Scriptorium

Il ricordo di Del Noce. Un’occasione per riscrivere il futuro

l 30 dicembre 1989 concludeva la sua operosa giornata terrena il filosofo Augusto Del Noce. Entriamo, quindi, nell’anno venticinquesimo dalla morte. Un anniversario che auspichiamo stimoli un’ampia (…) riflessione e riscoperta critica del suo pensiero.

di Marco Margrita

Il 30 dicembre 1989 concludeva la sua operosa giornata terrena il filosofo Augusto Del Noce. Entriamo, quindi, nell’anno venticinquesimo dalla morte. Un anniversario che auspichiamo stimoli un’ampia – e quanto mai necessaria, ché se l’abusata categoria di profetico ha un senso, è questo il caso d’utilizzarla – riflessione e riscoperta critica del suo pensiero. In questo recuperando l’occasione quasi smarrita del centenario della nascita (1910-2010), che è scivolata confermando (purtroppo) la natura di rimosso di questo originale pensatore. Una rimozione soprattutto nell’ambito del mondo culturale cattolico, che pure avrebbe un gran bisogno di paragonarsi all’analisi delnociana.

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Augusto Del Noce

Il pensatore solitario e l’avversione del cattolicesimo politico della resa dialogante

Augusto Del Noce, morto all’indomani della caduta dell’ultima dittatura marxista d’Europa, quella del rumeno Nicolae Ceausescu, non ha potuto assistere al realizzarsi del “suicidio della rivoluzione” che pure con lucidità aveva previsto, in un libro così intitolato, nel 1978, quando gran parte dell’intellettualità (in particolare cattolica) si industriava su ben altri scenari.
Come ricordava Vittorio Messori, nel suo corposo “Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana” (Paoline, Milano 1992), “Del Noce ha pagato un tributo pesante in emarginazione, talvolta in derisioni e calunnie. Aveva provato sulla sua pelle che, oggi, la vera Inquisizione, e di un rigore inimmaginabile per quella antica, è di segno “laico”, si presenta per giunta sotto le vesti della tolleranza, del pluralismo, del dialogo”. Nello stesso libro, il giornalista ed apologeta cattolico, che con Del Noce ha in comune la torinesità d’acquisizione, sottolinea però che “di questa persecuzione di stampo laicista o ateista, non si lagnava più di tanto. Ciò che invece lo amareggiava (e, sempre dolorosamente lo stupiva) era un’avversione forse ancor più acre che gli giungeva all’interno di quella Chiesa stessa che amava, che cercava di servire e nella quale vedeva la sola possibilità (e per tutti: credenti, ma anche non credenti di buona volontà) di ritrovare la strada per la dignità, la libertà, la giustizia vere tra gli uomini”.
Ecco, l’avversione (quindi la rimozione) di Augusto Del Noce nell’ambito del cattolicesimo italiano malato di dossettismo e di sudditanza all’egemonia gramsciana. Il Del Noce profeta scomodo, che merita di essere riscoperto. D’essere attualizzato non ha bisogno, ché come ha scritto Marcello Veneziani: “Del Noce l`inattuale ha compreso la nostra attualità più del suo amico e antagonista Bobbio o delle vulgate radicali, marxiste e neoazioniste”.
Giustamente ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia che “escluso per lunghi anni dal Pantheon consacrato del cattolicesimo politico italiano – ed anche perciò poco noto al grande pubblico – Augusto Del Noce può finalmente ambire oggi a farvi legittimamente ingresso grazie all’opera di quel galantuomo che quasi sempre è il tempo. Motivo dell’esclusione fu negli anni del “Politicamente corretto” in versione democristiana, il giudizio critico che egli maturò assai presto nel confronto del main stream, in cui si era messo il cattolicesimo italiano con l’avvento del centro-sinistra e all’indomani del vaticano II. Un giudizio critico che dall’inizio degli anni ’60 dà a Del Noce la sbrigativa nomea del reazionario”.
E’, quindi, oggi come non mai, il tempo di un impegno di diffusione del pensiero di questo grande irregolare e “pensatore solitario”. Questo scritto, vuole umilmente proporre e fondare l’urgenza di tale necessità.

Un pensiero sorgivo, adeguato e realista

Nato a Pistoia nel 1910, Augusto Del Noce si formò nell’ambiente culturale torinese, laureandosi nel 1932 con una tesi su Malebranche e aderendo all’antifascismo insieme ad altri esponenti della sinistra cristiana, come Felice Balbo, dalle posizioni del quale poi si distinse nettamente, soprattutto sulla base della convinzione dell’inconciliabilità tra cristianesimo e marxismo, uno dei fulcri della sua “impresa filosofica”.
Il marxismo – sostiene Del Noce – rappresenta bene l’approdo ateo del pensiero moderno e contemporaneo: infatti, esso pretende di negare non soltanto l’esistenza di Dio, ma anche il desiderio di Trascendenza che abita nel cuore dell’uomo, e pretende altresì di sostituirsi alla religione promettendo di realizzare la felicità su questa terra mediante un radicale cambiamento della società.
Come ben sintetizza Maurizio Schoepflin, secondo il pensatore “esiste, però, un altro volto della filosofia moderna e un altro percorso seguito dal pensiero postcartesiano: è la linea che, detto in estrema sintesi, conduce a Rosmini e Gioberti, passando attraverso Malebranche e Vico; una linea che permette di recuperare positivamente il pensiero cattolico italiano dell’Ottocento, ingiustamente trascurato nella foga di cercare di realizzare un impossibile dialogo con le filosofie atee e materialiste, tra le quali, come si è visto, spicca il marxismo. Soltanto la ripresa di un genuino pensiero di ispirazione cattolica potrà fungere da antidoto contro la secolarizzazione che contraddistingue la società contemporanea e che, a giudizio di Del Noce, è figlia dell’innaturale connubio tra ateismo comunista e ideologia borghese, uniti nel combattere la verità della religione cristiana e votati a condurre l’umanità verso il baratro del nichilismo”. L’imporsi del debolismo, con gli esiti totalitari che segnano il relativismo di quest’epoca, conferma purtroppo la veridicità di questa tesi. La resa alla modernità, che ha preceduta il consegnarsi sentimentale alla post-modernità, di larga parte del pensiero soi-disant cattolico è un’altra profezia realizzata.
In un articolo del 1975 per il quotidiano democristiano “Il Popolo”, il filosofo faceva notare che “nell’ultimo quarto di secolo si è svolto quel «Kulturkampf», cioè quella lotta della cultura contro il pensiero cattolico che Gramsci auspicava… È stata la lotta maggiore che l’Italia abbia conosciuto. È riuscita? Parzialmente, certo: il cangiamento delle valutazioni morali nel costume, ecc. che si è avuto in questi venticinque anni, è eccezionale. Non dirò che sia stato sempre negativo e che certe incrostazioni non meritassero di cadere: tuttavia, bisogna pur riconoscere che non si è trattato di una purificazione del pensiero e della morale cattolici, ma di una loro eversione. Pensare a un «aggiornamento» come a un’adeguazione al «nuovo» sarebbe una di quelle tante sciocchezze senza pari che conoscono oggi un’incontrollata circolazione.
Il successo però è stato soltanto parziale. Non si è formata una nuova coscienza marxista o illuminista o che altro dir si voglia, ma si è determinato soltanto un vuoto degli ideali. Se nella parte cattolica la confusione è oggi eccezionale, non si può però dire che le tendenze neomodernistiche, progressistiche, ecc., abbiano trionfato: si ha l’impressione, anzi, che stia cominciando il declino della loro fortuna. Ritorno ai principi: questa è la formula di ogni rinascita religiosa. Per un partito che, per aconfessionale che sia, è tuttavia composto per la massima parte da cattolici, non si può pensare a un risveglio politico che sia separabile da un risveglio religioso… Bisogna tuttavia ammettere che l’intensità dell’attacco ha fatto sì che questi principi si sono, nella coscienza comune, oscurati; abbiano, anzi, subito un oscuramento quale mai antecedentemente si era avuto.
Penso che possano essere ritrovati solo per via negativa; solo attraverso una critica rigorosamente razionale, dall’interno, delle posizioni avverse; una critica, si intende, che riconosca la loro serietà. In primo luogo, per la sua impostazione, della cultura gramsciana”.
Detta in termini che non dispiacerebbero a Papa Francesco, quello vero e non quello scalfarizzato, la sfida è quello di una presenza capace di porsi in dialogo (e non, à la Dossetti, di un annullamento in un dialogo fondato sulla rinuncia di una presenza con la propria identità, con una sostanziale deriva moralista). Proprio la scommessa di una “rinascita di un’originale presenza cattolica” chiede di darsi strumenti di pensiero adeguati. Il pensiero delnociano è, indubbiamente, uno di questi.
Vista anche la considerazione centrale in cui tiene il limite strutturale dell’uomo. Come ha fatto autorevolmente notare Gianni Baget Bozzo, in un suo scritto nel decennale della morte,“Del Noce riteneva che la dottrina del peccato originale fosse per il pensiero politico una ipotesi salvifica, perché impediva di pensare quello che egli chiamata il perfettismo. E quindi la società totale del comunismo. Per Rodano la bontà tomista della natura dopo il peccato originale in quanto natura era una ipotesi teologica feconda politicamente, per Del Noce era invece ipotesi feconda proprio il dogma del peccato originale nella interpretazione che ne aveva dato Agostino”.
All’indomani della morte, in un servizio per il TG1, Rocco Buttiglione, allievo di Del Noce, ben spiegava che “la chiave del pensiero di Del Noce è la convinzione che il dramma dell’uomo moderno stia nella necessità di una scelta radicale per o contro il Cristianesimo. E che solo, sarebbe, a partire da questa decisione fondamentale tutte la vicende della storia contemporanea risultino comprensibili.
Questa posizione si oppone in modo radicale a coloro che hanno considerato il moderno come un tempo post-cristiano in cui un uomo di tipo nuovo, che non sente più l’anelito di Dio, si adatta a trovare la sua perfetta felicità in un mondo soltanto finito.
Ma l’umano desiderio di infinito, ha sostenuto nelle sue opere Del Noce, si riafferma in forme malate che si rivolgono contro l’uomo; così i diversi regimi totalitari sono, in fondo, tentativi di secolarizzare il Cristianesimo, cioé di realizzare nella storia, per la sola forza dell’uomo la compiuta felicità e la perfetta giustizia.
Essi si propongono di realizzare un fine irrealizzabile sulla terra con le sole forze dell’uomo, illudendosi di avanzare verso la loro meta soltanto con l’uso di una violenza sempre più grande e finiscono così per realizzare l’esatto contrario di ciò che inizialmente si proponevano: la società più alienata e ingiusta che sia possibile concepire”.
Considerazioni che valgono, confermando l’urgenza di una diffusione anche militante della filosofia di Del Noce, pure di fronte ai sensuali e pervicaci progetti della post-modernità e dei suoi cantori.

Del Noce ed il superamento dell’irrilevanza dei cattolici. Conclusione (necessariamente provvisoria)

Questo tempo che ci è stato consegnato chiede a noi cattolici di uscire, per il “bene comune”e non per un progetto egemonico, dall’irrilevanza in cui decenni di “volontaria incomprensione” ci hanno recluso. Con la  Trahison des Clercs di chi l’ha ritenuta un male necessario (Pietro Scoppola e tutti suoi eredi fino ad un certo renzismo) o un bene da perseguire (Franco Rodano o Gianni Vattimo, per quanto con orizzonti ideologici diversissimi).
Augusto Del Noce, e l’attualità radicata nell’Eterno del suo pensiero, può e deve essere un alleato decisivo in questa buona battaglia. Se ne riscopra, quindi, il decisivo lavoro filosofico. Il venticinquesimo della morte, che cade in un’epoca tanto confusa quanto decisiva, è un’occasione da (ac)cogliere.

Fonte originale: Fondazione Europa Popolare

Ripresa sì, no, forse

di Gianni Cortese
Segretario Generale Uil Piemonte

Gianni Cortese

Da molte settimane ci viene detto che la ripresa è alle porte, che gli indicatori economici e di fiducia tendono a migliorare, che solo le note carenze strutturali e politiche italiane impediscono una sollecita inversione di tendenza.

Intanto registriamo che da otto trimestri il Prodotto Interno Lordo scende (da inizio crisi la caduta è di quasi l’8%) e che sul fronte dell’occupazione e del mercato del lavoro non si notano segnali di arresto o di miglioramento del trend in atto da molto tempo.

Se la ripresa comincia a mettere i primi germogli, lo sapremo a giorni, con i dati relativi al 3° trimestre, ma è noto che anche se fosse così, il dato dell’occupazione si muoverebbe comunque con diversi mesi di ritardo.

Il Centro Studi di Confindustria afferma che la domanda di lavoro tornerà a crescere dalla primavera del prossimo anno e che in cinque anni si sono persi 1,8 milioni di posti di lavoro.

Lo stesso studio prevede la ripresa vicina e indica come cruciale la stabilità politica.

Noi pensiamo che la stabilità sia un valore se si traduce nell’assunzione da parte del Governo di misure utili ed efficaci, a cominciare da quelle che UIL CGIL CISL e Confindustria hanno indicato nel documento congiunto del 3 settembre scorso.

Siamo, ovviamente, ferventi ed interessati sostenitori della crescita e volentieri forniremo i dati positivi quando ci saranno.

Dobbiamo, perciò, dire con onestà che la fotografia oggi a disposizione mostra una disoccupazione italiana giunta al 12,2% (in Piemonte è all’11,2%, percentuale più alta di tutto il nord, superiore del 240% rispetto al 2008), che quella giovanile è schizzata al 40,1% (in Piemonte è al 32%), che la Cassa Integrazione nel mese di agosto è cresciuta del 12,4% rispetto all’anno scorso. L’ISTAT ci informa, poi, che dal 2010 al 2013 si è perso un milione di posti di lavoro nella fascia d’età fino a 35 anni. Tra i 25 e i 34 anni i posti persi sono 750mila.

Colpa, certamente della crisi, del blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione, ma anche delle norme sul pensionamento che impongono limiti d’età esagerati. A riprova di ciò, il tasso di occupazione nella fascia d’età dai 55 ai 64 anni è passato nel triennio dal 36,6% al 42,1%.

A completamento del quadro, ricordiamo che sono aperti presso il Ministero dello Sviluppo Economico più di 150 tavoli di crisi (700 dal 2007) e che oltre 150 aziende risultano in amministrazione controllata.

Anche in Piemonte i tavoli di crisi sono numerosi, in parte per le delocalizzazioni di aziende nell’Est Europa, dove le condizioni economiche e normative sono complessivamente più favorevoli e attraggono insediamenti produttivi.

La stessa Banca Centrale Europea ha mantenuto il tasso del costo del denaro invariato al minimo storico, annunciando con il presidente Mario Draghi che “la ripresa è acerba…e la politica accomodante continuerà finché sarà necessario”.

A testimonianza delle difficoltà ancora presenti in Europa, c’è anche il dato lusinghiero delle esportazioni delle imprese piemontesi nel primo semestre dell’anno (+2,1% rispetto al 2012) che fa emergere una crescita del 10,1% verso i paesi extra U.E. e una flessione del 2,9% verso la U.E. a 28.

La ripresa reale nel nostro paese arriverà solo con l’incremento del dato relativo alle vendite di beni e servizi prodotti dalle nostre aziende.

Potremo parlare realmente di ripresa, quando i consumi usciranno dalle secche e cominceranno la risalita (oggi i redditi delle famiglie sono ritornati al livello del 1986) e quando i numeri dei disoccupati, dei lavoratori in mobilità e delle ore di cassa integrazione mostreranno costanti segnali di diminuzione.

Per realizzare tali condizioni, lo diciamo da anni, c’è bisogno di fiducia e di favorire gli investimenti nel nostro paese, di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, sui dipendenti e sui pensionati. Ricordiamo che la pressione fiscale raggiungerà quest’anno il livello record del 44,5% del PIL (quella effettiva sarà del 53,5%): un vero e proprio macigno che frena le concrete possibilità di sviluppo.

E’ necessario, inoltre, dotarsi di buone politiche industriali, che affrontino il problema dei costi dell’energia, dell’infrastrutturazione materiale e immateriale, che siano in grado di incentivare l’innovazione, aumentare la disponibilità di credito, semplificare le procedure e il livello di burocrazia, combattendo gli sprechi nella spesa pubblica, anche adottando il sistema dei costi standard, riformando le istituzioni e la politica.

Pensiamo solo al fenomeno delle consulenze nella Pubblica Amministrazione, che rappresentano un costo di circa un miliardo di Euro. Quante sono effettivamente utili e rappresentano un valore aggiunto? Spesso si tratta di incarichi esterni che mortificano le professionalità dei dipendenti, in grado di svolgerli gratuitamente e meglio. Con l’eliminazione delle consulenze inutili, oltre a ridurre gli sperperi, diminuirebbe anche la possibilità di fare clientelismo e padrinaggio politico.

Cosa dire poi delle società partecipate dalle amministrazioni pubbliche? Stiamo parlando di circa 7,000/8,000 aziende, di cui 3.500 partecipate dai comuni (320 in Piemonte), con relativi consigli di amministrazione di nomina spesso politica.

Si tratta di un numero impressionante rispetto agli altri paesi, che richiede oltre alle normative anche serrati controlli.

Complessivamente, per quanto riguarda gli interventi di razionalizzazione della spesa pubblica, si tratta di cambiare totalmente l’impostazione della cosiddetta spending review, fatta finora di tagli lineari che colpiscono indistintamente tutti i settori, e di concentrarsi sulle inefficienti e sugli sperperi.

Sono solo alcuni dei punti su cui agire per rimettere in moto l’economia italiana, ma non c’è più tempo per tergiversare, perché milioni di persone sono in situazioni di disagio o povertà e le sottovalutazioni dei fenomeni determinati da cinque lunghi anni di crisi possono acuire lo scollamento della coesione sociale.

È tempo di adottare politiche anticicliche per dare una scossa, avendo sperimentato abbondantemente che le politiche del solo rigore hanno prodotto danni incalcolabili.

Oltre alle poche risorse interne, bisognerà utilizzare al meglio quelle rese disponibili dai fondi europei 2014/2020 e dalla riprogrammazione dei fondi pregressi, che vanno investite per generare sviluppo intelligente, sostenibile, inclusivo.

Per recuperare i ritardi e cercare di colmare i punti deboli dell’economia italiana è necessario investire nei settori che presentano maggiori possibilità di competere e di affermarsi nel tempo, ponendo fine alla cattiva abitudine di elargire fondi a pioggia senza preoccuparsi dei risultati sul piano finanziario ed occupazionale.

In ultimo, ma mai come in questo caso non per importanza, abbiamo accolto con grande sollievo l’annuncio fatto dalla Fiat, il 4 settembre, dell’avvio degli investimenti, per circa un miliardo di euro, nello stabilimento di Mirafiori. Ciò è stato possibile grazie agli accordi firmati dalla UILM e dalle altre sigle sindacali metalmeccaniche, con l’arcinota eccezione della FIOM.

La vicenda degli stabilimenti Fiat in Italia dimostra che c’è chi straparla di diritti e fa attività, quando va bene, nei talk show televisivi e chi si adopera per rendere esigibile il primo dei diritti: quello di avere un posto di lavoro.

La ripresa produttiva a Mirafiori potrà dare nel tempo ossigeno anche alle imprese dell’indotto piemontese, aiutando concretamente una parte importante dell’economia della nostra regione.

 

Arrivederci, Maestro. Ennio Antonangeli, il fotografo che immortalò l’Italia

Ennio Antonangeli

Ennio Antonangeli

“Ciao Maestro. La tua leggenda vive.” Sono due frasi a caso, rubate dal libro dell’ultimo omaggio a Ennio Antonangeli, che ha salutato gli amici nella notte del 27 ottobre 2013 per andare a realizzare il suo ultimo servizio fotografico, quello che non terminerà mai.

Abbiamo impiegato giorni a scrivere questo ultimo saluto. Troppo complessa la sua figura per ridurla in poche righe. Fotografo, giornalista, editore, imprenditore, pubblicitario, polemista, consigliere, cuoco e amatore, Ennio Antonangeli ha incarnato un’epoca, fotografandola prima con la sua mente acuta che con l’obiettivo.

Via Paolo Fabbri 43

Via Paolo Fabbri 43

CIao 2001

CIao 2001

Sua la celeberrima fotografia che ha immortalato l’intera carriera di Francesco Guccini, la copertina di Via Paolo Fabbri 43. Suoi la maggior parte dei servizi fotogiornalistici che hanno accompagnato un’intera generazione di adolescenti, dalle pagine di una rivista che ha fatto la storia della musica italiana, Ciao 2001.

Il celebre studio del maestro, nel quartiere romano di Prati, a pochi passi dalla sede RAI di viale Mazzini, ha ospitato alcuni dei servizi fotografici che hanno incarnato un’intera epoca, a partire dagli Anni Sessanta fino al primo decennio del nuovo secolo e alcuni dei personaggi più importanti dello spettacolo, della politica e della storia culturale italiana per mezzo secolo.

È stato un maestro ruvido, capace di battute brucianti e di slanci entusiasti, un osservatore acuto della realtà politica e sociale dell’Italia attraverso i decenni. Resta negli annali un’immagine, Trinità dei monti. Due modi di usare i gradini. Pubblicata nell’Almanacco Letterario Bompiani del 1971, sintetizza in un colpo netto la sua capacità di immortalare in uno sguardo e in uno scatto il passaggio a una generazione nuova.

Due modi di usare i gradini

Trinità dei Monti – Due modi di usare i gradini – Almanacco Letterario Bompiani – 1971 – Foto di Ennio Antonangeli.

Molti suoi scatti furono unici, irripetibili. Perché Ennio Antonangeli sapeva cogliere l’istante preciso in cui un avvenimento diventa storia, storia politica, storia artistica, storia culturale.

Biennale di Venezia. Seconda soluzione d'immortalità - Gino De Dominicis, 1972 -  L'unica fotografia dell'opera contestata e ritirata fu di Ennio Antonangeli

Biennale di Venezia. Seconda soluzione d’immortalità – Gino De Dominicis, 1972 – L’unica fotografia dell’opera contestata e ritirata fu di Ennio Antonangeli

Una lucida sagacia ha contraddistinto tutta la vita di questo grande artista. Nella fotografia prima, nell’editoria poi, quando ha dato vita a riviste di moda che hanno percorso il mondo intero, portando l’artigianato italiano in America Latina, in Russia, nei Paesi Arabi.

suenodenoviasposaitalia

Molte modelle celebri hanno frequentato il suo studio. Non poche hanno iniziato la propria carriera sotto i rimproveri burberi di un professionista capace di rimbrotti bonari ma sempre puntuali, e di veri attentati alla linea, con i suoi giganteschi piatti di pasta, distribuiti in razioni pantagrueliche a orde di collaboratori.

Lettore vorace, capace di digerire cinque quotidiani e un intero libro ogni giorno, circondato dagli schermi dei computer collegati costantemente in rete. Bulimico di sapere, di esperienze, di discussioni, quanto ispiratore di iniziative, Ennio Antonangeli è stato una figura fondamentale anche per questa casa editrice. Ne ha ispirato e talvolta condizionato il progetto culturale, magari con una telefonata improvvisa, uno spunto, una critica feroce e bruciante su quello che ci era parso un progetto perfetto. Entrava e scompariva improvviso, con la sua voce al telefono o nelle visite quasi mai programmate. Lasciando ogni volta un segno indelebile. Capace di imbastire una discussione, interromperla e riprenderla dopo mesi senza neppure un preambolo o un saluto. Con la memoria e la leggerezza di un elefante.

Si sa, noi amiamo i pachidermi. Arrivederci Ennio, maestro di vita e di cultura.

Metti la cera, togli la cera

L’innominabile direttore editoriale di questa casa editrice è notoriamente un rinoceronte. Almeno per tutti coloro che hanno la disgrazia di frequentarlo per necessità. Ovviamente non agli occhi del povero redattore ordinario, che ben si guarderebbe dal criticare il detentore delle razioni di sussistenza — salario quotidiano del sottoscritto — e che doverosamente si sente di cantarne le lodi e incensarne la lungimirante e illuminata visione culturale.

Per tutti gli altri, è semplicemente uno stronzo, capace di demolire le aspettative di carriera di un giovane e brillante laureato in scienze della comunicazione, magari fornito anche di un variopinto diploma di redattore conseguito in uno degli innumerevoli e autorevoli corsi a pagamento messi in piedi a ritmo settimanale da case editrici più generose e meno retrive di questa. Gli basta in genere uno sguardo gelido e silenzioso per pietrificare l’aspirante.

rinoceronte-carica

Il rinoceronte, tuttavia, forse a causa dell’avanzato stato di senescenza, apre talvolta improvvisi quanto inattesi spiragli di speranza alle giovani leve. In tali, rarissime occasioni, mi fa salire alla luce del sole, ripulire e spidocchiare, e mi concede persino una breve ora d’aria nel verde profondo, a godere la visione del Monviso che si staglia lontano e protettivo. Sostiene che i giovani devono comunque sapere come si riduce un redattore ordinario dopo trent’anni di onorata carriera e davanti ai sorridenti commensali, mi lancia qualche boccone nella ciotola sistemata vicino alla tavola.

rinoceronte con piccolo

Così è accaduto l’altro giorno. Era un bel sabato d’autunno, di quelli in cui il sole ancora tiepido scalda gli animi e un caminetto scoppiettante rallegra i cuori dei commensali. Accovacciato nel mio angolino ho assistito in religioso silenzio al pacato predicozzo introduttivo — lo conosco a memoria confesso — con il quale il rinoceronte tenta di dissuadere un giovane ed entusiasta aspirante redattore dall’intraprendere la strada iniziatica dello scriptorium.

In genere, con la conclusione del predicozzo, giunge l’invito ad aprire una latteria vegetariana, attività considerata dagli operatori finanziari come molto più redditizia dell’editoria. Quando tuttavia il rinoceronte riconosce un suo simile, un potenziale cucciolo feroce, ecco apparire un lampo nello sguardo arcigno del vecchio Jorge, come un accenno di benevolenza verso quell’Adso potenziale.

jorge

Anziché intridere di veleno una pietanza, come accade con gli altri aspiranti, i cui tumuli costellano il parco tenebroso nascosto dietro la sua tetra dimora, in questi rarissimi casi il rinoceronte abbozza un sorriso, saggia la cultura del giovane professo, cita con volontario errore un passo agostiniano, incrocia malefico Bergson sorseggiando un rosso corposo.

Alcuni giorni or sono, un giovane Adso ha superato l’esame e, nella sorpresa incredulità dei commensali, pronti a vederlo crollare con le dita annerite e la lingua enfia, è stato addirittura invitato a salire nella torre. Hic sunt leones, si narrano leggende oscure sulla fine atroce di coloro che hanno salito la stretta scala a chiocciola che conduce al tempio del rinoceronte senza averne ricevuto esplicito invito.

Era accaduto soltanto quattro volte in più di trent’anni, e in tutte queste occasioni quei giovani professi sono oggi abati pasciuti o badesse riverite, le cui opere hanno varcato i confini del Sacro Impero Romano, giungendo talvolta fin nelle lande siberiane e oltre le colonne d’Ercole.

Mancava soltanto l’ultima prova. Quella apparentemente più insidiosa, perché presentata con noncurante gentilezza. Talvolta è la cortese richiesta di spostare uno scatolone di polverosi volumi, talaltra di riordinare un plico caduto e con i fogli mescolati. Altre ancora, di rinunciare all’apericena mondana con gli amici del sabato sera per rivedere insieme un risvolto di copertina.

mettilacera

Adso ha richiamato oggi. Dispiaciuto di non essersi potuto fermare l’altra sera. Ha pensato che, al termine del corso di specializzazione triennale, del modesto costo di diecimila euro l’anno, che gli hanno offerto altrove, i custodi degli scriptorium faranno la coda per assumerlo e aprirgli i recessi segreti delle loro arcane biblioteche.

Il rinoceronte non ha battuto ciglio.

Le quarte di copertina, un atto di amore verso i libri

Didache-2013

“Il mio massimo desiderio è lavorare nel mondo dell’editoria. Sarei disposto a fare tutto per realizzare il mio sogno, anche iniziare dai lavori più umili. Ad esempio, scrivere le quarte di copertina.”

Queste entusiaste parole giunsero sulla mia scrivania alcuni anni or sono. In fondo, perché stupirsi di tanta ingenua passione? La scrittura dei risvolti è un atto redazionale oscuro, l’espressione più anonima del lavoro editoriale. La fama spetta agli autori, la gloria, talvolta, ai traduttori, un’umile citazione persino agli stampatori. Nulla è dovuto al coro che silenziosamente trasforma uno scritto in un oggetto palpabile, sfogliabile, amabile. Non certo agli operai della cartiera che hanno curato il foglio bianco o avoriato su cui si depositerà l’inchiostro, o a quelli della legatoria che trasformeranno i grandi fogli distesi in una forma armonica, impeccabile. Eppure il libro, come oggetto, come feticcio, è frutto del loro lavoro, come dell’attenzione e dell’impegno dei correttori di bozze o dei promotori e dei magazzinieri che lo presentano, lo spostano, lo inscatolano.

Esiste una figura, ancora, che trasformerà la massa informe di carta e inchiostro in un libro, in un oggetto del desiderio e della passione. È colui che lo serve al lettore, ne tenta gli occhi e l’anima, ne cattura lo sguardo e, beffardo o romantico, lo avvolge nelle spire che porteranno le pagine dallo scaffale al comodino.

Cop-MagiaBiancaNera-2013

Egli ama perdutamente il libro. Lo ha corteggiato, mentre nasceva; lo ha cresciuto infante e accompagnato al mondo. Lo ha vezzeggiato e odiato, meditato e masticato. Perché in poche righe dovrà sancirne la vita o la morte, la fama o l’oblio. Consegnarlo alla storia come un classico o un successo effimero, classificarlo come oggetto da treno o da libreria, da ostentare o celare. La quarta di copertina è un atto d’amore, una rosa depositata in silenzio sulla porta dell’amata, un bacio lanciato nell’aria.

Il libro si ritrae, fugge da questo amore petulante e invadente, come Dafne di fronte ad Apollo. È un atto d’amore violento, che pretende di racchiudere in poche frase l’essenza, l’anima di un’opera. È un atto di amore totale eterno, proprio perché anonimo. Per questo, nessuna quarta di copertina potrà mai essere firmata.

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Vittorio Mathieu e Aldo Rizza. La filosofia

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Che cos’è la filosofia?

Presto disponibile nuovamente ai lettori l’opera monumentale di Vittorio Mathieu e Aldo Rizza

Pare che il primo ad usare questo termine sia stato Pitagora. Ora, Sophia, per i Greci o Elleni, voleva significare la sapienza. Essa però non coincide con quello che noi oggi consideriamo “conoscenza”. Se si vuole capire quel che gli antichi intendevano per sapienza occorre andare più a fondo. Nella Bibbia si legge che la sapienza: ” È un vapore della virtù divina ed un’emanazione sincera della luce di Dio onnipotente. E’ splendore della luce eterna, è lo specchio immacolato della maestà di Dio e l’immagine della sua bontà. Pur essendo una, può tutto; e permanendo in sé innova tutte le cose e si trasporta di nazione in nazione nelle anime sante, costituendo gli amici di Dio e i profeti” (Sap. VII, 25-27). Il sapere degli antichi non si misura, dunque, quantitativamente poiché presuppone una valutazione qualitativa che lo rende differente dalla scienza così come noi la conosciamo. La sapienza antica non è fatta di matematica e astronomia e medicina e simili, ma tutto ciò comprende in unità avendo per scopo quello di assicurare costantemente un rapporto tra l’uomo e la divinità, tra il mondo e il sovra-mondo. Anzi la sapienza è sostanzialmente un dono divino offerto agli uomini, a certi uomini:

“Iddio ama soltanto quell’uomo che abita con la sapienza! Si essa è realmente più abbagliante del sole e sorpassa tutte le costellazioni; e paragonata alla luce è trovata superiore! Sì, alla luce si avvicenda la notte, ma il buio del male non può prevalere sulla sapienza!” (Sapienza 28-30).
Ma è un dono che si deve chiedere se lo si vuol ottenere. Ma chiedere vuol dire riconoscersi poveri: per ottenere la sapienza si deve prendere distanza dalle cose, dalle persone, da se stessi, riconoscendone la contingenza:
“Per questo ho pregato con ardore e mi fu donata l’intelligenza, io ho invocato e su me discese lo spirito di Sapienza. L’ho preferita agli scettri e ai troni, e la ricchezza ho stimato un nulla a paragone di lei… Io l’ho amata più della salute e della bellezza e ho preferito possederla più che la luce del sole, perchè lo splendore che viene da lei non tramonta!” (Sapienza, 7-10).
Ma il sapiente sa di non esserlo; sa che al sapere può accompagnarsi la superbia:
“Tutte queste cose volli conoscere a mezzo della sapienza, dicendo: «Voglio essere sapiente»; ma essa è lontana da me. Ciò che è lontano resta lontano; ciò che è profondo resta profondo: chi mai potrà toccarlo?” (Qoelet, 7, 23-25). Per questo prudentemente Pitagora si dice “amico della sapienza” e non “sapiente”: filosofo e non sofo. Infatti, per i superbi, per coloro che credono di sapere, anche la tradizione cristiana, oltre a quella ebraica, ci suggerisce:
“… la parola della croce per quelli che si perdono è una pazzia, ma per coloro che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Poiché è scritto:«Disperderò la saggezza dei savi, e renderò vana l’intelligenza dei dotti.» Dov’è il savio? dove lo scriba? dove il dialettico di questo secolo?; o non ha reso Dio stolta la sapienza del mondo?” (Paolo, Corinti, 18-20).
La filosofia è essenzialmente una creazione caratteristica degli Elleni, tuttavia esistono in tutte le civiltà elementi pre-filosofici sapienziali. Ma che cos’è, allora, la filosofia?

Se un botanico vuole spiegarvi di che cosa tratta la sua scienza, vi presenterà fiori e piante. Un fisico vi sottoporrà qualche fenomeno elementare. Un matematico, non trattando di cose che cadono sotto i sensi, avrà modo tuttavia di farvi intendere gli scopi della sua disciplina servendosi di qualche operazione intuitiva. Il filosofo non ha nessuno di questi vantaggi. Né vi può mostrare in natura gli oggetti intorno a cui verte propriamente la sua indagine, né ha da insegnarvi la forma, intuitiva o no, di qualche operazione. E, anche se muove da cose o operazioni che si incontrano nella concreta esperienza, non vuole presentarvele semplicemente come dati di fatto: vuole farvi percepire un loro senso più profondo. Del resto i fatti dell’esperienza sono già tutti oggetto di questa o quella scienza particolare; e la filosofia non troverebbe, se lo cercasse, un campo esclusivo in cui muoversi ed indagare. In compenso, possiamo dire, non c’è dato d’esperienza che non possa servire di spunto a considerazioni filosofiche, sempre che il filosofo sappia andar oltre il suo presentarsi immediato.

Poiché, dunque, l’oggetto cui veramente mira il filosofo si trova al di là dell’esperienza immediata, egli non può indicarvelo se non indirettamente, attraverso il suo stesso discorso. Non ha modo di presentarvelo due volte (una volta attraverso il discorso, l’altra indipendentemente da esso), come fa il botanico, che può parlarvi di un fiore, ma può anche indicarvelo con un dito. Il filosofo ha il proprio discorso, e basta. Ciò può rendere difficile riferire quel che i filosofi dicono e quel che vogliono dire, e, quindi “capirli”. La cosa significata sfugge; e, quando si tratta di una cosa d’esperienza, sfugge il senso in cui il filosofo ne parla. Ciò indusse alcuni, anche tra i filosofi, a concludere che la filosofia «non ha nessun significato». E anche se, come credo, lo studio della storia della filosofia può smentire quest’asserzione, una cosa è certa: data questa situazione, è impossibile un discorso preliminare, per introdurre alla filosofia e alla sua storia chi ancora non abbia familiarità con essa. Per capire che cosa vogliono i filosofi, non rimane che disporsi ad ascoltarli direttamente.
Tuttavia, una qualche indicazione generica si può dare: non sul contenuto, ma almeno sulle funzioni della filosofia. Si può affermare, in primo luogo, che i filosofi hanno la funzione di far sorgere in noi la percezione di certi problemi. Anzi, questa connessione della filosofia con il senso del problema è così stretta che gli antichi (Platone, Aristotele) dissero che la filosofia nasce dalla meraviglia.
L’animale, invero, non sembra provare meraviglia: prova sbigottimento e terrore, ma (per quanto c’è dato capire) non trova che sotto ciò che lo circonda ci sia qualcosa che «ha bisogno d’essere chiarito». I problemi che si pongono, se si possono chiamare così, concernono difficoltà immediate che si frappongono al soddisfacimento dei suoi desideri; ed esso li supera a volte con trovate istintive, o anche intelligenti, di cui si può rimanere ammirati: ma non si direbbe che i suoi “perchè” si spingano più in là.

L’uomo, invece, ha la particolarità di trovare in se stesso, e nel mondo che lo circonda, qualcosa di strano. Scopre nell’esistenza, sua e delle cose, un aspetto enigmatico, che merita una spiegazione, o almeno un’indagine. Guardandosi intorno, egli ha l’impressione che non tutto “vada da sé”, e che al fondo dell’esistenza ci sia un problema che metterebbe conto chiarire. Così nasce la “meraviglia” e, nel tentativo di soddisfarla la filosofia. Certamente, non sempre l’uomo è occupato a inseguire gli enigmi fondamentali della nostra esistenza e della complessità delle cose. Anch’egli ha i suoi piccoli o grandi problemi immediati che lo costringono a “primum vivere, deinde philosophari”. Forse, anche se ciò è molto improbabile, può perfino accadere che qualcuno viva la sua intera vita senza mai chiedersi per un istante (come si suole dire) «chi glielo faccia fare». Ma è probabile che, alla fine, qualche domanda del genere si affacci, e che allora la soluzione delle difficoltà immediate non basti più. Chi è preso da quel pensiero non si accontenta, ad esempio, di costatare che questo “serve” a quell’altro, e quell’altro è “importante” per una terza ragione: e quell’altra ragione, perchè ci sta a cuore ? Senza dubbio, vi sono cose che naturalmente desideriamo: ma vorremmo saperne il perchè, e se ne valga la pena. Appena ci si riflette, si trova che non è così “naturale” come sembrava volere questo o quest’altro, puntare in questa piuttosto che in quella direzione. E anche se forse, da un certo punto di vista, sarebbe meglio “non stare a chiedersi”, e cercar di soddisfare le proprie aspirazioni senza domandarsi che senso abbiano, pure, se si comincia a domandare, dalla domanda non ci si libera più, e una risposta bisogna cercare di darla.
È noto l’aneddoto di Cinea, che chiese al re Pirro perchè volesse intraprendere la campagna d’Italia. Per occupare la Calabria. E perchè occupare la Calabria? perchè è la chiave della Sicilia. E a che scopo impadronirsi della Sicilia? Per fiaccare romani e cartaginesi. E una volta fiaccati romani e cartaginesi, quali sarebbero state le sue intenzioni? Riposarsi. Così rispose il re. Allora Cinea gli chiese perchè non si riposasse senz’altro, giacché nessuno glielo impediva. Pirro avrebbe potuto ribattere che non era lo stesso. ma il punto è proprio questo: perchè non era lo stesso? Pirro, insomma, rispondeva con considerazioni tecniche di strategia, mentre Cinea gli poneva una domanda non intorno ai mezzi, ma intorno ai fini, cui nessuna tecnica poteva rispondere. Quando uno comincia a porsi domande intorno ai fini, è già sulla strada della filosofia; e quando se ne accorge, è troppo tardi per tornare indietro: anche il dire che «sarebbe meglio tornare indietro e operare senza porsi domande» è già una (incoerente) maniera di filosofare.
Diciamo allora che la filosofia è per l’uomo così naturale che possiamo scorgerla come elemento costitutivo essenziale della sua natura. In questo senso tutti gli uomini sono filosofi: in un modo pre-filosofico, ma non per questo sono meno filosofi. Solo alcuni, però, lo sono in modo riflesso.

I filosofi in senso stretto – quelli di cui si occupa la storia della filosofia – sono chi sa rendere più acuto e consapevole il senso di questi problemi, intorno al principio delle cose e al fine dell’esistenza. E il loro primo compito non è tanto di soddisfare la curiosità, quanto piuttosto di suscitarla. Essi riescono a far vedere che “c’è qualcosa da capire” anche là dove l’intelletto comune ha l’impressione che tutto “vada da sé”. In alcuni casi i quesiti che pongono saranno poi soddisfatti da una spiegazione scientifica, e questa toglierà (almeno per alcuni aspetti; anche se non per tutti, fortunatamente) la ragione di meravigliarsi. Allora l’iniziale “meraviglia” del filosofo sarà servita semplicemente di stimolo alla scienza, che non sarebbe nata se non ci si fosse resi conto che c’era qualcosa da capire. Per questo le varie discipline scientifiche nascono regolarmente, nel corso della storia, dalla filosofia, cui sono ancora molto vicine quando muovono i primi passi, per staccarsene quando giungono a maturità.
Ma non basta. Le ragioni indicate dalle scienze non sono ragioni ultime. Per essere scientifiche, devono muovere da qualche ipotesi e da qualche dato, e mostrare la dipendenza di un dato dall’altro. Ma un dato primo e definitivo da cui partire non c’è. Quindi le scienze non risolveranno mai tutti i problemi, o, per meglio dire, non risolveranno mai i problemi sotto tutti gli aspetti. Un fondo di enigmaticità circa le ragioni prime e gli scopi ultimi rimarrà sempre. Per questo la filosofia continua a sussistere accanto alle scienze, non soltanto come uno stimolo a formare nuove scienze, ma anche come una ricerca che si giustifica da sé.
Ma quelle ragioni ultime che la scienza non può darci, può forse darcele la filosofia? Il quesito è molto delicato. Se per “ragioni” s’intende solo quel tipo di risposta che si è abituati a ricevere dalle scienze (e che fruisce di una certa utilizzabilità) è certo che no: l’enigmaticità dell’esistenza, che la filosofia ha scoperto e che la scienza non può eliminare, non è abolita, ma, anzi, resa più acuta, dalla filosofia. Del resto, è chiaro (appunto perchè la filosofia è un tipo di ricerca diversa) che il risultato cui mette capo la ricerca filosofica non possa essere commisurato alle stesse esigenze che poniamo alla ricerca scientifica. E se s’insiste per ricevere dalla filosofia lo stesso tipo di risposte, non si può che rimanere insoddisfatti.

Proviamo, frattanto, a supporre che una filosofia indipendente dalla scienza non ci sia: forse che il valore delle conoscenze scientifiche rimarrebbe lo stesso? per nulla; perchè è ben diverso risolvere un problema scientifico rendendosi conto dello sfondo di problemi non risolubili scientificamente che rimane nelle cose, o credere che non ci sia altra dimensione che quella che la scienza chiarisce. Il significato di questa dimensione cambia, a seconda che essa si presenti come tutto ciò che esiste, o come un suo aspetto soltanto. Dunque la filosofia, anche se non accresce il sapere scientifico quantitativamente, gli dà tuttavia un altro senso. Senza la filosofia, il sapere degenererebbe, per ignoranza dei propri limiti qualitativi. In ciò la filosofia ha una funzione critica (consapevole da Socrate in poi), che è distinta dal rigore interno a ciascuna scienza, ma è necessaria alla stessa verità della scienza.
Questa funzione, però, non può neppure essere semplicemente negativa. Come potrebbe la filosofia chiarire sempre meglio all’uomo che nell’esistenza c’è, e rimane sempre, qualcosa da capire, se essa in qualche modo non approfondisse il senso dell’esistenza? Per renderci consapevoli dei limiti del sapere la filosofia deve, dunque, far emergere dall’esperienza il senso complessivo dell’esistere; e appunto nel far ciò vi scopre un’enigmaticità che nessun sapere scientifico può chiarire. Il “risultato” della filosofia non è quindi un risultato pratico: è piuttosto un “far risultare” all’uomo il senso dell’esistenza.
Tutto sta a intendere in che forma possa presentarsi quel “senso” che si vuole far risultare. Il senso dell’esistenza non “consta” al filosofo a quel modo che consta un fatto, e neppure al modo in cui si può verificare una legge scientifica. Esso non è una cosa che si possa indicare col dito; e anche le parole che lo colgono non possono presentarcelo come si indica un oggetto. Sebbene la riflessione filosofica lo faccia emergere dall’esperienza, esso non è un dato dell’esperienza. Chiede di essere colto con precisione, ma non si lascia descrivere come si descrive una figura. Ecco perchè, come dicevamo all’inizio, il filosofo non può cominciare col presentarvi “le cose di cui parla”, e poi parlarvene.

Tutto ciò non vuol dire che la filosofia non abbia una sua tecnica, proprie strutture, propri procedimenti dimostrativi. Ma questi sono semplici mezzi, strumenti per giungere a qualcosa che è al di là della tecnica, delle strutture, dei procedimenti dimostrativi, e che, appunto per questo, è chiamata con la parole “senso”: senso delle cose, del mondo, dell’esistenza. Occorre anche (così come, ad esempio, nel caso della bellezza) una particolare “sensibilità” per coglierlo; e lo studio della filosofia ha come scopo ultimo non di fornire nozioni, bensì di sviluppare questa capacità, insita potenzialmente in ognuno.
Intendere le tecniche filosofiche come semplici mezzi, ci libera dall’imbarazzo suscitato, altrimenti, dal trovare in filosofia tot capita tot sententiae. Questa constatazione ha reso tante volte scettici sulle funzioni della filosofia, perchè si è scambiato lo strumento concettuale o verbale, che varia da un filosofo all’altro, per la “verità” medesima, che è identica in tutti; sicché è sembrato che i filosofi dicessero ciascuno una cosa diversa, quando in realtà, dicevano – o meglio, cercavano di dire – tutti una stessa verità, attraverso infinite prospettive diverse. Se ci si rende conto che capire il senso delle cose è un compito che non può ridursi a enunciare certe proprietà o connessioni di fatto delle cose, la constatazione che i filosofi affrontano quel compito per mezzo di costruzioni personali diverse non indurrà più a ritenere la filosofia incapace di verità universali, di cui tutti possano fruire. Allo stesso modo il fatto che ogni artista produca sempre nuove e sempre diverse opere d’arte non toglie che tutte queste opere, se riuscite, offrano il senso di una medesima bellezza, e che l’arte raggiunga un valore universale.
Ma il discorso è stato già troppo lungo. Quando l’intero corso della storia del pensiero si sarà sviluppato sotto gli occhi del lettore, anche il perchè di quel che si è detto diverrà più chiaro.
L’importante è esaminare questa storia rendendosi conto che i problemi della filosofia, investendo il senso complessivo dell’esistenza, lasciano bensì sempre uno sfondo di mistero (su cui potrà trovare il suo posto, la fede), ma non si lasciano per questo accantonare, né sostituire da problemi diversi, quali sono i problemi della scienza.

Presentazione volume Filosofia Torino

Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014

Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014 (foto Vita diocesana pinerolese, su gentile concessione)

MathieuDebernardi

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Vitadiocesana11-2014

I magi, la stella, i vangeli apocrifi

Antonio Panaino

Antonio Panaino

Scrittori contro. Per una volta non in polemica, ma all’insegna dell’antica forma della disputatio de quolibet universitaria. È l’interessante iniziativa realizzata il 25 maggio 2013 a Torino dall’Associazione Logos da un’idea del prof. Dario Seglie, direttore del CeSMAP, il museo di arte preistorica di Pinerolo. Il pretesto per lo “scontro”, la presentazione del volume di Antonio Panaino, I magi e la loro stella, edizioni San Paolo. Un saggio divulgativo che la casa editrice cattolica torinese ha pubblicato alla vigilia del Natale 2012 e che potete trovare in libreria o ordinare con lo sconto direttamente dal sito di IBS.it.

Non erano tre, non erano re, e in un certo senso, non erano neppure magi, o maghi. La vicenda dei Magi è appena accennata nel Vangelo di Matteo, e in quel breve versetto neppure si parla di quanti fossero, dei loro nomi e da dove giungessero con esattezza. Negli altri vangeli non vi è traccia di questi misteriosi personaggi, che pure tanta parte hanno nella tradizione cristiana. In realtà, per saperne qualcosa di più bisogna attingere alla tradizione apocrifa, e precisamente al Vangelo Armeno dell’Infanzia, consultabile soltanto attraverso una copia dell’antico manoscritto realizzata nel 1828. È l’unica fonte che ci parla di tre re giunti da tre nazioni dell’antico Oriente, Melkom, Gaspar e Balthasar, giunti il 9 gennaio ad adorare il Messia con i loro doni. La data è vicina al 6 gennaio della tradizione cristiana, la scorta di 12 mila uomini sicuramente esagerata. Eppure da quel passo nasce una lunga speculazione che dai primi secoli dell’era volgare, attraverso il Medioevo, giunge fino agli studi del Pontefice Emerito, Joseph Ratzinger.

Antonio Panaino è docente universitario, professore ordinario di Filologia, Religioni e Storia dell’Iran presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, di cui è stato anche Preside. Il suo saggio ricostruisce, sulla base delle fonti testuali attestate, ma anche facendo riferimento alle pluriennali ricerche archeologiche nel territorio dell’antica Persia, la provenienza dei magi e la loro appartenenza sacerdotale, il rapporto conflittuale con Roma, la valenza e i significati di questa citazione per un autore del I secolo dopo Cristo.

copIMAGICon un tono scientificamente ineccepibile, ma altrettanto correttamente divulgativo, Antonio Panaino affronta inoltre l’ancora più misteriosa questione della “stella”: una cometa, come la tradizione indotta dalla riproduzione della cometa di Halley nella Natività di Giotto ci induce a credere? Oppure una nova o supernova, come attestato da fonti cinesi e coreane quasi coeve. O piuttosto una congiunzione planetaria Giove Saturno. Nessuna delle ipotesi può essere confermata con certezza scientifica. Nessuna delle date delle osservazioni astroniche coincide esattamente con le date storicamente ipotizzabili per la nascita di Gesù. La cometa di Halley era già passata all’orizzonte. Di nove e supernove vi è traccia antecedente. Le congiunzioni planetarie ci sono state, ma potrebbero essere state così vistose da giustificare la centralità dell’apparizione nel narrato evangelico? Infine, la scelta della parola greca aster esclude comete e pianeti, per i quali l’evangelista avrebbe avuto a disposizione parole precise per indicare i diversi fenomeni. Eppure, la “stella” c’è stata. Visibile solo ai magi, non a tutti, perché altrimenti non si comprenderebbe la richiesta di Erode Il Grande (la cui morte precede tuttavia la nascita di Gesù) di conoscere il “tempo della stella”, il suo “levarsi astronomico”. Sono le domande che il libro pone ai lettori e alle quali offre risposte e smentite sulla base dell’approccio rigorosamente scientifico.

A disputare con Antonio Panaino, di fronte a un folto pubblico, partecipe e pronto a intervenire con domande, puntualizzazioni e prese di posizione, secondo il tradizionale modello della disputatio, un autore cattolico, il dr Marco Civra, che con la casa editrice Marcovalerio ha pubblicato un saggio dedicato ai vangeli apocrifi e in particolare a uno dei testi antichi più interessanti e forse più vicini all’antica e perduta fonte Q. Giornalista e divulgatore, curatore di diverse pubblicazioni, oltre che autore, Marco Civra ha prodotto nel 2001 un saggio intitolato Il “Quinto” Vangelo e gli scritti apocrifi attribuiti a Tommaso, contestando le letture sensazionalistiche date al manoscritto ritrovato nel 1945 a Nag Hammadi e riconducendo parte della letteratura apocrifa, primo fra tutti il vangelo attribuito all’apostolo Tommaso, alla comune origine della tradizione apostolica, evidenziando la vicinanza assoluta con il testo di Matteo e Marco.

Marco Civra

Marco Civra

Dobbiamo pensare alla tradizione evangelica – ribatte in sintesi il dr Civra al prof. Panaino — non come una cronaca coeva della vita di Gesù, ma un corpus di narrazioni orali dirette da parte degli apostoli e dei primi discepoli, che già alla loro origine rispecchiavano il sentire e la chiave di lettura personale che ciascuno di loro forniva dell’immensa e travolgente esperienza del contatto diretto con il Messia. Prospettive diverse che si sono trasferite direttamente alle prime comunità che dagli apostoli sono state fondate. La codificazione scritta degli evangelisti, che noi possediamo in versioni redatte da più mani, ci offre queste diverse prospettive, ovviamente quando non si tratta di ricostruzioni tardive di fantasia. Per quanto riguarda la narrazione di Matteo, non abbiamo oggi neppure la certezza che sia più antica di quella di Tommaso, cui uno studioso del calibro di J. Heisig, tradotto in Italia dalla Pontificia Università di Napoli, attribuisce autorevolezza pari ai canonici, sostenendo addirittura che “non vi è ragione per collocarlo fra gli apocrifi”.

Quando alla narrazione dei Magi e alla loro stella, l’ipotesi che pare oggi godere di maggiore plausibilità è la congiunzione planetaria, che sarebbe stata chiaramente visibile a dei sapienti persiani quanto poco notata dal popolo comune. Anche questa ipotesi tuttavia risente della mancanza di storicità della narrazione evangelica. E tuttavia, bisogna ricordare che se pure il testo greco di Matteo riporta con precisione il termine “aster” e non cita “cometes” o “planetes”, è pur vero che quel testo, se non fu scritto, probabilmente fu pensato in aramaico e non in greco.

Il dibattito autorevolmente suscitato dal libro di Antonio Panaino, per stessa conclusione dell’autore, resta aperto a ulteriori ricerche scientifiche. Come disse Einstein: “Dio non gioca ai dati con l’universo” e, lo ha ribadito il professore bolognese nel corso della disputatio, non fa dunque esplodere le stelle per il gusto di illuminare una grotta a Betlemme. Sarebbe di contro neopositivista escludere a Dio il controllo dell’Universo, sia esso espresso dal passaggio di una cometa ignota passata inosservata ai più e vista da qualche sapiente persiano, da una congiunzione di pianeti o da qualche altro avvenimento che, in fondo, poco ci importa sapere davvero come classificare astronomicamente. Citando ancora Einstein: “Il caso è la via che Dio usa quando vuole restare anonimo“.

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copIMAGI

Puoi acquistare il libro di Marco Civra,
Il quinto vangelo e gli scritti apocrifi attribuiti a Tommaso,
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Deliri imperfetti

1. Ci sono dei giorni in cui l’attività autoconsolatoria del redattore ordinario si consuma nel voyeurismo telematico. Subito, voialtri mal pensanti state mal pensando. Come dicono i dodo dell’Era Glaciale (che non è un libro, ma un film): ”Sciagura a voi!”. Il fatto è che questo mestieraccio riserva talvolta delle grandi soddisfazioni. Mettiamo che uno soffra di insonnia e alle quattro di notte stia leggendo un manoscritto seduto in un luogo non citabile… secondo voi, mentre viene folgorato da una correzione urgente, cosa dovrebbe fare? Anni or sono, quando ero ancora un giovane entusiasta, telefonai alle due della notte a casa di un autore, per comunicargli il mio apprezzamento. Con il trascorrere degli anni ho moderato gli entusiasmi e riesco a trattenermi. Questa mattina, gli appunti infilati nel manoscritto erano di carta leggera e a fiorellini. Un poco impresentabili.

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2. Quale più grande e appagante realizzazione, per una persona che ama i libri e la cultura, del vivere in mezzo a scaffali ricolmi di pagine scritte e potersi guadagnare il pane vendendo queste perle di saggezza alle persone che entrano nel negozio? Ah, i librai, questi esseri benedetti da Buddha e anche da Odifreddi, che possono elargire tomi come se fossero ostie consacrate a fedeli rispettosi e timorosi. Una casta sacerdotale, in fondo, fra l’altro in estinzione. Due blog eccezionali, questa mattina, ci hanno fatto comprendere che nulla è il sacrificio di intrattenersi con gli scrittori rispetto al sublime piacere estetico del rapporto diretto con i lettori.

Ecco una testimonianza di Stefano Amato, autore del blog l’Apprendista Libraio:

Se ti parlo un po’ del mio fidanzato — ti racconto la sua vita, come ci siamo conosciuti, qual è il suo colore preferito eccetera — tu poi sapresti consigliarmi un romanzo da regalargli?

Dialoghi surreali ce li riporta invece Marino Buzzi, nelle sue splendide Cronache dalla libreria:

“Buongiorno vorrei il libro scritto da Manuela Arcuri.”
“Signora non mi risulta che Manuela Arcuri abbia scritto un libro. Non ancora almeno.”
“Ma come no! Lo pubblicizza in TV.”
“Sì, signora, ma non è suo. Lei lo pubblicizza e basta.”
“Ma cosa dice? L’ho sentito io con le mie orecchie che lo ha scritto lei. Ma è sicuro di essere un libraio?”
Signora ci sono giorni in cui non sono neanche sicuro di essere un essere umano, figuriamoci se sono sicuro di essere un libraio.

Forte di Fenestrelle

 

3. Sono un sadico. Lo ammetto. Questa mattina, ancora una volta, ho manipolato strumentalmente le “Postille al Nome della rosa” per indurre uno scrittore a compiere un pellegrinaggio. Perché se vuoi descrivere come un personaggio ha trascorso gli ultimi anni di prigionia nella fortezza di Fenestrelle, mica puoi fartelo raccontare dalle cartoline. Devi salire faticosamente, magari in una giornata gelida, i sentieri interni alla struttura monumentale, e contare i passi, ascoltare il fiato pesante, il gocciolio dei sotterranei, il gelo che ti entra nella schiena. Sarà sicuramente un ottimo lavoro, per ora è un buon racconto, ma il redattore ordinario non si accontenta di un buon racconto. Vuole un romanzo da pubblicare. E lo avrà, a costo di rinchiudere di nascosto lo scrittore nelle segrete del forte…

Il romanzo come segno dei tempi

Un romanzo è figlio del tempo in cui viene scritto. A partire dalla fine del secolo scorso, non di rado con la tipica autoreferenzialità che caratterizza sempre questo tipo di dibattiti, il rapporto fra la mutazione sociale, politica ed economica di un Paese e la produzione narrativa è stato analizzato a fondo, cercando di identificare la caratterizzazione delle opere rispetto al cambiamento in atto.

EdRickettsLab

Così, la definizione di “New Italian Epic”, coniata da Wu Ming, ha etichettato il romanzo di fine Novecento come frutto dell’impegno intellettuale seguito al crollo della Prima Repubblica e a una presunta assunzione di consapevolezza sociale e politica, che culminerebbe, in questo primo decennio del ventunesimo secolo con “Gomorra” di Saviano. Il nuovo romanzo, secondo Wu Ming, deve unire la presa di posizione etica, la capacità di analisi innovativa, se necessario fino all’azzardo, a una capacità comunicativa dell’autore (o dell’editore aggiungiamo) di creare “networking”, ovverosia di coinvolgere i lettori in comunità di dibattito reali e molto più frequentemente virtuali e favorire con la sua opera la creazione di “lavori derivati”, in una sorta di “creative commons” multimediale.

In altre parole, quelle semplici e banali che noi preferiamo, lo scrittore dovrebbe essere schierato politicamente, ampiamente sostenuto da un’azione virale attraverso i mezzi di comunicazione, produrre opere facilmente riducibili in versione cinematografica, capace di inventarsi eventi che con la lettura in se stessa non hanno necessariamente legame, se necessario diventando personaggio televisivo e di cronaca. Soltanto in questo modo si può creare il best seller.

Tutto questo è sicuramente vero se lo scopo del narrare è, appunto, creare il best seller. Ci pare di ricordare che anche nell’Ottocento, un ricco signore milanese, scrivendo un romanzo storico ambientato nella Lombardia del Seicento, riuscì a metaforizzare il Risorgimento, coinvolgendo i lettori in operazioni trasversali e multimediali, grazie alla contemporanea musica verdiana, producendo un’opera storica con una precisa posizione etica, dalla quale sono derivate ispirazioni per un’intera generazione di scrittori e artisti. Il best seller, in questo caso, fu anche un capolavoro. Nè deve fare storcere il naso l’idea di fondo che, in linea di massima, un capolavoro quasi sempre diventi un best seller.

Più banalmente ancora, ci pare che considerare la narrativa di Alberto Moravia o di Cesare Pavese figlia del trentennio a cavallo fra il declino del Fascismo e il boom economico possa, in questo umile contesto, essere considerata una semplificazione accettabile per quanto riduttiva. Uno scrittore che non narrasse del suo tempo sarebbe o uno storico anziché un romanziere, o un autore di fantascienza, e anche su quest’ultima brutale semplificazione sicuramente chiediamo venia.

Se la stagione della nuova epica politica nel romanzo italiano appare conclusa con “Gomorra”, viene naturale chiedersi, oggi, quale percorso stia imboccando la nuova narrativa. A giudicare dalla variazione dei temi affrontati nei manoscritti che ci vengono sottoposti, siamo tentati di azzardare che il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva e il distacco sociale siano il nuovo fronte del romanzo del secondo decennio di questo secolo. Un fronte, lo diciamo subito e con la cruda franchezza che contraddistingue questa casa editrice, al quale non daremo alcun sostegno, inteso come sostegno alla pubblicazione, a meno di ripensamenti puramente commerciali e distonici rispetto alla nostra linea culturale.

Proprio la crisi dei riferimenti sociali, conseguente a quella economica, e delle certezze che sembravano caratterizzare il mutamento politico degli Anni Novanta, chiamano lo scrittore a cimentarsi non sull’analisi del sé, ma sul tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano. Perché tanto ci aspettiamo da colui che ambisce al titolo di intellettuale e non di scribacchino. Una richiesta che non deve essere intesa come un nuovo richiamo alla politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”, ma a un approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale. Elio Vittorini e Leonardo Sciascia lo seppero sicuramente fare, se ben ricordiamo.

Se così non sapremo fare, non ci resta che la manualistica, che rappresenta la sconfitta totale della letteratura come impegno sociale e il riconoscimento che il confine dell’orto è l’unico orizzonte al quale possiamo ambire.

Piccoli consigli: la costruzione dei dialoghi

La costruzione dei dialoghi è oggettivamente uno degli scogli più difficili della scrittura. Dare consigli in poche righe in un blog è difficile. Uno dei nostri collaboratori organizza occasionalmente dei corsi (tra l’altro gratuiti) per chi voglia affrontare le tematiche della scrittura. Proprio perché gratuiti non hanno mai riscosso grande successo, a dire il vero.
Un consiglio banale, utile per chi davvero sia in difficoltà con i dialoghi, è quello di registrare una normale conversazione tra amici, senza avvisare nessuno di loro, per non renderla artificiosa e, quindi, con il loro permesso, sbobinarla pedissequamente e rileggerla con attenzione su carta. Si scoprirà come in realtà essa sia profondamente diversa dalla maggior parte dei dialoghi che leggiamo sui libri, da un lato, ma dall’altro ci offrirà spunti di riflessione sui ritmi, sulle pause, sui rilanci, aiutandoci a comprendere meglio i meccanismi che la regolano. Un simile esercizio non è fine a se stesso, ma ci aiuta ad evitare quei dialoghi artificiosi che, non di rado, rendono impubblicabile un manoscritto.censura
Per eccesso, un dialogo perfetto non dovrebbe aver bisogno di specificare chi stia parlando e, tanto meno, di intervenire con precisazioni del tipo “annuì Carla”, “disse con tono sommesso Federica” o “cachinnò Cunegonda”. Tuttavia, per giungere alla pubblicabilità, ci accontenteremo di molto meno rispetto alla perfezione.
Due pilastri da tenere sempre presenti: coerenza e verosimiglianza. Magari ne parleremo in dettaglio in un articolo del blog, quando qualcuno in redazione avrà il tempo da dedicare a un argomento così impegnativo.
Qualche lettura? Ad esempio i dialoghi di John Steinbeck in Cannery Row o Sweet Tuesday. Surreali eppure verosimili e coerenti.
Perché, con il vostro aiuto, non provare a riportare alcuni dialoghi celebri e mirabili per perfezione stilistica? Suggerite e proponete.