Scriptorium

Pubblicare con noi

esordiente in attesa di pubblicazione

Pubblicare con Edizioni Marcovalerio non è facile. Ogni giorno decine di manoscritti non richiesti giungono nella nostra redazione e, per la quasi totalità, finiscono nel grande cesto della raccolta carta.
Hai un saggio nel cassetto? Leggi prima la premessa antipatica agli aspiranti autori della nostra casa editrice.
In ogni caso segnaliamo che non prendiamo in considerazione: romanzi, racconti, poesie, fiabe.

UNA PREMESSA ANTIPATICA PER FARVI MEDITARE

Ogni casa editrice e’ afflitta da decine di manoscritti (o dattiloscritti). Per la maggior parte sono impubblicabili per le seguenti categorie di ragioni:

1 – conoscenza dell’ortografia e della sintassi da parte dell’Autore al di sotto di ogni speranza di revisione

2 – assoluto non interesse dell’opera (in testa i libri di poesie, seguiti dalle autobiografie autocelebrative dello stile ‘la mia vita è un romanzo’

3 – quando l’opera potrebbe anche meritare la pubblicazione, non appena l’editore dice all’Autore “parliamone” ecco scattare la sindrome Dante Alighieri che si traduce in:

  • a – si però mi date cento milioni di anticipo sui diritti d’autore
  • b – sì però mi rifiuto categoricamente di apportare qualsiasi correzione
  • c – sì però mi garantite almeno diecimila copie vendute
  • d – voglio una copertina in oro zecchino con un quadro di Picasso e che apriate una nuova collana tutta per me

4 – l’opera è meritevole, l’Autore sembra sano di mente, ma ecco scattare la sindrome della “revisione infinita”. L’Autore, non appena corregge le bozze, scopre che il capitolo 1, 2, 3 e gli altri dodici seguenti vanno riscritti. Alla seconda tornata di bozze pretende di aggiungere altre ottocento pagine, quindi rivede tutte le note, alla fine blocca tutto perché sta aspettando la prefazione di Umberto Eco (il quale, senza che l’editore ne sapesse nulla, ha ricevuto cento telefonate, duemila lettere e quindici copie delle bozze con il perentorio invito a scrivere la prefazione da parte dell’Autore). Al nome di Umberto Eco potete sostituire quello del Pontefice, di George Bush jr o di altro a vostro piacimento.

Dulcis in fundo, l’Autore pretende ottocento copie in regalo da distribuire a tutti gli amici, togliendo così cento possibili acquirenti (gli altri settecento useranno comunque il libro come materia prima per scaldarsi davanti al camino). Infine telefona due volte al giorno all’editore per avere notizie del suo libro. Naturalmente alla ventesima telefonata, l’editore decide di annullare la pubblicazione o, se il libro è già stato pubblicato, di ritirarlo dal catalogo.

Caso numero 5 (rarissimo)

Viene proposto un testo dignitoso, meglio se un saggio piuttosto che un romanzo. Mai e poi mai un libro di poesie (quelle le potete pubblicare a vostre spese oppure le pubblicheranno i vostri nipoti post mortem nel caso abbiate ricevuto il Nobel).

È scritto bene, è interessante e non è la copia di un romanzo già pubblicato (capita otto volte su dieci, credete, anche inconsciamente). Il testo è inoltre fornito su supporto magnetico, magari con un’attenta correzione preliminare. Corredato di liberatoria e disponibilità a fare l’autore (con la a minuscola), lasciando che l’editore faccia il proprio mestiere. L’autore esordiente si accontenta di cinque copie saggio.

Magari la sua sarà un’opera unica, senza seguito. Magari da questa opera prima nascerà un vero Autore, che pubblicherà successivamente altri libri con grande soddisfazione e con grandi Editori.

Se ritenete di appartenere al caso numero 5, qualche probabilità di essere pubblicati, senza necessariamente dover fare ricorso a strani percorsi alternativi, ce l’avete. Magari il vostro libro resterà mesi sulla scrivania dell’editore, ma alla fine vedrà la luce.

In bocca al lupo, e con una preghiera. Se appartenete ai casi 1, 2, 3 e 4, dimenticatevi questo sito. Cestiniamo qualche decina di testi ogni giorno. Se ritenete di appartenere al caso 5, rileggete il vostro libro. Poi rileggetelo ancora. Quando avete finito, rileggetelo ancora una volta. Quindi chiedetevi: “io sarei disposto a spendere diecimila euro per pubblicarlo?”. Ecco, la stessa domanda se la deve porre l’editore. Con la differenza che quel libro neppure l’ha scritto. Se siete sicuri, ma proprio sicuri, che la risposta sia positiva, andate a leggere la pagina di istruzioni relativa alla proposte di pubblicazione, quindi inviate un’email così articolata:

1 – Nome cognome indirizzo telefono titolo di studio, curriculum in dieci righe tassative
2 – Presentazione dell’opera in venti righe tassative
3 – Allegato in formato word, meglio rtf, in caratteri umanamente leggibili /minimo corpo 12, meglio corpo 14)

Se la risposta è NO, mettetevi il cuore in pace, e provate con qualcun altro. Se è SI, allora sarete invitati a inviarci l’opera, per la sua valutazione, con dichiarazione allegata di questo tenore (è un esempio):

“Invio la seguente opera di cui dichiaro di essere autore (titolo, genere, caratteristiche) per una valutazione NON IMPEGNATIVA. È inteso che avrete il diritto di NON pubblicarla e che nessuna richiesta da parte mia potrà essere a qualsiasi titolo avanzata per la mancata pubblicazione dell’opera inviata.

Non ci impegnamo in alcun modo a garantirvi una risposta. Vi contattaremo solo ed esclusivamente in caso di interesse alla pubblicazione. I nostri tempi di eventuale risposta possono essere dell’ordine anche di diversi mesi.

Speriamo di non avere urtato le sensibilità di qualche Autore con la A maiuscola. Se siete autori con la a minuscola, sarete sempre i benvenuti. Ogni editore sogna di incontrare un autore almeno una volta l’anno.

Ah, dimenticavamo una cosa importante: manoscritti, dattiloscritti, floppy disk, cdrom, in ogni caso NON saranno restituiti. NON inviate raccomandate per nessuna ragione, i manoscritti verrebbero immediatamente cestinati. Usate i pieghi: costano meno.

Non usate lo strumento dei “commenti” per inserire le vostre proposte. I commenti sono pubblici. Andate alla pagina dei contatti.

Un’opportuna integrazione a questo testo

Questa “premessa antipatica” ha raccolto negli anni numerosi commenti, spesso irritati, e numerosissime citazioni sul web, facendo non di rado gridare all’atteggiamento spocchioso degli editori contro gli autori. È, come dice il titolo, una premessa, per quanto antipatica e provocatoria, che come tale può suscitare una reazione negativa. Peraltro motivata.

Può apparire crudele e indisponente che un editore “maltratti” chi scrive in questo modo, prima ancora di aver letto i manoscritti che giungono in redazione. Anzitutto dovete comprendere che il flusso delle proposte, con il crescere delle dimensioni della nostra casa editrice, ha raggiunto livelli pressoché insostenibili. Leggere venti o trenta manoscritti la settimana è un carico di lavoro accettabile. Leggerne e valutarne cinquecento diventa oggettivamente impossibile. L’intera redazione dovrebbe smettere di occuparsi del proprio lavoro primario, che è e resta l’editing dei libri in corso di pubblicazione, la loro promozione, la gestione dei contatti con la stampa, l’organizzazione delle presentazioni e lo scouting.

Diventa quindi inevitabile porre dei paletti, anche molto rigidi. Paletti che, ci rendiamo conto, l’aspirante scrittore in qualche modo cerca di aggirare, proponendo una raccolta di poesia come se fosse un romanzo lirico, oppure una serie di racconti brevi come se fossero un saggio e così via. Questo, però, si traduce in un’ulteriore perdita di tempo prezioso, che viene sottratto alla lettura.

Un ottimo esempio di manoscritto che il redattore ordinario non leggerà oltre la prima riga

Un ottimo esempio di manoscritto che il redattore ordinario non leggerà oltre la prima riga

Il tempo dedicato alla prima lettura del vostro manoscritto si riduce costantemente. Questo non significa che il vostro lavoro sarà valutato nei pochi minuti della prima lettura, ma significa purtroppo che in quei pochi minuti potrà essere scartato e mai raggiungere il traguardo della seconda o della terza lettura, necessarie per valutarlo. Errori clamorosi di grammatica e sintassi nelle prime dieci righe sono mortali. Almeno la prima pagina, abbiate cura di correggerla con attenzione.

Quanto ai tempi e alle modalità di risposta, dovete avere presente che, comunque, il passaggio dalla prima frettolosa scorsa del vostro manoscritto, per capire se rientra nelle linee di interesse quanto a genere ed argomento, all’eventuale seconda o terza lettura, quando la pila dei manoscritti è nell’ordine delle decine, può richiedere giorni, settimane o, nei periodi in cui l’attività redazionale è concentrata sulle fiere, sulle preparazioni universitarie o prenatalizie, anche mesi. Talvolta i manoscritti giacciono più di un anno in attesa.

Inviare manoscritti nel mese di agosto o nelle vacanze natalizie accumula centinaia, quando non addirittura migliaia, di email giacenti. Con tutta la buona volontà, smaltire tali arretrati è impossibile e il tasto di cancellazione talvolta è l’unica possibilità per sbloccare un server di posta intasato. Guardate quindi il calendario con attenzione e se avete concluso il vostro lavoro nei periodi di vacanza oppure in corrispondenza delle grandi fiere internazionali (Francoforte in testa) o in autunno, tenetevolo nel cassetto o sul disco rigido, attendendo per inviarlo il momento in cui presumibilmente in redazione ci sarà il tempo per leggerlo.

La fretta è sempre cattiva consigliera, per voi come per noi. Se anche il vostro lavoro fosse interessante e meritevole di pubblicazione, se anche fosse un vero capolavoro, le ferree leggi della distribuzione libraria impongono dei tempi di valutazione e preparazione che non possono essere disattesi. Le case editrici pianificano le pubblicazioni con mesi di anticipo. Noi sappiamo già cosa pubblicheremo in primavera e, in buona parte, anche nel prossimo autunno. Alcuni libri sono già stati programmati per il prossimo anno. Voi avete fretta, è vero, ma tre, quattro, talvolta anche sei o dodici mesi di attesa sono il tempo necessario per organizzare e gestire ogni nuova pubblicazione, almeno in una casa editrice seria. Le eccezioni esistono, è vero, ma riguardano autori consolidati o libri che vengono “progettati” in concomitanza di avvenimenti particolari. Anni fa, l’elezione dell’attuale Pontefice, ci fece realizzare, stampare e distribuire un tascabile in 24 ore. Ma si tratta di casi isolati.

Noi non correggeremo il vostro lavoro. Non è questo il compito di un editore. Vogliamo testi pronti per la pubblicazione, non bozze da rivedere. Se un lavoro viene respinto con un messaggio dettagliato, che vi spiega i punti deboli dell’opera, non chiedeteci di intervenire per correggerli. Per questo esistono agenzie qualificate, oppure l’umile lavoro dell’autore, spesso difficile perché difficile è ammettere i propri errori. Noi vi consigliamo Sul Romanzo, una struttura giovane ma estremamente qualificata nel campo della narrativa, che mantiene rapporti con svariate case editrici di buon livello, compresa la nostra.

Infine, non dimenticate mai che il nostro scopo è vendere libri. Non siamo i custodi del sapere letterario e non pretendiamo di esserlo. Il giudizio finale sulla pubblicazione è biecamente e tristemente una valutazione economica. Se un libro ha possibilità di vendere copie, allora ci interessa. Se non ha, a nostro parere, e sicuramente spesso sbaglieremo, la possibilità di vendere, quand’anche fosse un capolavoro assoluto da noi misconosciuto, non lo pubblicheremo. Per vostra fortuna, esistono anche altri editori e non è detto che un’opera da noi respinta non possa essere presa in considerazione da un nostro concorrente.

Come postilla, ripetiamo ancora una volta:

  • non prendiamo in considerazione raccolte brevi di racconti
  • non prendiamo in considerazione opere liriche
  • non prendiamo in considerazione opere prepubblicate su piattaforme di editoria on demand o autopubblicazioni sotto ogni forma
  • non prendiamo in considerazione allocchi|autori che abbiano pubblicato in precedenza con editori a pagamento

Grazie per la vostra benevola comprensione. Commenti e insulti sono sempre possibili e ben accetti. Buoni benzina, ticket restaurant, pacchi di pasta e beni non deperibili ancora di più.

A proposito di Lulu e altre piattoforme per l’autopubblicazione

Sempre più spesso, da quando è nato questo fenomeno, ci troviamo costretti, quando ci viene proposto un manoscritto e lo troviamo interessante, ad effettuare un controllo su piattaforme di autopubblicazione quali Lulu, LampiDiStampa, Ilmiolibro e altri simili. Sappiamo che quanto stiamo per dirvi solleverà molte obiezioni e critiche, ma restiamo ancorati al principio della spiacevole verità che anima il lavoro della nostra casa editrice. Sappiate dunque che, qualora una vostra opera sia presente nel catalogo di piattaforme di autopubblicazione, non esiste alcuna possibilità che le vostre opere siano prese da noi in considerazione.

Vi chiederete la ragione di questa scelta e noi la spieghiamo senza alcun mistero. Un libro autopubblicato con Lulu o con altre piattaforme simili, pienamente legittime, sia chiaro, è a tutti gli effetti un libro già edito. Scaricato una o mille volte è per noi un libro morto. Fosse anche un capolavoro, la scelta di metterlo in rete in questo modo lo rende commercialmente privo di ogni interesse. Noi pubblichiamo libri di cultura, non siamo un’azienda vocata all’appagamento della vanità degli scrittori. Non siete d’accordo? Possiamo comprenderlo. Potete sempre acquisire il marchio e, finanziandolo adeguatamente, proporre una linea editoriale vocata non al mantenimento dei bilanci in pareggio ma all’inevitabile fallimento. Grazie per la comprensione

 E, per finire, un piccolo capolavoro di ironia.

Con consigli per pubblicare altrove.

I pizzini redazionali

Quello che segue è il verbale di interrogatorio di un redattore pentito, rilasciato durante una confessione poche ore prima che fosse schiacchiato dal crollo degli scaffali del magazzino della casa editrice. Lo riportiamo integralmente, così come pervenuto.

 

padrino

 

La “cosa” editrice è ancora, per fortuna, oggetto immune dal cancro della democrazia e del diritto. Neppure le più decadenti redazioni progressiste sono venute meno ai sani principi dell’onorata società di cui Lui, il direttore editoriale, incarna la salda, perenne e tentacolare potenza.

Non occorre che si conosca il suo nome. Tantomeno che lo conoscano gli autori. Pochi “picciotti” fidati comunicano gli affari in corso. Noi fedeli redattori, naturalmente lo conosciamo, ma non saremmo mai così folli o infami da rivelarlo ai lettori o peggio agli aspiranti autori. Non serve la minaccia di una fossa di calce viva. Essere inviati alle fiere è una punizione sufficiente. Già questo accennare alla Sua esistenza è una sfida, e le dita tremano mentre scriviano queste righe irriverenti.

Un pizzino è sufficiente a sancire la pubblicazione di quell’autore e spegnere le speranze di un fetuso che già si illudeva di poter unire il proprio nome al marchio della Famiglia. Uccidere un esordiente non è che un distratto gesto della mano, per il nostro Padrino. Spegnere uno scrittore che si credeva affermato, inviando al macero le sue opere ancora in magazzino, uno sghignazzo coperto dalla colata di cemento sulle ambizioni di un ominicchio della penna.

I direttori editoriali si parlano, talvolta, e in salette riservate di ristoranti si spartiscono le zone di influenza, vendendosi scrittori come partite di eroina. E che sono, gli scrittori, se non pedine? D’altra parte, come è noto, i direttori editoriali sono spesso parenti di politici, e nell’intreccio con la politica nutrono il loro potere. Di taluni si mormora che siano politici essi stessi, o che lo siano stati. Giornalisti d’assalto hanno sostenuto, senza mai averne le prove, che in riunioni segrete possano segnare i destini culturali di una nazione, condizionare il voto delle giurie dei premi letterari, persino inventare scrittori inesistenti per veicolare messaggi cifrati ai posteri.

Studiosi di storia della letteratura sospettano che, in taluni casi, certi direttori editoriali, negli Anni Quaranta e Cinquanta, abbiano acquisito i diritti di opere al solo scopo di impedirne di fatto la pubblicazione o ridurne l’impatto con tirature simboliche. In altri casi, nello scontro con il Padrino di turno, grandi scrittori sono stati costretti al suicidio, pur di salvare le proprie opere dal macero e dall’oblio.

I direttori editoriali non sono riconoscibili. Si mescolano alla gente comune per nascondersi. Vestono come persone del popolo, non di rado vagano a piedi per non incappare nei posti di blocco. Vivono in case diroccate, lontane dai centri cittadini e soprattutto dai caffè letterari. Alle presentazioni e ai vernissage si siedono in disparte e talvolta si addormentano.
Si dice che taluni scrittori, mentre vagavano nei corridoi della casa editrice, lo abbiano incontrato e scambiato per l’uomo delle pulizie. Altri hanno avuto di fronte un Ommo de Panza, mentre stringevano le mani agli ammiratori e firmavano autografi sul loro primo romanzo autopubblicato, e invece di sporgergli il nuovo manoscritto hanno lanciato qualche monetina, pensandolo un mendicante.

La reazione dei cittadini e degli scrittori liberi al potere occulto dei Mammasantissima è stata possibile soltanto con l’avvento delle nuove tecnologie. La nascita di Internet ha scompaginato le vecchie mappe del potere mafioso, aprendo le porte alla democrazia della pubblicazione. Blog, riviste telematiche, webzine, sono stati gli strumenti della pacifica e determinata fiaccolata culturale che, a partire dagli anni Novanta, ha sgretolato il muro omertoso del potere dei direttori editoriali, giungendo in taluni casi persino a rendere noto il loro nome, costringendoli ad affrontare il giudizio degli esordienti in maxi processi pubblici.
E tuttavia, quell’infame di Tomasi di Lampedusa, che pure avrebbe dovuto essere grato per essere stato pubblicato,  ha riportato a tradimento in un suo libriccino una frase carpita origliando dietro la porta di un direttore editoriale.“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”

Non è noto quando la strategia della Nuova Casa Editrice Organizzata sia stata elaborata, ma i risultati si sono visti negli ultimi cinque anni, di sicuro con l’appoggio delle famiglie d’oltre oceano. L’hanno chiamata “democrazia culturale” e significa che tutti possono scrivere un libro, tutti possono pubblicarlo e tutti possono andare in televisione a presentarlo. Da Detroit a Chicago, da Leningrado ai sobborghi di Shanghai, passando per Casal Di Principe, la parola d’ordine è “lasciate che i pupi si autopubblichino“. E i pupi si autopubblicano su Lulu, si autostampano, si autocomprano e persino si autopresentano sul Canale 93218 di Schaitivvì.

“State tranquilli – si racconta che abbia biascicato il Padrino di una casa editrice di Bagheria all’inviato di una casa editrice della Yakuza, in visita internazionale, mentre si soffiava il naso con l’ultimo romanzo ancora imbrattato di sangue dell’autore – fateli pubblicare come gli pare. Scrivono e presentano, i quaqquaraqquaà. Tanto, nessuno li leggerà.“

La libidine di potere del borioso analfabeta

CoverLuglioAgosto2010

 

Lo è per definizione. Peggio dei critici d’arte e di quelli letterari, abilissimi nell’evidenziare limiti e difetti delle opere altrui quanto incapaci di produrre un quadro o un romanzo. Naturalmente parliamo della figura del redattore o, come si dice oggi con un anglicismo oltretutto errato rispetto alla realtà nostrana, l’editor.

Un personaggio borioso per lo più, convinto di aver letto tutto ciò che valeva la pena di leggere, e ciononostante analfabeta, perché notoriamente non in grado di cogliere gli elementi di valore e novità dei lavori che gli vengono affidati.
Il borioso analfabeta è, purtroppo, l’inevitabile strettoia che lo scrittore deve affrontare nel tentativo di approdare in casa editrice. Vediamo dunque come sconfiggerlo, o perlomeno come evitare gli spuntoni rocciosi che potrebbero affondare la vostra nave e, fuor di metafora, il vostro romanzo.
Tendenzialmente, l’editor legge molto. Ha iniziato da ragazzo, con una passione smodata per la narrativa d’avventura, per poi passare ai classici. Se avete scritto un romanzo di fantascienza, mettetevi il cuore in pace, sarete misurati volenti o nolenti con la Fondazione di Isaac Asimov o la città eterna di Arthur Clarke. Peggio se volgete all’avventura, perché il metro di paragone potrebbe essere Emilio Salgari. Non parliamo dei romanzi storici, dove Alessandro Manzoni impera, appena mitigato da Umberto Eco. In ogni caso, l’editor è un vecchio topo di biblioteca, ama la prosa stantìa di Italo Calvino o di Carlo Cassola, le ambientazioni provinciali di Cesare Pavese. Per un ignorante presuntuoso come l’editor, Wilbur Smith sa scrivere in inglese, Stephen King è davvero un giallista.
Qualunque sia il genere letterario dell’opera che volete fare approdare in casa editrice per la pubblicazione, evitate con cura di evidenziare quanto il vostro stile sia in contrasto con i maestri della letteratura, quelli veri ma anche quelli discutibili eppure vendutissimi. Ricordatevi che da qualche parte esiste un editor che ha deciso di pubblicare Moccia, altrove un estimatore di Baricco. Superate il vostro senso di disgusto. Potrebbe toccare proprio a voi fare i conti con la stessa persona.
L’editor ha lo stesso spessore intellettuale della celeberrima casalinga di Voghera. È del tutto incapace di cogliere le finezze linguistiche, le innovazioni sintattiche. Odia gli anacoluti come la marmellata sul brasato al barolo. Su questo punto, ci sono pochi trucchi cui fare ricorso. Grammatica e sintassi, almeno nelle prime dieci pagine, cercate davvero di rispettarle.
L’editor è superficiale. È una conseguenza diretta della boria e dell’ignoranza che lo attanagliano. Vi giocherete la sua simpatia nelle prime tre pagine. Se il telefono per disgrazia squilla mentre è a metà della prima pagina, quelle poche righe saranno tutto ciò che riuscirete a fargli leggere. Ecco la ragione vera per la quale l’incipit di un romanzo è fondamentale. L’unico scopo dell’incipit è prendere al volo l’editor, colpirlo allo stomaco, fargli balenare per un istante la speranza di aver trovato, almeno una volta nella sua frustrante e inutile carriera di mezze maniche dell’editoria “il libro”, quel libro del quale potrà raccontare ai nipotini: “ecco, l’ho scoperto io”.
L’editor, a prescindere dall’età, ha problemi di vista. Nulla lo indispettisce di più di un piego stampato in caratteri inferiori al corpo 12. Meglio un 14, con l’interlinea sufficientemente ampia. Non è un grande sacrificio. Consideratelo un atto di pietas nei confronti di un minus habens.
L’editor, infine, è conformista, maledettamente conformista. I suoi gusti di lettura, a causa dell’eccesso di fruizione della stessa, che spesso non si esaurisce all’orario di lavoro ma prosegue patologicamente a casa e persino nei fine settimana, sono purtroppo perfettamente omologati a quelli della massa dei lettori. Su questo piano, c’è ben poco da fare, se non di capire cosa potrebbe interessare il pubblico dei lettori cui vi rivolgete. Se interessa loro, potrebbe interessare lui.
L’editor è perfettamente consapevole di essere protetto dalla legge. Non potete ucciderlo. Dovrete quindi fare i conti con questo insopportabile figuro anche dopo aver passato indenni gli scogli della prima selezione. Evitate quindi di considerarvi approdati soltanto perché la vostra opera ha iniziato il cammino che potrebbe portare alla pubblicazione.  I sacrifici al vostro orgoglio, in questa seconda fase, saranno ancora superiori e meno sopportabili di quanto vi possiate aspettare.
C’è uno scoglio insidioso sul quale molte opere naufragano in modo inatteso: il titolo. Non c’è niente di più irritante per uno scrittore di vedersi contestare l’originale “Il nome del gladiolo” che sintetizzava perfettamente il suo romanzo storico di ambientazione medievale o “La metropoli e le stelle” che mirabilmente avviava il suo ciclo fantascientifico. Su questo punto l’editor è irremovibile. La sua sudditanza nei confronti delle opere già pubblicate è assoluta. Fra l’altro, in questo caso, può contare sul totale sostegno di quel caprone del direttore editoriale. Mettetevi il cuore in pace, almeno per i primi due romanzi e rinunciate all’inutile scontro: il titolo non potrete sceglierlo, al massimo suggerirlo, ma con molta timidezza.
Il baratro dell’ottusità e dell’insipienza vi si parerà improvviso all’atto di definire la copertina. L’editor è assolutamente privo di senso artistico, odia visceralmente ogni innovazione, è capace di atti violenti, fino alla tortura delle bozze già impaginate con passaggio ripetuto nel caminetto, se solo provate a contestare la linea grafica della collana nella quale verrà inserita la vostra opera. E’ assolutamente inutile dimostrargli che il logo dell’editore non deve comparire dove è sempre comparso, spiegargli che il formato dei grandi tascabili economici è un insulto a Pitagora, o che il titolo scritto in orizzontale da sinistra a destra sono sintomi di un conservatorismo patologico.
L’editor è un dinosauro, non sente ragioni. La psicosi da conservazione nella filiera del libro è epidemica, ha infettato i promotori, i distributori, persino i librai e, secondo le più recenti ricerche scientifiche, persino i lettori. Gli Oscar Mondadori sono odiosamente, insopportabilmente, ignominiosamente sempre Oscar Mondadori. Non è mai accaduto nella storia di questa casa editrice che abbia pubblicato un libro con il logo di Sellerio o le copertine della Garzanti. In questo caso, ad aggravare la situazione, l’enclave mafiosa è compatta e granitica: grafici, responsabili della promozione, persino tipografi e legatori saranno complici dell’editor nel rovinare il vostro libro.
Arrivati a questo, siete ormai consapevoli che il vostro romanzo, scritto con dedizione durante lunghe notti insonni, sconquassato nelle secche delle redazioni, cannoneggiato dall’editor, bombardato dagli addetti alla promozione, si è trasformato da splendido veliero in un relitto putrido, il cui destino sarà galleggiare amaramente per alcune settimane, magari alcuni mesi, nella risacca delle librerie, sotto gli occhi di tutti, per poi arenarsi miseramente sugli scaffali e, infine, depositarsi sul fondo melmoso delle biblioteche, dove potrà giacere per decenni, visitato di tanto in tanto da un lettore.
Nella peggiore delle ipotesi, il relitto sarà restaurato, offeso da una nuova e ancor più orripilante copertina, ricomposto come un cadavere risuscitato in una nuova edizione, sempre e odiosamente scritta in caratteri latini, con i paragrafi giustificati. Talvolta qualche saccente e irriverente editor interverrà persino sulle edizioni successive, eliminando quei refusi che voi consapevolmente avevate deciso di lasciare in un angolino, per sottolineare con una piccola imperfezione voluta l’assoluta intoccabilità della vostra opera.
Giunti a questo stadio sarete diventati scrittori, ma la fama non vi ripagherà delle offese subite. L’editor nel frattempo sarà morto di vecchiaia, ma l’odio che avrete nutrito nei suoi confronti non verrà meno. L’unica soluzione, come insegnano Salgari, Hemingway e molti altri, è uno spettacolare e sanguinolento suicidio. Agli editor delle nuove generazioni piacciono moltissimo questi epiloghi. Anche ai responsabili della promozione, ai librai e persino ai lettori. Fanno vendere un sacco di copie, e a quel punto nessuno sente il bisogno di correggere i vostri manoscritti. Persino la lista della spesa, purché autografa, sarà trattata con rispetto e magari venduta all’asta.

Voltaire non ha mai detto: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire»

 

Voltaire non ha mai detto:
«Non sono d’accordo con quello che dici,
ma darei la vita perché tu lo possa dire»

di Alfio Squillaci

Come Galilei non ha mai scritto: «Eppur si muove» e in nessun luogo delle opere di Machiavelli si trova:  «Il fine giustifica i mezzi», allo stesso modo Voltaire non ha mai scritto né detto «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». E allora da dove nasce questa leggenda metropolitana?

Ricordo che il giornalista televisivo Sandro Paternostro,  vanesio e inconcludente (e anche palermitano, fatto che dal mio punto di vista di catanese è una conferma della labilità intellettuale dei panormiti ),  colui che ha impostato definitivamente, anche per chi l’ha succeduto,   il “canone”  delle corrispondenze televisive da Londra sulla filiera tematica cappellini-della-regina-mostre-canine-e-via-minchionando  (e tutta l’Inghilterra di Hume e di Dickens, del Labour e di Shaw che vada a farsi benedire) amava ripetere questa formula nel  programma televisivo “Diritto di replica” di qualche decennio fa.

Ancora oggi viene ribattuta con grande enfasi e magnanimità citrulla tutte le volte che si fa mostra di elegante tolleranza nei confronti del proprio avversario. Essa è tanto pregna di un fair play vanitoso quanto logicamente destituita di senso solo se ci si pone a pensare che se concediamo al  nostro avversario la libertà di poter dire tutto, anche l’intenzione di uccidere, noi o altri, egli da una parte lo farebbe di già e molto prima che noi ci immoliamo per  consentirgli di dirlo, oppure  lo farebbe col nostro consenso.  L’idea di tolleranza non può che partire da un “minimo etico” e non può non essere che reciproca, ovviamente, ma non può ammettere nell’interlocutore idee di sterminio o altri abomini,  che pertanto  nessuno, e per giunta a sacrificio della propria vita, può consentire di dire ad alcuno. Se infatti si deve essere tolleranti coi tolleranti, viceversa non si può essere che intolleranti con gli intolleranti.

Ma tagliando corto, il signor di Ferney non ha mai detto simile frase. Come mai allora gliela si attribuisce?
La sola versione nota  di questa  citazione è quella della scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it.», The Friends of Voltaire, 1906, ripresa anche nel successivo Voltaire In His Letters (1919).
Per chiudere la storia  di questa falsa citazione, Charles Wirz, Conservatore de “l’Institut et Musée Voltaire” di Ginevra, ricordava nel 1994, che Miss Evelyn Beatrice Hall,  mise, a torto, tra  virgolette questa  citazione in due opere da lei dedicate all’autore di «Candido», e riconobbe espressamente  che la citazione in questione non era autografa di Voltaire, in una lettera del  9 maggio  1939,  pubblicata  nel 1943 nel   tomo LVIII  dal titolo “Voltaire never said it” (pp. 534-535) della rivista “Modern language notes”, Johns Hopkins Press, 1943, Baltimore.

Ecco di seguito l’estratto della lettera in inglese:
«The phrase “I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it” which you have found in my book “Voltaire in His Letters” is my own expression and should not have been put in inverted commas. Please accept my apologies for having, quite unintentionally, misled you into thinking I was quoting a sentence used by Voltaire (or anyone else but myself).» Le parole  “my own” sono messe in corsivo intenzionalmente da  Miss Hall nella sua lettera.

A credere poi a certi commentatori (Norbert Guterman, A Book of French Quotations, 1963), la frase starebbe anche in una lettera  del  6 febbraio 1770 all’abate  Le Riche dove Voltaire direbbe :
«Monsieur l’abbé, je déteste ce que vous écrivez, mais je donnerai ma vie pour que vous puissiez continuer à écrire.» Peccato  che se si consulta la lettera citata, non si troverà né tale frase e nemmeno il concetto. Essendo breve tale lettera, è meglio citarla per intero e scrivere la parola fine su questa leggenda.

A M. LE RICHE,
A AMIENS.
6 février.
Vous avez quitté, monsieur, des Welches pour des Welches. Vous trouverez partout des barbares têtus. Le nombre des sages sera toujours petit. Il est vrai qu’il est augmenté ; mais ce n’est rien en comparaison des sots ; et, par malheur, on dit que Dieu est toujours pour les gros bataillons. Il faut que les honnêtes gens se tiennent serrés et couverts. Il n’y a pas moyen que leur petite troupe attaque le parti des fanatiques en rase campagne.
J’ai été très malade, je suis à la mort tous les hivers ; c’est ce qui fait, monsieur, que je vous ai répondu si tard. Je n’en suis pas moins touché de votre souvenir. Continuez-moi votre amitié ; elle me console de mes maux et des sottises du genre humain.
Recevez les assurances, etc.

Ma ormai la frase di Miss Hall aveva varcato l’Atlantico e dopo un piccolo rimbalzo nei circoli ristretti dei liberal era entrata nel formidabile circuito dei media americani, tramite il popolare  Reader’s Digest (Giugno 1934) e la Saturday Review (11 Maggio 1935).

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Editori, beceri editori…

La posta elettronica si apre inesorabile e annuncia trionfalmente 240 nuovi messaggi in arrivo. Il tempo per leggere la posta tradizionale, separare le incombenze burocratiche dalla colonna dei manoscritti. Se va bene, ci scappa anche il caffé. Finalmente l’ondata quotidiana degli inediti è pronta. Fra allegati email e plichi, sono appena venti. Giornata tranquilla.

Il primo plico si apre come una minaccia: “allego alla presente la mia opera, diffidando il destinatario da….” Come diffidando? Mi pareva che avessimo autorizzato lo scrittore a inviarci una copia del suo romanzo. Lo leggiamo, mica ce lo mangiamo. E poi se anche lo mangiassimo, con gli stipendi da fame dei redattori, sarebbe un panino in meno da pagare a mezzogiorno. A prima vista il titolo pareva accattivante. Meglio evitare rischi e rispedire subito l’intero plico, senza estrarne altri contenuti potenzialmente dannosi. L’amministrazione è tassativa: rispedire a spese del mittente. Però, davvero un peccato…

Proviamo con l’email. “Spettabile Editore, ho scritto una silloge di poesie… Lo so che voi non pubblicate poesie, però…” Però niente. A me piacciono le poesie. Mi rileggo una volta al mese l’antologia dei giovani poeti inglesi pubblicata da Einaudi negli Struzzi, vent’anni fa. Anche Einaudi, peraltro, non pubblica poesie, premi Nobel e mostri sacri esclusi. Tantomeno la casa editrice per la quale lavoro. Provo a spiegarlo. Conosco già la risposta: “Non capite un… siete i soliti venditori di carta straccia… ” Se dipendesse da me, obbligherei tutte le persone ad acquistare un libro di poesie ogni settimana. Pare che in libreria il settore sia melaconicamente deserto. Non è colpa nostra, e neppure del libraio.

Seconda mail elettronica. Spettabile editore, ho letto che siete seri, perché avete il codice isbn e il bollino Siae. Il bollino Siae? Dove l’avrà letto? Mica vendiamo cd musicali. Ah, già. E’ un errore, riportato da Il rifugio degli esordienti. Niente di grave. Una volta anche i libri riportavano il bollino Siae. Ora ben di radom e nessun editore va a chiederlo per il solo gusto di perdere tempo. Se gli scrittori ogni tanto leggessero un libro se ne sarebbero persino accorti.

Torniamo ai plichi. Il signor Alighiero Dantini ha spedito il suo romanzo. Scrive poco quando non racconta: nome e cognome, una liberatoria legale in cui assicura che il testo è proprio suo, cinque righe di curriculum, dieci righe di sinossi (ma perché non lo chiama semplicemente presentazione?). Magnifica cosa: una copia del romanzo, rilegata alla buona, ma senza fogli sparsi, persino dotata di copertina in cartoncino bianco. Un bel giallo, si capisce subito, anche perché l’ha scritto chiaramente. Proposta di titolo accattivante, forse un po’ lunga, ma non importa, testo ben impaginato, errori pochi. Finisce nel piccolo gruppo dei “librichemiripromettodileggereprimaopoi“. Dopo due ore, restera’ solo in quel mucchietto, mentre gli altri plichi si accumuleranno nello scatolone della raccolta carta.

Si profila una luminosa carriera per questo orfanello.

Più che luminosa: nella pausa di pranzo decido di portarlo fuori con me e di dare una prima scorsa. Davvero niente male. Peccato quel verbo volgare: lo usasse in senso proprio, cioè per “spazzare i pavimenti”, non ci sarebbero problemi. Un segno rosso e un’annotazione. Ci penserà un altro redattore, a convincere l’autore della necessità di correggere, se vuole che l’opera sia pubblicata da noi.

Secondo caffé della giornata ed ecco spuntare l’amministratore delegato. “Cosa leggi?” Finale a sorpresa: il manoscritto finisce nella sua borsa. Se lo leggerà per puro piacere, questa sera. Questo libro sembra davvero nato sotto una buona stella. Così buona che appena rientrato mi metto subito alla tastiera, per annunciare all’esordiente Alighiero Dantini l’interesse ad approfondire la lettura e comunicare due piccole perplessità, sulle quali avremo modo di colloquiare in futuro. Meglio trattarlo bene, il Dantini, perché mi sa che la prossima settimana l’amministratore delegato poserà il manoscritto sulla mia scrivania con una noterella in rosso: pubblicabile.

Poche ore e dalla casella email si affaccia un messaggio: “Vedo che siete stati rapidi nel capire che il mio capolavoro deve essere pubblicato. Come vi permettete di pensare anche solo lontanamente accettare proposte di correzioni, inutili larve redazionali?”

“Veramente, signor Dantini, era solo una proposta. Siamo ancora lontani dalla decisione di pubblicare. Quanto alle correzioni, pur rispettando il suo estro creativo, permetterà all’editore, che paga di tasca sua e pagherà a lei i diritti d’autore, di esprimere un’opinione?”

Risposta. Se finora abbiamo scherzato, esagerando un poco, ora vi confesso la verità: questo è un resoconto vero. Non è un racconto di fantasia. E quella che segue, parola per parola, senza i riferimenti personali, nel rispetto della riservatezza personale, è la risposta del signor Alighiero Dantini. Ottimo scrittore; ma scrittore, almeno per questa volta, mancato: “Come sospettavo a Lei della qualità narrativa non importa un fico secco. Lei guarda le idee politiche espresse in un testo (…) e questo è un fatto che mi ricorda il Tribunale dell’Inquisizione (…) Getti pure nella spazzatura il mio romanzo: dal suo punto di vista non merita altro.”

Peccato. Davvero peccato per il signor Dantini. Peccato perché questa mattina, entrando in redazione, c’era un manoscritto in un angolo. E sopra, in rosso, un appunto dalla calligrafia inconfondibile.

Piccoli consigli: il curriculum dello scrittore

Ebbene sì, il vostro capolavoro letterario è giunto a compimento. Vi preparate a inondare a raffica le redazioni delle case editrici di email con relativo allegato e naturalmente insieme all’opera dovrete inviare anche la fatidicasinossi e il vostro curriculum personale.

Della sinossi, questa parolaccia, parleremo in un’altra occasione. Oggi ci concentriamo sul curriculum. Altro non è che quella breve, anzi brevissima, presentazione dell’autore che dovrà comparire nella quarta di copertina, in genere in basso, poco sopra il prezzo e il codice isbn.

Vediamo qualche esempio?

Questo è un esempio di come non dovrebbe essere scritta la presentazione dell’autore di un romanzo. Naturalmente, è un esempio di come usualmente, invece, viene fatta e trasmessa…

Mariuccio Codipopo è nato il 31 febbraio 1925 a Frezza di Mezzo, frazione di Pietra Tozza. Sposato due volte, con quattro figli e due cognati, ha lavorato come trapanatore di buchi nell’acqua in una fabbrica per tutta la vita. Il suo sogno però era scrivere un romanzo e finalmente c’é riuscito dopo la pensione. Ne è nato questo capolavoro dal titolo “Avevo la dentiera ma l’ho persa”. Prima del romanzo aveva scritto dodici poemi in cinese approssimativo dedicati al suo cane.

Naturalmente si scherza. Proviamo però a riscrivere con un poì di creatività il medesimo curriculum…

Mariuccio Codipopo (1925), una vita avventurosa dedicata a mestieri impossibili e una passione per la scrittura ironica, coltivata nel riserbo per decenni. “Avevo la dentiera ma l’ho persa” è la sua opera prima, e, facendo gli scongiuri, l’autore spera non postuma.

Primo risultato: il curriculum sta in quattro righe, secondo, sembra che Mariuccio in fondo sia un personaggio interessante e che quindi valga la pena di leggere il suo libro.

Rifacciamo lo stesso gioco con l’autore di un saggio

Pippetto Altotacco, docente universitario, è titolare della cattedra di decolorazione delle castagne grosse presso l’Università di Pratoinnevato, dove ha entusiasmato i suoi studenti. Ha insegnato inoltre “Tecniche applicate della rimozione delle protuberanze marcescenti” presso il Master di Medicina selvaggia di Ukala in Polinesia. Ha pubblicato il saggio “I lamellibranchi in California, allignano?” e l’opera in tre volumi “Teoria e pratica della produzione di strumenti per la nettatura del foro anale”. In questo libro affronta riassume le sue competenze sui molluschi e sull’igiene.

Proviamo a riscriverlo? Vediamo un po’

Pippetto Altotacco insegna smarronamento all’Università. Esperto internazionale di brufoli, ha pubblicato saggi specialistici sulle cozze e sulla carta igienica. In questo libro spiega come pulire il sedere alle arselle.

Neh che è una cosa più comprensibile?

Un altro esempio scherzoso per un ipotetico autore di “Teoria della seduzione con biada”

Mario von Ippus, nato nel 1235 a Siena, di professione cavallo, ha pubblicato saggi di scienza sull’addestramento dei fantini e corsi di canto equino. All’attività di esperto saltatore di ostacoli affianca una passione per le giumente, che ha trasposto in questo nuovo saggio

Se volete provarci ridendo, vedrete che la prossima volta che invierete un manoscritto attirerete l’attenzione più che con una pagina intera di notizie inutili.

 

Piccoli consigli: la sinossi

Dopo il curriculum dello scrittore, l’altro incubo di chi propone il proprio manoscritto a una casa editrice è la sinossi.

Per sinossi si intende il compendio (riassunto) di un’opera che permette di poter avere quasi sott’occhio, o comprendere con un’occhiata, le parti più importanti di essa

Le regole variano da casa editrice a casa editrice. Per Daniele Bonfanti, ad esempio, deve essere lunga circa due cartelle. Per noi, invece molto meno. Non abbiamo tempo di leggere due cartelle. Una basta e avanza.

Lo sappiamo bene che condensare in una sola cartella, venti righe al massimo, una trama intera appare impresa ardua. Di più ancora, se considerate che in quelle venti righe dovrete anche farci apprezzare l’intreccio, l’ambientazione e la capacità di descrizione dei personaggi.

D’altra parte, se volete diventare scrittori, dovete sapere ANCHE come si fa una sinossi. Non sapete? Ah, dura la vita.

Vediamo dunque qualche esempio in positivo e qualche, immaginario, esempio da NON imitare.

Questa non è una sinossi televisiva, ma cinematografica. Secondo alcuni sono due cose completamente diverse. Ora capiremo anche perché.

Potere, soldi e sangue. In un mondo apparentemente lontano dalla realtà, ma ben radicato nella nostra terra, questi sono i “valori” con i quali gli abitanti della provincia di Caserta, tra Aversa e Casal di Principe, devono scontrarsi ogni giorno. Quasi sempre non puoi scegliere, quasi sempre sei costretto a obbedire alle regole del Sistema, la Camorra, e solo i più fortunati possono pensare di condurre una vita “normale”.

Gomorra è un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate – pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi – arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde – dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi – che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere, ma testimoniano utopie farneticanti.

A differenza della sinossi cinematografica, quella editoriale deve essere completa. Deve raccontare tutta la storia, compreso il finale. All’editore interessano tutte le parti del manoscritto e non deve essere preso come un “lettore interessato” a cui non si deve svelare come va a finire il libro. Se dobbiamo pubblicare un testo, dobbiamo capire come va a finire la storia, quale messaggio è sotteso, se ci sono tesi nel saggio e così via.

Proviamo dunque insieme:

In questo libro è narrata la storia di due ragazzi che si amano. Ambientata nella Lombardia del diciassettesimo secolo, durante l’occupazione spagnola, la storia è una pretesto per raccontare le vicende storiche del tempo e insieme per lanciare un messaggio ai lettori dell’Ottocento, perché comprendano il valore della Patria e della Famiglia. I due giovani saranno ostacolati da un potente locale e saranno costretti a separarsi, vivendo avventure rischiose, rapimenti, fughe, ma grazie all’aiuto di un monaco e complice l’epidemia di peste scoppiata proprio in quegli anni, riusciranno alla fine a riunirsi e a costruire una famiglia, pur se in esilio. Il potente cattivo e i suo sgherri finiranno per morire a causa dell’epidemia di peste.

Un po’ noiosetta la storia, che ne dite? Figuratevi come avrebbe potuto entusiasmarsi un eventuale editore se gli fosse stata propinata una simile sinossi.

Proviamo allora ad abbozzarla in modo un poco più moderno…

Due giovani popolani nello scenario violento dell’Italia del Seicento, durante l’occupazione spagnola. Un parroco pavido e un feudatario potente che vorrebbe trasformare la ragazza nella sua amante e, dietro di lui, un panorama umano di monache corrotte e assassini prezzolati.

Avventure rischiosi, rapimenti, fughe rocambolesche con l’aiuto di un monaco. Sullo sfondo la tragedia della peste.

Forse abbiamo esagerato. Anzi, sicuramente abbiamo esagerato, trasformando un classico della letteratura in un romanzo d’appendice. Ma l’effetto pugno nello stomaco l’abbiamo ottenuto. Non è detto che il redattore gradisca, ma è certo che il riassuntino precedente lo avrebbe scartato. Talvolta occorre saper rischiare.

Voi cosa ne pensate?

Restaurare per chiudere? Troppo spesso i tesori d’arte del nostro territorio restano inaccessibili al pubblico

Quasi impossibile contattare i depositari delle chiavi di chiese con importanti cicli murali

Con una felice intuizione, Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, ha definito l’Italia, dal punto di vista artistico: museo diffuso.
Solo nel nostro Piemonte sono migliaia le chiese, santuari, cappelle contenenti affreschi, tele, statuaria di pregio. Per rimanere nel campo degli affreschi nel saluzzese, nel monregalese e nel canavese troviamo centinaia e centinaia di cicli sconosciuti e, purtroppo, irraggiungibili ai più. Ma la cosa più dolorosamente assurda è il fatto che si spendono soldi per restaurare testi figurativi in cappelle che poi rimarranno chiuse per anni, accelerando il degrado dell’opera di valenti, talvolta celebri restauratori.
Nel lungo lavoro di ricerca compiuto per scrivere il mio “Arte e devozione popolare in Piemonte nell’autunno del Medioevo”, ho percorso in lungo e in largo la nostra regione alla ricerca delle chiavi di santuari e cappelle con esiti talvolta comici talaltra drammatici.
I depositari delle chiavi di chiese con importanti cicli murali sono i più inusitati. Non solo parrocchie ma: ristoranti, bar, tabaccherie, panetterie, proloco, masserie, segherie, ecc. Potrei scrivere un altro libro raccontando di essere stato costretto a fare “prostituzione e accattonaggio” per reperire le agognate chiavi. Solo recentemente, in un paese del monregalese per ottenere le chiavi di una cappella dove si trova l’unico ciclo firmato (da ciò l’importanza) di un misterioso maestro quattrocentesco chiamato Frater Henricus; sono stato sbattuto ai quattro cantoni del paese come un ebreo errante. La chiave l’aveva il sindaco. Vado dal sindaco ma mi dice che l’ha data al vicesindaco, ma quest’ultimo non la possiede più perché l’ha consegnata al presidente della pro-loco il quale è assente: si trova, dice un vicino, a Mondovì. Amareggiato da tanto inutile girovagare a vuoto, vado a prendere un caffè in un bar dove, finalmente un avventore gentile telefona al possessore della chiave il quale telefona ad una signora che poi mi apre la chiesa. È ancora andata bene. Altre volte fai centinaia di chilometri per nulla.
A Villafranca Piemonte, per poter accedere allo straordinario ciclo di Dux Aimo, magistralmente restaurato, salvo alcuni giorni di apertura all’anno, bisogna conoscere l’ubicazione della famiglia che detiene la chiave. Ancora più arduo accedere al magnifico ciclo attribuito allo Pseudo Jacobino Longo della cappella di San Bernardino a Lusernetta o alle rare “Storie dei Santi Vittore e Colonna” nella chiesa omonima di Rivalta Torinese.
Stessa situazione per il vasto, splendido ciclo (il più completo in Piemonte sulle “Storie di Gesù”) a San Maurizio Canavese, o per la cappella di San Pietro a Pianezza che custodisce preziosi affreschi del Jaquerio. Così per la chiesa di San Pietro ad Avigliana: un’autentica chiesa-museo con diversi pregiati cicli di affreschi, così per la chiesa di San Francesco a Cuneo cui mi sono recato decine di volte senza mai poter ammirare gli affreschi di Pietro da Saluzzo, così per la cappella di San Giovanni ai Campi di Piobesi che vanta, tra gli altri, affreschi di epoca ottomana. Potrei continuare per pagine e pagine. Il risultato è sempre lo stesso: se non conosci gli arcani percorsi per ottenere le chiavi, non puoi accedere alle meraviglie del “museo diffuso” piemontese.
Possibile che i comuni non possano consorziarsi, formando un nucleo di giovani guide che permettano l’accesso ai siti almeno uno o due giorni alla settimana? È deludente constatare che gli Enti Locali sono più interessati alle varie sagre (del peperone, della costina, della bagna-caoda, ecc) che al loro prezioso patrimonio artistico culturale.

Aldo Rosa

Addio Ray Bradbury, grande sognatore

Era una mattina tranquilla e la città era ancora avvolta nel buio, infilata a letto. Il tempo diceva che era estate: il vento aveva quel certo tocco e il respiro del mondo era lungo, caldo e lento. Bastava alzarsi e sporgersi dalla finestra per sapere che questo era il primo giorno di libert e di vita, il primo mattino d’estate. Douglas Spauding, dodici anni, appena sveglio, lasciò che l’estate lo cullasse nel flusso pigro dell’alba

L’erba sussurrava sotto il suo corpo. Douglas abbassò il braccio sentendo il solletico dell’erba sulla pelle e più lontano le dita dei piedi si flettevano nelle scarpe. Il vento soffiava intorno alle orecchie che parevano diventate conchiglie.
I fiori erano soli, chiazze di cielo cadute in mezzo ai boschi. Gli uccelli scattavano come sassi lanciati nel vasto stagno rovesciato del cielo. Gli insetti volavano con chiarezza elettrica
Sono vivo sul serio, pensò. Non l’ho mai saputo prima e se l’ho saputo l’ho dimenticato.
Pensaci! Hai dodici anni e te ne accorgi solo adesso…
Ray_Bradbury
Sono le parole di Ray Bradbury, il grande scrittore statunitense, morto oggi, 6 giugno 2012. Le abbiamo tratte da quello che consideriamo il suo capolavoro assoluto,”L’estate incantata”, una sorta di autobiografia sognante risalente al 1957. Ray Bradbury, l’inventore delle “Cronace marziane” e di “Farenheit 451″ avrebbe compiuto fra poco 92 anni.
I suoi sogni ci hanno accompagnato, il suo modo di concepire la scrittura, di strutturare il romanzo ha ispirato e ispira la nostra redazione. I “vecchi” di Bradbury rimarranno scolpiti nella storia della letteratura, eterni.

Lei era in camicia da notte e sedette accanto a lui, sull’altalena; non era magra come diventano le ragazze a diciassette anni, se nessuno le ama; non era grassa come diventano le donne a cinquant’anni, se nessuno le ama. Era proprio giusta, tonda e soda, come sono le donne a qualunque età, pensò suo marito, se non dubitano di essere amate.

Purtroppo, questo libro è al momento irreperibile.
In compenso, non riuscirete a trovare in libreria neppure “Molto dopo mezzanotte“.

L’ambulanza della polizia salì in cima alla scogliera all’ora sbagliata. È sempre l’ora sbagliata quando si muove l’ambulanza della polizia, dovunque vada, ma in questo caso era particolarmente sbagliata perché era molto dopo mezzanotte e nessuno riusciva a immaginare che sarebbe tornato il giorno, perché così diceva il mare che si infrangeva sulla spiaggia senza luce sotto la scogliera, e così confermava il vento che soffiava gelido e salato dal Pacifico, mentre la nebbia che oscurava il cielo e spegneva le stelle dava l’annuncio finale, muto ma devastante. Gli elementi dicevano che erano lì da sempre, mentre l’uomo, che era appena comparso, presto se ne sarebbe andato. In quelle circostanze, per gli uomini radunati sulla scogliera accanto alle loro automobili con i fari accesi o impugnando torce elettriche era difficile sentirsi veri, intrappolati com’erano fra un tramonto che ricordavano appena e un’alba che non si potevano immaginare.

Il suo libro più celebre resta ovviamente Farenheit 451. Che finisce così:
E la guerra cominciò ed ebbe fine nello stesso istante.
In seguito, gli uomini che si trovavano in quel momento con Montag non poterono dire sinceramente se avevano visto, o no, qualche cosa.
Videro, forse, un lievissimo giuoco di luce, un impercettibile fremito in cielo. Forse erano le bombe, e i reattori, a sedicimila metri, ottomila metri di quota, tremila metri, milleseicento metri d’altezza, per un rapidissimo istante, come semente sparsa per il cielo da un’immensa mano seminatrice, e le bombe che, in diagonale, con paurosa rapidità, e insieme con un’improvvisa lentezza, piombavano giù sulla città antelucana che avevano appena finito di sorvolare. Il bombardamento era sotto ogni aspetto compiuto, una volta che i reattori avessero avvistato l’obiettivo, dato l’allarme ai bombardieri di far rotta su di esso a ottomila chilometri all’ora; con la stessa rapidità di una falce che cala frusciando, la guerra era finita.
Sganciate le bombe, era conchiusa. Ora, dopo tre secondi al massimo, di tutti i brevi tratti di tempo della storia, prima che le bombe colpissero, le stesse aeronavi nemiche avevano già fatto metà del giro del mondo visibile, come proiettili che un selvaggio isolano poteva non credere veri, perché invisibili; ma il cuore viene frantumato ad un tratto, il corpo precipita a strattoni interrotti e il sangue è come sbalordito di ritrovarsi in libertà all’aria aperta; il cervello sparpaglia i suoi scarsi ricordi preziosi e, istupidito, muore.
Era una cosa difficile a credersi. Non era che un atto. Montag vide il mulinello di un gran pugno ferrato sulla città lontana, indovinò l’ululo acuto dei reattori che stavano per sopraggiungere; dei reattori urlanti, dopo: “Distruggi, non lasciar pietra su pietra, perisci. Muori!” Montag trattenne le bombe, lassù, per un solo istante, col pensiero e le mani disperatamente brancolanti verso il cielo, a sorreggerle.
«Fuggi!» gridò a Faber. E a Clarisse: «Fuggi!».
A Mildred disse: «Scappa, scappa dalla città!».

[…]
Lo spostamento d’aria si abbatté sopra il fiume, spazzandone le rive, rovesciò gli uomini come pezzi di domino in fila, e sollevò l’acqua in spruzzi salienti, e alitò polvere e indusse gli alberi, sopra, a un murmure cupo, con un gran vento fuggiasco verso il sud. Montag si spiaccicava contro il suolo, facendosi il più piccino possibile, gli occhi chiusi. Batté le palpebre una sola volta. E in quell’istante vide la città, invece delle bombe, nel cielo. Queste e quella avevano cambiato posto. Per un altro di quegli istanti impossibili, la città rimase, ricostruita e irriconoscibile, molto più in alto di quanto avesse mai sperato o tentato di essere, più alta di come l’uomo l’aveva eretta, torreggiante alla fine, in nodi gottosi di cemento sfracellato, e faville di metallo infranto, in un’altissima muraglia sospesa come una valanga capovolta, un milione di colori, un milione di cose assurde, una porta dove avrebbe dovuto essere una finestra, una cima in luogo di un fondo, un retro invece di un davanti, e a un tratto la città si girò dall’altra parte e precipitò morta.
Il rantolo della sua morte arrivò poi.
Montag, disteso bocconi, gli occhi insabbiati dalla polvere, con un sottile e umido cemento di polvere nella bocca ora chiusa, ansimando e piangendo, si disse nuovamente: ‘Mi ricordo, mi ricordo, mi ricordo qualche altra cosa, ma quale? Parte dell’Ecclesiaste e dell’Apocalisse. Parte di quel libro, una parte almeno, presto, prima che scompaia di nuovo, prima che la scossa si dilegui, prima che il vento muoia. Libro dell’Ecclesiaste. Ecco qua’. Se lo ripeté in silenzio, disteso bocconi sulla terra tremante, ne recitò le parole più volte ed esse erano perfette, ora, senza Dentifricio Denham, era semplicemente il Predicatore stesso che se ne stava tutto solo, ritto nella sua mente, e lo guardava…
[…]
Montag si levò a sedere.
Ma non si spinse oltre. Gli altri fecero altrettanto. Il sole stava sfiorando l’orizzonte nero con un orlo lievemente rossastro. L’aria era fredda e sapeva di pioggia vicina.
In silenzio, Granger si levò, si palpò le braccia e le gambe, imprecando, imprecando di continuo tra i denti, mentre le lagrime gli rigavano il volto. Si spinse con passo strascicato verso il fiume, per guardare a monte.
«Tutto spianato, raso al suolo», disse, dopo un lunghissimo tempo. «La città sembra un sacco di farina rovesciata. Non esiste più.» E dopo un altro lunghissimo silenzio: «Sarei curioso di sapere quanti erano coloro che se l’aspettavano? quanti sono stati colti di sorpresa?».

[…]
«Ora, risaliamo il fiume» disse Granger. «E ficcati bene in capo una cosa: tu non sei importante. Tu non sei nulla. Un giorno, il fardello che ognuno di noi deve portare può riuscire utile a qualcuno. Ma anche quando avevamo libri a nostra disposizione, molto tempo fa, non abbiamo saputo trarre profitto da ciò ch’essi ci davano. Abbiamo continuato come se niente fosse ad insultare i morti. Abbiamo continuato a sputare sulle tombe di tutti i poveri morti prima di noi.
Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: “Noi ricordiamo”. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra. Vieni, ora. Per prima cosa provvederemo alla costruzione di una fabbrica di specchi, perché dovremo produrre soltanto specchi per almeno un anno, tutti specchi, dove ci converrà guardare, lungamente.»
Finirono di mangiare e spensero il fuoco. La giornata si faceva sempre più luminosa intorno, come se a una lampada rosata fosse stato allungato lo stoppino. Sugli alberi, gli uccelli ch’erano volati via in gran fretta, ora tornavano a rifare il nido.
Montag si pose in cammino; dopo qualche istante si accorse che gli altri erano rimasti indietro, nella loro marcia verso il settentrione.
Si stupì, e si fece da parte, per lasciar passare Granger, ma Granger, fissandolo, gli fé cenno col mento di proseguire. Montag riprese a camminare. Guardava, camminando, il fiume, il cielo, le rotaie arrugginite che andavano a perdersi, a valle, tra le fattorie, là dove i fienili rigurgitavano di fieno, là dove tanti uomini erano passati nottetempo, in viaggio, via dalla città. Fra qualche tempo, un mese o sei mesi, certo non più di un anno, lui sarebbe ritornato a camminare in quel punto, solo, e avrebbe continuato la marcia fino a quando non avesse raggiunto altra gente.
Ma ora lo attendeva una lunga passeggiata mattutina fino al mezzodì, e se gli uomini tacevano, tacevano perché c’era da pensare a ogni cosa e molto da ricordare. Forse, un po’ più avanti nella mattina, quando il sole fosse stato alto nel cielo e li avesse riscaldati, avrebbero cominciato a chiacchierare, o semplicemente a dire le cose che ricordavano, perché, non c’era dubbio, essi erano ben là, ad accertarsi che molte cose fossero al sicuro entro di loro. Montag sentiva il lento rimuoversi delle parole, il loro pigro ribollire.
E quando fosse venuta la sua volta, che cosa avrebbe potuto dire, che cosa avrebbe potuto offrire in un giorno come quello, per rendere il viaggio un poco più agevole? Per ogni cosa c’è una stagione. Sì. Il tempo della demolizione, il tempo della costruzione. Sì. Il tempo del silenzio e il tempo della parola. Sì, tutto questo. Ma che altro? Che altro ancora? Qualcosa, qualcosa…
“E sull’una e sull’altra riva del fiume v’era l’albero della vita che dava dodici specie di frutti, rendendo il suo frutto per ciascun mese; e le fronde dell’albero erano per la guarigione delle genti.”
Sì, pensò Montag, ‘ecco ciò che voglio metter da parte per mezzodì.
Per mezzogiorno…
Quando saremo giunti alla Città.

Il romanzo che non vogliamo; il romanzo che vorremmo

Il libro di Morgan PalmasOgni casa editrice è sommersa di manoscritti. Fatto normale, in fondo, visto che chi scrive desidera pubblicare il proprio lavoro. Di consigli agli aspiranti scrittori che desiderano pubblicare con la nostra casa editrice ne abbiamo dispensati già molti. Non è il caso di ripeterli, ma semmai di riassumerli: sì alla saggistica, ni alla narrativa, no alla poesia.Per la saggistica, ribadiamo il concetto fondamentale: cercate di capire cosa può interessare alla casa editrice che contattate. Inutile proporre manuali di informatica a un editore che predilige la filosofia o testi lontani dell’orientamento culturale che risulta evidente dalle pubblicazioni già prodotte in precedenza. Acquistare qualche libro di quell’editore e leggerlo non fa certo male. Anzitutto perché leggere ci arricchisce e nello specifico ci permette di comprendere meglio se vale la pena di proporre un proprio lavoro.Inutile dire che se per voi leggere è una fatica ben difficilmente potrete pensare che la vostra opera di scrittori sia considerata all’altezza dai redattori che dovranno esaminarla.Per quanto riguarda la poesia, lo abbiamo già detto. No. No. Ancora no. E non ci rispondete per favore che Marcovalerio Edizioni produceva anche poesia con il marchio Manifattura Poesia. Manifattura Poesia ha cessato le pubblicazioni.Questa volta ci soffermiamo invece sulla voce NARRATIVA e in particolare sul ROMANZOTanto per capirci, la voce romanzo esclude già dal novero dei manoscritti che potete proporre a questa casa editrice tutto ciò che romanzo non é:

  • fiabe
  • raccolte di racconti
  • biografie e autobiografie romanzate

Cosa intendiamo per romanzo? Wikipedia ci dà una prima definizione:

Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione.

La parola romanzo deriva dal termine francese antico romanz o roman, che è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè “parlare in lingua romanza“, vale a dire in lingua di derivazione latina.

I primi testi ad essere chiamati “romanzi” appartengono alla letteratura francese delle origini che ancora non si distingue del tutto da quella delle altre nazioni europee che hanno in comune la stessa eredità linguistica e cioè il latino.

Il romanzo si distingue dalla novella o racconto per la lunghezza e pertanto anche dalla maggiore complessità, cioè tempi più lunghi, vicende ed ambienti più elaborati, maggior numero di personaggi. Esistono comunque romanzi brevi, così come esistono racconti lunghi.

Il romanzo, a seconda delle caratteristiche distintive che si rilevano al suo interno, può essere classificato all’interno di svariati generi e, talvolta, sottogeneri o filoni.

Potrà così essere definito, e già dei colori dovreste capire quali proprio non proporci:

  • Romanzo di avventura quando le azioni e le vicende prevalgono sopra ogni altro aspetto del contenuto.
  • Romanzo picaresco in cui l’eroe di bassa estrazione si fa strada in un mondo ostile.
  • Romanzo psicologico-intimistico quando emerge in primo piano l’individuo, con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni.
  • Romanzo a sfondo sociale se si tratteggia la vita dei ceti sociali economicamente svantaggiati o si denunciano situazioni di sopruso e pregiudizio.
  • Romanzo di ambiente e di costume se si descrivono comportamenti di gruppi sociali e di individui che li rappresentano.
  • Romanzo storico se la vicenda si svolge in un periodo storico ben definito e importante per lo svolgimento dei fatti.
  • Romanzo comico-umoristico quando è condotto con un taglio che sottolinea lo stravolgimento delle situazioni normali e muove il riso.
  • Romanzo giallo (o detective story) se la trama si fonda sulla dinamica delitto-investigazione e suoi ruoli di vittima-assassino-investigatore.
  • Romanzo fantastico (o fantasy) se la trama prevede l’interazione con mondi o caratteri che vanno oltre il reale, spesso fondati in una dimensione a-storica e mitica.
  • Romanzo gotico, se l’ambientazione è generalmente situata in epoca medioevale e i personaggi sono cupi e tormentati, vittime di un destino oscuro che li sovrasta e ne determina la tragica fine o il triste fallimento.
  • Romanzo di fantascienza, quando la storia è ambientata in un futuro più o meno prossimo, in cui viene proiettato nella società l’impatto di innovazioni scientifiche e tecnologiche.
  • Romanzo dell’orrore (o horror) se la storia narra di eventi sovrannaturali che coinvolgono i personaggi in eventi e situazioni angoscianti e terribili, volte a creare paura nel lettore.
  • Romanzo di fantapolitica se il tema è l’ipotetica organizzazione di uno stato o le conseguenze di ideologie, con una trasposizione in chiave fantastica, oppure proiettando elementi storici in un ipotetico futuro, o ancora descrivendo una storia alternativa a quella conosciuta (ucronia).
  • Romanzo di spionaggio (spy-story) quando dominano sulla scena i conflitti tra agenti segreti di servizi di vari paesi (spesso CIA e KGBdurante la guerra fredda).
  • Romanzo rosa se è orientato al sentimentalismo.
  • Romanzo storico sentimentale quando le vicende sentimentali e romantiche dei personaggi sono collocate in un rigoroso e preciso quadro storico e di costume.
  • Romanzo nero (o noir) se è orientato alla violenza.
  • Romanzo epistolare quando le vicende dei personaggi sono trasmesse con l’espediente del carteggio epistolare.
  • Romanzo in forma di diario quando le vicende dei personaggi sono trasmesse con l’espediente del diario.
  • Romanzo didattico, quando il romanzo è un pretesto per impartire insegnamenti.
  • Romanzo di formazione, quando l’attenzione è rivolta alla evoluzione del personaggio verso la maturità e l’età adulta.
  • Romanzo filosofico quando il romanzo è un pretesto per trasmettere dei concetti filosofici.
  • Romanzo d’appendice, così chiamato perché pubblicato una volta “in appendice”, a puntate, sui quotidiani e che dovendo sollecitare la curiosità del lettore fino al numero successivo, presenta una trama ricca di colpi di scena e di episodi ad effetto.
  • Romanzo fiume se affronta, all’interno dello stesso testo, storie lunghissime di intere famiglie o gruppi sociali.
  • Romanzo ciclico se appartiene a un gruppo di romanzi diversi, ciascuno a sé stante, ma legato agli altri dall’ambiente e dai personaggi.
  • Romanzo feuilleton, in origine romanzo pubblicato a puntate su di un quotidiano, spesso basato su forti sentimenti, casi sfortunati e intricate vicende.
  • Nouveau Roman, grosso modo tra gli anni cinquanta e settanta del Novecento.
  • Romanzo d’analisi che mette in mostra tutte le sfaccettature del sentimento e le pulsioni dell’inconscio.
  • Romanzo naturalista e verista, una descrizione oggettiva e quasi fotografica della realtà.
  • Romanzo thriller, caratterizzato da una forte tensione e colpi di scena, può manifestare contemporaneamente peculiarità proprie a più generi quali: azione, giallo, intrigo spy-story e fantapolitica.
  • Iperromanzo, quando l’obiettivo è superare i normali limiti del romanzo, ad esempio realizzando la contemporaneità delle azioni, oppure fornendo al lettore la possibilità di effettuare delle scelte.
  • Romanzo ipertestuale, romanzo realizzato tramite ipertesto o comunque non vincolando la lettura alla sequenzialità delle pagine.
  • Graphic novel, romanzo a fumetti.
  • Metaromanzo

Come vedete, sono molte le righe rosse in questo elenco. Bene, se la vostra opera rientra in una classificazione che abbiamo evidenziato in rosso, spiacenti, lasciate stare.

Leggete a questo punto quanto scritto ne

Il romanzo che vorremmo

Nelle righe precedenti abbiamo delineato in modo sommario quali generi di romanzi non siamo interessati a valutare.Non siamo interessati significa, per favore. non spediteli neppure. Almeno non spediteli a noi.

Molte case editrici prediligono generi narrativi specifici. Per scelte commerciali o culturali. Se avete scritto un giallo o un noir, ad esempio, potete tentare di proporlo a Fratelli Frilli di Genova, che ha una collana dedicata. Presso Mursia troverete probabilmente ascolto per romanzi di taglio intimista o erotico. Las Vegas di Torino è sicuramente la casa editrice adatta a prendere in considerazione opere di narrativa indirizzate ad un pubblico di lettori fra i 13 e i 19 anni.

La collana Harmony pubblicata da Mondadori è sicuramente quella adatta per proporre opere sentimentali rivolte ad un pubblico femminile. Senza trascurare un altro grande editore italiano, Sonzognoche pubblica i capolavori di Liala.

Marcovalerio non pubblica questo tipo di opere. Perché? Potremmo dirvi che abbiamo un progetto culturale diverso o semplicemente che gli editori citati nelle righe soprastanti lo fanno sicuramente meglio.

La mancata canguraQuale romanzo vorremmo ricevere, dunque?

Premesso che Marcovalerio pubblica pochissime opere di narrativa, non più di due o tre l’anno, la collana tascabile I BOXER è chiusa. Questo significa che non sono previste nuove pubblicazioni in questa collana, i cui titoli restano a catalogo ma non saranno affiancati da nuove opere.

L’unica collana di narrativa aperta è I FAGGI, La collana ospita opere classiche di grandi autori e opere contemporanee, con preferenza di scrittori già pubblicati anche se meno noti al pubblico.

I romanzi che prendiamo in considerazione devono avere alcune caratteristiche fondamentali e irrinunciabili:

  • nella storia deve accadere qualcosa
  • devono essere ambientati rigorosamente in un territorio noto all’autore, definito e dettagliato

Nella storia deve accadere qualcosa

Cosa significa? Niente storie intimiste, introspettive, di analisi psicologica. Riceviamo spesso proposte di storie nelle quali “il personaggio svolge un percorso di analisi introspettiva che lo porterà a maturare…”  eccetera eccetera. Il romanzo che siamo disposti a valutare ha un inizio, uno svolgimento, un termine. Riteniamo che i lettori amino sentirsi raccontare storie nelle quali i personaggi affrontano avvenimenti significativi, siano essi straordinari o quotidianamente ordinari, ma tali da giustificare un racconto. Ciascuno dei nostri collaboratori si sveglia al mattino, si lava, esce di casa, va al lavoro, incontra qualcuno e magari si è innamorato una o più volte nel corso della vita. Ciononostante non riteniamo che queste avventure siano in linea di massima interessanti. Talvolta, invece, possono accadere cose fuori dall’ordinario. Un incontro, un avvenimento storico o personale, possono mutare la vita di un personaggio. Creare il romanzo. E su queste storie, purché l’avvenimento non sia un drago fantasy, un’astronave fantascientifica o un truculento delitto noir, ci intratterremo con piacere.

Qualche spunto? Naturalmente. Rigorosamente tratti da libri che abbiamo scelto di pubblicare e naturalmente vi invitiamo a leggere.


Il ritrovamento di una pala d’altare, attribuita al Cerano, offre alla scrittrice il pretesto per ricostruire un giallo d’epoca, intersecando abilmente documenti storici e persino dialoghi tratti da scritti originali, con la fantasia narrativa. Chi ha ucciso l’ufficiale francese le cui sembianze sono state riprodotte nella Decollazione di San Giovanni Battista?

Dalla presentazione de Il quadro di Cheglio di Laura Tirelli

 

Un’estate incantata, al confine tra l’infanzia e la pubertà, quando ancora la curiosità non travalica i finestrini di un treno che viaggia soltanto per fermate, simboliche. Due mondi vicini per tradizioni e cultura, ma ancora fra loro incapaci di comunicare, verranno a misurarsi reciprocamente attraverso i drammi delle alluvioni, dell’emigrazione e della povertà, ma anche dei valori comuni di solidarietà e responsabilità.

Dalla presentazione de La mancata cangura di Vilma Ramella

 

Da qualche tempo però aveva un pensiero nella testa: ora aveva raggiunto i diciotto anni, lavorava peggio di una bestia e non aveva ancora la bici.
Così una volta che sia lui che suo padre stavano appoggiati al manico della zappa per asciu-garsi il sudore tirò la pietra.
“Tutti i miei amici hanno la bicicletta – disse piano – adesso è ora che anch’io cominci a portarmi alle feste e sono troppo grande per farmi menare dagli amici sul tubo: che figura ci faccio davanti alle figlie?”

Da La bici di Matteo, di Aldo Rosa

 

Ora è il momento di far parlare la musica. Salgo con un balzo sul podio. Si fa strada il silenzio.
Osservo l’orchestra.Sono tutti schierati. Un mio cenno col viso. Ebbene sì, siamo pronti: così paiono dirmi. Bene, ci siamo. Finalmente.Dispiego verso di loro la mano sinistra e la bacchetta stretta tra il pollice, l’indice e il medio della destra.
Pronti gli archetti sui violini, viole, violoncelli e contrabbassi: un rumore sottile e dolce. Si comincia.

Un passaggio di Bacchetta in levare, di Achille Maccapani

 

Il romanzo deve essere ambientato rigorosamente

Scrivete sempre e soltanto di luoghi

che conoscete direttamente

e approfonditamente.

Siete cresciuti in Rhodesia come Wilbur Smith? Potete stare certi che le vostre descrizioni della savana saranno più credibili e appassionanti di quelle che ne potrebbe dare un turista.

Il sole caldo di Agrigento vi ha scaldato il sangue prima ancora che nasceste? Quando evocherete le case di Vigata i lettori sentiranno sulla nuca il calore opprimente che Andrea Camilleri sa insinuare fra le righe delle avventure di Montalbano.

Il vostro cuore pulsa al ritmo lento delle vigne nelle Langhe? Allora la vostra prosa avrà il ritmo vinoso di Cesare Pavese.

In questa redazione, non lo nascondiamo affatto, amiamo follemente il variopinto mondo californiano di John Steinbeck, le camminate partigiane di Italo Calvino, i paesaggi rurali di Alfredo Panzini, la coralità di Leone Tolstoi.

Possono bastarvi questi suggerimenti per capire qual è il romanzo che vorremmo?

Leggete, se lo ritenete, quanto scritto in cima a questa lunga pagina.

E in calce, ecco alcuni consigli di critici e redattori vicini al nostro marchio

  1. La scelta delle case editrici cui inviare un manoscritto sembra essere non di rado compiuta con spensieratezza, non capendo che si potrebbero risparmiare soldi e tempo se vi fosse alla base maggiore informazione. Lo diciamo da tempo nel nostro blog che timidamente cerca di fornire qualche aiuto a livello conoscitivo, eppure piovono sulla mail domande incredibili, manoscritti non richiesti e quant’altro.
    Una signora di recente ci ha chiesto di darle l’indirizzo d’una casa editrice seria per fare un instant book e che sia ovviamente una casa editrice che dia almeno 5000 euro di anticipo. Sono cose dell’altro mondo, non capiamo talvolta se vicende simili siano da attribuire alla presunzione o alla mera vacanza saecula saeculorum dei neuroni degli interessati.
    In ogni caso, mi sembra che Marcovalerio sia stata chiara sulle tematiche che potrebbe considerare, quanto ci vuole leggere due minuti per capire se fa al caso nostro o meno? Bah.
     
  2. La costruzione dei dialoghi è oggettivamente uno degli scogli più difficili della scrittura. Dare consigli in poche righe in un blog è difficile. Uno dei nostri collaboratori organizza occasionalmente dei corsi (tra l’altro gratuiti) per chi voglia affrontare le tematiche della scrittura. Proprio perché gratuiti non hanno mai riscosso grande successo, a dire il vero.
    Un consiglio banale, utile per chi davvero sia in difficoltà con i dialoghi, è quello di registrare una normale conversazione tra amici, senza avvisare nessuno di loro, per non renderla artificiosa e, quindi, con il loro permesso, sbobinarla pedissequamente e rileggerla con attenzione su carta. Si scoprirà come in realtà essa sia profondamente diversa dalla maggior parte dei dialoghi che leggiamo sui libri, da un lato, ma dall’altro ci offrirà spunti di riflessione sui ritmi, sulle pause, sui rilanci, aiutandoci a comprendere meglio i meccanismi che la regolano. Un simile esercizio non è fine a se stesso, ma ci aiuta ad evitare quei dialoghi artificiosi che, non di rado, rendono impubblicabile un manoscritto.
    Per eccesso, un dialogo perfetto non dovrebbe aver bisogno di specificare chi stia parlando e, tanto meno, di intervenire con precisazioni del tipo “annuì Carla”, “disse con tono sommesso Federica” o “cachinnò Cunegonda”. Tuttavia, per giungere alla pubblicabilità, ci accontenteremo di molto meno rispetto alla perfezione.
    Due pilastri da tenere sempre presenti: coerenza e verosimiglianza. Magari ne parleremo in dettaglio in un articolo del blog, quando qualcuno in redazione avrà il tempo da dedicare a un argomento così impegnativo.
    Qualche lettura? Ad esempio i dialoghi di John Steinbeck in Cannery Row o Sweet Tuesday. Surreali eppure verosimili e coerenti.
    Perché, con il vostro aiuto, non provare a riportare alcuni dialoghi celebri e mirabili per perfezione stilistica? Suggerite.