Aldo Rizza
Il fascismo nella cultura moderna italiana
Il processo ideale e storico
dall’Ottocento al Novecento

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Per l’autore la questione del fascismo sotto l’aspetto semplicemente storico non dà piena luce alle ragioni della sua nascita e della sua affermazione. In realtà si deve dare uno sguardo all’ambiente culturale complessivo con una particolare attenzione al dibattito filosofico che ne ha preparato l’avvento. Lungi quindi dal considerare il fascismo come un incidente storico, lo si deve vedere sorgere nella cultura italiana che a partire dall’Ottocento fino a dopo la prima guerra mondiale l’ha tenuto a battesimo. Una vicenda quella del fascismo conclusa con la disfatta nel secondo conflitto mondiale, ma ancora aperta dal momento che le correnti di pensiero – le più diverse – che lo generarono, lungi dall’essersi interrotte, operano ancora. Vivo il problema del fascismo nello stesso antifascismo che per opposizione ne perpetua un’esistenza distorta mostrandosi incapace di darne ragione.


Aldo Rizza (Firenze 1940), professore emerito di Storia della Filosofia e Antropologia filosofica dell’Istituto Universitario Salesiano di Torino, è stato preside di Licei paritari. Ha scritto tra l’altro: K. Marx le fonti; Leggere Kant; Psicologia e identità della persona; Il Risorgimento e il pro­blema del fascismo; Ricognizioni; Alla ricerca dell’inconscio; Sulle orme di Athena e Conoscere. Con Augusto Del Noce Il Crogiuolo vivente. Con Vittorio Mathieu Filosofia in 6 volumi. È tra i fondatori della Fondazione Del Noce di Savigliano e dell’Associazione Del Noce di Torino.



In che cosa si distingue questo suo libro da un “normale libro si Storia?
Dal fatto che ho cercato di privilegiare la causalità ideale, il processo ideale che ha condotto a quelle condizioni che hanno dato vita nel 1919 al fascismo.

Ma non bastano i fatti a spiegare la Storia?
Non è così semplice. Lo storico non è uno scienziato. Ogni scienza è scienza di qualcosa. Ogni scienza, cioè ha il suo oggetto. Per lo storico si pone drammaticamente una situazione particolare: l’oggetto della storia non c’è più. Ciò su cui si esercita l’arte dello storico non c’è più. Il passato ha la caratteristica di non esserci più. Possiamo ricavarne qualcosa dalle tracce che ha lasciato: documenti, memoriali, lettere, monumenti, testimonianze. Ma tutto ciò non è l’oggetto. E’ impossibile avere nozione esatta e completa del passato.

 

Ma allora?
Allora la storico racconta e nel racconto c’è molto più lo storico stesso che non la realtà del passato. Lo storico, con il suo racconto, ha di mira il presente; intende influenzare il presente. Per questo la storia sovente si piega all’utilizzo che un’epoca fa di un’altra epoca. In qualche modo tradendola, per piegarla alla giustificazione dell’oggi o al progetto di una sua trasformazione o rovesciamento.

Per questo lei ha privilegiato la “causalità ideale”?
Infatti. Le idee non mutano nel tempo. Una volta pensate sono lì, testimonianza di quella dimensione umana che ha a che fare con l’eterno. Ora il fascismo ebbe un suo profilo ideale; si costituì attraverso un percorso che ha toccato gran parte della cultura italiana ed europea della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento. Anzi la linea ideale che gli si conduce ha le sue radici nel nostro Risorgimento e nei suoi massimi rappresentanti come Mazzini e Gioberti. E poi l’assassino di Giovanni Gentile – come testimoniò l’autista del filosofo – esclamò: “Non voglio uccidere lei, ma le sue idee!”. Ora le idee non si uccidono; sono immutabili. Si può cambiare idea, ma non si può cambiare l’idea, come asseriva Manzoni. Per questa ragione ho cercato di mantenermi in quella dimensione, per recuperare anche quella serenità che forse può giovare allo storico.

Di solito si nega che il fascismo avesse dalla sua una cultura.
Il dibattito sul processo ideale che conduce al fascismo è ormai concluso. L’affermazione di Norberto Bobbio secondo cui il fascismo sarebbe stato un “errore contro la cultura” era stata già corretta da Augusto Del Noce che aveva preferito la formula del fascismo come “errore della cultura italiana”. Per entrambi si tratterebbe pur sempre di un errore, ma mentre per Bobbio il fascismo sarebbe da considerarsi come contro-cultura, per Del Noce invece esso sarebbe sorto dalla cultura italiana. Quindi esso sarebbe stato a pieno titolo un fenomeno culturale.

E Lei ha privilegiato questa interpretazione?
Sono stato amico di Del Noce, dal quale ho appreso le cose preziose che ha pensato sulla modernità, sull’ateismo e sul cattolicesimo dei nostri tempi. Preziosi sono stati i suoi studi sul Risorgimento. Efficace poi, come strumento di indagine, la distinzione tra Rivoluzione, Reazione, Risorgimento, Tradizione. Insomma gli debbo parte cospicua della mia formazione in questo campo. Nel mio libro ho cercato di far emergere la linea culturale che necessariamente ha condotto al fascismo. Gli elementi erano lì e si composero fatalmente. Rispetto a Del Noce ho sempre tenuto presente la figura e l’opera di Mussolini. Mussolini filosofo dunque? In un certo senso si, anche s e non in tutti i sensi. E poi il fatto che Mussolini provenisse da famiglia povera e da una regione, la Romagna, che molto aveva sofferto per la miseria nella quale era stata lasciata. Ecco questo fatto che Mussolini venisse dal popolo e che avesse sempre sentito di appartenervi, Del Noce, come gran parte degli studiosi di Storia e di Filosofia, non ne ha tenuto conto. Bisogna esser stati poveri per capire certe cose. E certo i maggiori rappresentanti della sinistra italiana provenivano dalla borghesia, erano borghesi frequentavano ambienti “elevati”, erano quasi tutti massoni e non potevano capire quanto Mussolini sentisse veramente allorché pronunciava la parola “rivoluzione.”

Diverse sono le interpretazioni del fascismo – sia quelle degli anti-fascisti, sia quelle dei fascisti stessi, sia quelle degli a-fascisti – ne ha tenuto conto nel suo libro?
Certamente. De Felice ha fatto un enorme lavoro che alcuni – con una certa ragione – ritengono definitivo. La sua fortuna nel mondo è stata effettivamente grande. Meno in Italia dove egli è apparso come un revisionista pericoloso. La cosa è quasi divertente; infatti un vero storico non può che essere revisionista. Non può essere negazionista, cioè non può negare i fatti accertati. Ma può discutere delle interpretazioni correnti; può correggerle se errate; completarle se insufficienti a dare ragione alle stesse interpretazioni. Le interpretazioni degli storici sono sempre inadeguate, migliorabili quindi o contraddette se evidentemente unilaterali.

Può farci un esempio?
Introdurre nel racconto storico termini come nazifascismo (senza trattino) o comunque stabilire un’identità tra fascismo e nazismo non soltanto confonde il racconto, ma lo falsifica. Il fascismo ed il nazismo furono due fenomeni profondamente diversi. D’altra parte, si dice, ma erano alleati! E’ vero, ma anche i capitalisti ed imperialisti angloamericani erano alleati di Stalin; tuttavia nessuno storico può dire che capitalismo e comunismo siano la stessa cosa. Altra – divenuta addirittura “normale” – è l’affermazione del fascismo come male assoluto. Un assoluto non permette il suo contrario. Chi usa questa scorciatoia per spiegare la Storia si ritrova alla fine in un vicolo cieco, non potendo asserire due assoluti insieme: un male condannabile in eterno e un bene trionfante per sempre. Se il male fosse assoluto non vi sarebbe più spazio per il bene.
I giudizi ormai consolidati che si danno sul fascismo sono quindi soggetti a critica?
Non esistono per lo storico giudizi consolidati. Il politico si sforza di ancorare per sempre il suo oggi; ma le cose non stanno come egli spera o si propone. Anzi, direi che i giudizi di oggi, male si attagliano ad ieri. E poi non è compito dello storico giudicare il passato. Staremmo freschi. Ogni regime si assicura la continuità con un racconto. Così il fascismo si sforzò di ancorare la propria continuità con un racconto che partiva da Roma antica, attraverso il medioevo per finire con il Risorgimento. Anche il nostro attuale regime democratico, sorto dalla disfatta e dagli obblighi scaturiti dal trattato di pace del 1947, si accredita fondandosi su un racconto nel quale l’anti-fascismo è l’elemento fondante. Un altro discorso potrebbe suggerirci la domanda: come sia possibile fondare una città sull’”anti”?

Il discorso sul fascismo non può quindi dirsi terminato
Così è. Ad esempio il dibattito filosofico tra Croce e Gentile sul marxismo – che a giudizio di molti – conclude con il fascismo e con il comunismo, con Mussolini e Gramsci, è ancora tutto aperto. Anche il ruolo di Gentile, la sua importanza nella filosofia italiana e non solo in questa, sono ancora tutti da discutere. Il Garin, il Negri, Del Noce ed altri hanno diretto i loro sforzi e indagini per scoprire nessi, rapporti, ma senza dare conclusioni che forse sono impossibili. Certo è, però, che questo imponente lavorio della filosofia e storiografia italiane intorno a questi problemi, arricchisce la nostra cultura e dona contributi essenziali anche a quella politica seria che lavora per la costruzione – e oggi per la ri-costruzione – della città.