Scriptorium

La sanguisuga

Oggi vi parlo di un altro tipo umano: la sanguisuga. Tra tutte le persone negative la sanguisuga è la peggiore che possiamo incontrare sulla nostra strada.. Meglio una persona malvagia e prevaricatrice. D’altronde anche la Sanguisuga prevarica ma, anziché farlo esercitando la prepotenza, lo fa con una simulata dolcezza.

La sanguisuga è una specie di morto-vivente, uno zombie il quale, non possedendo una vita propria, succhia quella di malcapitati familiari o amici. Naturalmente questa persona non si “attacca” a chiunque: essa possiede uno speciale sesto senso nel riconoscere le persone dal cuore tenero, naturalmente predisposte a soccorrere, a sacrificarsi per gli altri. Se vogliamo evitare di trovarci senza forze e con un pugno di mosche in mano, dopo che ci siamo fatti succhiare il sangue per anni; è di vitale importanza imparare a riconoscere in tempo la Sanguisuga. Essa utilizza, per irretire le sue vittime tre armi micidiali: la lode, la lamentela, il vittimismo.

La lode viene sapientemente utilizzata per convincere l’altro di aver trovato il migliore degli amici possibile. La sanguisuga sommerge letteralmente le sue vittime di complimenti che, come si sa, fanno sempre piacere. Una volta ottenuta la fiducia per il tramite della piaggeria, la Sanguisuga riesce a mantenere l’insana relazione attraverso un uso raffinato delle altre due armi: la lamentela e il vittimismo. Essa si lamenta continuamente per ogni cosa: il tempo, le stagioni, i malanni, gli insuccessi. Attraverso il vittimismo essa produce devastanti sensi di colpa nel malcapitato, il quale raddoppierà i suoi sforzi per cercare di non scontentarla.

La relazione può andare avanti per anni, decenni finché… l’altro non capisce che la Sanguisuga pretende in continuazione ma non gli dà niente (perché non ha niente da dare a nessuno): perciò, se gli rimane ancora un barlume d’energia, finalmente se ne va.

A quel punto la Sanguisuga sviluppa contro di lui un odio implacabile e lo farà oggetto di ingiurie, invettive, dispetti pesantissimi che annichiliscono il poveraccio, il quale sarà accusato invariabilmente di alto tradimento, di non essere quello che sembrava, di ciclotimia e persino di insensibilità.

Se la Sanguisuga è una moglie riterrà il marito colpevole di essere ingrassata, delle emicranie, delle vampate di calore, dell’ipertensione, di non essere più bella come una volta, ecc. Se è un marito riterrà la moglie la causa dei suoi insuccessi professionali, delle sue defaillance sessuali, di non avere amici, ecc. Se vive un rapporto d’amicizia accuserà gli amici di trascurarla, di dimenticarsi i suoi compleanni, di non informarsi sollecitamente della sua salute, peraltro solidissima (ipocondria a parte), ecc.

Se la vittima riuscirà a tener duro sotto questo tsunami verbale, questa tempesta emotiva, potrà finalmente liberarsi della Sanguisuga, alla quale non resterà che guardarsi intorno alla ricerca di una nuova vittima.

La sanguisuga

Il radical chic

Questa settimana voglio proporre ai lettori un altro tipo umano: quello che Montanelli, con una felice intuizione chiamò radical-chic.
Il radical-chic non vive immerso in mezzo alla società: si crea una sua società ideale, ristrette cerchie di sodali, i soli che valga la pena  frequentare. In queste piccole,blindatissime corti, se c’è uno scrittore puoi giurarci che è il “miglior scrittore” esistente; così per i pittori, i musicisti, gli architetti,ecc. Al di fuori di queste enclave, domina la superficialità, la banalità, il pressappochismo, il qualunquismo. Dunque il radical-chic non è aperto a quanto succede attorno a lui: egli ha i suoi autori, i suoi musicisti, i suoi artisti, i suoi saggisti, ignorando aristocraticamente tutto il resto.
Il radical-chic, quasi sempre di provenienza extraparlamentare,
presenta due distorsioni cognitive che lo rendono elitario e spocchioso: scambia leggerezza per superficialità e semplicità per banalità.
Dunque, scambiando la leggerezza per superficialità, per il radical-chic tutto ciò che è piacevole, non è “impegnato” e quindi non è serio. Perciò, anziché amare, ad esempio, un bel film d’amore francese (di Lelouch o di Rohmer), di quelli che regalano appunto la leggerezza dell’essere, egli preferisce pellicole impregnate di messaggi politico-social-ecologici. Così accade che, quando è un radical-chic a decidere la programmazione di un cineforum, la inzeppa di pellicole terzomondiste spesso noiosissime e praticamente invedibili.
Esistono poi una letteratura e una saggistica radical-chic. Giorgio Bocca, ad esempio, in questi ultimi decenni ha scritto alcuni capolavori sia per i contenuti sia per l’altezza di scrittura. Ma Giorgio Bocca con è riconosciuto dalla tribù radical-chic che, nel sentire il suo nome, storce il naso. Se c’è uno studioso che ha capito a fondo l’animo umano (specie quello italico) è Alberoni. Dai suoi articoli sul “Corriere”, imparo sempre qualcosa di importante; i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e, all’estero è, da molti studiosi, considerato un maestro della moderna sociologia. Senonchè il radical-chic, scambiando la semplicità di scrittura (grandissima qualità) per banalità, lo considera un autore “lapalissiano” e gli preferisce certi sociologi engagé i cui testi sono pieni di fumosi giri di parole, di vocaboli astrusi, di concetti contorti. Persino Musatti, il fondatore della psicanalisi italiana, un grandissimo psicanalista, è stato definito dai radical-chic  “superficiale”: un altro che aveva il torto di parlare e scrivere con semplicità.
Il radical-chic pinerolese snobba l’Eco del Chisone, un tempo definito “Settimanale dei preti”, anche se, come amava ripetere il compianto Don Morero, lo legge “di nascosto”. Salvo poi, appena pubblica qualcosina, spasimare per avere una recensione sul giornale dei preti. La cosa che mi diverte di più è sentire un radical-chic che mi dice: “ i tuoi articoli piacciono a mia nonna, a mia zia, a mio cugino”. Addirittura uno mi disse convinto: “I tuoi articoli piacciono al mio macellaio”, facendomi inconsapevolmente un bel complimento.
Il radical-chic ex-sessantottino, nonostante il fatto che la realtà abbia sconfessato puntualmente molte sue farneticazioni, non perde la sua sicumera e dunque non perde il vizio di impartire lezioni agli altri: ogni volta che ne incontro uno, non è mai un incontro alla pari ma tra maestro e allievo.

 

Il radical chic

Il nato imparato

Dopo “l’ignorante dialettico”, un altro tipo umano sta avanzando prepotentemente. Con una forzatura grammaticale potremo chiamarlo “ il nato imparato”.
Un’amica insegnante, tempo fa, mi confidava le difficoltà, lo stato di frustrazione che deriva dal dover tentare di insegnare a gente che non glie ne frega niente d’imparare. Ragazzi che, possedendo la dialettica di derivazione  televisiva, Internet, il cellulare, credono di essere “imparati” e di non avere bisogno di nuove conoscenze.
Il nato imparato ha una sua opinione su tutto, anche su argomenti dei quali non ha la più pallida idea. Dunque egli si nutre di schemi mentali.Gli schemi mentali, come insegna la psicologia oltre ad essere fallaci, incapaci cioè di adattarsi ad una realtà mutevole, comportano pesanti distorsioni cognitive. Mi è accaduto di assistere a  discussioni tra un nato imparato a digiuno di un certo argomento con un esperto in materia il quale, al termine di estenuanti e sterili ragionamenti, si vedeva costretto, contro ogni evidenza scientifica, a dare ragione al suo interlocutore. In casi peggiori è accaduto che un nato imparato, forte dello schema mentale “Se ti attaccano difenditi”, abbia mandato all’ospedale un compagno colpevole di avergli giocato uno scherzo innocente.
Anni fa, su queste pagine, abbiamo letto diatribe senza fine di un laureato in Economia e Commercio, il quale pretendeva di insegnare niente popodimeno che la Medicina, ad un valente medico pinerolese il quale aveva al suo attivo, oltre alla laurea, dieci anni di pratica ospedaliera, e altri vent’anni di pratica ambulatoriale.
Al nato imparato la persona colta dà fastidio, come se fosse una pietra d’inciampo nel suo processo di self-teaching. Senonchè, senza l’aiuto di una persona esperta, è praticamente impossibile perseguire una ricerca su materie complesse e composite. Spesso capita che qualcuno, trovando in un articolo di giornale una parola sconosciuta, ne chieda, a chi ne sa di più, il significato per poi, appena questi inizia a fornire una spiegazione, distrarsi e mettersi a parlar d’altro, dimostrando quanto fosse superficiale la sua curiosità.

Il nato imparato basta, culturalmente, a sé stesso perciò, alla gratitudine d’un tempo verso chi, con i suoi consigli, ci aiutava a progredire nella strada della conoscenza; si ‘ sostituito il fastidio, quando non un aperto senso di fastidio, d’irritazione.

Poi ci si stupisce constatando che, perfino dei parlamentari, interrogati con domandine facili, facili (come diceva Mike Buongiorno) su storia, geografia, cultura generale, rispondano con imbarazzati silenzi, risposte abborracciate quando non autentiche castronerie.
Il nato imparato

L’ignorante dialettico

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.

Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.
In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…
Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.
Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.

In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…

Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.

 

L’ignorante dialettico

Il lunedì del redattore ordinario

L’ondata di perentorie ingiunzioni letterarie del lunedì mattina è tale da scoraggiare anche il più entusiasta amante dei libri.

«Cara scrittrice, che “Le invio i miei lavori, in caso la proposta potrebbe (sic!) suscitare in lei interesse”, devo comunicarle che se la nostra casa editrice non si occuperebbe di saggistica, magari poteresse anche prendere in considerazione i suoi romanzi fantasy…»

«Caro scrittore, che “la vostra lettera specifica che il vostro impegno con la narrativa è limitatissimo, che il mio manoscritto richiede un ampio lavoro di revisione e che sarebbe opportuno risentirci, eventualmente, all’inizio dell’anno 2010. Mi sia consentito porvi le domande che seguono: se il vostro impegno con la narrativa è limitato , non credete che sarebbe stato più accettabile da parte vostra comunicarmi a priori la linea di interessi e di produzione evitandomi di spendere del denaro per la spedizione del manoscritto? Se, a parer vostro, il mio manoscritto richiederebbe un ampio lavoro di revisione, vuol significare che l’avete già letto?”

«Ebbene sì, caro scrittore, il nostro impegno con la narrativa è limitato. Limitato ai lavori pubblicabili. Lei ci ha chiesto di leggere il suo manoscritto, cosa che abbiamo fatto, non senza un certo disagio. E come avremmo potuto leggerlo se non ce lo avesse inviato? Lo abbiamo letto e le abbiamo detto che richiederebbe un ampio lavoro di revisione. Per caso l’ha revisionato? Una bella revisione profonda, partendo dalla prima riga fino all’ultima…
Nel caso non abbia “passato la revisione” i casi sono due: potrebbe rottamarlo, come si fa con le automobili, oppure provare a ripassare nel 2020…»

 

Il lunedì del redattore ordinario

Invio manoscritti

Piccola spiacevole novità per gli aspiranti scrittori. Da tempo ormai, il numero di manoscritti proposti alla nostra piccola casa editrice supera di gran lunga la capacità di lettura della redazione. Anche a dedicare tre minuti a manoscritto, dovremmo avere giornate di sessanta ore. Quindi abbiamo messo un filtro molto, ma molto cattivo. Se volete che il vostro manoscritto sia realmente letto, DOVETE obbligatoriamente citare un testo da noi pubblicato. A vostra scelta.

La chiave per superare la ghigliottina della non lettura è questa: cita la prima riga di pagina 51 di un qualsiasi nostro titolo, indicando autore e titolo dell’opera.

Se volete inviarci il vostro manoscritto in allegato email potete farlo tranquillamente. Lo leggeremo certamente anche se, a causa della grande mole di materiali che riceviamo, i tempi di lettura sono in ogni caso molto lenti, anche dell’ordine di svariati mesi.

In ogni caso, vi anticipiamo che, per l’impossibilità di gestire migliaia di email, risponderemo soltanto in caso di interesse alla pubblicazione e che non forniremo valutazioni sul testo nel caso sia respinto. Certi della vostra comprensione.

Tuttavia, al fine di evitare invii inutili, vi consigliamo caldamente, prima di pigiare il tasto di invio, di leggere con estrema attenzione gli articoli inseriti nella specificazione sezione “pubblicare con noi“. Se la vostra è un’opera di narrativa, iniziate dall’articolo intitolato “Il romanzo che vorremmo, il romanzo che non vogliamo“. Se, invece, si tratta di un saggio, date un’attenta e meditata lettura all’articolo “Perché una tesi non è un saggio“. Non trascurate “il decalogo imperfetto per uccidere il proprio manoscritto“.

Potete anche esplorare la nuova sezione CROWDFUNDING riservata alla saggistica.

Se avete cercato, come spesso accade, “invio manoscritti” con il motore di ricerca interno e l’unica cosa che vi interessa è trovare la mail dove sparare il vostro manoscritto a raffica, spiacenti, qui non la troverete. È il nostro antipatico modo di dirvi che la vostra fretta non coincide con i nostri criteri di selezione. La nostra email è chiaramente indicata, proprio sotto la voce “invio manoscritti” nella pagina dei contatti. Il primo criterio di selezione, per chi vuole scrivere ed essere potenzialmente pubblicato, è saper leggere. Grazie

 

 

Invio manoscritti

Cultura e sistema culturale

Dario Seglie 2“Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”Quella frase celebre e nefasta, “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”, fu attribuita a Goering e a Goebbels, ma anche altri gerarchi nazisti la pronunciavano volentieri, visto che riassumeva così bene il loro mondo ideale.

Recentemente un gerarca italico, anzi un ministro in carica, ebbe a dire: “con la cultura non si mangia”, anche lui esprimendo bene il suo mondo ideale.

Viceversa è importante recuperare il senso economico della cultura inserendolo organicamente nelle politiche come fattore moltiplicativo delle altre economie territoriali. E lo è altrettanto valorizzare le peculiarità delle nostre radici per costruire un modello integrato di offerta turistica, diverso delle centinaia di altre con cui dovrà competere, in grado di trasferire emozioni, esperienze e ricordi unici e irripetibili. Le opportunità di lavoro per tanti giovani si distribuirebbero così su tutta la filiera dell’offerta, integrando la valorizzazione di tutti quegli elementi che possono fare del nostro territorio un produttore di eccellenze: agroalimentari, artigianati, storia, bellezze naturali, monumenti e centri storici, un patrimonio culturale variamente diffuso.

Purtroppo resta radicata l’idea che la cultura non sia un bene economico (la frase sopra riportata era di un ministro dell’economia in carica un paio di anni orsono). Ma il successo delle nostre produzioni più conosciute e apprezzate nasce grazie a questo patrimonio inesauribile. Che va messo a frutto partendo fin dai banchi di scuola, con azioni didattiche per la conoscenza della cultura locale, per mettere in condizione i giovani e le loro famiglie di cogliere le tante opportunità che vengono dall’industria culturale e maturare quell’esperienza indispensabile per creare opportunità di lavoro stabile e di qualità.

Ma, in soldoni, cos’è la Cultura ? In Antropologia, si dice che è il sistema integrato di valori socialmente acquisiti, le credenze e le regole di condotta che delimitano la gamma di comportamenti accettati in ogni data società. Le differenze culturali consentono di distinguere le diverse società le une dalle altre. Poi c’è Archeologia, un ramo del più ampio campo dell’Antropologia, che investiga i resti di estinte culture umane (attraverso i reperti: armi, oggetti, strutture abitative, rituali e funerarie), al fine di decifrare qualcosa del modo in cui la gente viveva. Tale analisi è particolarmente utile ed indispensabile per i periodi in cui non esistono documenti scritti.

La cultura è basata sulla capacità, unicamente umana, di classificare le esperienze, codificare tali classificazioni simbolicamente, e insegnare tali astrazioni ad altri. Di solito è acquisita attraverso l’acculturazione, il processo attraverso il quale una generazione più vecchia induce o costringe una generazione più giovane a riprodurre lo stile di vita socialmente stabilito.

La cultura è difficile da quantificare, perché esiste spesso a livello inconscio, o almeno tende ad essere così pervasiva che sfugge al pensiero di tutti i giorni. Questa è una ragione per la quale gli antropologi tendono ad essere dei teorici che cercano di studiare la propria cultura, di capire la nostra società.

Gli studiosi contemporanei si sono allontanati dalla nozione di fantomatiche “leggi” della evoluzione della cultura, preferendo notare i tratti che caratterizzano le situazioni e fare l’analisi delle vicende storiche concrete, delle forze politiche ed economiche che strutturano le relazioni tra i popoli.

Il Pinerolese è portatore di tutte questi complessi tratti culturali, dalla lontana Preistoria fino alla Storia attuale, passando attraverso trasformazioni notevoli, dall’epoca celtica a quella romana, arrivando al medioevo, periodo in cui le antichissime religioni furono progressivamente sostituite dall’evangelizzazione di personaggi come Massimo vescovo cattolico di Torino e poi dalla predicazione di Valdo, co-fondatore del protestantesimo in Europa. Il Pinerolese fu a lungo terra di frontiera tra la Francia del Re Sole e il Piemonte sabaudo nel XVII secolo; tra Settecento ed Ottocento il Pinerolese, Provincia napoleonica, conobbe la Rivoluzione ed i principi di Liberté, Egalité, Fraternité, che mettevano fine all’ancien régime dei sovrani assoluti, avviandosi a regimi borghesi, liberali e poi democratici, i quali si affermeranno compiutamente solo dopo la seconda guerra mondiale, grazie alla Resistenza ed alla Repubblica Italiana.

Non è ora il caso di entrare nei dettagli per affermare che i tratti culturali di questo territorio di circa sessanta Comuni, dalle risorgive della pianura fino alle creste delle Alpi Cozie, è una terra forte e fortemente segnata da tratti culturali importanti e peculiari. Specie le persone che detengono cultura e potere devono essere attente; mi piace ricordare qui una delle primissime dichiarazioni del nostro nuovo Papa Francesco che in sintonia con Francesco d’Assisi ha detto: “ … In fondo tutto è affidato alla custodia dell’uomo … Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente …”.

Il territorio non è una tabula rasa, è lo scrigno delll’eredità dei nostri antecessori, da rispettare e migliorare, non da distruggere. Se oggi non abbiamo più le gigantesche statue di Budda nella Valle del Bamiyan a 200 km da Kabul, distrutte dai telebani, parimenti non abbiamo più il pentagono Caserma di Cavalleria eretto dal Vauban, architetto militare del Re Sole nella seconda metà del ‘600, distrutto nel 1960 dall’Amministrazione comunale di Pinerolo per futili o indicibili motivi. Ma oggi non corriamo certo più di questi rischi, i tempi sono cambiati e la coscienza civica e della società civile è considerevolmente e positivamente cresciuta.

La cultura non si manifesta solo attraverso il complesso delle biblioteche, degli archivi, dei musei sparsi sul territorio, con i teatri, i luoghi di culto, i castelli, le fortezze, le ville, i parchi ed i castelli, i centri urbani, ma anche attraverso il paesaggio agrario, forestale, montano, con le sue caratteristiche geologiche e geomorfologiche, con i suoi insediamenti industriali antichi e moderni.

Questa possente stratificazione nel tempo di azioni antropiche di ogni epoca ha forgiato e foggiato il nostro territorio, il nostro Pinerolese di oggi, regione che ha tutto il diritto di confrontarsi ad armi pari con altri territori caratteristici, con l’orgoglio per la tenzone (ad es.
Saluzzese, Cuneese, Langhe, Canavese, ecc.).

Da una analisi della situazione attuale emerge che coloro che dovrebbero avere contezza di questo portentoso giacimento culturale, cioè gli amministratori pubblici, non hanno mai dedicato attenzione sufficiente alla coordinata “Cultura” ed alle soggiacenti ricchezze straordinarie che si possono e si devono correttamente valorizzare e utilizzare per filiere economiche in grado di creare sviluppo, lavoro, reddito, contentezza di risiedere. Il territorio ha senso se lo si considera in termini “glocali” (globali-locali) dove tutte le componenti interagiscono creando sinergie produttive e benefiche.

Questo territorio Pinerolese ha una metropoli a 40 minuti di viaggio verso Est ma, dall’altra parte, ha sconfinati territori transalpini con i quali è storicamente e culturalmente interrelato (Francia, Savoia e Svizzera), territori che costituiscono un ricco bacino di utenze cultural-turistiche per il Pinerolese.

L’attuale disaggregazione territoriale, i campanilismi residui, la mancanza di visione lungimirante, l’isolamento anche psicologico, in coloro che dovrebbero essere gli stakeholder della situazione, compresi i “chierici traditori”, cioè l’intellighenzia, la nomenklatura, gli intellettuali chiusi nelle turris eburnee delle loro accademie, devono essere superati da una rinnovata classe dirigente giovane, colta, aperta, onesta e costruttivamente democratica, con la visione del futuro che deve essere quella di dare cieli blu ai figli dei nostri figli, in città intelligenti (smart cities) non solo perché il territorio è capace di coniugare innovazione, ambiente e qualità della vita, bardandosi di tecnologie adeguate ed adeguabili con i cittadini che usano smart cards, ma perché – in primis – è la Cultura posseduta da persone intelligenti a fare la differenza; e promuovere culturalmente il territorio, finalmente senza stakeholder che dicono (o peggio pensano) “quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning”.

Dario Seglie

Direttore Museo Civico Archeologia e Antropologia di Pinerolo

Cultura e sistema culturale

Cosa imparare dai libri

I TedTalks, per chi non li conoscesse, sono brevi e divertenti filmati didattici, della durata di pochi minuti, diffusi gratuitamente, nei quali esperti, ricercatori e personaggi noti raccontano esperienze e presentano brevissime lezioni (talks, appunto) su quasi ogni genere di materia. Alle volte sono argomenti molto triviali, come l’arte di allacciarsi le scarpe (e ciononoostante vi assicuriamo che dopo aver visto questo apparentemente ridicolo filmato abbiamo scoperto di aver raggiunto il mezzo secolo di vita senza aver mai imparato realmente come allacciarci le scarpe in modo sicuro), altre volte temi etici e filosofici. Con una caratteristica che fa naturalmente inorridire i cattedratici italiani: sono lezioni brevi ma interessanti, divertenti e istruttive. Esattamente l’opposto della maggior parte delle trombonate accademiche italiane.

Insomma, per dirla in tutta franchezza, sono proprio come i libri di Marcovalerio: interessanti ma sperabilmente anche leggibili.

Alle volte, queste lezioni dall’apparenza leggera aprono scenari inattesi. Come questo. Lo hanno visto oltre un milione e duecentomila persone.

Cosa abbiamo imparato da 5 milioni di libri

di Jean-Baptiste Michel e Erez Lieberman Aiden

 Ecco cosa dicono i due ricercatori americani.

Erez Lieberman Aiden: Tutti sanno che un’immagine vale mille parole. ma noi di Harwardci stavamo chiedendo se fosse davvero così. (Risate) Perciò abbiamo messo insieme un gruppo di esperti, provenienti da Harvard, dall’MIT, dall’American Heritage Dictionary, dall’Encyclopedia Britannica e persino dal nostro gentile sponsor, Google. E ci abbiamo rimuginato sopra per circa quattro anni. E siamo giunti ad una conclusione sorprendente.Signore e signori, un’immagine non vale mille parole. In effetti abbiamo scoperto alcune immagini che valgono 500 miliardi di parole.

Jean-Baptiste Michel: Come siamo giunti a questa conclusione? Erez e io stavamo pensando ai diversi modi di ottenere una grande rappresentazione visiva della cultura umana, della sua storia e dei loro cambiamenti nel corso del tempo. Col passare degli anni sono stati scritti tantissimi libri, così abbiamo pensato: da questi milioni di libri é leggerli tutti.>. Se esiste una scala per misurare il grado di grandiosità delle cose, leggere tutti quei libri si piazza molto, molto in alto. Il problema è che c’è anche un asse X di cui tenere conto, l’asse della praticità. Sul quale si piazza molto, molto in basso

Molte persone tendono ad usare un approccio alternativo, che consiste nel prendere solo alcune fonti e leggerle molto attentamente. Estremamente pratico, ma non altrettanto grandioso. La cosa ideale da fare é riuscire ad arrivare nella parte grandiosa ma al contempo pratica di questo grafico. Si scopre che c’è un’azienda dall’altra parte del fiume chiamata Google, che alcuni anni prima aveva avviato un progetto di digitalizzazione che avrebbe potuto rendere quest’ultimo approccio possibile. Per questo progetto hanno digitalizzato milioni di libri. Ciò significa che una persona può utilizzare metodi computazionali per leggere tutti questi libri solo cliccando su un pulsante. -Questo- é sia molto pratico che assolutamente grandioso.

ELA: Lasciate che vi racconti qualcosa sulla provenienza dei libri. Da tempo immemore sono esistiti gli autori. Questi autori hanno sempre avuto l’ardente desiderio di scrivere libri, Cosa che divenne considerevolmente più facile con lo sviluppo della macchina tipografica alcuni secoli fa. Da allora, gli autori sono riusciti in 129 milioni distinte occasioni, a pubblicare libri. Ora, se quei libri non sono andati persi nel corso della storia,allora si trovano da qualche parte in una qualche libreria, e molti di quei libri sono stati reperiti dalle biblioteche e digitalizzati da Google, che ad oggi ha scansionato 15 milioni di libri.

Ora, quando Google digitalizza un libro, lo converte in un formato digitale molto pratico.Ora oltre ad avere i dati abbiamo anche i metadati. Abbiamo informazioni su cose come dove il libro fu pubblicato, chi era l’autore, quando venne pubblicato. E quel che facciamo è esaminare tutte quelle informazioni ed escludere tutto all’infuori dei dati della miglior qualità. Quello che resta è una selezione di cinque milioni di libri, 500 miliardi di parole,una riga di caratteri mille volte più lunga del genoma umano — un testo che, se venisse trascritto, coprirebbe la distanza tra qui e la luna, andata e ritorno per 10 volte — un autentico frammento del nostro genoma culturale. Ovviamente ciò che abbiamo fatto una volta messi di fronte ad una cosa così spaventosamente esagerata… (Risate) è stato ciò che qualunque ricercatore con un po’ di amor proprio avrebbe fatto. Abbiamo preso una pagina di XKCD e abbiamo detto: “Fatevi da parte. Qui stiamo per fare la scienza.”

JM: Ovviamente stavamo pensando: limitiamoci a mettere questi dati a disposizione di chiunque e lasciamo loro a “fare la scienza”. Ora stiamo pensando: “Quali dati possiamo divulgare?” Quello che vorremmo fare é prendere i libri e divulgare il testo integrale di questi cinque milioni di tomi. Google, e Jon Orwant in particolare, ci rivelarono una piccola equazione che dovremmo imparare. Se hai cinque milioni di libri hai anche cinque milioni di autori, e cinque milioni di querelanti fanno un’enorme causa legale. Perciò, anche se sarebbe stato davvero davvero grandioso, di nuovo, sarebbe stato anche molto molto poco fattibile. (Risate)

E così cedemmo di nuovo e ripiegammo sull’approccio più fattibile e un po’ meno grandioso. Ci dicemmo:” Ok, invece di divulgare il testo integrale divulgheremo le statistiche sui libri”. Prendete per esempio “Un barlume di felicità”. Sono quattro parole, noi lo chiamiamo un “quattro grammi”. Riveleremo quante volte uno specifico “quattro grammi” è apparso nei libri nel 1801, 1802, 1803, fino al 2008. Questo ci dà una serie temporale di quanto frequentemente questa particolare frase è stata usata nel tempo. Lo facciamo con tutte le parole e frasi che appaiono in quei libri, ottenendo così una grande tabella con due miliardi di righe che ci raccontano il modo in cui la cultura è cambiata.

ELA: Questi due miliardi di righe noi le chiamiamo due miliardi di n-grammi. Cosa ci raccontano? Gli n-grammi individuali misurano le tendenze culturali. Lasciate che vi faccia un esempio. Prendiamo il verbo irregolare “to thrive”, prosperare e immaginiamo che vi voglia dire che ieri ho prosperato. Potrei usare questa forma regolare. O, in alternativa, potrei usare questa forma irregolare. Hanno lo stesso significato, quale dovrei usare?Come scoprirlo?

All’inirca sei mesi fa l’approccio migliore in casi come questo era rivolgersi, ad esempio, a questo psicologo dalla favolosa capigliatura e chiedergli: “Steve, tu sei un esperto di verbi irregolari. Cosa dovrei fare secondo te?” E lui avrebbe detto: “Be’ la maggioranza delle persone usa thrived, ma alcune persone usano throve”. E tu sapevi anche, più o meno,che se fossi dovuto tornare indietro nel tempo di 200 anni e domandare al seguente luminare dalla capigliatura ugualmente favolosa, (Risate) “Tom, secondo te cosa dovrei dire?” Lui avrebbe detto: “Be’, di questi tempi la maggioranza della gente usa throve, ma alcuni usano thrived”. Quelli che intendo mostrarvi ora sono dati grezzi. Due righe da questa tabella di due miliardi di voci. Ciò che state vedendo è la frequenza anno dopo anno nell’uso di “thrived” e “throve” nella storia. Ora queste sono solo due righe fra due miliardi. Perciò l’intera collezione di dati è un miliardo di volte più grandiosa di questa diapositiva.

JM: Ora, ci sono molte altre immagini che valgono 500 miliardi di parole. Questa, ad esempio. Se semplicemente prendete la parola influenza, vedrete i picchi nel momento in cui sapevate che c’erano grandi epidemie di influenza che stavano mietendo vittime in tutto il mondo.

ELA: Se ancora non foste convinti, il livello del mare si sta innalzando, così come i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera e la temperatura globale.

JM: Potreste inoltre voler dare un’occhiata a questo particolare n-grammo, giusto per poter dire a Nietzsche che Dio non è morto, anche se forse sarete d’accordo nel dire che avrebbe bisogno di un migliore agente.

ELA: Si può arrivare anche a concetti abbastanza astratti con questo metodo. Ad esempio, lasciate che vi racconti la storia dell’anno 1950. Durante buona parte della storia, a nessuno gliene fregava nulla del 1950. Nel 1700, nel 1800, nel 1900, a nessuno importava. Negli anni Trenta e Quaranta a nessuno importava Improvvisamente, a metà degli anni Quaranta, cominciò ad esserci del fermento. La gente si rese conto che il 1950 stava per arrivare, e poteva essere grandioso. (Risate) Ma nulla fece interessare la gente al 1950 come l’anno 1950. (Risate) La gente se ne andava in giro ossessionata. Non riuscivano a smettere di parlare di tutte le cose che fecero nel 1950, di tutte le cose che stavano pianificando di fare nel 1950, di tutti i sogni di cose che che volevano realizzare nel 1950. A conti fatti il 1950 fu così affascinante che negli anni a seguire la gente continuò a parlare di tutte le cose stupefacenti che accaddero, nel ’51, nel ’52 e nel ’53.Alla fine nel 1954 qualcuno si svegliò e si rese conto che il 1950 era in qualche modo passato di moda. (Risate) E improvvisamente la bolla esplose.

E la storia del 1950 è la storia di ogni anno che abbiamo in archivio, con una piccola variante, perché ora abbiamo questi bei diagrammi. E dato che abbiamo questi bei diagrammi, possiamo misurare le cose. Possiamo dire: “Quanto velocemente la bolla esplode?”. E si scopre che possiamo misurarla in maniera precisissima. Equazioni vennero dedotte, grafici furono realizzati ed il risultato definitivo é che scopriamo che la bolla esplode sempre più velocemente col passare di ciascun anno. Stiamo perdendo interesse nel passato più rapidamente.

JM: Ora un piccolissimo consiglio sulla carriera. Per quanti di voi che desiderano essere famosi, possiamo imparare dalle 25 figure politiche più famose, autori, attori e così via.Ad esempio, se volete diventare famosi da giovani, dovreste fare gli attori perché in quel caso la fama inizia a crescere con l’avvicinarsi dei trent’anni siete ancora giovani, è davvero meraviglioso. Se invece potete attendere un po’, potreste diventare degli autori,perché in quel caso raggiungerete vette altissime, come Mark Twain, ad esempio. Estremamente famoso. Ma se volete raggiungere il massimo dovreste rinviare le gratificazioni e, ovviamente, diventare un politico. In questo caso diventereste famosi verso la fine dei cinquant’anni, e molto molto famosi da andando avanti con l’età. Anche gli scienziati tendono a diventare famosi in età molto più avanzata. Biologi e fisici, ad esempio, tendono ad essere quasi tanto famosi quanto gli attori. Un errore che non dovreste commettere è quello di diventare dei matematici. (Risate) Se lo faceste potreste pensare: “Oh, fantastico! Realizzerò il mio miglior lavoro tra i venti e i trent’anni.” Ma, indovinate un po’? A nessuno importerà nulla.

ELA: Ci sono annotazioni più serie tra gli n-grammi. Ad esempio, ecco la traiettoria di Marc Chagall, un artista nato nel 1887. Questa sembra essere la normale traiettoria di una persona famosa. Diventa sempre più famoso, tranne quando si considerano gli n-grammi tedeschi. Se date uno sguardo in Germania, vedrete qualcosa di assolutamente bizzarro, qualcosa che non si vede praticamente mai, ovvero il fatto che diventa estremamente famoso e poi tutto a un tratto la sua fama precipita raggiungendo il punto più basso tra il 1933 e il 45, prima di recuperare terreno in seguito. Ovviamente quello che stiamo guardando è il fatto che Marc Chagall era un artista ebreo nella Germania nazista.

Ora questi segnali sono davvero tanto evidenti da non rendere necessario il sapere che qualcuno è stato censurato. Possiamo arrivarci tranquillamente usando teorie dei segnali davvero elementari. Ecco un modo facile per farlo. Ci si può ragionevolmente aspettareche la fama di una persona in un dato periodo di tempo sia approssimativamente la media della sua precedente fama e di quella successiva. Questo è un po’ quello che ci attendiamo. Ora, confrontiamo questo con la fama che osserviamo. E semplicemente dividiamo l’una per l’altra per produrre qualcosa che noi chiamiamo indice di repressione.Se l’indice di repressione di una persona è molto, molto, molto piccolo quella persona potrebbe benissimo star venendo censurata. Se è molto ampio, forse sta traendo beneficio dalla propaganda.

JM: Adesso potete dare un’occhiata alla distribuzione degli indici di repressione sull’intera popolazione Ad esempio, in questo caso: questo indice di repressione è quello di 5,000 persone estratte da libri inglesi in cui non risulta alcuna repressione. La distribuzione sarebbe questa, fondamentalmente distribuito attorno all’1. Ciò che si osserva è sostanzialmente identico alle aspettative. Questa è la distribuzione come vista in Germania; é molto diversa, spostata più a sinistra. La gente ne parlava due volte meno di quanto avrebbe teoricamente dovuto. Ma, cosa molto più importante, la distribuzione è molto più larga. Ci sono molte persone che finiscono nella parte più a sinistra della distribuzione di cui si parla circa 10 volte meno di quanto si sarebbe dovuto. Ma al contempo molte persone sulla parte più a destra che sembrano beneficiare della propaganda. Questa immagine è il marchio della censura nella storia dell’editoria.

ELA: Culturomica; è così che chiamiamo questo metodo. E’ un po’ come la genomica.Eccetto per il fatto che la genomica è uno spiraglio sulla biologia attraverso la finestra della sequenza di basi nel genoma umano. La culturomica è simile. E’ l’applicazione dell’analisi su larga scala di una raccolta di dati allo studio della cultura umana. Qui, invece che attraverso la lente di un genoma, è attraverso la lente di frammenti digitalizzati di registrazioni di carattere storico. La cosa esaltante della culturonomica è che chiunque può praticarla. Perché chiunque può praticarla? Chiunque può perché queste tre persone,Jon Orwant, Matt Gray e Will Brockman di Google videro il prototipo dell’Ngram Viewer. e dissero: “E’ così divertente. Dobbiamo renderlo disponibile al pubblico”. Quindi in due settimane giuste giuste, le due settimane precedenti alla pubblicazione del nostro saggioprogrammarono una versione dell’Ngram Viewer per il vasto pubblico. Così anche voi potete digitare una qualsiasi parola o frase alla quale siete interessati e vedere il suo n-grammo immediatamente; oltre a spulciare esempi di tutti i vari libri in cui appare il vostro n-grammo .

JM: Questo programma venne utilizzato un milione di volte durante il primo giorno di rilascio, e questa è la migliore di tutte le interrogazioni. Tutti vogliono essere best-qualcosa: best seller, best player… Ma si scopre che nel 18esimo secolo, alla gente non importava assolutamente nulla. Non volevano affatto essere “best-qualcosa”, volevano essere “beft-qualcosa”. Quello che è successo è, ovviamente, solamente un errore. Non è che si sforzassero di essere mediocri. Semplicemente un tempo si usava scrivere la S in maniera differente, un po’ come la F. Questa cosa Google al momento non la capì,quindi lo riferimmo nell’articolo scientifico che abbiamo scritto. Ma alla fine questo è solo un avvertimento sul fatto che, pur essendo molto divertente, interpretare questi grafici richiede molta cautela e bisogna farlo seguendo le regole base della scienza.

ELA: Le persone hanno usato questo strumento in un sacco di modi spassosi. (Risate) In realtà, non avremo nemmeno bisogno di parlare, ci limiteremo a mostrarvi tutte le diapositive restando in silenzio. Questa persona era interessata alla storia della frustrazione. Ci sono diversi tipi di frustrazione. Se sbatti un dito del piede, è un “argh” con una A. Se il pianeta Terra viene annientato dai Vogon per fare spazio a un passaggio interstellare, quello è un aaaaaaaargh” con otto A. Questa persona studia tutti gli “argh”composti da uno fino a otto A. E si scopre che meno frequenti “argh” sono, ovviamente, quelli che corrispondono a cose che sono più frustranti; tranne che, stranamente, all’inizio degli anni 80. Noi pensiamo che possa avere qualcosa a che fare con Reagan.

JM: ci sono molti utilizzi per questi dati, ma la cosa che più importa è che la registrazione storica stia venendo digitalizzata. Google ha iniziato a digitalizzare 15 milioni di libri. E’ il 12% di tutti i libri che siano mai stati pubblicati. E’ una porzione enorme della cultura umana. C’è molto di più nella cultura: ci sono i manoscritti, ci sono le riviste, ci sono cose che non sono testo, come l’arte e la pittura. Tutte cose che, casualmente, si trovano nei nostri computer, nei computer di tutto il mondo; E quando la digitalizzazione sarà completa, trasformerà il modo che abbiamo di comprendere il nostro passato, il nostro presente e la cultura umana.

Grazie infinite a tutti.

A parte le amenità, questo è uno dei pochi utilizzi intelligenti che si possono fare dell’immane quanto per il resto perniciosa opera di digitalizzazione massiva dei libri operata da Google Books. Non una biblioteca dell’oblio, ma un motore che genera nuovo sapere. Lo strumento Ngram Viewer di Google si presta a ricerche storiche e sociali interessanti. A voi viene qualche idea? Noi ci stiamo pensando. Per la verifica dei processi storici di censura, ad esempio, suggeriti dai due ricercatori con l’esempio di Marc Chagall in Germania. Molti altri potrebbero essere gli spunti, e magari ci torneremo sopra.

 

 

Cosa imparare dai libri

Pubblicare con noi

esordiente in attesa di pubblicazione

Pubblicare con Edizioni Marcovalerio non è facile. Ogni giorno decine di manoscritti non richiesti giungono nella nostra redazione e, per la quasi totalità, finiscono nel grande cesto della raccolta carta.
Hai un saggio nel cassetto? Leggi prima la premessa antipatica agli aspiranti autori della nostra casa editrice.
In ogni caso segnaliamo che non prendiamo in considerazione: romanzi, racconti, poesie, fiabe.

UNA PREMESSA ANTIPATICA PER FARVI MEDITARE

Ogni casa editrice e’ afflitta da decine di manoscritti (o dattiloscritti). Per la maggior parte sono impubblicabili per le seguenti categorie di ragioni:

1 – conoscenza dell’ortografia e della sintassi da parte dell’Autore al di sotto di ogni speranza di revisione

2 – assoluto non interesse dell’opera (in testa i libri di poesie, seguiti dalle autobiografie autocelebrative dello stile ‘la mia vita è un romanzo’

3 – quando l’opera potrebbe anche meritare la pubblicazione, non appena l’editore dice all’Autore “parliamone” ecco scattare la sindrome Dante Alighieri che si traduce in:

  • a – si però mi date cento milioni di anticipo sui diritti d’autore
  • b – sì però mi rifiuto categoricamente di apportare qualsiasi correzione
  • c – sì però mi garantite almeno diecimila copie vendute
  • d – voglio una copertina in oro zecchino con un quadro di Picasso e che apriate una nuova collana tutta per me

4 – l’opera è meritevole, l’Autore sembra sano di mente, ma ecco scattare la sindrome della “revisione infinita”. L’Autore, non appena corregge le bozze, scopre che il capitolo 1, 2, 3 e gli altri dodici seguenti vanno riscritti. Alla seconda tornata di bozze pretende di aggiungere altre ottocento pagine, quindi rivede tutte le note, alla fine blocca tutto perché sta aspettando la prefazione di Umberto Eco (il quale, senza che l’editore ne sapesse nulla, ha ricevuto cento telefonate, duemila lettere e quindici copie delle bozze con il perentorio invito a scrivere la prefazione da parte dell’Autore). Al nome di Umberto Eco potete sostituire quello del Pontefice, di George Bush jr o di altro a vostro piacimento.

Dulcis in fundo, l’Autore pretende ottocento copie in regalo da distribuire a tutti gli amici, togliendo così cento possibili acquirenti (gli altri settecento useranno comunque il libro come materia prima per scaldarsi davanti al camino). Infine telefona due volte al giorno all’editore per avere notizie del suo libro. Naturalmente alla ventesima telefonata, l’editore decide di annullare la pubblicazione o, se il libro è già stato pubblicato, di ritirarlo dal catalogo.

Caso numero 5 (rarissimo)

Viene proposto un testo dignitoso, meglio se un saggio piuttosto che un romanzo. Mai e poi mai un libro di poesie (quelle le potete pubblicare a vostre spese oppure le pubblicheranno i vostri nipoti post mortem nel caso abbiate ricevuto il Nobel).

È scritto bene, è interessante e non è la copia di un romanzo già pubblicato (capita otto volte su dieci, credete, anche inconsciamente). Il testo è inoltre fornito su supporto magnetico, magari con un’attenta correzione preliminare. Corredato di liberatoria e disponibilità a fare l’autore (con la a minuscola), lasciando che l’editore faccia il proprio mestiere. L’autore esordiente si accontenta di cinque copie saggio.

Magari la sua sarà un’opera unica, senza seguito. Magari da questa opera prima nascerà un vero Autore, che pubblicherà successivamente altri libri con grande soddisfazione e con grandi Editori.

Se ritenete di appartenere al caso numero 5, qualche probabilità di essere pubblicati, senza necessariamente dover fare ricorso a strani percorsi alternativi, ce l’avete. Magari il vostro libro resterà mesi sulla scrivania dell’editore, ma alla fine vedrà la luce.

In bocca al lupo, e con una preghiera. Se appartenete ai casi 1, 2, 3 e 4, dimenticatevi questo sito. Cestiniamo qualche decina di testi ogni giorno. Se ritenete di appartenere al caso 5, rileggete il vostro libro. Poi rileggetelo ancora. Quando avete finito, rileggetelo ancora una volta. Quindi chiedetevi: “io sarei disposto a spendere diecimila euro per pubblicarlo?”. Ecco, la stessa domanda se la deve porre l’editore. Con la differenza che quel libro neppure l’ha scritto. Se siete sicuri, ma proprio sicuri, che la risposta sia positiva, andate a leggere la pagina di istruzioni relativa alla proposte di pubblicazione, quindi inviate un’email così articolata:

1 – Nome cognome indirizzo telefono titolo di studio, curriculum in dieci righe tassative
2 – Presentazione dell’opera in venti righe tassative
3 – Allegato in formato word, meglio rtf, in caratteri umanamente leggibili /minimo corpo 12, meglio corpo 14)

Se la risposta è NO, mettetevi il cuore in pace, e provate con qualcun altro. Se è SI, allora sarete invitati a inviarci l’opera, per la sua valutazione, con dichiarazione allegata di questo tenore (è un esempio):

“Invio la seguente opera di cui dichiaro di essere autore (titolo, genere, caratteristiche) per una valutazione NON IMPEGNATIVA. È inteso che avrete il diritto di NON pubblicarla e che nessuna richiesta da parte mia potrà essere a qualsiasi titolo avanzata per la mancata pubblicazione dell’opera inviata.

Non ci impegnamo in alcun modo a garantirvi una risposta. Vi contattaremo solo ed esclusivamente in caso di interesse alla pubblicazione. I nostri tempi di eventuale risposta possono essere dell’ordine anche di diversi mesi.

Speriamo di non avere urtato le sensibilità di qualche Autore con la A maiuscola. Se siete autori con la a minuscola, sarete sempre i benvenuti. Ogni editore sogna di incontrare un autore almeno una volta l’anno.

Ah, dimenticavamo una cosa importante: manoscritti, dattiloscritti, floppy disk, cdrom, in ogni caso NON saranno restituiti. NON inviate raccomandate per nessuna ragione, i manoscritti verrebbero immediatamente cestinati. Usate i pieghi: costano meno.

Non usate lo strumento dei “commenti” per inserire le vostre proposte. I commenti sono pubblici. Andate alla pagina dei contatti.

Un’opportuna integrazione a questo testo

Questa “premessa antipatica” ha raccolto negli anni numerosi commenti, spesso irritati, e numerosissime citazioni sul web, facendo non di rado gridare all’atteggiamento spocchioso degli editori contro gli autori. È, come dice il titolo, una premessa, per quanto antipatica e provocatoria, che come tale può suscitare una reazione negativa. Peraltro motivata.

Può apparire crudele e indisponente che un editore “maltratti” chi scrive in questo modo, prima ancora di aver letto i manoscritti che giungono in redazione. Anzitutto dovete comprendere che il flusso delle proposte, con il crescere delle dimensioni della nostra casa editrice, ha raggiunto livelli pressoché insostenibili. Leggere venti o trenta manoscritti la settimana è un carico di lavoro accettabile. Leggerne e valutarne cinquecento diventa oggettivamente impossibile. L’intera redazione dovrebbe smettere di occuparsi del proprio lavoro primario, che è e resta l’editing dei libri in corso di pubblicazione, la loro promozione, la gestione dei contatti con la stampa, l’organizzazione delle presentazioni e lo scouting.

Diventa quindi inevitabile porre dei paletti, anche molto rigidi. Paletti che, ci rendiamo conto, l’aspirante scrittore in qualche modo cerca di aggirare, proponendo una raccolta di poesia come se fosse un romanzo lirico, oppure una serie di racconti brevi come se fossero un saggio e così via. Questo, però, si traduce in un’ulteriore perdita di tempo prezioso, che viene sottratto alla lettura.

Un ottimo esempio di manoscritto che il redattore ordinario non leggerà oltre la prima riga

Un ottimo esempio di manoscritto che il redattore ordinario non leggerà oltre la prima riga

Il tempo dedicato alla prima lettura del vostro manoscritto si riduce costantemente. Questo non significa che il vostro lavoro sarà valutato nei pochi minuti della prima lettura, ma significa purtroppo che in quei pochi minuti potrà essere scartato e mai raggiungere il traguardo della seconda o della terza lettura, necessarie per valutarlo. Errori clamorosi di grammatica e sintassi nelle prime dieci righe sono mortali. Almeno la prima pagina, abbiate cura di correggerla con attenzione.

Quanto ai tempi e alle modalità di risposta, dovete avere presente che, comunque, il passaggio dalla prima frettolosa scorsa del vostro manoscritto, per capire se rientra nelle linee di interesse quanto a genere ed argomento, all’eventuale seconda o terza lettura, quando la pila dei manoscritti è nell’ordine delle decine, può richiedere giorni, settimane o, nei periodi in cui l’attività redazionale è concentrata sulle fiere, sulle preparazioni universitarie o prenatalizie, anche mesi. Talvolta i manoscritti giacciono più di un anno in attesa.

Inviare manoscritti nel mese di agosto o nelle vacanze natalizie accumula centinaia, quando non addirittura migliaia, di email giacenti. Con tutta la buona volontà, smaltire tali arretrati è impossibile e il tasto di cancellazione talvolta è l’unica possibilità per sbloccare un server di posta intasato. Guardate quindi il calendario con attenzione e se avete concluso il vostro lavoro nei periodi di vacanza oppure in corrispondenza delle grandi fiere internazionali (Francoforte in testa) o in autunno, tenetevolo nel cassetto o sul disco rigido, attendendo per inviarlo il momento in cui presumibilmente in redazione ci sarà il tempo per leggerlo.

La fretta è sempre cattiva consigliera, per voi come per noi. Se anche il vostro lavoro fosse interessante e meritevole di pubblicazione, se anche fosse un vero capolavoro, le ferree leggi della distribuzione libraria impongono dei tempi di valutazione e preparazione che non possono essere disattesi. Le case editrici pianificano le pubblicazioni con mesi di anticipo. Noi sappiamo già cosa pubblicheremo in primavera e, in buona parte, anche nel prossimo autunno. Alcuni libri sono già stati programmati per il prossimo anno. Voi avete fretta, è vero, ma tre, quattro, talvolta anche sei o dodici mesi di attesa sono il tempo necessario per organizzare e gestire ogni nuova pubblicazione, almeno in una casa editrice seria. Le eccezioni esistono, è vero, ma riguardano autori consolidati o libri che vengono “progettati” in concomitanza di avvenimenti particolari. Anni fa, l’elezione dell’attuale Pontefice, ci fece realizzare, stampare e distribuire un tascabile in 24 ore. Ma si tratta di casi isolati.

Noi non correggeremo il vostro lavoro. Non è questo il compito di un editore. Vogliamo testi pronti per la pubblicazione, non bozze da rivedere. Se un lavoro viene respinto con un messaggio dettagliato, che vi spiega i punti deboli dell’opera, non chiedeteci di intervenire per correggerli. Per questo esistono agenzie qualificate, oppure l’umile lavoro dell’autore, spesso difficile perché difficile è ammettere i propri errori. Noi vi consigliamo Sul Romanzo, una struttura giovane ma estremamente qualificata nel campo della narrativa, che mantiene rapporti con svariate case editrici di buon livello, compresa la nostra.

Infine, non dimenticate mai che il nostro scopo è vendere libri. Non siamo i custodi del sapere letterario e non pretendiamo di esserlo. Il giudizio finale sulla pubblicazione è biecamente e tristemente una valutazione economica. Se un libro ha possibilità di vendere copie, allora ci interessa. Se non ha, a nostro parere, e sicuramente spesso sbaglieremo, la possibilità di vendere, quand’anche fosse un capolavoro assoluto da noi misconosciuto, non lo pubblicheremo. Per vostra fortuna, esistono anche altri editori e non è detto che un’opera da noi respinta non possa essere presa in considerazione da un nostro concorrente.

Come postilla, ripetiamo ancora una volta:

  • non prendiamo in considerazione raccolte brevi di racconti
  • non prendiamo in considerazione opere liriche
  • non prendiamo in considerazione opere prepubblicate su piattaforme di editoria on demand o autopubblicazioni sotto ogni forma
  • non prendiamo in considerazione allocchi|autori che abbiano pubblicato in precedenza con editori a pagamento

Grazie per la vostra benevola comprensione. Commenti e insulti sono sempre possibili e ben accetti. Buoni benzina, ticket restaurant, pacchi di pasta e beni non deperibili ancora di più.


Potete anche esplorare la nuova sezione CROWDFUNDING riservata alla saggistica.


A proposito di Lulu e altre piattoforme per l’autopubblicazione

Sempre più spesso, da quando è nato questo fenomeno, ci troviamo costretti, quando ci viene proposto un manoscritto e lo troviamo interessante, ad effettuare un controllo su piattaforme di autopubblicazione quali Lulu, LampiDiStampa, Ilmiolibro e altri simili. Sappiamo che quanto stiamo per dirvi solleverà molte obiezioni e critiche, ma restiamo ancorati al principio della spiacevole verità che anima il lavoro della nostra casa editrice. Sappiate dunque che, qualora una vostra opera sia presente nel catalogo di piattaforme di autopubblicazione, non esiste alcuna possibilità che le vostre opere siano prese da noi in considerazione.

Vi chiederete la ragione di questa scelta e noi la spieghiamo senza alcun mistero. Un libro autopubblicato con Lulu o con altre piattaforme simili, pienamente legittime, sia chiaro, è a tutti gli effetti un libro già edito. Scaricato una o mille volte è per noi un libro morto. Fosse anche un capolavoro, la scelta di metterlo in rete in questo modo lo rende commercialmente privo di ogni interesse. Noi pubblichiamo libri di cultura, non siamo un’azienda vocata all’appagamento della vanità degli scrittori. Non siete d’accordo? Possiamo comprenderlo. Potete sempre acquisire il marchio e, finanziandolo adeguatamente, proporre una linea editoriale vocata non al mantenimento dei bilanci in pareggio ma all’inevitabile fallimento. Grazie per la comprensione

 E, per finire, un piccolo capolavoro di ironia.

Con consigli per pubblicare altrove.

Pubblicare con noi

I pizzini redazionali

Quello che segue è il verbale di interrogatorio di un redattore pentito, rilasciato durante una confessione poche ore prima che fosse schiacchiato dal crollo degli scaffali del magazzino della casa editrice. Lo riportiamo integralmente, così come pervenuto.

 

padrino

 

La “cosa” editrice è ancora, per fortuna, oggetto immune dal cancro della democrazia e del diritto. Neppure le più decadenti redazioni progressiste sono venute meno ai sani principi dell’onorata società di cui Lui, il direttore editoriale, incarna la salda, perenne e tentacolare potenza.

Non occorre che si conosca il suo nome. Tantomeno che lo conoscano gli autori. Pochi “picciotti” fidati comunicano gli affari in corso. Noi fedeli redattori, naturalmente lo conosciamo, ma non saremmo mai così folli o infami da rivelarlo ai lettori o peggio agli aspiranti autori. Non serve la minaccia di una fossa di calce viva. Essere inviati alle fiere è una punizione sufficiente. Già questo accennare alla Sua esistenza è una sfida, e le dita tremano mentre scriviano queste righe irriverenti.

Un pizzino è sufficiente a sancire la pubblicazione di quell’autore e spegnere le speranze di un fetuso che già si illudeva di poter unire il proprio nome al marchio della Famiglia. Uccidere un esordiente non è che un distratto gesto della mano, per il nostro Padrino. Spegnere uno scrittore che si credeva affermato, inviando al macero le sue opere ancora in magazzino, uno sghignazzo coperto dalla colata di cemento sulle ambizioni di un ominicchio della penna.

I direttori editoriali si parlano, talvolta, e in salette riservate di ristoranti si spartiscono le zone di influenza, vendendosi scrittori come partite di eroina. E che sono, gli scrittori, se non pedine? D’altra parte, come è noto, i direttori editoriali sono spesso parenti di politici, e nell’intreccio con la politica nutrono il loro potere. Di taluni si mormora che siano politici essi stessi, o che lo siano stati. Giornalisti d’assalto hanno sostenuto, senza mai averne le prove, che in riunioni segrete possano segnare i destini culturali di una nazione, condizionare il voto delle giurie dei premi letterari, persino inventare scrittori inesistenti per veicolare messaggi cifrati ai posteri.

Studiosi di storia della letteratura sospettano che, in taluni casi, certi direttori editoriali, negli Anni Quaranta e Cinquanta, abbiano acquisito i diritti di opere al solo scopo di impedirne di fatto la pubblicazione o ridurne l’impatto con tirature simboliche. In altri casi, nello scontro con il Padrino di turno, grandi scrittori sono stati costretti al suicidio, pur di salvare le proprie opere dal macero e dall’oblio.

I direttori editoriali non sono riconoscibili. Si mescolano alla gente comune per nascondersi. Vestono come persone del popolo, non di rado vagano a piedi per non incappare nei posti di blocco. Vivono in case diroccate, lontane dai centri cittadini e soprattutto dai caffè letterari. Alle presentazioni e ai vernissage si siedono in disparte e talvolta si addormentano.
Si dice che taluni scrittori, mentre vagavano nei corridoi della casa editrice, lo abbiano incontrato e scambiato per l’uomo delle pulizie. Altri hanno avuto di fronte un Ommo de Panza, mentre stringevano le mani agli ammiratori e firmavano autografi sul loro primo romanzo autopubblicato, e invece di sporgergli il nuovo manoscritto hanno lanciato qualche monetina, pensandolo un mendicante.

La reazione dei cittadini e degli scrittori liberi al potere occulto dei Mammasantissima è stata possibile soltanto con l’avvento delle nuove tecnologie. La nascita di Internet ha scompaginato le vecchie mappe del potere mafioso, aprendo le porte alla democrazia della pubblicazione. Blog, riviste telematiche, webzine, sono stati gli strumenti della pacifica e determinata fiaccolata culturale che, a partire dagli anni Novanta, ha sgretolato il muro omertoso del potere dei direttori editoriali, giungendo in taluni casi persino a rendere noto il loro nome, costringendoli ad affrontare il giudizio degli esordienti in maxi processi pubblici.
E tuttavia, quell’infame di Tomasi di Lampedusa, che pure avrebbe dovuto essere grato per essere stato pubblicato,  ha riportato a tradimento in un suo libriccino una frase carpita origliando dietro la porta di un direttore editoriale.“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”

Non è noto quando la strategia della Nuova Casa Editrice Organizzata sia stata elaborata, ma i risultati si sono visti negli ultimi cinque anni, di sicuro con l’appoggio delle famiglie d’oltre oceano. L’hanno chiamata “democrazia culturale” e significa che tutti possono scrivere un libro, tutti possono pubblicarlo e tutti possono andare in televisione a presentarlo. Da Detroit a Chicago, da Leningrado ai sobborghi di Shanghai, passando per Casal Di Principe, la parola d’ordine è “lasciate che i pupi si autopubblichino“. E i pupi si autopubblicano su Lulu, si autostampano, si autocomprano e persino si autopresentano sul Canale 93218 di Schaitivvì.

“State tranquilli – si racconta che abbia biascicato il Padrino di una casa editrice di Bagheria all’inviato di una casa editrice della Yakuza, in visita internazionale, mentre si soffiava il naso con l’ultimo romanzo ancora imbrattato di sangue dell’autore – fateli pubblicare come gli pare. Scrivono e presentano, i quaqquaraqquaà. Tanto, nessuno li leggerà.“

I pizzini redazionali