Scriptorium

Piccoli consigli: la costruzione dei dialoghi

La costruzione dei dialoghi è oggettivamente uno degli scogli più difficili della scrittura. Dare consigli in poche righe in un blog è difficile. Uno dei nostri collaboratori organizza occasionalmente dei corsi (tra l’altro gratuiti) per chi voglia affrontare le tematiche della scrittura. Proprio perché gratuiti non hanno mai riscosso grande successo, a dire il vero.
Un consiglio banale, utile per chi davvero sia in difficoltà con i dialoghi, è quello di registrare una normale conversazione tra amici, senza avvisare nessuno di loro, per non renderla artificiosa e, quindi, con il loro permesso, sbobinarla pedissequamente e rileggerla con attenzione su carta. Si scoprirà come in realtà essa sia profondamente diversa dalla maggior parte dei dialoghi che leggiamo sui libri, da un lato, ma dall’altro ci offrirà spunti di riflessione sui ritmi, sulle pause, sui rilanci, aiutandoci a comprendere meglio i meccanismi che la regolano. Un simile esercizio non è fine a se stesso, ma ci aiuta ad evitare quei dialoghi artificiosi che, non di rado, rendono impubblicabile un manoscritto.censura
Per eccesso, un dialogo perfetto non dovrebbe aver bisogno di specificare chi stia parlando e, tanto meno, di intervenire con precisazioni del tipo “annuì Carla”, “disse con tono sommesso Federica” o “cachinnò Cunegonda”. Tuttavia, per giungere alla pubblicabilità, ci accontenteremo di molto meno rispetto alla perfezione.
Due pilastri da tenere sempre presenti: coerenza e verosimiglianza. Magari ne parleremo in dettaglio in un articolo del blog, quando qualcuno in redazione avrà il tempo da dedicare a un argomento così impegnativo.
Qualche lettura? Ad esempio i dialoghi di John Steinbeck in Cannery Row o Sweet Tuesday. Surreali eppure verosimili e coerenti.
Perché, con il vostro aiuto, non provare a riportare alcuni dialoghi celebri e mirabili per perfezione stilistica? Suggerite e proponete.

Il pensatore positivo

imageUna delle follie introdotte dalla New Age è il cosiddetto Pensiero Positivo. Se pensi positivo la tua vita cambia: amore, amicizie, lavoro, soldi, malattie, all’improvviso tutto volge al meglio. Sull’onda di questa teoria, in questi ultimi anni è emerso un nuovo tipo umano: il pensatore-positivo.

Il pensatore positivo è schiavo di una tragica illusione, ossia che tutto ciò che accade fuori e attorno a noi, sia determinato da ciò che accade dentro di noi. Di conseguenza saremmo noi a creare, amici traditori, partner infedeli, ambienti di lavoro mobbistici, malattie e persino gli incidenti. Questa convinzione determina a sua volta una cascata di pie illusioni. Non vai d’accordo con la moglie? Pensa positivo e tutto si risolve “naturalmente”. Tuo figlio si droga? Pensa positivo e vedrai che tutto s’aggiusta. Hai perso il lavoro? Pensa positivo e lo ritroverai. Stai sperimentando ira, rabbia,gelosia, odio, amarezza? Pensa positivo e vedrai questi sentimenti negativi sciogliersi come neve al sole.

Come se non bastasse, talvolta il pensatore-positivo diviene preda di pesanti idiosincrasie. A suo dire egli sviluppa uno speciale sesto senso per captare la “negatività”: terrificante spauracchio da sfuggire in tutti i modi. Perciò può accadere che, egli, improvvisamente si eclissi da ambienti sociali e frequentazioni abituali, perché sentiti come “negativi” (“Sabato sera – racconta una conoscente- ero a una festa ma me ne sono dovuta andar via perché sentivo la negatività”). Non soltanto ci sono persone negative ma perfino abitazioni, soprammobili, monili. La statuina riproducente un elefantino con la proboscide volta in alto è positiva, mentre se la proboscide è volta in basso è negativa. Il tatuaggio con la spirale che sale è positivo, se la spirale scende è negativo. Soprattutto si parla sempre più spesso di “energia” positiva o negativa senza tuttavia mai sapere bene di che si tratti.

La religione dev’essere “positiva”, così il cristianesimo New-Age tende a cancellare l’Antico Testamento perché contiene – a mio parere giustamente- tutto il catalogo delle barbarie umane: stupri, sodomie, stermini, assassini a cominciare da Caino e Abele. Persino Gesù, che ha avuto il coraggio di infrangere molti tabù ebraici, è stato ridotto ad una specie di guru efebico, quando non lo si è cancellato come “persona”, preferendo parlare di “energia cristica, o coscienza cristica” (!?).

Questa ossessione per tutto ciò che è positivo, con conseguente cancellazione di ciò che è negativo, dimenticando la dimensione tragica della vita, provoca, nel pensatore-positivo una pericolosa scissione sia nel proprio io che negli oggetti esterni. La psicologia ci insegna che la sanità mentale consiste proprio nel saper integrare la parte accettata di sé con la parte oscura (che Jung chiamava l’Ombra), così come bisogna saper integrare la parte positiva e negativa di quello che è fuori di noi. Questa mancata integrazione genera una specie di schizofrenia, una vita vissuta solo a metà. E poiché, nonostante gli sforzi del pensare positivo, la dimensione tragica, prima o poi, irrompe nelle nostre vite; ne conseguono delusioni e frustrazioni.

Il politico da bar

Dopo “l’ignorante dialettico” e “il nato imparato”, questa settimana voglio proporre ai nostri lettori un altro tipo umano: il politico da bar.

Il milieu del politico da bar è naturalmente il bar, specie se frequentato da un gruppetto di amici. Il politico da bar è uno che ha già mangiato tutte le foglie prima di nascere. Egli, cosa già abbastanza sorprendente, non solo ha un’opinione su tutto, ma ha una soluzione per tutti i grandi problemi che affliggono il nostro Paese: le ferrovie (uno psichiatra diceva che, un tempo, per capire se una persona era pazza gli si chiedeva se possedeva la soluzione di questo annoso problema), le tasse, la scuola, la viabilità, la delinquenza, l’immigrazione, la prostituzione, la sanità, lo sport e…chi più ne ha più ne metta. Ma non basta ancora: queste soluzioni, a suo parere sono facili e radicali: basta avere la volontà politica per attuarle, sono i politicanti che le rendono difficili per poterci marciare…

Lo strumento principe del politico da bar è la lettura quotidiana del giornali. Osservandolo durante questo esercizio, si potranno cogliere sul suo viso i seguenti segnali rivelatori: sorrisi sardonici, alzata di ciglia, lievi scuotimenti del capo, smorfie schifate. Che sta succedendo? Succede che il politico da bar, via via sempre più inorridito dalla lettura, sta prendendo nota mentalmente delle nefandezze della Politica per poi, terminata la lettura, lanciarsi in furiose invettive.

La frase preferita del politico da bar è: “Io l’ho sempre detto”, seguita da una serie impressionante di luoghi comuni: Il pesce puzza dalla testa (dimenticando le miriadi di “furbi” evasori di piccolo cabotaggio); il marcio sta sempre in alto; a pagare sono sempre i fessi; destra o sinistra sono tutti uguali; anche i puri, una volta raggiunto il “cadreghino”, rubano come tutti gli altri; gli atleti di un certo livello sono tutti dopati; gli impiegati statali sono tutti fannulloni (alla faccia di certi uffici dove si corre tutto il giorno); gli extracomunitari vengono qui per rubare, non per lavorare (alla faccia di tutti i manovali, di tutte le badanti che passano la vita insieme a vecchi disabili), i giornalisti sono tutti venduti o bugiardi (alla faccia di tutti gli opinionisti assassinati dalle Br e di tutti i reporter uccisi nei teatri di guerra).

Naturalmente il politico da bar non esiste da solo: ha bisogno di una piccola corte di amici che lo segue e lo venera come un guru. Niente irrita di più il politico da bar che essere contraddetto: chi ha il coraggio di farlo, sia pure sommessamente, si fa un nemico per la vita.

La sanguisuga

Oggi vi parlo di un altro tipo umano: la sanguisuga. Tra tutte le persone negative la sanguisuga è la peggiore che possiamo incontrare sulla nostra strada.. Meglio una persona malvagia e prevaricatrice. D’altronde anche la Sanguisuga prevarica ma, anziché farlo esercitando la prepotenza, lo fa con una simulata dolcezza.

La sanguisuga è una specie di morto-vivente, uno zombie il quale, non possedendo una vita propria, succhia quella di malcapitati familiari o amici. Naturalmente questa persona non si “attacca” a chiunque: essa possiede uno speciale sesto senso nel riconoscere le persone dal cuore tenero, naturalmente predisposte a soccorrere, a sacrificarsi per gli altri. Se vogliamo evitare di trovarci senza forze e con un pugno di mosche in mano, dopo che ci siamo fatti succhiare il sangue per anni; è di vitale importanza imparare a riconoscere in tempo la Sanguisuga. Essa utilizza, per irretire le sue vittime tre armi micidiali: la lode, la lamentela, il vittimismo.

La lode viene sapientemente utilizzata per convincere l’altro di aver trovato il migliore degli amici possibile. La sanguisuga sommerge letteralmente le sue vittime di complimenti che, come si sa, fanno sempre piacere. Una volta ottenuta la fiducia per il tramite della piaggeria, la Sanguisuga riesce a mantenere l’insana relazione attraverso un uso raffinato delle altre due armi: la lamentela e il vittimismo. Essa si lamenta continuamente per ogni cosa: il tempo, le stagioni, i malanni, gli insuccessi. Attraverso il vittimismo essa produce devastanti sensi di colpa nel malcapitato, il quale raddoppierà i suoi sforzi per cercare di non scontentarla.

La relazione può andare avanti per anni, decenni finché… l’altro non capisce che la Sanguisuga pretende in continuazione ma non gli dà niente (perché non ha niente da dare a nessuno): perciò, se gli rimane ancora un barlume d’energia, finalmente se ne va.

A quel punto la Sanguisuga sviluppa contro di lui un odio implacabile e lo farà oggetto di ingiurie, invettive, dispetti pesantissimi che annichiliscono il poveraccio, il quale sarà accusato invariabilmente di alto tradimento, di non essere quello che sembrava, di ciclotimia e persino di insensibilità.

Se la Sanguisuga è una moglie riterrà il marito colpevole di essere ingrassata, delle emicranie, delle vampate di calore, dell’ipertensione, di non essere più bella come una volta, ecc. Se è un marito riterrà la moglie la causa dei suoi insuccessi professionali, delle sue defaillance sessuali, di non avere amici, ecc. Se vive un rapporto d’amicizia accuserà gli amici di trascurarla, di dimenticarsi i suoi compleanni, di non informarsi sollecitamente della sua salute, peraltro solidissima (ipocondria a parte), ecc.

Se la vittima riuscirà a tener duro sotto questo tsunami verbale, questa tempesta emotiva, potrà finalmente liberarsi della Sanguisuga, alla quale non resterà che guardarsi intorno alla ricerca di una nuova vittima.

Il radical chic

Questa settimana voglio proporre ai lettori un altro tipo umano: quello che Montanelli, con una felice intuizione chiamò radical-chic.
Il radical-chic non vive immerso in mezzo alla società: si crea una sua società ideale, ristrette cerchie di sodali, i soli che valga la pena  frequentare. In queste piccole,blindatissime corti, se c’è uno scrittore puoi giurarci che è il “miglior scrittore” esistente; così per i pittori, i musicisti, gli architetti,ecc. Al di fuori di queste enclave, domina la superficialità, la banalità, il pressappochismo, il qualunquismo. Dunque il radical-chic non è aperto a quanto succede attorno a lui: egli ha i suoi autori, i suoi musicisti, i suoi artisti, i suoi saggisti, ignorando aristocraticamente tutto il resto.
Il radical-chic, quasi sempre di provenienza extraparlamentare,
presenta due distorsioni cognitive che lo rendono elitario e spocchioso: scambia leggerezza per superficialità e semplicità per banalità.
Dunque, scambiando la leggerezza per superficialità, per il radical-chic tutto ciò che è piacevole, non è “impegnato” e quindi non è serio. Perciò, anziché amare, ad esempio, un bel film d’amore francese (di Lelouch o di Rohmer), di quelli che regalano appunto la leggerezza dell’essere, egli preferisce pellicole impregnate di messaggi politico-social-ecologici. Così accade che, quando è un radical-chic a decidere la programmazione di un cineforum, la inzeppa di pellicole terzomondiste spesso noiosissime e praticamente invedibili.
Esistono poi una letteratura e una saggistica radical-chic. Giorgio Bocca, ad esempio, in questi ultimi decenni ha scritto alcuni capolavori sia per i contenuti sia per l’altezza di scrittura. Ma Giorgio Bocca con è riconosciuto dalla tribù radical-chic che, nel sentire il suo nome, storce il naso. Se c’è uno studioso che ha capito a fondo l’animo umano (specie quello italico) è Alberoni. Dai suoi articoli sul “Corriere”, imparo sempre qualcosa di importante; i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e, all’estero è, da molti studiosi, considerato un maestro della moderna sociologia. Senonchè il radical-chic, scambiando la semplicità di scrittura (grandissima qualità) per banalità, lo considera un autore “lapalissiano” e gli preferisce certi sociologi engagé i cui testi sono pieni di fumosi giri di parole, di vocaboli astrusi, di concetti contorti. Persino Musatti, il fondatore della psicanalisi italiana, un grandissimo psicanalista, è stato definito dai radical-chic  “superficiale”: un altro che aveva il torto di parlare e scrivere con semplicità.
Il radical-chic pinerolese snobba l’Eco del Chisone, un tempo definito “Settimanale dei preti”, anche se, come amava ripetere il compianto Don Morero, lo legge “di nascosto”. Salvo poi, appena pubblica qualcosina, spasimare per avere una recensione sul giornale dei preti. La cosa che mi diverte di più è sentire un radical-chic che mi dice: “ i tuoi articoli piacciono a mia nonna, a mia zia, a mio cugino”. Addirittura uno mi disse convinto: “I tuoi articoli piacciono al mio macellaio”, facendomi inconsapevolmente un bel complimento.
Il radical-chic ex-sessantottino, nonostante il fatto che la realtà abbia sconfessato puntualmente molte sue farneticazioni, non perde la sua sicumera e dunque non perde il vizio di impartire lezioni agli altri: ogni volta che ne incontro uno, non è mai un incontro alla pari ma tra maestro e allievo.

 

Il nato imparato

Dopo “l’ignorante dialettico”, un altro tipo umano sta avanzando prepotentemente. Con una forzatura grammaticale potremo chiamarlo “ il nato imparato”.
Un’amica insegnante, tempo fa, mi confidava le difficoltà, lo stato di frustrazione che deriva dal dover tentare di insegnare a gente che non glie ne frega niente d’imparare. Ragazzi che, possedendo la dialettica di derivazione  televisiva, Internet, il cellulare, credono di essere “imparati” e di non avere bisogno di nuove conoscenze.
Il nato imparato ha una sua opinione su tutto, anche su argomenti dei quali non ha la più pallida idea. Dunque egli si nutre di schemi mentali.Gli schemi mentali, come insegna la psicologia oltre ad essere fallaci, incapaci cioè di adattarsi ad una realtà mutevole, comportano pesanti distorsioni cognitive. Mi è accaduto di assistere a  discussioni tra un nato imparato a digiuno di un certo argomento con un esperto in materia il quale, al termine di estenuanti e sterili ragionamenti, si vedeva costretto, contro ogni evidenza scientifica, a dare ragione al suo interlocutore. In casi peggiori è accaduto che un nato imparato, forte dello schema mentale “Se ti attaccano difenditi”, abbia mandato all’ospedale un compagno colpevole di avergli giocato uno scherzo innocente.
Anni fa, su queste pagine, abbiamo letto diatribe senza fine di un laureato in Economia e Commercio, il quale pretendeva di insegnare niente popodimeno che la Medicina, ad un valente medico pinerolese il quale aveva al suo attivo, oltre alla laurea, dieci anni di pratica ospedaliera, e altri vent’anni di pratica ambulatoriale.
Al nato imparato la persona colta dà fastidio, come se fosse una pietra d’inciampo nel suo processo di self-teaching. Senonchè, senza l’aiuto di una persona esperta, è praticamente impossibile perseguire una ricerca su materie complesse e composite. Spesso capita che qualcuno, trovando in un articolo di giornale una parola sconosciuta, ne chieda, a chi ne sa di più, il significato per poi, appena questi inizia a fornire una spiegazione, distrarsi e mettersi a parlar d’altro, dimostrando quanto fosse superficiale la sua curiosità.

Il nato imparato basta, culturalmente, a sé stesso perciò, alla gratitudine d’un tempo verso chi, con i suoi consigli, ci aiutava a progredire nella strada della conoscenza; si ‘ sostituito il fastidio, quando non un aperto senso di fastidio, d’irritazione.

Poi ci si stupisce constatando che, perfino dei parlamentari, interrogati con domandine facili, facili (come diceva Mike Buongiorno) su storia, geografia, cultura generale, rispondano con imbarazzati silenzi, risposte abborracciate quando non autentiche castronerie.

L’ignorante dialettico

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.

Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.
In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…
Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.
Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.

In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…

Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.

 

Il lunedì del redattore ordinario

L’ondata di perentorie ingiunzioni letterarie del lunedì mattina è tale da scoraggiare anche il più entusiasta amante dei libri.

«Cara scrittrice, che “Le invio i miei lavori, in caso la proposta potrebbe (sic!) suscitare in lei interesse”, devo comunicarle che se la nostra casa editrice non si occuperebbe di saggistica, magari poteresse anche prendere in considerazione i suoi romanzi fantasy…»

«Caro scrittore, che “la vostra lettera specifica che il vostro impegno con la narrativa è limitatissimo, che il mio manoscritto richiede un ampio lavoro di revisione e che sarebbe opportuno risentirci, eventualmente, all’inizio dell’anno 2010. Mi sia consentito porvi le domande che seguono: se il vostro impegno con la narrativa è limitato , non credete che sarebbe stato più accettabile da parte vostra comunicarmi a priori la linea di interessi e di produzione evitandomi di spendere del denaro per la spedizione del manoscritto? Se, a parer vostro, il mio manoscritto richiederebbe un ampio lavoro di revisione, vuol significare che l’avete già letto?”

«Ebbene sì, caro scrittore, il nostro impegno con la narrativa è limitato. Limitato ai lavori pubblicabili. Lei ci ha chiesto di leggere il suo manoscritto, cosa che abbiamo fatto, non senza un certo disagio. E come avremmo potuto leggerlo se non ce lo avesse inviato? Lo abbiamo letto e le abbiamo detto che richiederebbe un ampio lavoro di revisione. Per caso l’ha revisionato? Una bella revisione profonda, partendo dalla prima riga fino all’ultima…
Nel caso non abbia “passato la revisione” i casi sono due: potrebbe rottamarlo, come si fa con le automobili, oppure provare a ripassare nel 2020…»

 

Invio manoscritti

Piccola spiacevole novità per gli aspiranti scrittori. Da tempo ormai, il numero di manoscritti proposti alla nostra piccola casa editrice supera di gran lunga la capacità di lettura della redazione. Anche a dedicare tre minuti a manoscritto, dovremmo avere giornate di sessanta ore. Quindi abbiamo messo un filtro molto, ma molto cattivo. Se volete che il vostro manoscritto sia realmente letto, DOVETE obbligatoriamente citare un testo da noi pubblicato. A vostra scelta.

La chiave per superare la ghigliottina della non lettura è questa: cita la prima riga di pagina 51 di un qualsiasi nostro titolo, indicando autore e titolo dell’opera.

Se volete inviarci il vostro manoscritto in allegato email potete farlo tranquillamente. Lo leggeremo certamente anche se, a causa della grande mole di materiali che riceviamo, i tempi di lettura sono in ogni caso molto lenti, anche dell’ordine di svariati mesi.

In ogni caso, vi anticipiamo che, per l’impossibilità di gestire migliaia di email, risponderemo soltanto in caso di interesse alla pubblicazione e che non forniremo valutazioni sul testo nel caso sia respinto. Certi della vostra comprensione.

Tuttavia, al fine di evitare invii inutili, vi consigliamo caldamente, prima di pigiare il tasto di invio, di leggere con estrema attenzione gli articoli inseriti nella specificazione sezione “pubblicare con noi“. Se la vostra è un’opera di narrativa, iniziate dall’articolo intitolato “Il romanzo che vorremmo, il romanzo che non vogliamo“. Se, invece, si tratta di un saggio, date un’attenta e meditata lettura all’articolo “Perché una tesi non è un saggio“. Non trascurate “il decalogo imperfetto per uccidere il proprio manoscritto“.

Se avete cercato, come spesso accade, “invio manoscritti” con il motore di ricerca interno e l’unica cosa che vi interessa è trovare la mail dove sparare il vostro manoscritto a raffica, spiacenti, qui non la troverete. È il nostro antipatico modo di dirvi che la vostra fretta non coincide con i nostri criteri di selezione. La nostra email è chiaramente indicata, proprio sotto la voce “invio manoscritti” nella pagina dei contatti. Il primo criterio di selezione, per chi vuole scrivere ed essere potenzialmente pubblicato, è saper leggere. Grazie

 

Cultura e sistema culturale

Dario Seglie 2“Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”Quella frase celebre e nefasta, “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”, fu attribuita a Goering e a Goebbels, ma anche altri gerarchi nazisti la pronunciavano volentieri, visto che riassumeva così bene il loro mondo ideale.

Recentemente un gerarca italico, anzi un ministro in carica, ebbe a dire: “con la cultura non si mangia”, anche lui esprimendo bene il suo mondo ideale.

Viceversa è importante recuperare il senso economico della cultura inserendolo organicamente nelle politiche come fattore moltiplicativo delle altre economie territoriali. E lo è altrettanto valorizzare le peculiarità delle nostre radici per costruire un modello integrato di offerta turistica, diverso delle centinaia di altre con cui dovrà competere, in grado di trasferire emozioni, esperienze e ricordi unici e irripetibili. Le opportunità di lavoro per tanti giovani si distribuirebbero così su tutta la filiera dell’offerta, integrando la valorizzazione di tutti quegli elementi che possono fare del nostro territorio un produttore di eccellenze: agroalimentari, artigianati, storia, bellezze naturali, monumenti e centri storici, un patrimonio culturale variamente diffuso.

Purtroppo resta radicata l’idea che la cultura non sia un bene economico (la frase sopra riportata era di un ministro dell’economia in carica un paio di anni orsono). Ma il successo delle nostre produzioni più conosciute e apprezzate nasce grazie a questo patrimonio inesauribile. Che va messo a frutto partendo fin dai banchi di scuola, con azioni didattiche per la conoscenza della cultura locale, per mettere in condizione i giovani e le loro famiglie di cogliere le tante opportunità che vengono dall’industria culturale e maturare quell’esperienza indispensabile per creare opportunità di lavoro stabile e di qualità.

Ma, in soldoni, cos’è la Cultura ? In Antropologia, si dice che è il sistema integrato di valori socialmente acquisiti, le credenze e le regole di condotta che delimitano la gamma di comportamenti accettati in ogni data società. Le differenze culturali consentono di distinguere le diverse società le une dalle altre. Poi c’è Archeologia, un ramo del più ampio campo dell’Antropologia, che investiga i resti di estinte culture umane (attraverso i reperti: armi, oggetti, strutture abitative, rituali e funerarie), al fine di decifrare qualcosa del modo in cui la gente viveva. Tale analisi è particolarmente utile ed indispensabile per i periodi in cui non esistono documenti scritti.

La cultura è basata sulla capacità, unicamente umana, di classificare le esperienze, codificare tali classificazioni simbolicamente, e insegnare tali astrazioni ad altri. Di solito è acquisita attraverso l’acculturazione, il processo attraverso il quale una generazione più vecchia induce o costringe una generazione più giovane a riprodurre lo stile di vita socialmente stabilito.

La cultura è difficile da quantificare, perché esiste spesso a livello inconscio, o almeno tende ad essere così pervasiva che sfugge al pensiero di tutti i giorni. Questa è una ragione per la quale gli antropologi tendono ad essere dei teorici che cercano di studiare la propria cultura, di capire la nostra società.

Gli studiosi contemporanei si sono allontanati dalla nozione di fantomatiche “leggi” della evoluzione della cultura, preferendo notare i tratti che caratterizzano le situazioni e fare l’analisi delle vicende storiche concrete, delle forze politiche ed economiche che strutturano le relazioni tra i popoli.

Il Pinerolese è portatore di tutte questi complessi tratti culturali, dalla lontana Preistoria fino alla Storia attuale, passando attraverso trasformazioni notevoli, dall’epoca celtica a quella romana, arrivando al medioevo, periodo in cui le antichissime religioni furono progressivamente sostituite dall’evangelizzazione di personaggi come Massimo vescovo cattolico di Torino e poi dalla predicazione di Valdo, co-fondatore del protestantesimo in Europa. Il Pinerolese fu a lungo terra di frontiera tra la Francia del Re Sole e il Piemonte sabaudo nel XVII secolo; tra Settecento ed Ottocento il Pinerolese, Provincia napoleonica, conobbe la Rivoluzione ed i principi di Liberté, Egalité, Fraternité, che mettevano fine all’ancien régime dei sovrani assoluti, avviandosi a regimi borghesi, liberali e poi democratici, i quali si affermeranno compiutamente solo dopo la seconda guerra mondiale, grazie alla Resistenza ed alla Repubblica Italiana.

Non è ora il caso di entrare nei dettagli per affermare che i tratti culturali di questo territorio di circa sessanta Comuni, dalle risorgive della pianura fino alle creste delle Alpi Cozie, è una terra forte e fortemente segnata da tratti culturali importanti e peculiari. Specie le persone che detengono cultura e potere devono essere attente; mi piace ricordare qui una delle primissime dichiarazioni del nostro nuovo Papa Francesco che in sintonia con Francesco d’Assisi ha detto: “ … In fondo tutto è affidato alla custodia dell’uomo … Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente …”.

Il territorio non è una tabula rasa, è lo scrigno delll’eredità dei nostri antecessori, da rispettare e migliorare, non da distruggere. Se oggi non abbiamo più le gigantesche statue di Budda nella Valle del Bamiyan a 200 km da Kabul, distrutte dai telebani, parimenti non abbiamo più il pentagono Caserma di Cavalleria eretto dal Vauban, architetto militare del Re Sole nella seconda metà del ‘600, distrutto nel 1960 dall’Amministrazione comunale di Pinerolo per futili o indicibili motivi. Ma oggi non corriamo certo più di questi rischi, i tempi sono cambiati e la coscienza civica e della società civile è considerevolmente e positivamente cresciuta.

La cultura non si manifesta solo attraverso il complesso delle biblioteche, degli archivi, dei musei sparsi sul territorio, con i teatri, i luoghi di culto, i castelli, le fortezze, le ville, i parchi ed i castelli, i centri urbani, ma anche attraverso il paesaggio agrario, forestale, montano, con le sue caratteristiche geologiche e geomorfologiche, con i suoi insediamenti industriali antichi e moderni.

Questa possente stratificazione nel tempo di azioni antropiche di ogni epoca ha forgiato e foggiato il nostro territorio, il nostro Pinerolese di oggi, regione che ha tutto il diritto di confrontarsi ad armi pari con altri territori caratteristici, con l’orgoglio per la tenzone (ad es.
Saluzzese, Cuneese, Langhe, Canavese, ecc.).

Da una analisi della situazione attuale emerge che coloro che dovrebbero avere contezza di questo portentoso giacimento culturale, cioè gli amministratori pubblici, non hanno mai dedicato attenzione sufficiente alla coordinata “Cultura” ed alle soggiacenti ricchezze straordinarie che si possono e si devono correttamente valorizzare e utilizzare per filiere economiche in grado di creare sviluppo, lavoro, reddito, contentezza di risiedere. Il territorio ha senso se lo si considera in termini “glocali” (globali-locali) dove tutte le componenti interagiscono creando sinergie produttive e benefiche.

Questo territorio Pinerolese ha una metropoli a 40 minuti di viaggio verso Est ma, dall’altra parte, ha sconfinati territori transalpini con i quali è storicamente e culturalmente interrelato (Francia, Savoia e Svizzera), territori che costituiscono un ricco bacino di utenze cultural-turistiche per il Pinerolese.

L’attuale disaggregazione territoriale, i campanilismi residui, la mancanza di visione lungimirante, l’isolamento anche psicologico, in coloro che dovrebbero essere gli stakeholder della situazione, compresi i “chierici traditori”, cioè l’intellighenzia, la nomenklatura, gli intellettuali chiusi nelle turris eburnee delle loro accademie, devono essere superati da una rinnovata classe dirigente giovane, colta, aperta, onesta e costruttivamente democratica, con la visione del futuro che deve essere quella di dare cieli blu ai figli dei nostri figli, in città intelligenti (smart cities) non solo perché il territorio è capace di coniugare innovazione, ambiente e qualità della vita, bardandosi di tecnologie adeguate ed adeguabili con i cittadini che usano smart cards, ma perché – in primis – è la Cultura posseduta da persone intelligenti a fare la differenza; e promuovere culturalmente il territorio, finalmente senza stakeholder che dicono (o peggio pensano) “quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning”.

Dario Seglie

Direttore Museo Civico Archeologia e Antropologia di Pinerolo