Lev N. Tolstoj
Cosa fa vivere gli uomini

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SE TOLSTOJ CI RACCONTA DELL’ANIMA

In “Cosa fa vivere gli uomini” il grande scrittore russo parla della vita interiore

di Marco Bonatti

L’anima è fuori moda, si sa. Una volta erano solo le donne a non averla, adesso sembra che un po’ tutti ne possiamo fare a meno. Dove dovrebbe esserci l’anima abbiamo messo un borsellino virtuale, che si può riempire di bitcoin o di altri soldi immaginari, e immaginare, appunto, di essere ricchi. Tolstoj che racconta dell’anima, è ancora peggio: un vecchio russo con le sue crisi spiritualiste e una fame di umanesimo che non si adatta per niente ai tempi nuovi.

Ma questo libretto, “Cosa fa vivere gli uomini”, non si può proprio perdere. Un solo racconto che si legge in meno di un’ora, rimanendo avvitati alle pagine che scorrono una dopo l’altra. Tolstoj ci mise circa un anno a scriverlo, cambiarlo, correggerlo, limarlo.

Le ragioni di un tale successo sono insieme semplici e difficili da spiegare. In “Cosa fa vivere gli uomini” Tolstoj testimonia una fase centrale e delicata del suo rinnovamento “religioso”, la scoperta di una spiritualità autentica e profonda e, nel contempo, la constatazione del vuoto che si nasconde nelle ritualità della Chiesa istituzionale. Ne uscirà poi quella concezione di “umanesimo universalista” che caratterizzerà l’opera del grande scrittore.

Ma questo racconto sembra collocarsi in un punto cruciale: quando l’autore scopre l’esistenza di una “vita” (interiore, spirituale) di cui la religione di prima restituiva solo i contorni. La storia conserva fino alla fine un “mistero” che non è tale: un angelo caduto arriva a riconoscere l’amore di Dio attraverso i gesti di carità di un povero calzolaio e della sua famiglia. Capisce che è Dio stesso a “scrivere dritto sulle righe storte”, e che l’interpretazione dei nostri destini ha ben poco a che fare con i “patrimoni” di cui amiamo circondarci. Ciò che fa vivere gli uomini è appunto la carità di cui si rendono capaci, e non le ricchezze, i meriti, le regole sociali…

Se il racconto di Tolstoj ha un valore assoluto per se stesso, merita ricordare anche il significato dell’operazione editoriale (e culturale) che ha portato a questo libretto. Un piccolo editore di Vicenza ha infatti “scommesso” sulla possibilità di proporre un prodotto “con l’anima”, nel momento in cui, come si diceva all’inizio, sembrano prevalere, anche per i libri, solo quelle caratteristiche di appetibilità ad un mercato che richiede non di “pensare” ma, al massimo, di creare emozioni più o meno artificiali puntando sui soliti ingredienti (la “dimensione religiosa” dell’editoria di oggi è rappresentata soprattutto da Dan Brown e dai suoi succedanei…).

IL NOSTRO TEMPO
Settimanale di cultura cattolica di Torino
Domenica 12 gennaio 2014, Anno 69, Numero 32

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