Edward Gibbon
Storia della Decadenza
e Rovina dell’Impero Romano

5 Volumi 
3030 pagine, illustrato

Disponibile da marzo 2024

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Rendere nuovamente disponibile ai lettori contemporanei la monumentale opera di Edward Gibbon Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano erano una sfida e un desiderio che da tempo serpeggiavano nella casa editrice e nel Centro Studi che ne cura il catalogo, a prescindere dalla disponibilità dell’opera per i lettori italiani.

Se sul piano strettamente storiografico il lavoro del grande studioso inglese appare oggi, dopo oltre due secoli, viziato da giudizi e ipotesi non più condivise, il respiro letterario del poderoso e talvolta tragico affresco che Gibbon elabora sulle vicende che portarono al declino e, infine, al crollo di un’entità statuale immensa e articolata come l’Impero d’Occidente prima e quello Bizantino mille anni più tardi, è ancora fonte di fascino per il lettore appassionato, quanto di ispirazione per moltissimi scrittori, e narratori, che a quei secoli attingono per nuove epopee, storicamente fondate o soltanto vagamente correlate.

L’opera di Edward Gibbon è, in questo senso, un indispensabile punto di partenza. Di fatto, egli è il primo storiografo dell’età moderna, che sceglie di attingere direttamente alle fonti, almeno quelle disponibili al suo tempo, progenitore della ricerca storica contemporanea.

La sua interpretazione delle cause che portarono alla crisi irreversibile dell’apparato statuale dell’Impero è fortemente condizionata dalla visione illuminista dell’Autore e da una concezione che esclude aprioristicamente ogni trascendenza. Anglicano di nascita, convertito al Cattolicesimo in giovane età, Gibbon aderì successivamente alla massoneria. Il suo pensiero è intrinsecamente massonico e anticlericale, improntato a un deismo che relega nella superstizione ogni mistica.

Nelle pagine dell’opera più volte Gibbon rimarca il ruolo svolto dal nascente e poi fiorente Cristianesimo nel modificare la società imperiale, a suo dire indebolendone le caratteristiche originarie di forza e aggressività con la prospettiva di un appagamento sociale conseguibile non con il Trionfo del comandante militare ma con la speranza di una vita dopo la morte.

Volendo spingere l’attualizzazione oltre misura, la Storia della Decadenza e Rovina dell’Impero Romano è un manifesto contro il pacifismo, contro il primato della diplomazia e dell’economia globale. E, in questo, curiosamente, il pensiero dell’Autore entra in conflitto con la premessa illuminista e massonica.

Sarebbe ingeneroso verso Edward Gibbon, figlio dell’epoca illuminista, insistere sull’interpretazione soggettiva piuttosto che sull’innovatività assoluta della sua opera. 

Superata – per evidenza di percorso storico – resta senz’altro la tesi secondo la quale il Cristianesimo sarebbe la causa prima dell’indebolimento dell’Impero, visto che da Teodosio in poi l’Impero d’Oriente prosegue ancora per mille anni proprio sostenuto da quella Chiesa che Gibbon ritiene nemica della civiltà antica. Civiltà antica che proprio nei monasteri è stata custodita e a noi trasmessa.

C’è tuttavia un’altra peculiarità che rende la Storia di Gibbon intrigante e moderna nel senso più proprio del termine. È la visione globale, internazionale potremmo dire, del suo respiro.

L’Impero che Gibbon descrive non è quell’entità chiusa in se stessa, tutta proiettata nella difesa di confini possibilmente in espansione, fino a Traiano almeno, per sottomettere e incorporare i popoli barbari nell’assetto della civiltà latina. È invece un apparato economico e sociale vitale e in perenne interscambio culturale e commerciale con il resto del mondo conosciuto: un mondo che spazia dall’oceano Atlantico a quello Indiano, dalle regioni del Nord Europa all’Africa intera. Fino a intravedere oltre l’India e la Cina, affacciandosi alle sponde del Pacifico. È un mondo globalizzato a tutti gli effetti, paradigma di una contemporaneità che balza al lettore come non esclusiva della nostra epoca. Nei suoi aspetti positivi di crescita culturale, di benessere, ma anche in quelli che percepiamo come negativi di conflitto interno ed esterno, di burocratizzazione inarrestabile, di controllo crescente sull’individuo.

La Storia di Gibbon ci restituisce una romanità multietnica, consumistica e, in senso lato, capitalistica. Una società dominata da famiglie che utilizzano la leva finanziaria per assumere il controllo della leva politica e militare, nell’esclusiva ricerca dell’interesse proprio. Un fenomeno che per Gibbon assume carattere estremo con la divisione dell’apparato imperiale e la nascita dell’Impero Bizantino.

Il Cristianesimo e la Chiesa dei primi secoli, “responsabili” dell’indebolimento dei costumi e, di conseguenza, anche dello spirito militare e della spinta espansionistica, finiscono per passare in secondo piano nella narrazione, secolo dopo secolo sempre più attenta agli intrighi delle potenti famiglie romane originarie o economicamente emergenti e alle congiure di un apparato che, forzando ancora una volta l’attualizzazione, oseremmo definire deep state. Eppure questa forzatura, eccessiva e scandalosa per lo scienziato storico, non sembrerà tale al lettore comune, fornendo un termine di confronto sulle vicende dell’Occidente attuale, che ricalca larga parte dei confini dell’antico Impero e buona parte del confronto economico con il lontano Oriente, del conflitto mai sanato con il Medio Oriente, e dello sfruttamento delle risorse del continente africano.

Anche il progressivo distacco fra Occidente e vicino Oriente diventa in questa lettura un paradigma del tempo contemporaneo. Il primo costretto ad affrontare pressioni demografiche impetuosamente crescenti che finiranno per modificare dall’interno le stesse istituzioni e scompaginare gli equilibri di potere consolidati. Il secondo, per quasi un millennio, in precario equilibrio fra le radici greco-latine e la pressione di un pensiero filosofico e sociale, prima ancora che religioso – i due piani intrinsecamente e indissolubilmente collegati – che lo spingerà ad un dogmatismo crescente e un irrigidimento che sarà la causa stessa del crollo finale di fronte alla moderna artiglieria ottomana.

Si è scelto di recuperare, per questa edizione, la seconda traduzione italiana dell’opera, curata dal torinese Davide Bertolotti, (1784-1860) giornalista e scrittore, e pubblicata dall’editore veneto Niccolò Bettoni (1770-1842) a partire dal 1820, con una revisione tesa all’attualizzazione della lingua nelle sue forme più arcaiche. La traduzione è sufficientemente fedele, ma soprattutto è fortemente ancorata al pensiero di Edward Gibbon. Sia Bertolotti, sia Bettoni furono massoni e anticlericali, anche se, dovendo pubblicare l’opera in piena restaurazione (l’anno precedente alla pubblicazione della Storia, Bettoni aveva aperto la propria tipografia a Milano, sotto il governo Asburgico) non può esimersi dal corredare la traduzione con ampi brani ripresi dalla Confutazione dell’esame critico del cristianesimo fatto dal signor Eduardo Gibbon di Nicola Spedalieri, risalente al 1784 e ulteriori Riflessioni di ignoto autore, volte a contestare anche in questo caso l’anticlericalismo dell’Autore della Storia.


Indice dei nomi

Rispetto all’edizione originale dell’epoca, nella quale in calce ai relativi capitoli era stata aggiunto un estratto della Confutazione dell’abate Spedalieri e le relative Riflessioni è stato scelto di non interrompere la narrazione originale di Gibbon con queste aggiunte dettate dalla necessità storica dell’editore Bettoni di superare le insidie della possibile censura austroungarica, consegnando al lettore l’opera nella struttura originale dell’Autore.


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