrazione un andamento da thriller che s’innesta sulla storia di una moderna Madame Bovary, moglie insoddisfatta di un chirurgo in carriera. Mescolando generi così diversi, Farina finisce per dare un’impressione d’indefinitezza all’opera che sta scrivendo. Tuttavia, il messaggio che passa nell’intero volume, quello di un’odierna società occidentale opulenta e indifferente, resta buono ed è significativamente riassunto, a nostro parere, nel seguente brano: “Viviamo in un tempo di grande egoismo e di grande sfiducia, la gente ha imparato a proprie spese che difendere certi principi non paga e che val meglio cercare di farsi furbi, sfruttando a proprio vantaggio le debolezze degli altri, istituzioni comprese… in altre parole, che vinca il più prepotente, o chi ha le spalle coperte da qualcuno più in alto…”

Sandra Origliasso (L’angolo letterario )

 

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