Scriptorium

Niente manoscritti,
per favore.
Fino all’anno prossimo

image

Anche quest’anno, come a fine 2013, purtroppo, dobbiamo chiudere le porte telematiche per qualche mese…

Non è bello, non è piacevole, lo sappiamo. Molti di voi si arrabbieranno non poco. Se volete, lo spazio dei commenti è sempre a disposizione per insultarci pesantemente. Tuttavia non abbiamo scelta. Complice la crisi e la disoccupazione, complice forse la depressione, il volume dei manoscritti che intasa la casella email della redazione ha superato da mesi il livello di guardia. Per ogni ordine di libri, arrivano cinque proposte di pubblicazione. È un rapporto ormai insostenibile. Con l’arrivo della pausa di agosto, il rapporto è raddoppiato, addirittura.

Vi rendete conto che non riusciamo più a leggere tutto questo materiale. Non riusciamo neppure a rispondervi. Solo per incollare una risposta standard, solo per cancellare le email senza leggerle, ci vorrebbero ogni giorno alcune ore. È uno sforzo che non siamo in grado di reggere.

Diventeremo, almeno per alcuni mesi, molto scortesi. Tanto più scortesi con coloro che, senza neppure visitare il nostro sito, non diciamo senza neppure aver mai acquistato un libro della nostra casa editrice, come avviene nella maggior parte dei casi, ma addirittura senza essersi informati minimamente, attraverso la lettura del blog e della sezione “pubblicare con noi“, continueranno a inondare la casella di posta con i loro allegati. Non vi risponderemo e non vi leggeremo. Peggio, vi inseriremo nel filtro antispam.

I libri in lavorazione, quei manoscritti che abbiamo letto e selezionato nel 2013 e nel primo semestre del 2014, attendono con ansia di essere riletti, corretti, discussi e, sperabilmente, pubblicati. Continuare a ricevere nuovo materiale ci impedirebbe di dedicare energie alle opere meritevoli che giacciono in redazione.

Siate comprensivi, oppure no. Naturalmente, i redattori sono sempre pronti a farsi corrompere per forzare il blocco. Come sapete, accettiamo buoni pasti, pizze surgelate, scatolette e beni non deperibili, scarpe usate e pannoloni. Uova marce e pomodori, no grazie. Nel frattempo, per ingannare l’attesa, perché non leggete qualcosa? Ci sono persino degli ebook gratuiti, se proprio non volete spendere.

Il vostro ineffabile e adorabile redattore ordinario

I giovani e l’economia

La cultura economico/finanziaria ha ormai assunto un’importanza fondamentale, per la corretta lettura dei tanti fenomeni che attraversano la vita moderna. I protagonisti del cosiddetto mercato (intermediari in testa) sono cresciuti di numero e il loro ruolo appare oggi fortemente connaturato con quello della finanza. In campo scientifico svettano gli economisti, novelli oracoli, capaci di illuminare il cammino con i loro messaggi cifrati, nell’ambito delle diverse scuole di pensiero.

E i nostri giovani? Come partecipano a questo rifiorire del profilo economico?

Il recente studio Pisa, recepito dall’OCSE, parrebbe assegnare agli adolescenti pessimi voti in conoscenza e pratica della materia, per quanto attiene anche ai suoi aspetti più elementari. Va bene, i genitori non li coinvolgono, l’educazione finanziaria è noiosa, la connessione permanente, la comunicazione e i social network sono stimolanti e irrinunciabili. E poi la scuola non si impegna più di tanto a concimare un futuro denso di incognite e complicazioni; anche quella dedicata, lavora spesso con il paraocchi, centrando l’attenzione più sulle nozioni teoriche classiche che sull’esperienza evolutiva di questi tempi grami.

Certo, anni fa era tutto più semplice, a fronte di una scenario economico consueto, localizzato e poco aggressivo. Anche allora il denaro contava molto, ma l’esplosione della finanza nelle sue molteplici articolazioni non aveva ancora contagiato gli uomini e, soprattutto, non era ancora emerso l’enorme potere dell’economia. Ci si accontentava di sapere qualcosa e, per i propri bisogni specifici, venivano in soccorso le banche, con la loro predisposizione ad allevare tecnicamente la clientela.

Ora le banche, e tutti gli intermediari, mirano solo a vendere, talvolta anche in disaccordo con i bisogni della domanda, non c’è quindi più tempo per coltivare l’orticello dell’utenza e questa deve assolutamente acculturarsi. Aggiornarsi costantemente e studiare, profilare gli interessi familiari, seguire i giovani, affinchè non scartino a priori quell’immersione benefica in un mare che non sa strizzare l’occhio, ma è indispensabile per irrobustire membra innocenti.

Tocca quindi a tutti gli operatori fare la loro parte, concentrando l’attenzione e la voce sull’obiettivo, nella certezza che imbandendo la tavola dei quarantenni con questo pane, potranno essere sfamati anche i loro figli e la popolazione a venire usufruirà di una cultura economica al passo coi tempi.

Questi sacrifici non possono lasciar fuori gli editori, perché lo sbarramento degli addetti ai lavori deve essere forzato e superato verso quella vasta platea così insensibile, magari per i conti che non tornano o il mutuo da pagare. Ben vengano quindi le iniziative a sostegno del comune destino dell’uomo economico, per un approccio dinamico e efficace alla scarsa volontà di impegnare risorse personali da parte dei lettori.

La nostra storia

Marcovalerio Edizioni è ancora una casa editrice giovane, ma in poco meno di diciannove anni ha percorso una lunga strada, fatta talvolta di successi, di qualche errore, di speranze, cambiamenti e aggiustamenti di rotta. Ripercorriamo le tappe del nostro cammino con voi.

2000

mv-logo-colori

Pochi avrebbero scommesso, in quella mattina estiva del primo agosto 2000, sul successo di questo progetto culturale. La crisi del settore librario era già evidente, anche se le sue conseguenze si sarebbero palesate negli anni a venire.

Tanto più ardita l’idea, perché realizzata in Piemonte, la regione dove storicamente si concentrano i più prestigiosi marchi dell’editoria cattolica e dell’editoria scolastica. Due scrivanie recuperate e due personal computer d’occasione furono i primi strumenti di lavoro, in quella giornata estiva e assolata, nelle stanze della portineria dismessa di uno stabile, in via Sant’Ottavio 53.

È il 1° agosto del 2000 quando nasce Marcovalerio, una piccola società a responsabilità limitata. Idee molte, mezzi decisamente pochi. Il logo è già quello attuale, con la M e la V che si sovrappongono, di colore rosso scuro, anche se qualche volta diventerà arancio. Il nome, invece, è “Marco Valerio”, staccato. Un omaggio a una persona importante, un sogno augurale. Di quegli anni pionieristici restano i ricordi della vicina Pasticceria Primavera. Un luogo magnifico, dove potete ancora oggi assaggiare dolci siciliani da leccarsi i baffi e dove, in primavera ed estate, si trasferiva in massa la redazione a lavorare. MPC - 8888132015

Per capitale, l’entusiasmo e la determinazione. Poco spazio, pochi mezzi e, naturalmente, pochi titoli in progetto.  Il primo libro pubblicato dalla casa editrice è un saggio di Enrico Pederzani, grande figura di sacerdote salesiano e insegnante di filosofia, Momenti di pedagogia cristiana. Libro difficile, che caratterizza immediatamente la produzione nel campo della saggistica e che ancora oggi è a catalogo e mai ne uscirà. Le copertine sono scarne, e tali resteranno negli anni, almeno per quanto riguarda la collana I SAGGI, che rappresenta ancora oggi la produzione di punta del marchio.

Giorni quasi eroici, e talvolta un poco disperati. Ci si recava al lavoro in tram o bicicletta. I primi titoli videro la luce nel tardo autunno, ma soltanto con l’anno successivo la casa editrice avrebbe avviato una produzione strutturata e programmata, presentandosi sul mercato con una rete di distribuzione organizzata a livello nazionale.
Le prime bozze, le prime prove di stampa, gli abbozzi di copertina furono assemblati presso la Legatoria Moretti, una struttura artigiana che esattamente dieci anni dopo, avrebbe cessato la propria attività con il pensionamento dei titolari. Come non ringraziarli e ricordare insieme a loro quel primo tomo, realizzato in copia unica con una stampante da ufficio, la copertina approssimativa incollata a mano dalla pazienza della signora Natasha, per vedere un libro che poche settimane dopo sarebbe andato in stampa?


2001

È il 2001 il primo vero anno di attività editoriale. All’inizio dell’anno nasce un progetto no-profit che caratterizza e qualifica Marcovalerio Edizioni nel campo dell’accessibilità: la collana Liberi Corpo 18, libri a grandi caratteri per lettori ipovedenti e dislessici. Un esperimento che viene guardato con curiosità e una certa dose di supponenza da molti editori togati, e che prosegue ancora oggi, pur tra mille sforzi, garantendo un ampio catalogo di classici della letteratura in formato accessibile.

Il primo distributore a proporre nelle librerie torinesi i nostri titoli fu Carlo Gambetta, storico grossista scolastico, i cui magazzini, allora in via Le Chiuse, ospitarono in un angolino i saggi di un altro grande autore, Redi Sante Di Pol, i cui saggi di storia della scuola compongono l’ossatura iniziale della produzione universitaria di Marcovalerio.

Fu però un grande editore e distributore lombardo, FAG, che ancora oggi veicola i nostri titoli in quella regione, ad aprirci il mercato nazionale. Un atto incredibile di fiducia, perché la maggior parte del catalogo era ancora soltanto un progetto, con copertine provvisorie e testi ancora in parte in mano agli autori.
Qualcuno fu più scettico. Qualche piccolo editore, ad esempio, che scommise su tre mesi di vita della società come massimo risultato. Non merita ricordarli, perché in parte scomparsi e in parte rimasti nell’oblio dei marchi da cantina.

Nello stesso anno prende l’avvio la terza collana editoriale, GNOSI, un percorso delicato attraverso i classici della letteratura esoterica e misterica. Testi integrali, per veri cultori della materia. La collana, subito identificata dal colore giallo delle copertine, crescerà rapidamente acquisendo una vasta platea di lettori fedeli. Ai classici si aggiungono presto autori di punta contemporanei, primi fra tutti Guido Da Todi e Roy Eugene Davis.

Di misteri e cultura religiosa e spirituale, in una città dalla grande tradizione esoterica come Torino, si occupavano e si occupano in molti. Anche in questo caso la scelta fu impegnativa fin dall’inizio: pubblicare soltanto opere in edizione integrale e saggi di approfondimento specialistico, lasciando ad altri la divulgazione approssimativa e i titoli ad effetto. Il primo autore contemporaneo a comparire nel catalogo sarebbe diventato un nome di punta della collana.

Il connubio tra Guido Da Todi e Marcovalerio fu sancito in un piccolo centro vicino a Napoli, un’altra calda giornata di fine estate. La grande sintesi della tradizione esoterica sarebbe diventato un classico nel suo ambito, andando ad integrare un percorso di conoscenza iniziatica che vede nella collana Gnosi uno degli strumenti ormai riconosciuti in ambito italiano per l’autorevolezza dei testi pubblicati.


2002

CAR - 8888132104Il 2002 viene dedicato quasi interamente all’organizzazione della rete distributiva. Marcovalerio sta raggiungendo i cinquanta titoli e il mercato delle librerie inizia ad accorgersi dell’esistenza di questo piccolo editore subalpino. Nasce la collana I BOXER, i tascabili di Marcovalerio. Testi integrali ad un prezzo competitivo, che fanno la loro comparsa vicino alla cassa delle librerie e consolidano il marchio presso i lettori. La collana proseguirà per alcuni anni, fino al suo naturale esaurimento e verrà successivamente rimpiazzata dai FAGGI, in un nuovo formato e una più accattivante veste grafica.


2003

Il 2003 viene interamente dedicato ai libri per ipovedenti. Grazie al progetto lanciato dal Ministero per i Beni Culturali, Marcovalerio investe decisamente sull’accessibilità, diventando rapidamente il primo editore in Italia e uno dei primi in Europa per numero di titoli. La collana LIBERI Corpo 18 diventa uno standard di riferimento e, malgrado i numerosi tentativi di imitazione, si conquista l’apprezzamento delle associazioni del settore e soprattutto di migliaia di lettori ipovedenti, ai quali viene finalmente reso disponibile un catalogo per lo studio e per ritrovare il piacere della carta fra le mani. Marcovalerio raggiunge la fatidica soglia dei cento titoli pubblicati. In soli 3 anni di attività, è un piccolo record.


2004

MUR - 8875470103CAL - 8875470057Ormai il marchio Marcovalerio è lanciato. Il 2004 è un anno intensissimo. Nasce la collana di Storia della Cultura materiale, diretta dal prof. Franco Panero dell’Università di Torino. Esce la monumentale opera Mozart, tutti i testi delle composizioni vocali. Viene pubblicato anche il primo titolo di narrativa contemporanea, nella collana I Boxer. È Il Calzolaio, un non giallo, un non noir del noto regista Corrado Farina.


2005

La saggistica torna protagonista, con una ricca serie di titoli e di autori qualificati. Da Bartolomeo Di Monaco, che con il nostro marchio pubblica in serie successiva i volumi delle “Letture”, un repertorio bibliografico ricchissimo e ampiamente saccheggiato dagli studenti, ai nuovi volumi di filosofia.


2006

Nasce un nuova collana tascabile: I classici ritrovati, dedicata alle opere minori e introvabili del patrimonio letterario italiano dell’Ottocento e Novecento. Marcovalerio, dopo anni di assenza, riporta ai lettori l’intera quadrilogia di Antonio Fogazzaro, i Cento Anni di Giuseppe Rovani, ma anche opere dimenticate di elevato valore letterario.


2007

PLK---978887547161YMUL-9788875472245Anno avventuroso e ricco di esperimenti. Viene incorporato il marchio Torino Poesia. Un esperimento che durerà tre anni e che lancerà sul panorama editoriale diversi nomi divenuti noti ai lettori. I giovani poeti piemontesi varcano i confini italiani, visitano l’Europa, gli Stati Uniti, l’Asia, grazie agli scambi con gli Istituti italiani di cultura. Dalle collaborazioni e dai progetti nascono traduzioni estere e coedizioni con Francia, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti, Brasile.

logo_torinopoesia


2008

È tempo di social network. Apre la pagina Facebook e, poco dopo, anche l’account Twitter. La produzione è intensa. Sono 21 i nuovi titoli ancora in buona parte a catalogo, con saggi d’inchiesta, ampie recensioni sulla stampa quotidiana. È anche l’ultimo anno in cui la nostra casa editrice perde il proprio tempo con il Salone del Libro di Torino, ormai agonizzante e privo di spunti culturali.


2009

boschetto

Marcovalerio nel frattempo ha cambiato sede, abbandonando il piano terra di via Sant’Ottavio, ormai troppo stretto e poco adatto ad ospitare chilometri di cavi e pareti di monitor, per una nuova e moderna sede, nel Centro Europa, in corso Tazzoli. Nasce il nuovo centro stampa digitale, che permette una produzione serrata, nuovi formati e tempi di distribuzione molto più rapidi. I palazzi dei parcheggi della Buchmesse Nell’autunno, la casa editrice esordisce alla Frankfurter Buchmesse, la più importante fiera del libro mondiale.

Libri in mostra alla Fiera del Libro di Francoforte

Lo stand Piemonte alla Buchmesse

Nasce la collana I FAGGI, che raccoglie l’eredità dei tascabili e propone ai lettori classici della letteratura e opere contemporanea di elevata qualità È immediatamente un successo.

Ai marchi Marcovalerio e Torino Poesia si affianca ora la produzione della Cooperativa L’Arca, che si affida per la distribuzione dei suoi prestigiosi titoli di filosofia, religione ed etica, sotto la direzione del prof. Aldo Rizza.


2010

recensionefouAnno di consolidamento il 2010. La produzione delle diverse collane prosegue a ritmo ininterrotto, senza particolari innovazioni. Molti i nuovi titoli, con un ritmo in crescita. La casa editrice mette a segno un acquisto importante. Giunge in redazione un’autrice e curatrice che stravolge i canoni seriosi del nostro marchio e che pubblica in pochi mesi due best seller: è Valentina Sardu autrice di Foulard creativi e della ristampa anastatica dell’Enciclopedia dei Lavori femminili di Therese De Dillmont. Due titoli soltanto, su una produzione di decine in quell’anno, il più prolifico della storia della casa editrice, protesa a celebrare il decennale di attività, ma destinati a portare frutti inattesi e aprire nuove interessanti sentieri culturali.

Dieci anni vissuti con passione. Mastini dell’editoria, ci avrebbe definiti un editore scanzonato e geniale. Sicuramente fedeli al motto che ancora oggi campeggia nell’ingresso dei nuovi e luminosi uffici che ospitano la redazione:
«Un editore scrive un proprio libro fatto di mille capitoli, quanti sono i titoli che sceglie di pubblicare»


2011

esp150 copia

Una nuova collana va ad integrare la produzione di saggistica. È il progetto Il nostro Risorgimento, realizzato in collaborazione con il Coordinamento delle Unitre del Piemonte, sotto la direzione di Gian Franco Billotti. L’anniversario dell’Unità d’Italia viene celebrato dalla casa editrice con una serie di saggi impegnativi commissionati ad esperti.

manifesto-del-marketing-etico


2012

Dalla mente creativa di Valentina Sardu nascono la collana Vintage Cross Stitch e il marchio Ajisaipress, destinato l’anno successivo a staccarsi e vivere di vita propria. Il ricamo antico, dal Rinascimento al Novecento, si affianca alla saggistica universitaria e alla gnosi. Punto croce e blackwork diventano parole note in redazione.

vintage-cross-stitch-sampler

Il percorso di Marcovalerio Edizioni, tuttavia, rischia di arenarsi a questo punto. Le strade societarie si dividono, complice anche la pesantissima crisi del settore, e il 29 dicembre 2012, Marcovalerio Srl viene posta ufficialmente in liquidazione. Un grande sogno, una grande avventura, rischiano di scomparire per sempre.


2013

Il destino di Marcovalerio Edizioni e della sua ricca storia culturale resta incerto per alcune settimane. Abbandonata a se stessa, smantellata la sede, i collaboratori si interrogano sul futuro. E dalla volontà e determinazione di quanti avevano vissuto la straordinaria esperienza del gruppo di lavoro per tredici anni, nasce una soluzione.

SIPElogo

Il Centro Studi Silvio Pellico, costituito a Cercenasco, in provincia di Torino da un gruppo di operatori culturali di grande livello, prende in gestione provvisoria il marchio Marcovalerio, al quale affianca per la distribuzione, grazie alla fiducia concessa dalla Diocesi di Pinerolo, un altro marchio editoriale che si sta affacciando al mondo dei libri: Vita, una casa editrice che già pubblica un free press in 15 mila copie sotto la direzione granitica di Patrizio Righero. Anche gli altri marchi, L’Arca e Ajisaipress, quest’ultimo ormai autonomo e orientato al di fuori del settore librario, accettano di collaborare. I libri già pronti, che ancora non erano andati in stampa, vengono rapidamente approntati e distribuiti, tenendo vivo il marchio.

Marcovalerio si trasforma in un’unica parola:

MARCOVALERIO

mvlogopiccolo


2014

Riprende la collaborazione con il marchio Ajisaipress, lanciando la linea di schemi per ricamo blackwork già distribuiti a livello mondiale in solo formato elettronico.

Intanto, si lavora alla monumentale opera di Vittorio Mathieu e Aldo Rizza, La filosofia, in sei volumi, che vede la luce dopo mesi di fatica nel mese di aprile 2014.

Il marchio Marcovalerio viene definitivamente acquisito dal Centro Studi Silvio Pellico. La strada continua. La passione per la cultura anche.

2015

Il 1° agosto 2015 Marcovalerio festeggia, in una giornata intensa, i suoi primi quindici anni di attività. Oltre trecento persone visitano le mostre allestite per l’occasione nel piccolo parco del Centro Studi Silvio Pellico. Senatori, consiglieri regionali, sindaci del territorio si alternano fra le mostre e gli stand campagnoli, insieme agli autori che vengono a farci visita. Due anni di duro lavoro hanno portato i risultati sperati. Ora Marcovalerio è nuovamente una realtà solida.

Pochi i titoli del marchio, ma grande consolidamento nell’assetto associativo, grazie a volontari giovani ed entusiasti.

2016

Libri e territorio. Un connubio importante. Perché cultura e letteratura si nutrono di un rapporto forte con gli uomini che abitano i luoghi della narrazione. Nasce così, grazie a Patrizio Righero, Cristina Menghini e Giancarlo Chiapello il progetto Terre d’Acaia, che radica il marchio in questa magnifica terra, senza perdere di vista la vocazione globale.

Nasce la collana dedicata alla fotografia, con Sguardi, anime, storie, un libro sognante di Massimo Damiano. Riparte la produzione a ritmo serrato. Alla terra che ci ospita dedichiamo una collana intera, I racconti delle Terre d’Acaia, con le opere di Piero Righero, cui seguiranno i successi di Cristina Menghini e la ripubblicazione di Alle porte d’Italia, di Edmondo De Amicis, l’opera che l’autore di Cuore dedicò al pinerolese.

2017

È l’anno di Giorgio Bàrberi Squarotti, che ci regala lo spettacolare saggio Il cannocchiale barocco. Una raccolta che purtroppo uscirà postuma, poche settimane dopo l’approvazione finale delle bozze del grande studioso della letteratura italiana, ormai cieco e semi paralizzato, ma fino all’ultimo giorno lucidissimo. Nel 2017, un altro grande autore ci regala il suo penultimo libro. Escono Sette lezioni di vita cosciente di Roy Eugene Davis. Ci lascia un grande storico della pedagogia, per noi sicuramente il più grande: Redi Sante Di Pol.

2018

Esce Ispirazioni per la pratica spirituale. Il testamento letterario di Roy Eugene Davis, che scomparirà l’anno successivo. E la spiritualità domenicana risponde con un’opera di grande spessore, a cura di Paola Panetta: Polvere. No grazie. Sullo scenario di guerra, pubblichiamo il secono diario dal fronte del grande fotografo internazionale Ugo Lucio Borga.E, ciliegina su una torta ricchissima di proposte culturali, Andrea Tornielli ci dona la sua monumentale bibliografia su Paolo VI, il papa della modernità.

            

2019

Un altro importante marchio di cultura si unisce alla famiglia del Centro Studi Silvio Pellico. Un dono inatteso, quello del catalogo Ivo Forza, che arricchisce l’offerta spirituale con traduzioni di prim’ordine delle opere di Lev Tolstoj. Pochi giorni dopo, ci lascia un altro grandissimo autore, Roy Eugene Davis.

LA STORIA CONTINUA

DILIGENS INQUISITOR INVENET

Un redattore obsoleto

Sono un redattore obsoleto. Da rottamare. Me lo ha comunicato ufficialmente, questa mattina, quel vecchio bastardo… l’anziano direttore editoriale. Non è che abbia usato proprio questa espressione diretta. Con quel suo fare mellifluo e la sua aria caritatevole, ha esordito affrontando il tema delle scelte in campo narrativo.

“Il tuo ambito di riferimento – sostiene lo sterco di eterodonte… l’autorevole vegliardo – resta ancorato a modelli del secolo scorso. Nelle tue valutazioni ti concentri su principi quali la coerenza e le verosimiglianza, che appaiono oggi del tutto privi di significato per le nuove generazioni di scrittori.”

Asini

Riunione di redazione

La critica mi ha colpito nel segno, proprio mentre terminavo la colazione con la coscetta di ratto che questa notte ho fortunosamente catturato al volo mentre zampettava nella mia branda. Coerenza e verosimiglianza sono sempre stati i miei capisaldi di riferimento nella valutazione di un romanzo. Non è che sia un feticista del realismo, beninteso. Se gli asini volano, possono continuare a farlo tranquillamente per trecento pagine, a condizione che tengano sempre una velocità compatibile con la loro apertura alare. Nel caso siano asini a reazione, è chiaro che dovranno nutrirsi in modo adeguato perché l’espulsione posteriore sia abbastanza potente da garantire la spinta propulsiva. Asini coerenti e verosimili, insomma.

asino_che_vola

Lo sviluppo narrativo contemporaneo, in qualche modo, mi vede in difficoltà. Lo confesso candidamente. Quella spruzzatina di sesso recitato che compare persino nella descrizione di una mattinata di coda in Equitalia non suscita alla mia prostata particolari emozioni. Sarà perché ho letto a suo tempo tanto Capuana quanto Wilbur Smith e, lo dico sottovoce, anche il Marquis. Così, ieri, l’ennesimo manoscritto di “narrativa pura” (sic, anzi, sigh), nel quale “quattro personaggi incerti vagano“, all’insegna “dell’ingenua intensità del messaggio“, “senza alcun miglioramento stilistico a posteriori“, mi ha provocato una crisi epilettica.

Dal reparto spedizioni sono corsi a bloccarmi mentre mordevo il monitor, sputacchiando pezzi di plastica trasparente. Durante il trasporto in ospedale pare io abbia ingoiato il defibrillatore, continuando ad emettere scariche elettriche che hanno provocato la morte dei barellieri e un principio di incendio dell’autolettiga. La cartella clinica parla di “delirio percettivo con citazioni ossessive di brani tolkeniani”. Ricordo poco, devo ammetterlo, salvo che il medico di guardia, saputa la mia professione, mi ha trattenuto in triage quattro ore, giusto il tempo di leggermi ad alta voce il suo manoscritto inedito, dal titolo “Meditazioni introspettive in corsia“.

Mi hanno dimesso esattamente quattro ore e dodici minuti dopo l’ingresso in ospedale. A dire il vero, mi sono dimesso da solo, allontanandomi alla chetichella dopo aver nascosto il cadavere maciullato del dottore nel tunnel della TAC. A quanto pare, però, il mio direttore editoriale e il direttore sanitario si frequentano, in quei circoli noiosi dove fanno finta di giocare a bridge, e anche se l’eliminazione del giovane medico è stata considerata un banale incidente, considerato che non era iscritto neppure ai Lyons, la scritta color sangue sulla facciata del nosocomio, citando Howard Phillips Lovecraft, ha suscitato l’indignazione del luminare, con precisa richiesta di licenziamento del sottoscritto.

LovecraftQuesta mattina il ributtante arconte… l’autorevole figura ispiratrice di questa casa editrice mi attendeva pacatamente rilassato sulla poltrona di pelle candida, sorseggiando una tisana orientale e lanciando al soffitto volute di fumo dolciastro. “Carissimo Emanuele – e quel carissimo mi ha rammentato un politico piemontese dalla voce femminea che bazzicava le stesse balaustre del capo – riteniamo che questo tuo approccio viscerale alle istanze democratiche del popolo degli scrittori stia pregiudicando la linea progressista e innovatrice del nostro marchio. Devi comprendere che, nell’era della comunicazione liquida, questo tuo erigere baluardi in difesa di valori comunemente considerati privi di aderenza allo spirito dei tempi suoni come snobisticamente conservatore. Diamine, la società arcobaleno richiede un’epica caleidoscopica.”

Non sono stato licenziato. E come avrei potuto essere licenziato visto che nessuno mi ha mai assunto né tantomeno pagato un salario? Il grande spirito caritatevole che intride il mio beneamato capo, protettore e mentore, fin da quando trent’anni fa mi adottò, concedendomi di dormire nel sotterraneo e di rubacchiare gli avanzi del gatto, lo ha convinto che un prolungato periodo di astinenza dalle letture delle proposte di romanzi inediti possa curare i miei disturbi.

Da questa mattina sono quindi un redattore ordinario di saggistica e non più di narrativa. Un grande avanzamento di carriera, che mi ha permesso di trasferire la branda dalla cantina, vicino alla ghiacciaia, nel fienile abbandonato in fondo al parco, cosparso di guano di piccione. Il clima non è ingrato, anche se queste piogge di fine primavera mettono a dura prova la tenuta dei coppi ammuffiti.

Sulla cassetta della frutta che svolge il compito di scrivania, inginocchiato sotto il sole, sto affrontando il primo manoscritto, raccolto dal contenitore dei rifiuti indifferenziati. Sotto la morchia fa capolino il titolo: “L’inventario della spezieria di Bertoldino Odoruccio e il commercio dei materiali per la tintura degli stracci ammuffiti nei documenti dell’isola di Pasqua (1228-1264)“. Sento che la saggistica accademica italiana invaderà presto gli scaffali delle librerie di tutto i globo.

 

Metti un po’ di filosofia nel caffè

Il 13 giugno 2014 il vescovo di Pinerolo ha ricevuto Vittorio Mathieu e Aldo Rizza

L’uomo ha la particolarità di trovare in se stesso, e nel mondo che lo circonda, qualcosa di strano. Scopre nell’esistenza, sua e delle cose, un aspetto enigmatico, che merita una spiegazione, o almeno un’indagine

Vitadiocesana11-2014

Loro sono due mostri sacri della filosofia. Di quelli che scrivono e fanno la storia della cultura. Vittorio Mathieu e Aldo Rizza venerdì 13 giugno hanno donato al vescovo di Pinerolo, Pier Giorgio Debernardi, la loro ultima opera in sei volumi edita per i tipi di Marcovalerio. Si intitola semplicemente “Filosofia” e ripercorre le vicende e i protagonisti del pensiero, dalle civiltà mesopotamiche fino a ieri. Anzi a oggi.

Nel salone di rappresentanza del vescovado, oltre agli autori e all’editore, erano presenti alcuni ospiti: l’assessore alla cultura del Comune di Pinerolo, Roberta Falzoni; il direttore del CeSMAP, Dario Seglie; il presidente di Italia Nostra, Maurizio Trombotto; il presidente della Società storica pinerolese, Andrea Balbo; e il referente del circolo dei lettori, Gaetano Leo.

MathieuDebernardi

Tutti attorno ad un tavolo a sorseggiare filosofia miscelando sapientemente, in domande e risposte, pensiero classico e contemporaneo.

L’originalità dei sei volumi sta, oltre che nell’accoppiata dei due autori, nell’approccio aperto al trascendente. «L’importante – spiega Aldo Rizza – è esaminare questa storia rendendosi conto che i problemi della filosofia, investendo il senso complessivo dell’esistenza, lasciano bensì sempre uno sfondo di mistero su cui potrà trovare il suo posto, la fede». Centrale la questione del senso dell’esistenza. «Tutto sta a intendere in che forma possa presentarsi quel “senso” che si vuole far risultare – prosegue Rizza -. Il senso dell’esistenza non “consta” al filosofo a quel modo che consta un fatto, e neppure al modo in cui si può verificare una legge scientifica. Non è una cosa che si possa indicare col dito; e anche le parole che lo colgono non possono presentarcelo come si indica un oggetto. Sebbene la riflessione filosofica lo faccia emergere dall’esperienza, il senso dell’esistenza non è un dato dell’esperienza. Chiede di essere colto con precisione, ma non si lascia descrivere come si descrive una figura».

Questioni queste che trascendono di gran lunga un sia pur piacevole caffè pomeridiano e che rimandano agli interrogativi di fondo e alla funzione stessa della filosofia. «L’uomo ha la particolarità di trovare in se stesso, e nel mondo che lo circonda, qualcosa di strano – ha commentato Mathieu-. Scopre nell’esistenza, sua e delle cose, un aspetto enigmatico, che merita una spiegazione, o almeno un’indagine. Guardandosi intorno, egli ha l’impressione che non tutto “vada da sé”, e che al fondo dell’esistenza ci sia un problema che metterebbe conto chiarire. Così nasce la “meraviglia” e, nel tentativo di soddisfarla la filosofia».

Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014

Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014

L’incontro autori ha suscitato l’idea e la volontà, condivisa da tutti i presenti, di proporre ai cittadini di Pinerolo e non solo una presentazione pubblica dell’opera. Anche senza il caffè. Ma con la certezza che le questioni grandi e fondamentali – e pertanto decisamente complesse e per certi versi lente e faticose – possono ancora oggi risvegliare interesse e dibattito. Concludendo, beninteso, con un caffè o un aperitivo che favorisca l’assimilazione dei nodi più indigesti.

Patrizio Righero
per gentile concessione di Vita diocesana pinerolese

Questa notte ho ucciso un libro

fuoricat

Questa notte ho ucciso un libro. Togliere la vita a un libro è un processo lento e piuttosto doloroso. Non un atto brutale, d’impulso, ma una pervicace tortura, che può prolungarsi per settimane, mesi persino.

Sia chiaro a tutti: non odio i libri, sono la ragione della mia vita. Qualche volta posso disprezzarli, oppure invidiarli, magari persino strapazzarli violentemente sbattendoli contro un muro, se l’eccesso di refusi o orrori sintattici li rende indegni. Il fatto è che, per sua natura, un libro può essere dato alle fiamme e risorgere, immerso nell’acqua bollente e ricomparire dopo la dissoluzione. Questo perché, notoriamente, un libro vive in migliaia di reincarnazioni, e quand’anche una sola di esse riesca a sopravvivere su uno scaffale, potrà un giorno rinascere e ricomparire nel mondo, portando i germi positivi, o negativi che siano, del suo contenuto.

Non disprezzatemi, vi prego, non condannatemi. Sono soltanto un umile esecutore. Quale colpa ha il boia, se un giudice ha emesso una sentenza capitale? Mi direte che la colpa non si cancella nascondendosi dietro lo svolgimento del proprio lavoro. Non sarebbero in tal caso da assolvere i guardiani dei campi di concentramento che, obbedendo ai superiori, accompagnavano i condannati nelle camere a gas? Non sono forse indenni da colpe i funzionari delle agenzie di esazione che consegnano il foglio verde a un padre di famiglia che appenderà il suo collo a una corda? Gli uni e gli altri dormono nella certezza di aver svolto soltanto il proprio dovere. Servitori fedeli.

oldbooks

Anche il sottoscritto, redattore ordinario, esegue gli ordini. Non sono io il mandante, sia messo agli atti. Sono un efficiente esecutore del volere del mio direttore (la sua anima nera sia maledetta e costretta a rileggere per l’eternità tutte le opere di Italo Svevo), e non potevo che attenermi al dispositivo della sentenza. Morte.

Lo ricordo ancora, quel piccolo pargolo. Lo cullai fra le braccia, informe, mentre le parole si trasformavano in pagine, le fotografie in immagini splendide. Vidi crescere le bozze nel grembo dell’elaboratore elettronico, sviluppare la copertina sul video luminoso e prendere la sua forma definitiva. Quando nacque, lo ammirammo tutti: il tipografo, il legatore, il redattore ordinario e, sembrerebbe superfluo ricordarlo, l’autore. Non crediate che soltanto l’autore, che dell’opera è padre e madre insieme, possa amare un libro appena nato. Quando ne segue per mesi la crescita da ammasso informe di lettere, grumo di parole, a opera compiuta, il redattore, per quanto assuefatto a mille nascite, è un poco ostetrica e un poco balia.

Eppure questa notte l’ho ucciso. Nessuno se ne accorgerà, per diverso tempo. Neppure l’autore. Il suo pargolo sembra dormire un sonno pacato. Invece, è già un rantolo, l’agonia si è compiuta. Non resta che attendere la putredine.

Uccidere un libro, come vi ho detto, non è facile. Occorrono diversi passaggi, veleni potenti e una lucida determinazione. Prima di tutto è necessario fare scomparire tutte le copie. Nel caso di un vecchio titolo, rugoso e muffoso, l’operazione è senz’altro più facile, e si riduce alla distruzione di pochi esemplari. Un’esecuzione che può essere compiuta a mano, persino con un paio di forbici. Se il pargolo è ancora vitale, ramificato in ampie tirature, l’operazione richiede mezzi superiori, macchine di movimentazione, una pianificazione ben strutturata. Viktor Brack ha scritto un utile vademecum al proposito. Essenziale è procedere allo sterminio delle copie. Non basta consegnarle a un qualunque irresponsabile addetto, che potrebbe anche farle ricomparire su una bancarella dei libri usati, offrendo una pericolosa via di sopravvivenza, per quanto non priva di stenti, al condannato. La distruzione deve essere fisica, violenta e definitiva. Il taglio a metà in genere è considerato sufficiente. Personalmente prediligo il fuoco, malgrado provochi lamenti accartocciati e lasci talvolta dei residui. Guardare le pagine che si anneriscono e ripiegano su se stesse, con un lamento flebile rilasciando gli ultimi respiri cellulotici, mentre le fiamme divorano i fili della legatura e il fumo annebbia le parole, è uno spettacolo per stomaci forti.

salebyweight

Compiuto il massacro, occorre cancellare la memoria. Annientare il ricordo che quell’opera sia mai esistita, che qualcuno l’abbia elaborata e partorita. Il catalogo dei libri non è certo scolpito su pietra. Nessuno si commuove al necrologio, burocratico e neutrale: “il titolo è esaurito e non verrà ristampato”, è in genere l’avviso che preannuncia il coma. “Il titolo è fuori catalogo” è l’esito successivo. Nessun sospetterà che dietro il naturale esaurimento, la conclusione di una vita editoriale lunga e piena di gioie, incontri e recensioni, si nasconda in realtà l’omicidio efferato. Nessuno baderà all’anno di prima edizione, a quel numero insignificante che distingue un vecchio rugoso volume dalle mille avventure e ristampe dal piccolo e tenero tomo che si era appena affacciato sugli scaffali, con la copertina morbida e lucida, senza macchie e screpolature. Carta fresca, eppure già marcita.

Un titolo esaurito non è che una lapide vuota, un’iscrizione tombale nell’immenso cimitero dell’editoria dimenticata. Il silenzio cala lentamente ma inesorabilmente nei corridoi telematici degli acquisti impossibili. Le ricerche si fanno rare, e i risultati scompaiono. Come le iscrizioni su pietra, dilavate dalla pioggia e dalla dimenticanza, del titolo defunto sparirà anche il ricordo. Come se non fosse mai stato scritto.

Un vero sicario, tuttavia, un assassino consapevole del ruolo affidatogli, non si limita a uccidere le manifestazioni corporee del libro e la sua memoria. La distruzione comporta mesi di devota applicazione, una ferocia determinata e non condita da odio, ma praticata con il distacco mistico dell’inquisitore, proteso ad estirpare il male a qualsiasi costo. Perché i libri, per quanto annientati, lasciano spore dove meno ce lo si potrebbe aspettare. Qualche fuggiasco troverà rifugio in una libreria sperduta di periferia, altri riposeranno nelle biblioteche. E qui occorre attivare azioni coordinate di guerriglia.

Ottenere in prestito il volume, per distruggerlo e non farlo ritornare a scaffale, è una via, ma lascia tracce. Alcuni sicari nel secolo scorso ne sostituivano l’interno, lasciando la copertina originale. Ottimo sistema per rendere impossibili ulteriori letture, ma la memoria del libro, il titolo nel catalogo, restava, a rischio che qualcuno scavasse fra le polverose catacombe culturali e facesse riemergere da chissà dove una cellula isolata dalla quale riprodurre l’intero corpo.

Il dominio dei calcolatori elettronici, dei passi magnetici, delle tessere codificate, ha trasformato l’atto anarchico ed eroico della distruzione a pistolettate nella sala di lettura della Biblioteca Nazionale in un sottile processo di spionaggio futurista. Non occorre neppure procedere a rimuovere il corpo. Intrufolarsi nel sistema, cancellare i dati dal catalogo, è sufficiente per condannare all’oblio il titolo. Quella sequenza di parole ordinata, quel dna replicabile per diffondere nuovamente il libro, quel libro, nel mondo, resterà sepolta per sempre in scaffali automatici, in una torre di Babele muta.

Questa notte ho ucciso un libro. Non ne sono responsabile e non mi potete condannare. Non ci sono prove del mio coinvolgimento. Ho agito su commissione. Sono solo un tecnico, ho eseguito gli ordini. In fondo, devo pur guadagnarmi da vivere, io non faccio domande. Sono solo un redattore ordinario. Se volete vendicarvi, se volete processare il vero responsabile, prendetevela con il mandante. Non si nasconde neppure, emette le sue condanne fissando dritto negli occhi l’autore. Strapperebbe il cuore a un neonato di fronte alla madre, raccontano i suoi accoliti. Non è un essere umano, è un direttore editoriale. Il suo nome è Andrew Harlan.

lafinedelleternita

Libri per ciechi (e ipovedenti) esenti da copyright: firmato il trattato di Marrakech 

Il documento contiene eccezioni alla proprietà intellettuale per i libri destinati a persone con disabilità visiva, a patto che si rispetti il diritto d’autore. Al via le ratifiche. Oggi solo il 5% dei libri pubblicati è accessibile. 

BRUXELLES – Si avvicina il giorno storico in cui si stabilirà il principio secondo cui i libri in versione accessibile per i non vedenti (ovvero in audio, Braille, caratteri ingranditi o versione elettronica) saranno esenti da Copyright. A gennaio avevamo riportato di come ci fossero speranze, sotto la presidenza greca dell’Unione Europea, che l’UE stessa firmasse il Trattato di Marrakech che contiene eccezioni alla proprietà intellettuale per i libri destinati ai ciechi, agli ipovedenti e agli impossibilitati alla lettura su formato cartaceo. E la firma è puntualmente arrivata il 30 aprile, salutata con entusiasmo dalla European Blind Union, l’organizzazione che rappresenta i non vedenti europei, e dal Commissario per il Mercato Interno, il belga Michel Barnier.

Il trattato di Marrakech, adottato nel giugno 2013 dall’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, prevede un’eccezione obbligatoria al Copyright per le associazioni di ciechi e ipovedenti e per le biblioteche che producano, distribuiscano e rendano disponibili libri in formati accessibili, a patto che tali associazioni si premurino di rispettare il diritto d’autore, facendo in modo che i testi prodotti e distribuiti siano destinati a un pubblico di soli disabili visivi o persone che non possano leggere su carta. Inoltre il trattato sancisce che tali libri possano essere scambiati, a livello transnazionale, fra organizzazione e organizzazione. Ciò vuol dire, ad esempio, che se un ente autorizzato (ci si riferisce così alle associazioni nel trattato) in Argentina dispone di decine di migliaia di libri in Braille o audio in spagnolo, questi libri potranno essere distribuiti legalmente a tutti i ciechi che, in America Latina, in Spagna o nel mondo, conoscano quella lingua. Ciò ovviamente, a patto che i paesi coinvolti nella libera circolazione dei testi abbiano ratificato il trattato. In altre parole, il Trattato di Marrakech è un vero e proprio documento che regola l’import-export di libri accessibili.

La European Blind Union stima in 285 milioni i ciechi in tutto il mondo e afferma che solo il 5% dei libri che vengono pubblicati è oggi disponibile in versione accessibile. L’obiettivo dell’UE, per bocca del direttorato generale Mercato Interno della Commissione, è raggiungere il 100%. Il Trattato di Marrakech – una volta ratificato dagli Stati membri – sarà di beneficio soprattutto ai non vedenti e ipovedenti dei paesi in via di sviluppo, laddove la carenza di libri accessibili è più drammatica.

Ma cosa succede dopo la firma? Ora inizierà il processo di ratifica da parte dei singoli paesi che fanno parte dell’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, e una volta che almeno venti fra essi avranno completato tale processo, il trattato entrerà ufficialmente in vigore e sarà vincolante. “La nostra campagna non finisce qui – ha dichiarato Wolfgang Angermann, presidente dell’Unione Europea dei Ciechi – ora dobbiamo spingere tutti gli Stati membri dell’Unione Europea a ratificare il trattato nel minor tempo possibile. Ci complimentiamo con la presidenza greca dell’UE per il passo avanti fatto con la firma, ma ora starà alla prossima presidenza italiana di spingere tutti i ventotto paesi europei a un’immediata ratifica. Infine non è solo importante che il trattato venga ratificato in Europa. Deve entrare in vigore nel maggior numero di paesi possibile in tutto il mondo perché solo così se ne aumenterà esponenzialmente l’efficacia e si porrà fine alla carestia endemica di libri che affligge ciechi e ipovedenti”.

Maurizio Molinari

Se vuoi leggere l’articolo originale clicca qui:
http://www.pressin.it/leggi.php?idarticolo=37038

—————————————————
Press-IN è un servizio offerto dall’associazione Lettura Agevolata Onlus

Vetrioli sparsi. La filosofia del tutto gratis e l’editoria a pagamento

vetrioli1Questo articolo fu pubblicato nel 2010 da Sul Romanzo. All’epoca scatenò commenti, polemiche accese e un curioso dibattito sull’evoluzione dell’editoria. Sono trascorsi quattro anni e, incredibilmente, il motore delle ricerche su questo sito dava ogni giorno alcune richieste per un articolo scomparso. Abbiamo così chiesto all’autore di attualizzarlo e renderlo nuovamente disponibile. Cosa è cambiato da allora?

C’erano una volta il politicamente scorretto e anche la vanity press. Un povero, sano scrittore, desideroso di gloria casereccia o comunque di vedere stampati i propri endecasillabi zoppicanti, senza particolari problemi si rivolgeva a onesti editori a pagamento che, dietro compenso, provvedevano a trasformare gli ululati del poeta in un vero libro degno di essere regalato agli amici, ai parenti e persino di comparire nelle recensioni del Gazzettino di Caccavecchia Alta.

Gli editori a pagamento erano gente in fondo piuttosto seria che, per qualche migliaio di euro attuali, impaginava decentemente gli strazi agonizzanti, eliminava o almeno proponeva di eliminare gli errori di ortografia più evidenti, assemblava una copertina con tanto di quadro celebre riprodotto a sbafo, e sfornava un bel librozzo su carta patinata.
Sani tempi antichi, prima che internet sparigliasse le carte. Poi venne la rete e con la rete i blog contro l’editoria a pagamento. Come? – scrissero i nuovi profeti della letteratura – pagare per pubblicare il vostro poema in terzine quadrettate con rime contestate? Spetta all’editore pagare il vostro capolavoro. Voi, gli Autori, rigorosamente con la A maiuscola, dovete pretendere di essere pagati.

vetrioli2Ecco allora la battaglia lanciata da un figlio d’arte quale Ettore Bianciardi, su riaprireilfuoco.org (blog ora scomparso). dove avreste letto le lamentele della scrittrice Adriana Maria Leaci: «Per mancanza anche mia, purtroppo, durante l’editing ho fatto caso solo alle modifiche proposte senza andare a rileggere i contenuti, che sono rimasti con gli errori di battitura che avevo inoltrato per la selezione[…]», perché naturalmente lo scrittore non deve abbassarsi a controllare l’ortografia dei propri capolavori. E chi sponsorizzava riaprireilfuoco.org? Marcello Baraghini, patron di Stampa Alternativa, editore del libro di Miriam Bendia, Editori a perdere.

Cambiamo pagina dunque, e visitiamo il citatissimo (già nel 2010) blog di Linda Rando, “Writersdream.org”. Qui le ormai copiatissime liste EAP, sulle quali l’autrice rivendica giustamente un copyright, promuovono i buoni e bocciano i cattivi. Scomparse, poi riattivate, poi nuovamente scomparsi, ora non campeggiano più in prima pagina, ma sono pur sempre consultate. I buoni sono quelli che si fanno pagare sì, però non per pubblicare, perché quello è brutto, ma solo per l’editing. insomma per gli orrori di ortografia. anzi, no, perché quelli vanno in purgatorio. Molto meglio non pagare proprio l’editore: se proprio non sapete scrivere, il vostro periodare ricorda un motore fuso con il cambio rotto e la vostra padronanza dell’italiano è pari alla vostra umiltà, allora pagate soltanto un’agenzia letteraria. L’editore vi pubblicherà gratis. a pagarlo sarà l’agenzia, ma la faccia l’avete salvata.

Su writersdream.org campeggiava un tempo la pubblicità dei libri di un editore, Montag, prontamente rimosso dopo la pubblicazione di questo articolo, nel 2010. E poco sotto un altro annuncio: «Hai un manoscritto nel cassetto? Ebbene, mandacelo! Writer’s Dream seleziona manoscritti di ogni genere e lunghezza per la pubblicazione con la casa editrice Simplicissimus Book Farm». E siamo a tre.

A fare eco a Linda Rando si aggiungeva poco più in là Andrea Mucciolo, con galassiaarte.it, quattro anni fa suo nuovo blog, ora divenuto il portale di una casa editrice e… di un’agenzia di servizi editoriali. Scriveva all’epoca Mucciolo: «Buongiorno, ho appena creato un nuovo portale: “Come pubblicare un libro” ovvero: “Come pubblicare senza farsi gabbare dagli editori”, e da altre persone poco corrette che bazzicano questo ambiente. Ho inserito i primi contenuti, come ad esempio: avvertenze sugli editori a pagamento, come presentarsi alle case editrici, il book on demand e altro ancora: www.comepubblicareunlibro.com» Una pagina ricca di consigli che, alla fine, rimanda a una seria casa editrice: Galassia Arte, guarda caso.

Andrea Mucciolo promuoveva il suo libro, Come diventare scrittori oggi.

In calce al blog, una bella dicitura per il copyright: tutti i diritti di riproduzione riservati (all’epoca) a Eremon edizioni. Se sappiamo fare di conto siamo a cinque.

Di manuali scritti da scrittori che scrivono su come scrivere avevamo già Io scrivo di Simone Navarra, edito da Delos Book. sì, proprio quelli dei premi letterari, una decina l’anno, che trovate su www.delosbooks.it/premi/ e ai quali potete iscrivervi su www.delosstore.it/iscrizioni/, con tariffe variabili da 5 a 50 eurini. Delos Book è anche la rivista “Writers Magazine” che, pagando, vi spiega come pubblicare gratis o a poco prezzo. se l’aritmetica non è un’opinione siamo a sei.

Ciliegina sulla torta, perché i vetrioli sono per tutti, e mai esclusi i presenti, il seguitissimo blog Sul Romanzo, all’epoca di sulromanzo.blogspot.com e oggi autorevolissimo Sulromanzo.it, curato nientepopodimeno da Morgan Palmas che ospita questo articolo sulla neonata webzine omonima. interviste agli editor, compreso l’autore di questo vetriolo e, naturalmente, banner sparato sul suo libro Scrivere un romanzo in cento giorni. Edizioni Marcovalerio questa volta, un tempo mio datore di lavoro per inciso. e siamo a sette.

E se per gli altri cinque giuriamo sull’assoluta buona fede in mancanza di informazioni, per quanto riguarda il settimo abbiamo i dati diretti. La campagna di stampa contro l’editoria a pagamento, nel 2010, non incrementò neppure di un punto percentuale le vendite del saggio pubblicizzato. In compenso provocò un inatteso incremento del quattrocento per cento del numero di manoscritti, non richiesti, inviati in allegato email.

image

 

In questi quattro anni, di diari di scrittori mancati che si sono messi a raccontare come non siano riusciti a pubblicare, ne sono stati pubblicati diversi. Magari qualcuno, meno pigro, potrebbe segnalarli in calce, così da costituire una biblioteca dei libri pubblicati sulla non pubblicazione.

Se venissero passati sotto un software di sintesi vocale, gli ululati degli scrittori spaventerebbero un branco di lupi selvatici.

Morgan Palmas, consapevole della sua colpa, si è ritirato nel frattempo in clausura letteraria e, per espiare, da quattro anni ormai, legge un libro al giorno.

Emanuele Romeres vive ancora in uno scantinato, tra il fetore dei ratti e il gocciolio dei tubi.

E se leggere, semplicemente leggere, fosse la strada giusta per diventare scrittori?

vetiroli3

Le leggi dell’ospitalità alberghiera

9788875470791

L’ospitalità è un sentimento nobile. Il rituale dell’accoglienza, legato al suo concetto di cortesia e apertura verso lo straniero, è una consuetudine diffusa in molte culture, antiche e moderne. Il suo principio ricorre spesso, per esempio, nella mitologia greca dove all’ospite, inteso come colui che accoglie lo straniero, sono imposte grandi responsabilità nonché obblighi materiali e morali: eroi e dèi potevano celarsi sotto le spoglie di mendicanti o vecchi bisognosi e negare loro la giusta accoglienza poteva rivelarsi un’offesa nei confronti di Zeus. Ma alla base dell’ospitalità esiste sempre una casa, un luogo dove ricevere lo straniero, il viaggiatore. Oggi sono gli hotel a svolgere tale funzione, a essere l’oggetto costante dell’ospitare. L’albergo è il luogo della libertà, dell’assenza di costrizioni, un posto a volte preferito persino alla propria casa.
«Avere per me lo spazio di una stanza d’albergo con le quattro pareti ben visibili e poterla chiudere… mi procura sempre almeno un soffio del sentimento di una nuova esistenza… », diceva Franz Kafka, nelle sue Lettere a Felice. E le convenzioni dell’ospitalità alberghiera sono ormai codificate in diversi standard. Eppure a volte questo non basta. Si devono aggiungere le persone, il cui carattere è difficilmente standardizzabile. Il rituale dell’accoglienza, infatti, non è mai identico a se stesso ma muta incessantemente e si fa apprezzare nei piccoli cambiamenti, oggi come un tempo, in funzione di chi viaggia e di chi ospita, dei luoghi e delle situazioni. Esistono tuttavia alcune leggi universali, che presiedono da sempre all’idea e al concetto di ospitalità. Proverò a individuarne cinque riconducibili all’accoglienza professionale del viaggiatore di oggi e sinteticamente definibili come la regola delle 5 R:
1. Ricevimento. Il viaggiatore vive sempre un momento d’incertezza, lontano com’è dalle proprie abitudini, dalle proprie cose, dalle proprie sicurezze. Una porta sempre aperta è il primo segno tangibile di una possibile benevola accoglienza.
2. Riguardo. Ogni ospite ha una sua storia e proprie abitudini. Conoscere, o anche solo intuire, le diverse esigenze dell’ospite è il primo e fondamentale passo per raggiungere il soddisfacimento dei suoi bisogni. Occorre anche informare il viaggiatore, con efficacia e discrezione, di ciò di cui ha diritto e di ciò che invece è considerato extra. Nei contratti di pensione è diffuso l’uso della formula «bevande escluse». In alcuni casi l’acqua viene venduta a parte e purtroppo a cifre elevate, annullando, in questo modo, i vantaggi di un buon prezzo per un servizio di mezza pensione. Bisogna, infine, sempre tenere a mente che se poca attenzione nuoce all’affezione del viaggiatore è anche vero che con un eccesso di premure si possono ottenere effetti controproducenti.
3. Risposte. L’ospitalità nasce da uno slancio non calcolato, privo d’interesse. Tuttavia, l’accoglienza alberghiera non può essere in realtà del tutto libera, poiché è interessata: i costi sostenuti per l’attività devono essere inferiori ai ricavi. Per via della limitatezza delle risorse non sempre è possibile offrire qualunque cosa di cui l’ospite potrebbe avere bisogno. Anticipare le probabili necessità e agevolare l’accesso a informazioni potenzialmente utili costa poco, però, e può rendere molto.
4. Ristoro. L’ospite ha diritto al riposo ristoratore. Ricevere un viaggiatore significa, perciò, poter garantire un letto e un tetto. Ma questo non è tutto. Offrire qualcosa al prossimo significa, infatti, offrire anche un po’ di se stessi. Lo stile dell’accoglienza, la cura nelle decorazioni, la scelta dei cibi concorrono a formare l’immagine di chi ospita. È necessario essere attenti, con amor proprio, a ogni più piccolo dettaglio. L’ospite, infatti, nota tutto, analizza e ama moltissimo raccontare le proprie impressioni di viaggiatore esperto.
5. Rispetto. L’arte dell’accoglienza richiede anche un’ampia conoscenza degli usi, dei costumi e, quindi, delle preferenze degli invitati. Il viaggiatore giapponese, ad esempio, non gradisce l’uso della doccia, ma concepisce solo la vasca da bagno; l’italiano si sorprende di fronte a una stanza da bagno priva di bidet. Se a volte è quindi impossibile soddisfare le tradizioni dell’ospite, è bene però non metterne in discussione gli usi e costumi, ricordando che l’unico limite alle richieste e alle libertà del viaggiatore è rappresentato dalle leggi vigenti nel luogo ospitante.

Chi è Daniele Locane
Nato a Torino nel 1973, è docente di marketing del turismo presso la facoltà di economia dell’università degli studi di Torino. Laureato in economia e gestione dei servizi turistici, con una tesi dedicata al web quale strumento per il posizionamento strategico di un’impresa. Tra le sue pubblicazioni, Appunti di economia e gestione dei tour operator e delle agenzie di viaggio, pubblicato nel 2006 e Marketing e yeld management turistico alberghiero, uscito per i tipi di Marcovalerio editore. Durante la sua esperienza professionale ha collaborato con tour operator e network di agenzie. È stato responsabile commerciale e congressuale e mystery guest per conto della Camera di commercio di Torino nel periodo pre-olimpico. Nel 2005 ha ottenuto l’Ecolabel per una struttura business oriented, quinto albergo in Italia a raggiungere il prestigioso riconoscimento e primo tra gli hotel di grandi dimensioni a vocazione congressuale del nostro Paese a conseguire il marchio europeo di qualità ecologica. Come responsabile e consulente di vari gruppi alberghieri ha dedicato particolare attenzione agli aspetti qualitativi della ricettività e della loro comunicazione al pubblico.

Un anno con Papa Francesco

di Don J. Omar Larios Valencia
su gentile concessione di Vita Diocesana Pinerolese

papafrancesco

Il conclave del 2013 sceglieva Bergoglio che, nel precedente conclave del 2005, fu il secondo candidato quando, dopo quattro scrutini, Ratzinger – Benedetto XVI, venne eletto come naturale successore di Giovanni Paolo II. Alla quinta votazione, il 13 marzo 2013, la Chiesa cattolica iniziò a percorrere la strada che allora non fu presa.

Bergoglio viene dall’America Latina dove il Concilio Vaticano II si collocò in modo radicale nella “teologia della liberazione”. Papa Francesco non è un teologo della liberazione ma, i teologi della liberazione, hanno accolto con entusiasmo la notizia della sua elezione. Il cattolicesimo latinoamericano è impensabile senza il Concilio Vaticano II e l’inculturazione del suo messaggio che prese la struttura della teologia della liberazione negli anni tra le conferenze di Medellin e di Puebla.

Dal punto di vista globale, ad un anno dall’elezione di Bergoglio il suo pontificato assume il significato di un cambiamento di rotta impresso alla Chiesa cattolica anche dal punto di vista della geopolitica del cattolicesimo. Questo aspetto trascurato del cattolicesimo mondiale è emerso dal conclave con il cardinale gesuita, nonostante un’evidente assenza di rappresentanza nel collegio cardinalizio.

Alla luce dei cambiamenti nella demografia religiosa del continente americano, è ancora legittimo parlare di un’unità tra le Americhe; infatti negli Stati Uniti la componente ispanica è crescente e decisiva per la vitalità del cattolicesimo nel Nord America. D’altra parte, sebbene la maggioranza degli ispanici negli Stati Uniti siano cattolici, quelli di origine cattolica sono più secolarizzati dei “latinos” protestanti. Le radici ispanofone del nuovo papa risuonano particolarmente in tutto il continente, anche a Nord del Messico. Ma è anche la biografia di papa Francesco che avvicina il pontefice a una gran parte dei cattolici americani: un papa come Francesco, figlio di migranti, potrà capire le sfide di un cattolicesimo di emigrazione come quello dei “latinos” negli Stati Uniti, che divide le famiglie tra i confini degli Stati. Se Giovanni Paolo II aveva il muro di Berlino, papa Francesco ha il muro del confine tra Stati Uniti e Messico.

Questo pontificato riapre anche il discorso sul ruolo del papato nei rapporti ecumenici tra le Chiese e tra religioni e civiltà.

Non a caso “Nostra Aetate”, primo documento conciliare, è stato citato da papa Francesco nel corso del primo anno di pontificato.

Alle luce delle omelie e dei discorsi di papa Francesco, due temi emergono con chiarezza, come propri del nuovo papato. In primo luogo il ri-centramento della persona del successore di papa Benedetto XVI e dei segni che vengono da Roma: dal potere al servizio, dalla corte alle periferie. Non è un’opzione mediatica, ma il semplice trarre le conseguenze dalla scelta teologica di tradurre la centralità del Vangelo e di Gesù Cristo in un modello di vescovo e di Chiesa. Alcuni elementi erano già emersi nei primissimi giorni: il farsi benedire dal popolo della Chiesa locale di Roma, l’enfasi sul suo ministero di “vescovo di Roma” più che di papa, le parole sulla povertà della Chiesa e della Chiesa per i poveri, lo stile di vita più sobrio di quello dei predecessori, la lavanda dei piedi in un carcere minorile (e, per la prima volta, a due donne di cui una musulmana), il genere letterario usato nella predicazione, con il ricorso a elementi autobiografici e ad uno stile esortativo più che decisivo e determinante. Il papa non europeo guida la Chiesa e in particolare i preti e vescovi a «uscire nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni».

Il secondo tema è quello della misericordia, emerso più volte nelle omelie e ripetuto il 7 aprile per la presa di possesso della cattedra del Laterano: «Nella mia vita personale ho visto tante volte il volto misericordioso di Dio».

“Il Vangelo delle periferie” e il “Dio della misericordia” potrebbero diventare il corollario alla “nuova evangelizzazione” lanciata da Benedetto XVI. Il conclave del 2013 ha probabilmente avvertito la gravità del momento, e i primi passi di papa Francesco sono la risposta alla crisi di inizio secolo XXI. Se con papa Benedetto XVI erano chiari i contorni “politici” del messaggio e delle sue platee (fuori e dentro la Chiesa), un “cattolico sociale” come Bergoglio ripropone l’essenza di una teologia ardua sia alla cultura economica neo-liberale, sia a un progressismo che fatica ad accettare le istanze etiche della morale cattolica come parte integrante dell’idea di “bene comune”, sia a un cattolicesimo imborghesito che vorrebbe fare di Gesù Cristo un moralista benpensante. Da un certo punto di vista, il papa venuto dal sud del mondo prende atto della marginalità e della perifericità del cristianesimo nel mondo contemporaneo per farne non un lamento sullo stato della Chiesa di oggi, ma una cifra del pontificato: una Chiesa che riparte dai margini.

Ma la cifra del nuovo pontificato non è solo quella spirituale e teologica di una nuova evangelizzazione che riparta da un’idea di Chiesa povera. Papa Francesco ha anche dato un segnale molto forte – a un mese esatto dalla sua elezione, il 13 aprile 2013 – con l’annuncio della creazione di una commissione di otto cardinali (due europei, tre dalle Americhe e uno da ogni continente: Africa, Asia, e Australia – un solo membro della Curia romana) come consiglio di consultazione del papa nel governo della Chiesa e per la riforma del governo centrale. Questa scelta – presentata dal papa come la ripresa di «un suggerimento emerso nel corso delle congregazioni generali precedenti il conclave» – rappresenta un gesto di novità: l’azione riformatrice del papa passa per una commissione speciale al di sopra della Curia romana, che non coinvolge il Segretario di Stato, e che è stata nominata con un criterio geografico ma anche ecclesiologico (alcuni dei membri sono presidenti delle Conferenze episcopali continentali). Dal punto di vista storico, questa commissione si avvicina molto all’idea espressa già dal Concilio Vaticano II tra 1963 e 1965 della necessità di un “consiglio di vescovi” permanente attorno al papa al di sopra della Curia romana – idea che venne assorbita e in definitiva sostituita dalla creazione del “Sinodo dei Vescovi” da parte di Paolo VI con il motu proprio “Apostolica sollicitudo” del 15 settembre 1965.

Papa Francesco non è il papa “liberal” che alcuni ingenuamente si aspettavano e non è il teologo della liberazione vindice di una repressione. Non è certamente neppure un fautore della restaurazione pre-conciliare: il patrimonio teologico, liturgico, ecumenico e interreligioso fa parte e in modo pieno degli atti e delle parole di papa Bergoglio in questo primo anno. Vi saranno probabilmente “cattolici del dissenso” delusi da papa Francesco; ma sono molti di più coloro che notano un mutamento di accento nell’atteggiamento del nuovo papa verso le idee-chiave del Vaticano II. Questo pontificato potrebbe giocare un ruolo cruciale nel sottrarre il Vaticano II alle “narrazioni” ideologiche e storiche.