Andrea Scartabellati (cura)
Dalle trincee al manicomio

24,00 €

Per quanto risulti sorprendente, ancora numerose pagine del primo conflitto mondiale aspettano di essere scritte o approfondite. Tra queste sicuramente quelle relative al caso dei folli di guerra, oltre 20 mila individui secondo le statistiche governative più prudenti.

Pur in un profluvio di saggistica dedicata ai disparati temi e aspetti della Grande guerra, questi uomini hanno riscosso in Italia l’interesse di pochi studiosi e suscitato la produzione di un numero limitato di articoli e libri.

I saggi del volume intendono portare al centro dell’attenzione del lettore la vita, le sofferenze e l’esperienza bellica di chi pagò un prezzo altissimo al conflitto dei materiali e alle leggi della violenza di massa. La ricerca utilizza principalmente la documentazione inedita conservata negli archivi manicomiali di Treviso, Verona, Cremona, Reggio Emilia e Como, e si misura col proposito di porre il folle di guerra al centro di una ragnatela di relazioni che vede gli psichiatri, civili e militari, ed i familiari dei degenti in prima fila come attori e vittime di un dramma collettivo.

One thought on “Andrea Scartabellati (cura)
Dalle trincee al manicomio

  1. marcovalerio

    Storia e Futuro, rivista di storia e storiografia, dedica una recensione al saggio curato da Andrea Scartabellati, sul numero 19, edito a febbraio 2009.

    Dalle trincee al manicomio.
    Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande Guerra

    a cura di Andrea Scartabellati
    Torino, Marco Valerio, 2008

    Recentemente, il rapporto tra Prima guerra mondiale e follia è stato preso in esame nei saggi apparsi nel volume curato da A. Scartabellati, Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande Guerra (Torino, Marco Valerio, 2008). Studi prodotti da storici ma anche da medici psichiatri; una pluralità di punti di osservazione che ha permesso di affrontare in profondità il tema, sostanziando analisi già acquisite precedentemente sul piano storiografico e suggerendo nuove linee di indagine da sviluppare (soprattutto legate al destino dei malati nel periodo successivo alla conclusione del conflitto e al nesso tra evento bellico e diffusione di alcune patologie mentali all’interno della popolazione femminile), facendo emergere tutte le voci dei protagonisti: i medici, i soldati e i familiari di questi ultimi. Ancora una volta, le cartelle cliniche, i testi narrativi e memorialistici, sia di parte medica sia firmati da semplici soldati, costituiscono le fonti principali attorno le quali si sono avvicendati gli studiosi.

    Per quel che riguarda il fronte medico, in tutte le nazioni, l’interpretazione psichiatrica – salvo poche prese di distanza rimaste nettamente marginali – rigettando le diagnosi che facevano riferimento al trauma spostava l’origine della malattia dal campo di battaglia, dal carattere peculiare della guerra alla struttura psichica o costituzionale del soggetto (B. Bianchi, Il trauma della modernità, p. 40). Atteggiamento che condusse la psichiatria a trascurare l’analisi del meccanismo psicologico che determinava l’insorgere della malattia. L’unica novità, importante e carica di valenze negative, fu rappresentata dalla possibilità per i medici di intervenire nel periodo immediatamente successivo alla comparsa dei sintomi: “approfittando della tendenza dei soldati all’obbedienza automatica indotta dalla disciplina militare e dall’autorità che il grado militare conferiva loro, i medici sperimentarono terapie nuove: applicazioni elettriche dolorose accompagnate da bruschi comandi, ipnosi […]. L’elettricità, tradizionalmente usata per la terapia dei corpi, venne utilizzata per la terapia delle menti e si configurò come una vera e propria tortura” (B. Bianchi, Il trauma della modernità, pp. 40-41). Una condizione di violenza che, nel caso italiano, caratterizzava anche la struttura dei “villaggetti psichiatrici” realizzati a ridosso del fronte e i comportamenti tenuti al loro interno: “alle reti metalliche, alla presenza di presidi di polizia militare col compito di mantenere l’ordine ad ogni costo, si aggiungevano camere di isolamento delimitate da pesanti sbarre d’acciaio, corpetti di forza, bende per cingere i polsi del malato a letto per ore, ed una vigilanza infermieristica che a dispetto della mancanza dei cosiddetti punti panottici vi suppliva con un’ancora maggiore invadenza, aggressività e severità” (S. Manente e A. Scartabellati, Gli psichiatri di guerra, pp. 106-107). Nel corso del periodo bellico, gli psichiatri assunsero il ruolo di agenti diretti dell’autorità statale, elementi determinanti di una economia di comando in una guerra totale che finì con il risparmiare né cose, né persone. Qualunque forza, di qualunque livello e provenienza doveva trovare utilizzazione. Identificati ed internati i neuropatici ritenuti “inadatti” ed irrecuperabili alle operazioni belliche, ci fu il tentativo di recuperare gli altri per fini utilitaristici, nei lavori a ridosso delle retrovie; ma per quanto auspicabile, l’obbiettivo vagheggiato dalla psichiatria militare di “ridonare all’Esercito il più possibile degli uomini da stimarsi clinicamente validi, in modo che questi compiano un lavoro utile” non andò oltre la misura di un proposito (S. Manente e A. Scartabellati, Gli psichiatri di guerra, p. 109).

    Se la “vera pazzia”, accertata per mezzo di innumerevoli e pressanti consulti alienistici, rappresentava da un lato una momentanea via d’uscita dai pericoli della prima linea, dall’altro lato essa significava molto spesso la morte civile, una marginalizzazione dalla società che andava ben oltre gli stessi limiti temporali del conflitto bellico. Liberati dalla guerra, i soldati – confusi e disorientati, taciturni o agitati in “forme pazzesche”, con “volti stuporosi”, affetti da “blenoreggia”, dopo aver tentato il suicidio –, finivano prigionieri di manicomi, nella gran parte sovraffollati e privi del personale necessario, dove vivevano una vita quotidiana accompagnati dal sospetto e dalla riprovazione popolare, oggetti di una terapia psichiatrica anacronistica, inefficace, soggiogata agli ordini imperativi delle gerarchie militari e per questo distante dai loro bisogni. Le loro lettere censurate sono “pagine di straordinaria drammaticità, storie di uomini che, nella disperata solitudine in mezzo alla follia della guerra moderna, raccontano del diverso conflitto che si svolgeva nelle loro menti e nei loro corpi” (N. Bettiol, Destini della follia in guerra, p. 270). In questi documenti si intrecciano una moltitudine di temi: l’abbandono, la solitudine, la nostalgia di familiari e amici, il timore di perdere il loro affetto; il ricordo della casa e dell’ambiente domestico; la paura dei giudizi degli appartenenti alla comunità d’origine; l’incertezza per il proprio futuro; la volontà, nonostante la situazione, di rassicurare chi stava a casa. Mentre nelle missive che i parenti del neuropatico inviavano alla direzione manicomiale emergono altri elementi quali la fame, la povertà (il volto di un’Italia contadina in miseria), il senso di smarrimento e di dubbio, il timore per un distacco che minacciava di diventare non solo fisico ma anche emotivo. Malgrado gli accenni alla concessione di una pensione, questa nella gran parte dei casi non verrà riconosciuta proprio in ragione dell’approccio che gli psichiatri manifestarono nei confronti di quelle patologie: non tutti i soldati partivano in buone condizioni di salute e molti di loro in realtà avevano uno squilibrio mentale latente, la cui manifestazione era stata stimolata dalla guerra. La teoria della “predisposizione originaria” fece si che anche nel caso in cui il soldato fosse stato riformato, non essendo riconosciuto inabile per motivi bellici e portando con sé ferite non visibili, non era considerato invalido di guerra e pertanto non gli veniva riconosciuto alcun diritto alla pensione (M. V. Adami, Aleandro Salerni e la predisposizione originaria, p. 394).

Lascia un commento