Scriptorium

Cosa imparare dai libri

I TedTalks, per chi non li conoscesse, sono brevi e divertenti filmati didattici, della durata di pochi minuti, diffusi gratuitamente, nei quali esperti, ricercatori e personaggi noti raccontano esperienze e presentano brevissime lezioni (talks, appunto) su quasi ogni genere di materia. Alle volte sono argomenti molto triviali, come l’arte di allacciarsi le scarpe (e ciononoostante vi assicuriamo che dopo aver visto questo apparentemente ridicolo filmato abbiamo scoperto di aver raggiunto il mezzo secolo di vita senza aver mai imparato realmente come allacciarci le scarpe in modo sicuro), altre volte temi etici e filosofici. Con una caratteristica che fa naturalmente inorridire i cattedratici italiani: sono lezioni brevi ma interessanti, divertenti e istruttive. Esattamente l’opposto della maggior parte delle trombonate accademiche italiane.

Insomma, per dirla in tutta franchezza, sono proprio come i libri di Marcovalerio: interessanti ma sperabilmente anche leggibili.

Alle volte, queste lezioni dall’apparenza leggera aprono scenari inattesi. Come questo. Lo hanno visto oltre un milione e duecentomila persone.

Cosa abbiamo imparato da 5 milioni di libri

di Jean-Baptiste Michel e Erez Lieberman Aiden

 Ecco cosa dicono i due ricercatori americani.

Erez Lieberman Aiden: Tutti sanno che un’immagine vale mille parole. ma noi di Harwardci stavamo chiedendo se fosse davvero così. (Risate) Perciò abbiamo messo insieme un gruppo di esperti, provenienti da Harvard, dall’MIT, dall’American Heritage Dictionary, dall’Encyclopedia Britannica e persino dal nostro gentile sponsor, Google. E ci abbiamo rimuginato sopra per circa quattro anni. E siamo giunti ad una conclusione sorprendente.Signore e signori, un’immagine non vale mille parole. In effetti abbiamo scoperto alcune immagini che valgono 500 miliardi di parole.

Jean-Baptiste Michel: Come siamo giunti a questa conclusione? Erez e io stavamo pensando ai diversi modi di ottenere una grande rappresentazione visiva della cultura umana, della sua storia e dei loro cambiamenti nel corso del tempo. Col passare degli anni sono stati scritti tantissimi libri, così abbiamo pensato: da questi milioni di libri é leggerli tutti.>. Se esiste una scala per misurare il grado di grandiosità delle cose, leggere tutti quei libri si piazza molto, molto in alto. Il problema è che c’è anche un asse X di cui tenere conto, l’asse della praticità. Sul quale si piazza molto, molto in basso

Molte persone tendono ad usare un approccio alternativo, che consiste nel prendere solo alcune fonti e leggerle molto attentamente. Estremamente pratico, ma non altrettanto grandioso. La cosa ideale da fare é riuscire ad arrivare nella parte grandiosa ma al contempo pratica di questo grafico. Si scopre che c’è un’azienda dall’altra parte del fiume chiamata Google, che alcuni anni prima aveva avviato un progetto di digitalizzazione che avrebbe potuto rendere quest’ultimo approccio possibile. Per questo progetto hanno digitalizzato milioni di libri. Ciò significa che una persona può utilizzare metodi computazionali per leggere tutti questi libri solo cliccando su un pulsante. -Questo- é sia molto pratico che assolutamente grandioso.

ELA: Lasciate che vi racconti qualcosa sulla provenienza dei libri. Da tempo immemore sono esistiti gli autori. Questi autori hanno sempre avuto l’ardente desiderio di scrivere libri, Cosa che divenne considerevolmente più facile con lo sviluppo della macchina tipografica alcuni secoli fa. Da allora, gli autori sono riusciti in 129 milioni distinte occasioni, a pubblicare libri. Ora, se quei libri non sono andati persi nel corso della storia,allora si trovano da qualche parte in una qualche libreria, e molti di quei libri sono stati reperiti dalle biblioteche e digitalizzati da Google, che ad oggi ha scansionato 15 milioni di libri.

Ora, quando Google digitalizza un libro, lo converte in un formato digitale molto pratico.Ora oltre ad avere i dati abbiamo anche i metadati. Abbiamo informazioni su cose come dove il libro fu pubblicato, chi era l’autore, quando venne pubblicato. E quel che facciamo è esaminare tutte quelle informazioni ed escludere tutto all’infuori dei dati della miglior qualità. Quello che resta è una selezione di cinque milioni di libri, 500 miliardi di parole,una riga di caratteri mille volte più lunga del genoma umano — un testo che, se venisse trascritto, coprirebbe la distanza tra qui e la luna, andata e ritorno per 10 volte — un autentico frammento del nostro genoma culturale. Ovviamente ciò che abbiamo fatto una volta messi di fronte ad una cosa così spaventosamente esagerata… (Risate) è stato ciò che qualunque ricercatore con un po’ di amor proprio avrebbe fatto. Abbiamo preso una pagina di XKCD e abbiamo detto: “Fatevi da parte. Qui stiamo per fare la scienza.”

JM: Ovviamente stavamo pensando: limitiamoci a mettere questi dati a disposizione di chiunque e lasciamo loro a “fare la scienza”. Ora stiamo pensando: “Quali dati possiamo divulgare?” Quello che vorremmo fare é prendere i libri e divulgare il testo integrale di questi cinque milioni di tomi. Google, e Jon Orwant in particolare, ci rivelarono una piccola equazione che dovremmo imparare. Se hai cinque milioni di libri hai anche cinque milioni di autori, e cinque milioni di querelanti fanno un’enorme causa legale. Perciò, anche se sarebbe stato davvero davvero grandioso, di nuovo, sarebbe stato anche molto molto poco fattibile. (Risate)

E così cedemmo di nuovo e ripiegammo sull’approccio più fattibile e un po’ meno grandioso. Ci dicemmo:” Ok, invece di divulgare il testo integrale divulgheremo le statistiche sui libri”. Prendete per esempio “Un barlume di felicità”. Sono quattro parole, noi lo chiamiamo un “quattro grammi”. Riveleremo quante volte uno specifico “quattro grammi” è apparso nei libri nel 1801, 1802, 1803, fino al 2008. Questo ci dà una serie temporale di quanto frequentemente questa particolare frase è stata usata nel tempo. Lo facciamo con tutte le parole e frasi che appaiono in quei libri, ottenendo così una grande tabella con due miliardi di righe che ci raccontano il modo in cui la cultura è cambiata.

ELA: Questi due miliardi di righe noi le chiamiamo due miliardi di n-grammi. Cosa ci raccontano? Gli n-grammi individuali misurano le tendenze culturali. Lasciate che vi faccia un esempio. Prendiamo il verbo irregolare “to thrive”, prosperare e immaginiamo che vi voglia dire che ieri ho prosperato. Potrei usare questa forma regolare. O, in alternativa, potrei usare questa forma irregolare. Hanno lo stesso significato, quale dovrei usare?Come scoprirlo?

All’inirca sei mesi fa l’approccio migliore in casi come questo era rivolgersi, ad esempio, a questo psicologo dalla favolosa capigliatura e chiedergli: “Steve, tu sei un esperto di verbi irregolari. Cosa dovrei fare secondo te?” E lui avrebbe detto: “Be’ la maggioranza delle persone usa thrived, ma alcune persone usano throve”. E tu sapevi anche, più o meno,che se fossi dovuto tornare indietro nel tempo di 200 anni e domandare al seguente luminare dalla capigliatura ugualmente favolosa, (Risate) “Tom, secondo te cosa dovrei dire?” Lui avrebbe detto: “Be’, di questi tempi la maggioranza della gente usa throve, ma alcuni usano thrived”. Quelli che intendo mostrarvi ora sono dati grezzi. Due righe da questa tabella di due miliardi di voci. Ciò che state vedendo è la frequenza anno dopo anno nell’uso di “thrived” e “throve” nella storia. Ora queste sono solo due righe fra due miliardi. Perciò l’intera collezione di dati è un miliardo di volte più grandiosa di questa diapositiva.

JM: Ora, ci sono molte altre immagini che valgono 500 miliardi di parole. Questa, ad esempio. Se semplicemente prendete la parola influenza, vedrete i picchi nel momento in cui sapevate che c’erano grandi epidemie di influenza che stavano mietendo vittime in tutto il mondo.

ELA: Se ancora non foste convinti, il livello del mare si sta innalzando, così come i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera e la temperatura globale.

JM: Potreste inoltre voler dare un’occhiata a questo particolare n-grammo, giusto per poter dire a Nietzsche che Dio non è morto, anche se forse sarete d’accordo nel dire che avrebbe bisogno di un migliore agente.

ELA: Si può arrivare anche a concetti abbastanza astratti con questo metodo. Ad esempio, lasciate che vi racconti la storia dell’anno 1950. Durante buona parte della storia, a nessuno gliene fregava nulla del 1950. Nel 1700, nel 1800, nel 1900, a nessuno importava. Negli anni Trenta e Quaranta a nessuno importava Improvvisamente, a metà degli anni Quaranta, cominciò ad esserci del fermento. La gente si rese conto che il 1950 stava per arrivare, e poteva essere grandioso. (Risate) Ma nulla fece interessare la gente al 1950 come l’anno 1950. (Risate) La gente se ne andava in giro ossessionata. Non riuscivano a smettere di parlare di tutte le cose che fecero nel 1950, di tutte le cose che stavano pianificando di fare nel 1950, di tutti i sogni di cose che che volevano realizzare nel 1950. A conti fatti il 1950 fu così affascinante che negli anni a seguire la gente continuò a parlare di tutte le cose stupefacenti che accaddero, nel ’51, nel ’52 e nel ’53.Alla fine nel 1954 qualcuno si svegliò e si rese conto che il 1950 era in qualche modo passato di moda. (Risate) E improvvisamente la bolla esplose.

E la storia del 1950 è la storia di ogni anno che abbiamo in archivio, con una piccola variante, perché ora abbiamo questi bei diagrammi. E dato che abbiamo questi bei diagrammi, possiamo misurare le cose. Possiamo dire: “Quanto velocemente la bolla esplode?”. E si scopre che possiamo misurarla in maniera precisissima. Equazioni vennero dedotte, grafici furono realizzati ed il risultato definitivo é che scopriamo che la bolla esplode sempre più velocemente col passare di ciascun anno. Stiamo perdendo interesse nel passato più rapidamente.

JM: Ora un piccolissimo consiglio sulla carriera. Per quanti di voi che desiderano essere famosi, possiamo imparare dalle 25 figure politiche più famose, autori, attori e così via.Ad esempio, se volete diventare famosi da giovani, dovreste fare gli attori perché in quel caso la fama inizia a crescere con l’avvicinarsi dei trent’anni siete ancora giovani, è davvero meraviglioso. Se invece potete attendere un po’, potreste diventare degli autori,perché in quel caso raggiungerete vette altissime, come Mark Twain, ad esempio. Estremamente famoso. Ma se volete raggiungere il massimo dovreste rinviare le gratificazioni e, ovviamente, diventare un politico. In questo caso diventereste famosi verso la fine dei cinquant’anni, e molto molto famosi da andando avanti con l’età. Anche gli scienziati tendono a diventare famosi in età molto più avanzata. Biologi e fisici, ad esempio, tendono ad essere quasi tanto famosi quanto gli attori. Un errore che non dovreste commettere è quello di diventare dei matematici. (Risate) Se lo faceste potreste pensare: “Oh, fantastico! Realizzerò il mio miglior lavoro tra i venti e i trent’anni.” Ma, indovinate un po’? A nessuno importerà nulla.

ELA: Ci sono annotazioni più serie tra gli n-grammi. Ad esempio, ecco la traiettoria di Marc Chagall, un artista nato nel 1887. Questa sembra essere la normale traiettoria di una persona famosa. Diventa sempre più famoso, tranne quando si considerano gli n-grammi tedeschi. Se date uno sguardo in Germania, vedrete qualcosa di assolutamente bizzarro, qualcosa che non si vede praticamente mai, ovvero il fatto che diventa estremamente famoso e poi tutto a un tratto la sua fama precipita raggiungendo il punto più basso tra il 1933 e il 45, prima di recuperare terreno in seguito. Ovviamente quello che stiamo guardando è il fatto che Marc Chagall era un artista ebreo nella Germania nazista.

Ora questi segnali sono davvero tanto evidenti da non rendere necessario il sapere che qualcuno è stato censurato. Possiamo arrivarci tranquillamente usando teorie dei segnali davvero elementari. Ecco un modo facile per farlo. Ci si può ragionevolmente aspettareche la fama di una persona in un dato periodo di tempo sia approssimativamente la media della sua precedente fama e di quella successiva. Questo è un po’ quello che ci attendiamo. Ora, confrontiamo questo con la fama che osserviamo. E semplicemente dividiamo l’una per l’altra per produrre qualcosa che noi chiamiamo indice di repressione.Se l’indice di repressione di una persona è molto, molto, molto piccolo quella persona potrebbe benissimo star venendo censurata. Se è molto ampio, forse sta traendo beneficio dalla propaganda.

JM: Adesso potete dare un’occhiata alla distribuzione degli indici di repressione sull’intera popolazione Ad esempio, in questo caso: questo indice di repressione è quello di 5,000 persone estratte da libri inglesi in cui non risulta alcuna repressione. La distribuzione sarebbe questa, fondamentalmente distribuito attorno all’1. Ciò che si osserva è sostanzialmente identico alle aspettative. Questa è la distribuzione come vista in Germania; é molto diversa, spostata più a sinistra. La gente ne parlava due volte meno di quanto avrebbe teoricamente dovuto. Ma, cosa molto più importante, la distribuzione è molto più larga. Ci sono molte persone che finiscono nella parte più a sinistra della distribuzione di cui si parla circa 10 volte meno di quanto si sarebbe dovuto. Ma al contempo molte persone sulla parte più a destra che sembrano beneficiare della propaganda. Questa immagine è il marchio della censura nella storia dell’editoria.

ELA: Culturomica; è così che chiamiamo questo metodo. E’ un po’ come la genomica.Eccetto per il fatto che la genomica è uno spiraglio sulla biologia attraverso la finestra della sequenza di basi nel genoma umano. La culturomica è simile. E’ l’applicazione dell’analisi su larga scala di una raccolta di dati allo studio della cultura umana. Qui, invece che attraverso la lente di un genoma, è attraverso la lente di frammenti digitalizzati di registrazioni di carattere storico. La cosa esaltante della culturonomica è che chiunque può praticarla. Perché chiunque può praticarla? Chiunque può perché queste tre persone,Jon Orwant, Matt Gray e Will Brockman di Google videro il prototipo dell’Ngram Viewer. e dissero: “E’ così divertente. Dobbiamo renderlo disponibile al pubblico”. Quindi in due settimane giuste giuste, le due settimane precedenti alla pubblicazione del nostro saggioprogrammarono una versione dell’Ngram Viewer per il vasto pubblico. Così anche voi potete digitare una qualsiasi parola o frase alla quale siete interessati e vedere il suo n-grammo immediatamente; oltre a spulciare esempi di tutti i vari libri in cui appare il vostro n-grammo .

JM: Questo programma venne utilizzato un milione di volte durante il primo giorno di rilascio, e questa è la migliore di tutte le interrogazioni. Tutti vogliono essere best-qualcosa: best seller, best player… Ma si scopre che nel 18esimo secolo, alla gente non importava assolutamente nulla. Non volevano affatto essere “best-qualcosa”, volevano essere “beft-qualcosa”. Quello che è successo è, ovviamente, solamente un errore. Non è che si sforzassero di essere mediocri. Semplicemente un tempo si usava scrivere la S in maniera differente, un po’ come la F. Questa cosa Google al momento non la capì,quindi lo riferimmo nell’articolo scientifico che abbiamo scritto. Ma alla fine questo è solo un avvertimento sul fatto che, pur essendo molto divertente, interpretare questi grafici richiede molta cautela e bisogna farlo seguendo le regole base della scienza.

ELA: Le persone hanno usato questo strumento in un sacco di modi spassosi. (Risate) In realtà, non avremo nemmeno bisogno di parlare, ci limiteremo a mostrarvi tutte le diapositive restando in silenzio. Questa persona era interessata alla storia della frustrazione. Ci sono diversi tipi di frustrazione. Se sbatti un dito del piede, è un “argh” con una A. Se il pianeta Terra viene annientato dai Vogon per fare spazio a un passaggio interstellare, quello è un aaaaaaaargh” con otto A. Questa persona studia tutti gli “argh”composti da uno fino a otto A. E si scopre che meno frequenti “argh” sono, ovviamente, quelli che corrispondono a cose che sono più frustranti; tranne che, stranamente, all’inizio degli anni 80. Noi pensiamo che possa avere qualcosa a che fare con Reagan.

JM: ci sono molti utilizzi per questi dati, ma la cosa che più importa è che la registrazione storica stia venendo digitalizzata. Google ha iniziato a digitalizzare 15 milioni di libri. E’ il 12% di tutti i libri che siano mai stati pubblicati. E’ una porzione enorme della cultura umana. C’è molto di più nella cultura: ci sono i manoscritti, ci sono le riviste, ci sono cose che non sono testo, come l’arte e la pittura. Tutte cose che, casualmente, si trovano nei nostri computer, nei computer di tutto il mondo; E quando la digitalizzazione sarà completa, trasformerà il modo che abbiamo di comprendere il nostro passato, il nostro presente e la cultura umana.

Grazie infinite a tutti.

A parte le amenità, questo è uno dei pochi utilizzi intelligenti che si possono fare dell’immane quanto per il resto perniciosa opera di digitalizzazione massiva dei libri operata da Google Books. Non una biblioteca dell’oblio, ma un motore che genera nuovo sapere. Lo strumento Ngram Viewer di Google si presta a ricerche storiche e sociali interessanti. A voi viene qualche idea? Noi ci stiamo pensando. Per la verifica dei processi storici di censura, ad esempio, suggeriti dai due ricercatori con l’esempio di Marc Chagall in Germania. Molti altri potrebbero essere gli spunti, e magari ci torneremo sopra.

 

 

Pubblicare con noi

esordiente in attesa di pubblicazione

Pubblicare con Edizioni Marcovalerio non è facile. Ogni giorno decine di manoscritti non richiesti giungono nella nostra redazione e, per la quasi totalità, finiscono nel grande cesto della raccolta carta.
Hai un saggio nel cassetto? Leggi prima la premessa antipatica agli aspiranti autori della nostra casa editrice.
In ogni caso segnaliamo che non prendiamo in considerazione: romanzi, racconti, poesie, fiabe.

UNA PREMESSA ANTIPATICA PER FARVI MEDITARE

Ogni casa editrice e’ afflitta da decine di manoscritti (o dattiloscritti). Per la maggior parte sono impubblicabili per le seguenti categorie di ragioni:

1 – conoscenza dell’ortografia e della sintassi da parte dell’Autore al di sotto di ogni speranza di revisione

2 – assoluto non interesse dell’opera (in testa i libri di poesie, seguiti dalle autobiografie autocelebrative dello stile ‘la mia vita è un romanzo’

3 – quando l’opera potrebbe anche meritare la pubblicazione, non appena l’editore dice all’Autore “parliamone” ecco scattare la sindrome Dante Alighieri che si traduce in:

  • a – si però mi date cento milioni di anticipo sui diritti d’autore
  • b – sì però mi rifiuto categoricamente di apportare qualsiasi correzione
  • c – sì però mi garantite almeno diecimila copie vendute
  • d – voglio una copertina in oro zecchino con un quadro di Picasso e che apriate una nuova collana tutta per me

4 – l’opera è meritevole, l’Autore sembra sano di mente, ma ecco scattare la sindrome della “revisione infinita”. L’Autore, non appena corregge le bozze, scopre che il capitolo 1, 2, 3 e gli altri dodici seguenti vanno riscritti. Alla seconda tornata di bozze pretende di aggiungere altre ottocento pagine, quindi rivede tutte le note, alla fine blocca tutto perché sta aspettando la prefazione di Umberto Eco (il quale, senza che l’editore ne sapesse nulla, ha ricevuto cento telefonate, duemila lettere e quindici copie delle bozze con il perentorio invito a scrivere la prefazione da parte dell’Autore). Al nome di Umberto Eco potete sostituire quello del Pontefice, di George Bush jr o di altro a vostro piacimento.

Dulcis in fundo, l’Autore pretende ottocento copie in regalo da distribuire a tutti gli amici, togliendo così cento possibili acquirenti (gli altri settecento useranno comunque il libro come materia prima per scaldarsi davanti al camino). Infine telefona due volte al giorno all’editore per avere notizie del suo libro. Naturalmente alla ventesima telefonata, l’editore decide di annullare la pubblicazione o, se il libro è già stato pubblicato, di ritirarlo dal catalogo.

Caso numero 5 (rarissimo)

Viene proposto un testo dignitoso, meglio se un saggio piuttosto che un romanzo. Mai e poi mai un libro di poesie (quelle le potete pubblicare a vostre spese oppure le pubblicheranno i vostri nipoti post mortem nel caso abbiate ricevuto il Nobel).

È scritto bene, è interessante e non è la copia di un romanzo già pubblicato (capita otto volte su dieci, credete, anche inconsciamente). Il testo è inoltre fornito su supporto magnetico, magari con un’attenta correzione preliminare. Corredato di liberatoria e disponibilità a fare l’autore (con la a minuscola), lasciando che l’editore faccia il proprio mestiere. L’autore esordiente si accontenta di cinque copie saggio.

Magari la sua sarà un’opera unica, senza seguito. Magari da questa opera prima nascerà un vero Autore, che pubblicherà successivamente altri libri con grande soddisfazione e con grandi Editori.

Se ritenete di appartenere al caso numero 5, qualche probabilità di essere pubblicati, senza necessariamente dover fare ricorso a strani percorsi alternativi, ce l’avete. Magari il vostro libro resterà mesi sulla scrivania dell’editore, ma alla fine vedrà la luce.

In bocca al lupo, e con una preghiera. Se appartenete ai casi 1, 2, 3 e 4, dimenticatevi questo sito. Cestiniamo qualche decina di testi ogni giorno. Se ritenete di appartenere al caso 5, rileggete il vostro libro. Poi rileggetelo ancora. Quando avete finito, rileggetelo ancora una volta. Quindi chiedetevi: “io sarei disposto a spendere diecimila euro per pubblicarlo?”. Ecco, la stessa domanda se la deve porre l’editore. Con la differenza che quel libro neppure l’ha scritto. Se siete sicuri, ma proprio sicuri, che la risposta sia positiva, andate a leggere la pagina di istruzioni relativa alla proposte di pubblicazione, quindi inviate un’email così articolata:

1 – Nome cognome indirizzo telefono titolo di studio, curriculum in dieci righe tassative
2 – Presentazione dell’opera in venti righe tassative
3 – Allegato in formato word, meglio rtf, in caratteri umanamente leggibili /minimo corpo 12, meglio corpo 14)

Se la risposta è NO, mettetevi il cuore in pace, e provate con qualcun altro. Se è SI, allora sarete invitati a inviarci l’opera, per la sua valutazione, con dichiarazione allegata di questo tenore (è un esempio):

“Invio la seguente opera di cui dichiaro di essere autore (titolo, genere, caratteristiche) per una valutazione NON IMPEGNATIVA. È inteso che avrete il diritto di NON pubblicarla e che nessuna richiesta da parte mia potrà essere a qualsiasi titolo avanzata per la mancata pubblicazione dell’opera inviata.

Non ci impegnamo in alcun modo a garantirvi una risposta. Vi contattaremo solo ed esclusivamente in caso di interesse alla pubblicazione. I nostri tempi di eventuale risposta possono essere dell’ordine anche di diversi mesi.

Speriamo di non avere urtato le sensibilità di qualche Autore con la A maiuscola. Se siete autori con la a minuscola, sarete sempre i benvenuti. Ogni editore sogna di incontrare un autore almeno una volta l’anno.

Ah, dimenticavamo una cosa importante: manoscritti, dattiloscritti, floppy disk, cdrom, in ogni caso NON saranno restituiti. NON inviate raccomandate per nessuna ragione, i manoscritti verrebbero immediatamente cestinati. Usate i pieghi: costano meno.

Non usate lo strumento dei “commenti” per inserire le vostre proposte. I commenti sono pubblici. Andate alla pagina dei contatti.

Un’opportuna integrazione a questo testo

Questa “premessa antipatica” ha raccolto negli anni numerosi commenti, spesso irritati, e numerosissime citazioni sul web, facendo non di rado gridare all’atteggiamento spocchioso degli editori contro gli autori. È, come dice il titolo, una premessa, per quanto antipatica e provocatoria, che come tale può suscitare una reazione negativa. Peraltro motivata.

Può apparire crudele e indisponente che un editore “maltratti” chi scrive in questo modo, prima ancora di aver letto i manoscritti che giungono in redazione. Anzitutto dovete comprendere che il flusso delle proposte, con il crescere delle dimensioni della nostra casa editrice, ha raggiunto livelli pressoché insostenibili. Leggere venti o trenta manoscritti la settimana è un carico di lavoro accettabile. Leggerne e valutarne cinquecento diventa oggettivamente impossibile. L’intera redazione dovrebbe smettere di occuparsi del proprio lavoro primario, che è e resta l’editing dei libri in corso di pubblicazione, la loro promozione, la gestione dei contatti con la stampa, l’organizzazione delle presentazioni e lo scouting.

Diventa quindi inevitabile porre dei paletti, anche molto rigidi. Paletti che, ci rendiamo conto, l’aspirante scrittore in qualche modo cerca di aggirare, proponendo una raccolta di poesia come se fosse un romanzo lirico, oppure una serie di racconti brevi come se fossero un saggio e così via. Questo, però, si traduce in un’ulteriore perdita di tempo prezioso, che viene sottratto alla lettura.

Un ottimo esempio di manoscritto che il redattore ordinario non leggerà oltre la prima riga

Un ottimo esempio di manoscritto che il redattore ordinario non leggerà oltre la prima riga

Il tempo dedicato alla prima lettura del vostro manoscritto si riduce costantemente. Questo non significa che il vostro lavoro sarà valutato nei pochi minuti della prima lettura, ma significa purtroppo che in quei pochi minuti potrà essere scartato e mai raggiungere il traguardo della seconda o della terza lettura, necessarie per valutarlo. Errori clamorosi di grammatica e sintassi nelle prime dieci righe sono mortali. Almeno la prima pagina, abbiate cura di correggerla con attenzione.

Quanto ai tempi e alle modalità di risposta, dovete avere presente che, comunque, il passaggio dalla prima frettolosa scorsa del vostro manoscritto, per capire se rientra nelle linee di interesse quanto a genere ed argomento, all’eventuale seconda o terza lettura, quando la pila dei manoscritti è nell’ordine delle decine, può richiedere giorni, settimane o, nei periodi in cui l’attività redazionale è concentrata sulle fiere, sulle preparazioni universitarie o prenatalizie, anche mesi. Talvolta i manoscritti giacciono più di un anno in attesa.

Inviare manoscritti nel mese di agosto o nelle vacanze natalizie accumula centinaia, quando non addirittura migliaia, di email giacenti. Con tutta la buona volontà, smaltire tali arretrati è impossibile e il tasto di cancellazione talvolta è l’unica possibilità per sbloccare un server di posta intasato. Guardate quindi il calendario con attenzione e se avete concluso il vostro lavoro nei periodi di vacanza oppure in corrispondenza delle grandi fiere internazionali (Francoforte in testa) o in autunno, tenetevolo nel cassetto o sul disco rigido, attendendo per inviarlo il momento in cui presumibilmente in redazione ci sarà il tempo per leggerlo.

La fretta è sempre cattiva consigliera, per voi come per noi. Se anche il vostro lavoro fosse interessante e meritevole di pubblicazione, se anche fosse un vero capolavoro, le ferree leggi della distribuzione libraria impongono dei tempi di valutazione e preparazione che non possono essere disattesi. Le case editrici pianificano le pubblicazioni con mesi di anticipo. Noi sappiamo già cosa pubblicheremo in primavera e, in buona parte, anche nel prossimo autunno. Alcuni libri sono già stati programmati per il prossimo anno. Voi avete fretta, è vero, ma tre, quattro, talvolta anche sei o dodici mesi di attesa sono il tempo necessario per organizzare e gestire ogni nuova pubblicazione, almeno in una casa editrice seria. Le eccezioni esistono, è vero, ma riguardano autori consolidati o libri che vengono “progettati” in concomitanza di avvenimenti particolari. Anni fa, l’elezione dell’attuale Pontefice, ci fece realizzare, stampare e distribuire un tascabile in 24 ore. Ma si tratta di casi isolati.

Noi non correggeremo il vostro lavoro. Non è questo il compito di un editore. Vogliamo testi pronti per la pubblicazione, non bozze da rivedere. Se un lavoro viene respinto con un messaggio dettagliato, che vi spiega i punti deboli dell’opera, non chiedeteci di intervenire per correggerli. Per questo esistono agenzie qualificate, oppure l’umile lavoro dell’autore, spesso difficile perché difficile è ammettere i propri errori. Noi vi consigliamo Sul Romanzo, una struttura giovane ma estremamente qualificata nel campo della narrativa, che mantiene rapporti con svariate case editrici di buon livello, compresa la nostra.

Infine, non dimenticate mai che il nostro scopo è vendere libri. Non siamo i custodi del sapere letterario e non pretendiamo di esserlo. Il giudizio finale sulla pubblicazione è biecamente e tristemente una valutazione economica. Se un libro ha possibilità di vendere copie, allora ci interessa. Se non ha, a nostro parere, e sicuramente spesso sbaglieremo, la possibilità di vendere, quand’anche fosse un capolavoro assoluto da noi misconosciuto, non lo pubblicheremo. Per vostra fortuna, esistono anche altri editori e non è detto che un’opera da noi respinta non possa essere presa in considerazione da un nostro concorrente.

Come postilla, ripetiamo ancora una volta:

  • non prendiamo in considerazione raccolte brevi di racconti
  • non prendiamo in considerazione opere liriche
  • non prendiamo in considerazione opere prepubblicate su piattaforme di editoria on demand o autopubblicazioni sotto ogni forma
  • non prendiamo in considerazione allocchi|autori che abbiano pubblicato in precedenza con editori a pagamento

Grazie per la vostra benevola comprensione. Commenti e insulti sono sempre possibili e ben accetti. Buoni benzina, ticket restaurant, pacchi di pasta e beni non deperibili ancora di più.

A proposito di Lulu e altre piattoforme per l’autopubblicazione

Sempre più spesso, da quando è nato questo fenomeno, ci troviamo costretti, quando ci viene proposto un manoscritto e lo troviamo interessante, ad effettuare un controllo su piattaforme di autopubblicazione quali Lulu, LampiDiStampa, Ilmiolibro e altri simili. Sappiamo che quanto stiamo per dirvi solleverà molte obiezioni e critiche, ma restiamo ancorati al principio della spiacevole verità che anima il lavoro della nostra casa editrice. Sappiate dunque che, qualora una vostra opera sia presente nel catalogo di piattaforme di autopubblicazione, non esiste alcuna possibilità che le vostre opere siano prese da noi in considerazione.

Vi chiederete la ragione di questa scelta e noi la spieghiamo senza alcun mistero. Un libro autopubblicato con Lulu o con altre piattaforme simili, pienamente legittime, sia chiaro, è a tutti gli effetti un libro già edito. Scaricato una o mille volte è per noi un libro morto. Fosse anche un capolavoro, la scelta di metterlo in rete in questo modo lo rende commercialmente privo di ogni interesse. Noi pubblichiamo libri di cultura, non siamo un’azienda vocata all’appagamento della vanità degli scrittori. Non siete d’accordo? Possiamo comprenderlo. Potete sempre acquisire il marchio e, finanziandolo adeguatamente, proporre una linea editoriale vocata non al mantenimento dei bilanci in pareggio ma all’inevitabile fallimento. Grazie per la comprensione

 E, per finire, un piccolo capolavoro di ironia.

Con consigli per pubblicare altrove.

I pizzini redazionali

Quello che segue è il verbale di interrogatorio di un redattore pentito, rilasciato durante una confessione poche ore prima che fosse schiacchiato dal crollo degli scaffali del magazzino della casa editrice. Lo riportiamo integralmente, così come pervenuto.

 

padrino

 

La “cosa” editrice è ancora, per fortuna, oggetto immune dal cancro della democrazia e del diritto. Neppure le più decadenti redazioni progressiste sono venute meno ai sani principi dell’onorata società di cui Lui, il direttore editoriale, incarna la salda, perenne e tentacolare potenza.

Non occorre che si conosca il suo nome. Tantomeno che lo conoscano gli autori. Pochi “picciotti” fidati comunicano gli affari in corso. Noi fedeli redattori, naturalmente lo conosciamo, ma non saremmo mai così folli o infami da rivelarlo ai lettori o peggio agli aspiranti autori. Non serve la minaccia di una fossa di calce viva. Essere inviati alle fiere è una punizione sufficiente. Già questo accennare alla Sua esistenza è una sfida, e le dita tremano mentre scriviano queste righe irriverenti.

Un pizzino è sufficiente a sancire la pubblicazione di quell’autore e spegnere le speranze di un fetuso che già si illudeva di poter unire il proprio nome al marchio della Famiglia. Uccidere un esordiente non è che un distratto gesto della mano, per il nostro Padrino. Spegnere uno scrittore che si credeva affermato, inviando al macero le sue opere ancora in magazzino, uno sghignazzo coperto dalla colata di cemento sulle ambizioni di un ominicchio della penna.

I direttori editoriali si parlano, talvolta, e in salette riservate di ristoranti si spartiscono le zone di influenza, vendendosi scrittori come partite di eroina. E che sono, gli scrittori, se non pedine? D’altra parte, come è noto, i direttori editoriali sono spesso parenti di politici, e nell’intreccio con la politica nutrono il loro potere. Di taluni si mormora che siano politici essi stessi, o che lo siano stati. Giornalisti d’assalto hanno sostenuto, senza mai averne le prove, che in riunioni segrete possano segnare i destini culturali di una nazione, condizionare il voto delle giurie dei premi letterari, persino inventare scrittori inesistenti per veicolare messaggi cifrati ai posteri.

Studiosi di storia della letteratura sospettano che, in taluni casi, certi direttori editoriali, negli Anni Quaranta e Cinquanta, abbiano acquisito i diritti di opere al solo scopo di impedirne di fatto la pubblicazione o ridurne l’impatto con tirature simboliche. In altri casi, nello scontro con il Padrino di turno, grandi scrittori sono stati costretti al suicidio, pur di salvare le proprie opere dal macero e dall’oblio.

I direttori editoriali non sono riconoscibili. Si mescolano alla gente comune per nascondersi. Vestono come persone del popolo, non di rado vagano a piedi per non incappare nei posti di blocco. Vivono in case diroccate, lontane dai centri cittadini e soprattutto dai caffè letterari. Alle presentazioni e ai vernissage si siedono in disparte e talvolta si addormentano.
Si dice che taluni scrittori, mentre vagavano nei corridoi della casa editrice, lo abbiano incontrato e scambiato per l’uomo delle pulizie. Altri hanno avuto di fronte un Ommo de Panza, mentre stringevano le mani agli ammiratori e firmavano autografi sul loro primo romanzo autopubblicato, e invece di sporgergli il nuovo manoscritto hanno lanciato qualche monetina, pensandolo un mendicante.

La reazione dei cittadini e degli scrittori liberi al potere occulto dei Mammasantissima è stata possibile soltanto con l’avvento delle nuove tecnologie. La nascita di Internet ha scompaginato le vecchie mappe del potere mafioso, aprendo le porte alla democrazia della pubblicazione. Blog, riviste telematiche, webzine, sono stati gli strumenti della pacifica e determinata fiaccolata culturale che, a partire dagli anni Novanta, ha sgretolato il muro omertoso del potere dei direttori editoriali, giungendo in taluni casi persino a rendere noto il loro nome, costringendoli ad affrontare il giudizio degli esordienti in maxi processi pubblici.
E tuttavia, quell’infame di Tomasi di Lampedusa, che pure avrebbe dovuto essere grato per essere stato pubblicato,  ha riportato a tradimento in un suo libriccino una frase carpita origliando dietro la porta di un direttore editoriale.“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”

Non è noto quando la strategia della Nuova Casa Editrice Organizzata sia stata elaborata, ma i risultati si sono visti negli ultimi cinque anni, di sicuro con l’appoggio delle famiglie d’oltre oceano. L’hanno chiamata “democrazia culturale” e significa che tutti possono scrivere un libro, tutti possono pubblicarlo e tutti possono andare in televisione a presentarlo. Da Detroit a Chicago, da Leningrado ai sobborghi di Shanghai, passando per Casal Di Principe, la parola d’ordine è “lasciate che i pupi si autopubblichino“. E i pupi si autopubblicano su Lulu, si autostampano, si autocomprano e persino si autopresentano sul Canale 93218 di Schaitivvì.

“State tranquilli – si racconta che abbia biascicato il Padrino di una casa editrice di Bagheria all’inviato di una casa editrice della Yakuza, in visita internazionale, mentre si soffiava il naso con l’ultimo romanzo ancora imbrattato di sangue dell’autore – fateli pubblicare come gli pare. Scrivono e presentano, i quaqquaraqquaà. Tanto, nessuno li leggerà.“

La libidine di potere del borioso analfabeta

CoverLuglioAgosto2010

 

Lo è per definizione. Peggio dei critici d’arte e di quelli letterari, abilissimi nell’evidenziare limiti e difetti delle opere altrui quanto incapaci di produrre un quadro o un romanzo. Naturalmente parliamo della figura del redattore o, come si dice oggi con un anglicismo oltretutto errato rispetto alla realtà nostrana, l’editor.

Un personaggio borioso per lo più, convinto di aver letto tutto ciò che valeva la pena di leggere, e ciononostante analfabeta, perché notoriamente non in grado di cogliere gli elementi di valore e novità dei lavori che gli vengono affidati.
Il borioso analfabeta è, purtroppo, l’inevitabile strettoia che lo scrittore deve affrontare nel tentativo di approdare in casa editrice. Vediamo dunque come sconfiggerlo, o perlomeno come evitare gli spuntoni rocciosi che potrebbero affondare la vostra nave e, fuor di metafora, il vostro romanzo.
Tendenzialmente, l’editor legge molto. Ha iniziato da ragazzo, con una passione smodata per la narrativa d’avventura, per poi passare ai classici. Se avete scritto un romanzo di fantascienza, mettetevi il cuore in pace, sarete misurati volenti o nolenti con la Fondazione di Isaac Asimov o la città eterna di Arthur Clarke. Peggio se volgete all’avventura, perché il metro di paragone potrebbe essere Emilio Salgari. Non parliamo dei romanzi storici, dove Alessandro Manzoni impera, appena mitigato da Umberto Eco. In ogni caso, l’editor è un vecchio topo di biblioteca, ama la prosa stantìa di Italo Calvino o di Carlo Cassola, le ambientazioni provinciali di Cesare Pavese. Per un ignorante presuntuoso come l’editor, Wilbur Smith sa scrivere in inglese, Stephen King è davvero un giallista.
Qualunque sia il genere letterario dell’opera che volete fare approdare in casa editrice per la pubblicazione, evitate con cura di evidenziare quanto il vostro stile sia in contrasto con i maestri della letteratura, quelli veri ma anche quelli discutibili eppure vendutissimi. Ricordatevi che da qualche parte esiste un editor che ha deciso di pubblicare Moccia, altrove un estimatore di Baricco. Superate il vostro senso di disgusto. Potrebbe toccare proprio a voi fare i conti con la stessa persona.
L’editor ha lo stesso spessore intellettuale della celeberrima casalinga di Voghera. È del tutto incapace di cogliere le finezze linguistiche, le innovazioni sintattiche. Odia gli anacoluti come la marmellata sul brasato al barolo. Su questo punto, ci sono pochi trucchi cui fare ricorso. Grammatica e sintassi, almeno nelle prime dieci pagine, cercate davvero di rispettarle.
L’editor è superficiale. È una conseguenza diretta della boria e dell’ignoranza che lo attanagliano. Vi giocherete la sua simpatia nelle prime tre pagine. Se il telefono per disgrazia squilla mentre è a metà della prima pagina, quelle poche righe saranno tutto ciò che riuscirete a fargli leggere. Ecco la ragione vera per la quale l’incipit di un romanzo è fondamentale. L’unico scopo dell’incipit è prendere al volo l’editor, colpirlo allo stomaco, fargli balenare per un istante la speranza di aver trovato, almeno una volta nella sua frustrante e inutile carriera di mezze maniche dell’editoria “il libro”, quel libro del quale potrà raccontare ai nipotini: “ecco, l’ho scoperto io”.
L’editor, a prescindere dall’età, ha problemi di vista. Nulla lo indispettisce di più di un piego stampato in caratteri inferiori al corpo 12. Meglio un 14, con l’interlinea sufficientemente ampia. Non è un grande sacrificio. Consideratelo un atto di pietas nei confronti di un minus habens.
L’editor, infine, è conformista, maledettamente conformista. I suoi gusti di lettura, a causa dell’eccesso di fruizione della stessa, che spesso non si esaurisce all’orario di lavoro ma prosegue patologicamente a casa e persino nei fine settimana, sono purtroppo perfettamente omologati a quelli della massa dei lettori. Su questo piano, c’è ben poco da fare, se non di capire cosa potrebbe interessare il pubblico dei lettori cui vi rivolgete. Se interessa loro, potrebbe interessare lui.
L’editor è perfettamente consapevole di essere protetto dalla legge. Non potete ucciderlo. Dovrete quindi fare i conti con questo insopportabile figuro anche dopo aver passato indenni gli scogli della prima selezione. Evitate quindi di considerarvi approdati soltanto perché la vostra opera ha iniziato il cammino che potrebbe portare alla pubblicazione.  I sacrifici al vostro orgoglio, in questa seconda fase, saranno ancora superiori e meno sopportabili di quanto vi possiate aspettare.
C’è uno scoglio insidioso sul quale molte opere naufragano in modo inatteso: il titolo. Non c’è niente di più irritante per uno scrittore di vedersi contestare l’originale “Il nome del gladiolo” che sintetizzava perfettamente il suo romanzo storico di ambientazione medievale o “La metropoli e le stelle” che mirabilmente avviava il suo ciclo fantascientifico. Su questo punto l’editor è irremovibile. La sua sudditanza nei confronti delle opere già pubblicate è assoluta. Fra l’altro, in questo caso, può contare sul totale sostegno di quel caprone del direttore editoriale. Mettetevi il cuore in pace, almeno per i primi due romanzi e rinunciate all’inutile scontro: il titolo non potrete sceglierlo, al massimo suggerirlo, ma con molta timidezza.
Il baratro dell’ottusità e dell’insipienza vi si parerà improvviso all’atto di definire la copertina. L’editor è assolutamente privo di senso artistico, odia visceralmente ogni innovazione, è capace di atti violenti, fino alla tortura delle bozze già impaginate con passaggio ripetuto nel caminetto, se solo provate a contestare la linea grafica della collana nella quale verrà inserita la vostra opera. E’ assolutamente inutile dimostrargli che il logo dell’editore non deve comparire dove è sempre comparso, spiegargli che il formato dei grandi tascabili economici è un insulto a Pitagora, o che il titolo scritto in orizzontale da sinistra a destra sono sintomi di un conservatorismo patologico.
L’editor è un dinosauro, non sente ragioni. La psicosi da conservazione nella filiera del libro è epidemica, ha infettato i promotori, i distributori, persino i librai e, secondo le più recenti ricerche scientifiche, persino i lettori. Gli Oscar Mondadori sono odiosamente, insopportabilmente, ignominiosamente sempre Oscar Mondadori. Non è mai accaduto nella storia di questa casa editrice che abbia pubblicato un libro con il logo di Sellerio o le copertine della Garzanti. In questo caso, ad aggravare la situazione, l’enclave mafiosa è compatta e granitica: grafici, responsabili della promozione, persino tipografi e legatori saranno complici dell’editor nel rovinare il vostro libro.
Arrivati a questo, siete ormai consapevoli che il vostro romanzo, scritto con dedizione durante lunghe notti insonni, sconquassato nelle secche delle redazioni, cannoneggiato dall’editor, bombardato dagli addetti alla promozione, si è trasformato da splendido veliero in un relitto putrido, il cui destino sarà galleggiare amaramente per alcune settimane, magari alcuni mesi, nella risacca delle librerie, sotto gli occhi di tutti, per poi arenarsi miseramente sugli scaffali e, infine, depositarsi sul fondo melmoso delle biblioteche, dove potrà giacere per decenni, visitato di tanto in tanto da un lettore.
Nella peggiore delle ipotesi, il relitto sarà restaurato, offeso da una nuova e ancor più orripilante copertina, ricomposto come un cadavere risuscitato in una nuova edizione, sempre e odiosamente scritta in caratteri latini, con i paragrafi giustificati. Talvolta qualche saccente e irriverente editor interverrà persino sulle edizioni successive, eliminando quei refusi che voi consapevolmente avevate deciso di lasciare in un angolino, per sottolineare con una piccola imperfezione voluta l’assoluta intoccabilità della vostra opera.
Giunti a questo stadio sarete diventati scrittori, ma la fama non vi ripagherà delle offese subite. L’editor nel frattempo sarà morto di vecchiaia, ma l’odio che avrete nutrito nei suoi confronti non verrà meno. L’unica soluzione, come insegnano Salgari, Hemingway e molti altri, è uno spettacolare e sanguinolento suicidio. Agli editor delle nuove generazioni piacciono moltissimo questi epiloghi. Anche ai responsabili della promozione, ai librai e persino ai lettori. Fanno vendere un sacco di copie, e a quel punto nessuno sente il bisogno di correggere i vostri manoscritti. Persino la lista della spesa, purché autografa, sarà trattata con rispetto e magari venduta all’asta.

Voltaire non ha mai detto: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire»

 

Voltaire non ha mai detto:
«Non sono d’accordo con quello che dici,
ma darei la vita perché tu lo possa dire»

di Alfio Squillaci

Come Galilei non ha mai scritto: «Eppur si muove» e in nessun luogo delle opere di Machiavelli si trova:  «Il fine giustifica i mezzi», allo stesso modo Voltaire non ha mai scritto né detto «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». E allora da dove nasce questa leggenda metropolitana?

Ricordo che il giornalista televisivo Sandro Paternostro,  vanesio e inconcludente (e anche palermitano, fatto che dal mio punto di vista di catanese è una conferma della labilità intellettuale dei panormiti ),  colui che ha impostato definitivamente, anche per chi l’ha succeduto,   il “canone”  delle corrispondenze televisive da Londra sulla filiera tematica cappellini-della-regina-mostre-canine-e-via-minchionando  (e tutta l’Inghilterra di Hume e di Dickens, del Labour e di Shaw che vada a farsi benedire) amava ripetere questa formula nel  programma televisivo “Diritto di replica” di qualche decennio fa.

Ancora oggi viene ribattuta con grande enfasi e magnanimità citrulla tutte le volte che si fa mostra di elegante tolleranza nei confronti del proprio avversario. Essa è tanto pregna di un fair play vanitoso quanto logicamente destituita di senso solo se ci si pone a pensare che se concediamo al  nostro avversario la libertà di poter dire tutto, anche l’intenzione di uccidere, noi o altri, egli da una parte lo farebbe di già e molto prima che noi ci immoliamo per  consentirgli di dirlo, oppure  lo farebbe col nostro consenso.  L’idea di tolleranza non può che partire da un “minimo etico” e non può non essere che reciproca, ovviamente, ma non può ammettere nell’interlocutore idee di sterminio o altri abomini,  che pertanto  nessuno, e per giunta a sacrificio della propria vita, può consentire di dire ad alcuno. Se infatti si deve essere tolleranti coi tolleranti, viceversa non si può essere che intolleranti con gli intolleranti.

Ma tagliando corto, il signor di Ferney non ha mai detto simile frase. Come mai allora gliela si attribuisce?
La sola versione nota  di questa  citazione è quella della scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it.», The Friends of Voltaire, 1906, ripresa anche nel successivo Voltaire In His Letters (1919).
Per chiudere la storia  di questa falsa citazione, Charles Wirz, Conservatore de “l’Institut et Musée Voltaire” di Ginevra, ricordava nel 1994, che Miss Evelyn Beatrice Hall,  mise, a torto, tra  virgolette questa  citazione in due opere da lei dedicate all’autore di «Candido», e riconobbe espressamente  che la citazione in questione non era autografa di Voltaire, in una lettera del  9 maggio  1939,  pubblicata  nel 1943 nel   tomo LVIII  dal titolo “Voltaire never said it” (pp. 534-535) della rivista “Modern language notes”, Johns Hopkins Press, 1943, Baltimore.

Ecco di seguito l’estratto della lettera in inglese:
«The phrase “I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it” which you have found in my book “Voltaire in His Letters” is my own expression and should not have been put in inverted commas. Please accept my apologies for having, quite unintentionally, misled you into thinking I was quoting a sentence used by Voltaire (or anyone else but myself).» Le parole  “my own” sono messe in corsivo intenzionalmente da  Miss Hall nella sua lettera.

A credere poi a certi commentatori (Norbert Guterman, A Book of French Quotations, 1963), la frase starebbe anche in una lettera  del  6 febbraio 1770 all’abate  Le Riche dove Voltaire direbbe :
«Monsieur l’abbé, je déteste ce que vous écrivez, mais je donnerai ma vie pour que vous puissiez continuer à écrire.» Peccato  che se si consulta la lettera citata, non si troverà né tale frase e nemmeno il concetto. Essendo breve tale lettera, è meglio citarla per intero e scrivere la parola fine su questa leggenda.

A M. LE RICHE,
A AMIENS.
6 février.
Vous avez quitté, monsieur, des Welches pour des Welches. Vous trouverez partout des barbares têtus. Le nombre des sages sera toujours petit. Il est vrai qu’il est augmenté ; mais ce n’est rien en comparaison des sots ; et, par malheur, on dit que Dieu est toujours pour les gros bataillons. Il faut que les honnêtes gens se tiennent serrés et couverts. Il n’y a pas moyen que leur petite troupe attaque le parti des fanatiques en rase campagne.
J’ai été très malade, je suis à la mort tous les hivers ; c’est ce qui fait, monsieur, que je vous ai répondu si tard. Je n’en suis pas moins touché de votre souvenir. Continuez-moi votre amitié ; elle me console de mes maux et des sottises du genre humain.
Recevez les assurances, etc.

Ma ormai la frase di Miss Hall aveva varcato l’Atlantico e dopo un piccolo rimbalzo nei circoli ristretti dei liberal era entrata nel formidabile circuito dei media americani, tramite il popolare  Reader’s Digest (Giugno 1934) e la Saturday Review (11 Maggio 1935).

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Editori, beceri editori…

La posta elettronica si apre inesorabile e annuncia trionfalmente 240 nuovi messaggi in arrivo. Il tempo per leggere la posta tradizionale, separare le incombenze burocratiche dalla colonna dei manoscritti. Se va bene, ci scappa anche il caffé. Finalmente l’ondata quotidiana degli inediti è pronta. Fra allegati email e plichi, sono appena venti. Giornata tranquilla.

Il primo plico si apre come una minaccia: “allego alla presente la mia opera, diffidando il destinatario da….” Come diffidando? Mi pareva che avessimo autorizzato lo scrittore a inviarci una copia del suo romanzo. Lo leggiamo, mica ce lo mangiamo. E poi se anche lo mangiassimo, con gli stipendi da fame dei redattori, sarebbe un panino in meno da pagare a mezzogiorno. A prima vista il titolo pareva accattivante. Meglio evitare rischi e rispedire subito l’intero plico, senza estrarne altri contenuti potenzialmente dannosi. L’amministrazione è tassativa: rispedire a spese del mittente. Però, davvero un peccato…

Proviamo con l’email. “Spettabile Editore, ho scritto una silloge di poesie… Lo so che voi non pubblicate poesie, però…” Però niente. A me piacciono le poesie. Mi rileggo una volta al mese l’antologia dei giovani poeti inglesi pubblicata da Einaudi negli Struzzi, vent’anni fa. Anche Einaudi, peraltro, non pubblica poesie, premi Nobel e mostri sacri esclusi. Tantomeno la casa editrice per la quale lavoro. Provo a spiegarlo. Conosco già la risposta: “Non capite un… siete i soliti venditori di carta straccia… ” Se dipendesse da me, obbligherei tutte le persone ad acquistare un libro di poesie ogni settimana. Pare che in libreria il settore sia melaconicamente deserto. Non è colpa nostra, e neppure del libraio.

Seconda mail elettronica. Spettabile editore, ho letto che siete seri, perché avete il codice isbn e il bollino Siae. Il bollino Siae? Dove l’avrà letto? Mica vendiamo cd musicali. Ah, già. E’ un errore, riportato da Il rifugio degli esordienti. Niente di grave. Una volta anche i libri riportavano il bollino Siae. Ora ben di radom e nessun editore va a chiederlo per il solo gusto di perdere tempo. Se gli scrittori ogni tanto leggessero un libro se ne sarebbero persino accorti.

Torniamo ai plichi. Il signor Alighiero Dantini ha spedito il suo romanzo. Scrive poco quando non racconta: nome e cognome, una liberatoria legale in cui assicura che il testo è proprio suo, cinque righe di curriculum, dieci righe di sinossi (ma perché non lo chiama semplicemente presentazione?). Magnifica cosa: una copia del romanzo, rilegata alla buona, ma senza fogli sparsi, persino dotata di copertina in cartoncino bianco. Un bel giallo, si capisce subito, anche perché l’ha scritto chiaramente. Proposta di titolo accattivante, forse un po’ lunga, ma non importa, testo ben impaginato, errori pochi. Finisce nel piccolo gruppo dei “librichemiripromettodileggereprimaopoi“. Dopo due ore, restera’ solo in quel mucchietto, mentre gli altri plichi si accumuleranno nello scatolone della raccolta carta.

Si profila una luminosa carriera per questo orfanello.

Più che luminosa: nella pausa di pranzo decido di portarlo fuori con me e di dare una prima scorsa. Davvero niente male. Peccato quel verbo volgare: lo usasse in senso proprio, cioè per “spazzare i pavimenti”, non ci sarebbero problemi. Un segno rosso e un’annotazione. Ci penserà un altro redattore, a convincere l’autore della necessità di correggere, se vuole che l’opera sia pubblicata da noi.

Secondo caffé della giornata ed ecco spuntare l’amministratore delegato. “Cosa leggi?” Finale a sorpresa: il manoscritto finisce nella sua borsa. Se lo leggerà per puro piacere, questa sera. Questo libro sembra davvero nato sotto una buona stella. Così buona che appena rientrato mi metto subito alla tastiera, per annunciare all’esordiente Alighiero Dantini l’interesse ad approfondire la lettura e comunicare due piccole perplessità, sulle quali avremo modo di colloquiare in futuro. Meglio trattarlo bene, il Dantini, perché mi sa che la prossima settimana l’amministratore delegato poserà il manoscritto sulla mia scrivania con una noterella in rosso: pubblicabile.

Poche ore e dalla casella email si affaccia un messaggio: “Vedo che siete stati rapidi nel capire che il mio capolavoro deve essere pubblicato. Come vi permettete di pensare anche solo lontanamente accettare proposte di correzioni, inutili larve redazionali?”

“Veramente, signor Dantini, era solo una proposta. Siamo ancora lontani dalla decisione di pubblicare. Quanto alle correzioni, pur rispettando il suo estro creativo, permetterà all’editore, che paga di tasca sua e pagherà a lei i diritti d’autore, di esprimere un’opinione?”

Risposta. Se finora abbiamo scherzato, esagerando un poco, ora vi confesso la verità: questo è un resoconto vero. Non è un racconto di fantasia. E quella che segue, parola per parola, senza i riferimenti personali, nel rispetto della riservatezza personale, è la risposta del signor Alighiero Dantini. Ottimo scrittore; ma scrittore, almeno per questa volta, mancato: “Come sospettavo a Lei della qualità narrativa non importa un fico secco. Lei guarda le idee politiche espresse in un testo (…) e questo è un fatto che mi ricorda il Tribunale dell’Inquisizione (…) Getti pure nella spazzatura il mio romanzo: dal suo punto di vista non merita altro.”

Peccato. Davvero peccato per il signor Dantini. Peccato perché questa mattina, entrando in redazione, c’era un manoscritto in un angolo. E sopra, in rosso, un appunto dalla calligrafia inconfondibile.

Piccoli consigli: il curriculum dello scrittore

Ebbene sì, il vostro capolavoro letterario è giunto a compimento. Vi preparate a inondare a raffica le redazioni delle case editrici di email con relativo allegato e naturalmente insieme all’opera dovrete inviare anche la fatidicasinossi e il vostro curriculum personale.

Della sinossi, questa parolaccia, parleremo in un’altra occasione. Oggi ci concentriamo sul curriculum. Altro non è che quella breve, anzi brevissima, presentazione dell’autore che dovrà comparire nella quarta di copertina, in genere in basso, poco sopra il prezzo e il codice isbn.

Vediamo qualche esempio?

Questo è un esempio di come non dovrebbe essere scritta la presentazione dell’autore di un romanzo. Naturalmente, è un esempio di come usualmente, invece, viene fatta e trasmessa…

Mariuccio Codipopo è nato il 31 febbraio 1925 a Frezza di Mezzo, frazione di Pietra Tozza. Sposato due volte, con quattro figli e due cognati, ha lavorato come trapanatore di buchi nell’acqua in una fabbrica per tutta la vita. Il suo sogno però era scrivere un romanzo e finalmente c’é riuscito dopo la pensione. Ne è nato questo capolavoro dal titolo “Avevo la dentiera ma l’ho persa”. Prima del romanzo aveva scritto dodici poemi in cinese approssimativo dedicati al suo cane.

Naturalmente si scherza. Proviamo però a riscrivere con un poì di creatività il medesimo curriculum…

Mariuccio Codipopo (1925), una vita avventurosa dedicata a mestieri impossibili e una passione per la scrittura ironica, coltivata nel riserbo per decenni. “Avevo la dentiera ma l’ho persa” è la sua opera prima, e, facendo gli scongiuri, l’autore spera non postuma.

Primo risultato: il curriculum sta in quattro righe, secondo, sembra che Mariuccio in fondo sia un personaggio interessante e che quindi valga la pena di leggere il suo libro.

Rifacciamo lo stesso gioco con l’autore di un saggio

Pippetto Altotacco, docente universitario, è titolare della cattedra di decolorazione delle castagne grosse presso l’Università di Pratoinnevato, dove ha entusiasmato i suoi studenti. Ha insegnato inoltre “Tecniche applicate della rimozione delle protuberanze marcescenti” presso il Master di Medicina selvaggia di Ukala in Polinesia. Ha pubblicato il saggio “I lamellibranchi in California, allignano?” e l’opera in tre volumi “Teoria e pratica della produzione di strumenti per la nettatura del foro anale”. In questo libro affronta riassume le sue competenze sui molluschi e sull’igiene.

Proviamo a riscriverlo? Vediamo un po’

Pippetto Altotacco insegna smarronamento all’Università. Esperto internazionale di brufoli, ha pubblicato saggi specialistici sulle cozze e sulla carta igienica. In questo libro spiega come pulire il sedere alle arselle.

Neh che è una cosa più comprensibile?

Un altro esempio scherzoso per un ipotetico autore di “Teoria della seduzione con biada”

Mario von Ippus, nato nel 1235 a Siena, di professione cavallo, ha pubblicato saggi di scienza sull’addestramento dei fantini e corsi di canto equino. All’attività di esperto saltatore di ostacoli affianca una passione per le giumente, che ha trasposto in questo nuovo saggio

Se volete provarci ridendo, vedrete che la prossima volta che invierete un manoscritto attirerete l’attenzione più che con una pagina intera di notizie inutili.

 

Piccoli consigli: la sinossi

Dopo il curriculum dello scrittore, l’altro incubo di chi propone il proprio manoscritto a una casa editrice è la sinossi.

Per sinossi si intende il compendio (riassunto) di un’opera che permette di poter avere quasi sott’occhio, o comprendere con un’occhiata, le parti più importanti di essa

Le regole variano da casa editrice a casa editrice. Per Daniele Bonfanti, ad esempio, deve essere lunga circa due cartelle. Per noi, invece molto meno. Non abbiamo tempo di leggere due cartelle. Una basta e avanza.

Lo sappiamo bene che condensare in una sola cartella, venti righe al massimo, una trama intera appare impresa ardua. Di più ancora, se considerate che in quelle venti righe dovrete anche farci apprezzare l’intreccio, l’ambientazione e la capacità di descrizione dei personaggi.

D’altra parte, se volete diventare scrittori, dovete sapere ANCHE come si fa una sinossi. Non sapete? Ah, dura la vita.

Vediamo dunque qualche esempio in positivo e qualche, immaginario, esempio da NON imitare.

Questa non è una sinossi televisiva, ma cinematografica. Secondo alcuni sono due cose completamente diverse. Ora capiremo anche perché.

Potere, soldi e sangue. In un mondo apparentemente lontano dalla realtà, ma ben radicato nella nostra terra, questi sono i “valori” con i quali gli abitanti della provincia di Caserta, tra Aversa e Casal di Principe, devono scontrarsi ogni giorno. Quasi sempre non puoi scegliere, quasi sempre sei costretto a obbedire alle regole del Sistema, la Camorra, e solo i più fortunati possono pensare di condurre una vita “normale”.

Gomorra è un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate – pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi – arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde – dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi – che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere, ma testimoniano utopie farneticanti.

A differenza della sinossi cinematografica, quella editoriale deve essere completa. Deve raccontare tutta la storia, compreso il finale. All’editore interessano tutte le parti del manoscritto e non deve essere preso come un “lettore interessato” a cui non si deve svelare come va a finire il libro. Se dobbiamo pubblicare un testo, dobbiamo capire come va a finire la storia, quale messaggio è sotteso, se ci sono tesi nel saggio e così via.

Proviamo dunque insieme:

In questo libro è narrata la storia di due ragazzi che si amano. Ambientata nella Lombardia del diciassettesimo secolo, durante l’occupazione spagnola, la storia è una pretesto per raccontare le vicende storiche del tempo e insieme per lanciare un messaggio ai lettori dell’Ottocento, perché comprendano il valore della Patria e della Famiglia. I due giovani saranno ostacolati da un potente locale e saranno costretti a separarsi, vivendo avventure rischiose, rapimenti, fughe, ma grazie all’aiuto di un monaco e complice l’epidemia di peste scoppiata proprio in quegli anni, riusciranno alla fine a riunirsi e a costruire una famiglia, pur se in esilio. Il potente cattivo e i suo sgherri finiranno per morire a causa dell’epidemia di peste.

Un po’ noiosetta la storia, che ne dite? Figuratevi come avrebbe potuto entusiasmarsi un eventuale editore se gli fosse stata propinata una simile sinossi.

Proviamo allora ad abbozzarla in modo un poco più moderno…

Due giovani popolani nello scenario violento dell’Italia del Seicento, durante l’occupazione spagnola. Un parroco pavido e un feudatario potente che vorrebbe trasformare la ragazza nella sua amante e, dietro di lui, un panorama umano di monache corrotte e assassini prezzolati.

Avventure rischiosi, rapimenti, fughe rocambolesche con l’aiuto di un monaco. Sullo sfondo la tragedia della peste.

Forse abbiamo esagerato. Anzi, sicuramente abbiamo esagerato, trasformando un classico della letteratura in un romanzo d’appendice. Ma l’effetto pugno nello stomaco l’abbiamo ottenuto. Non è detto che il redattore gradisca, ma è certo che il riassuntino precedente lo avrebbe scartato. Talvolta occorre saper rischiare.

Voi cosa ne pensate?

Restaurare per chiudere? Troppo spesso i tesori d’arte del nostro territorio restano inaccessibili al pubblico

Quasi impossibile contattare i depositari delle chiavi di chiese con importanti cicli murali

Con una felice intuizione, Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, ha definito l’Italia, dal punto di vista artistico: museo diffuso.
Solo nel nostro Piemonte sono migliaia le chiese, santuari, cappelle contenenti affreschi, tele, statuaria di pregio. Per rimanere nel campo degli affreschi nel saluzzese, nel monregalese e nel canavese troviamo centinaia e centinaia di cicli sconosciuti e, purtroppo, irraggiungibili ai più. Ma la cosa più dolorosamente assurda è il fatto che si spendono soldi per restaurare testi figurativi in cappelle che poi rimarranno chiuse per anni, accelerando il degrado dell’opera di valenti, talvolta celebri restauratori.
Nel lungo lavoro di ricerca compiuto per scrivere il mio “Arte e devozione popolare in Piemonte nell’autunno del Medioevo”, ho percorso in lungo e in largo la nostra regione alla ricerca delle chiavi di santuari e cappelle con esiti talvolta comici talaltra drammatici.
I depositari delle chiavi di chiese con importanti cicli murali sono i più inusitati. Non solo parrocchie ma: ristoranti, bar, tabaccherie, panetterie, proloco, masserie, segherie, ecc. Potrei scrivere un altro libro raccontando di essere stato costretto a fare “prostituzione e accattonaggio” per reperire le agognate chiavi. Solo recentemente, in un paese del monregalese per ottenere le chiavi di una cappella dove si trova l’unico ciclo firmato (da ciò l’importanza) di un misterioso maestro quattrocentesco chiamato Frater Henricus; sono stato sbattuto ai quattro cantoni del paese come un ebreo errante. La chiave l’aveva il sindaco. Vado dal sindaco ma mi dice che l’ha data al vicesindaco, ma quest’ultimo non la possiede più perché l’ha consegnata al presidente della pro-loco il quale è assente: si trova, dice un vicino, a Mondovì. Amareggiato da tanto inutile girovagare a vuoto, vado a prendere un caffè in un bar dove, finalmente un avventore gentile telefona al possessore della chiave il quale telefona ad una signora che poi mi apre la chiesa. È ancora andata bene. Altre volte fai centinaia di chilometri per nulla.
A Villafranca Piemonte, per poter accedere allo straordinario ciclo di Dux Aimo, magistralmente restaurato, salvo alcuni giorni di apertura all’anno, bisogna conoscere l’ubicazione della famiglia che detiene la chiave. Ancora più arduo accedere al magnifico ciclo attribuito allo Pseudo Jacobino Longo della cappella di San Bernardino a Lusernetta o alle rare “Storie dei Santi Vittore e Colonna” nella chiesa omonima di Rivalta Torinese.
Stessa situazione per il vasto, splendido ciclo (il più completo in Piemonte sulle “Storie di Gesù”) a San Maurizio Canavese, o per la cappella di San Pietro a Pianezza che custodisce preziosi affreschi del Jaquerio. Così per la chiesa di San Pietro ad Avigliana: un’autentica chiesa-museo con diversi pregiati cicli di affreschi, così per la chiesa di San Francesco a Cuneo cui mi sono recato decine di volte senza mai poter ammirare gli affreschi di Pietro da Saluzzo, così per la cappella di San Giovanni ai Campi di Piobesi che vanta, tra gli altri, affreschi di epoca ottomana. Potrei continuare per pagine e pagine. Il risultato è sempre lo stesso: se non conosci gli arcani percorsi per ottenere le chiavi, non puoi accedere alle meraviglie del “museo diffuso” piemontese.
Possibile che i comuni non possano consorziarsi, formando un nucleo di giovani guide che permettano l’accesso ai siti almeno uno o due giorni alla settimana? È deludente constatare che gli Enti Locali sono più interessati alle varie sagre (del peperone, della costina, della bagna-caoda, ecc) che al loro prezioso patrimonio artistico culturale.

Aldo Rosa

Addio Ray Bradbury, grande sognatore

Era una mattina tranquilla e la città era ancora avvolta nel buio, infilata a letto. Il tempo diceva che era estate: il vento aveva quel certo tocco e il respiro del mondo era lungo, caldo e lento. Bastava alzarsi e sporgersi dalla finestra per sapere che questo era il primo giorno di libert e di vita, il primo mattino d’estate. Douglas Spauding, dodici anni, appena sveglio, lasciò che l’estate lo cullasse nel flusso pigro dell’alba

L’erba sussurrava sotto il suo corpo. Douglas abbassò il braccio sentendo il solletico dell’erba sulla pelle e più lontano le dita dei piedi si flettevano nelle scarpe. Il vento soffiava intorno alle orecchie che parevano diventate conchiglie.
I fiori erano soli, chiazze di cielo cadute in mezzo ai boschi. Gli uccelli scattavano come sassi lanciati nel vasto stagno rovesciato del cielo. Gli insetti volavano con chiarezza elettrica
Sono vivo sul serio, pensò. Non l’ho mai saputo prima e se l’ho saputo l’ho dimenticato.
Pensaci! Hai dodici anni e te ne accorgi solo adesso…
Ray_Bradbury
Sono le parole di Ray Bradbury, il grande scrittore statunitense, morto oggi, 6 giugno 2012. Le abbiamo tratte da quello che consideriamo il suo capolavoro assoluto,”L’estate incantata”, una sorta di autobiografia sognante risalente al 1957. Ray Bradbury, l’inventore delle “Cronace marziane” e di “Farenheit 451″ avrebbe compiuto fra poco 92 anni.
I suoi sogni ci hanno accompagnato, il suo modo di concepire la scrittura, di strutturare il romanzo ha ispirato e ispira la nostra redazione. I “vecchi” di Bradbury rimarranno scolpiti nella storia della letteratura, eterni.

Lei era in camicia da notte e sedette accanto a lui, sull’altalena; non era magra come diventano le ragazze a diciassette anni, se nessuno le ama; non era grassa come diventano le donne a cinquant’anni, se nessuno le ama. Era proprio giusta, tonda e soda, come sono le donne a qualunque età, pensò suo marito, se non dubitano di essere amate.

Purtroppo, questo libro è al momento irreperibile.
In compenso, non riuscirete a trovare in libreria neppure “Molto dopo mezzanotte“.

L’ambulanza della polizia salì in cima alla scogliera all’ora sbagliata. È sempre l’ora sbagliata quando si muove l’ambulanza della polizia, dovunque vada, ma in questo caso era particolarmente sbagliata perché era molto dopo mezzanotte e nessuno riusciva a immaginare che sarebbe tornato il giorno, perché così diceva il mare che si infrangeva sulla spiaggia senza luce sotto la scogliera, e così confermava il vento che soffiava gelido e salato dal Pacifico, mentre la nebbia che oscurava il cielo e spegneva le stelle dava l’annuncio finale, muto ma devastante. Gli elementi dicevano che erano lì da sempre, mentre l’uomo, che era appena comparso, presto se ne sarebbe andato. In quelle circostanze, per gli uomini radunati sulla scogliera accanto alle loro automobili con i fari accesi o impugnando torce elettriche era difficile sentirsi veri, intrappolati com’erano fra un tramonto che ricordavano appena e un’alba che non si potevano immaginare.

Il suo libro più celebre resta ovviamente Farenheit 451. Che finisce così:
E la guerra cominciò ed ebbe fine nello stesso istante.
In seguito, gli uomini che si trovavano in quel momento con Montag non poterono dire sinceramente se avevano visto, o no, qualche cosa.
Videro, forse, un lievissimo giuoco di luce, un impercettibile fremito in cielo. Forse erano le bombe, e i reattori, a sedicimila metri, ottomila metri di quota, tremila metri, milleseicento metri d’altezza, per un rapidissimo istante, come semente sparsa per il cielo da un’immensa mano seminatrice, e le bombe che, in diagonale, con paurosa rapidità, e insieme con un’improvvisa lentezza, piombavano giù sulla città antelucana che avevano appena finito di sorvolare. Il bombardamento era sotto ogni aspetto compiuto, una volta che i reattori avessero avvistato l’obiettivo, dato l’allarme ai bombardieri di far rotta su di esso a ottomila chilometri all’ora; con la stessa rapidità di una falce che cala frusciando, la guerra era finita.
Sganciate le bombe, era conchiusa. Ora, dopo tre secondi al massimo, di tutti i brevi tratti di tempo della storia, prima che le bombe colpissero, le stesse aeronavi nemiche avevano già fatto metà del giro del mondo visibile, come proiettili che un selvaggio isolano poteva non credere veri, perché invisibili; ma il cuore viene frantumato ad un tratto, il corpo precipita a strattoni interrotti e il sangue è come sbalordito di ritrovarsi in libertà all’aria aperta; il cervello sparpaglia i suoi scarsi ricordi preziosi e, istupidito, muore.
Era una cosa difficile a credersi. Non era che un atto. Montag vide il mulinello di un gran pugno ferrato sulla città lontana, indovinò l’ululo acuto dei reattori che stavano per sopraggiungere; dei reattori urlanti, dopo: “Distruggi, non lasciar pietra su pietra, perisci. Muori!” Montag trattenne le bombe, lassù, per un solo istante, col pensiero e le mani disperatamente brancolanti verso il cielo, a sorreggerle.
«Fuggi!» gridò a Faber. E a Clarisse: «Fuggi!».
A Mildred disse: «Scappa, scappa dalla città!».

[…]
Lo spostamento d’aria si abbatté sopra il fiume, spazzandone le rive, rovesciò gli uomini come pezzi di domino in fila, e sollevò l’acqua in spruzzi salienti, e alitò polvere e indusse gli alberi, sopra, a un murmure cupo, con un gran vento fuggiasco verso il sud. Montag si spiaccicava contro il suolo, facendosi il più piccino possibile, gli occhi chiusi. Batté le palpebre una sola volta. E in quell’istante vide la città, invece delle bombe, nel cielo. Queste e quella avevano cambiato posto. Per un altro di quegli istanti impossibili, la città rimase, ricostruita e irriconoscibile, molto più in alto di quanto avesse mai sperato o tentato di essere, più alta di come l’uomo l’aveva eretta, torreggiante alla fine, in nodi gottosi di cemento sfracellato, e faville di metallo infranto, in un’altissima muraglia sospesa come una valanga capovolta, un milione di colori, un milione di cose assurde, una porta dove avrebbe dovuto essere una finestra, una cima in luogo di un fondo, un retro invece di un davanti, e a un tratto la città si girò dall’altra parte e precipitò morta.
Il rantolo della sua morte arrivò poi.
Montag, disteso bocconi, gli occhi insabbiati dalla polvere, con un sottile e umido cemento di polvere nella bocca ora chiusa, ansimando e piangendo, si disse nuovamente: ‘Mi ricordo, mi ricordo, mi ricordo qualche altra cosa, ma quale? Parte dell’Ecclesiaste e dell’Apocalisse. Parte di quel libro, una parte almeno, presto, prima che scompaia di nuovo, prima che la scossa si dilegui, prima che il vento muoia. Libro dell’Ecclesiaste. Ecco qua’. Se lo ripeté in silenzio, disteso bocconi sulla terra tremante, ne recitò le parole più volte ed esse erano perfette, ora, senza Dentifricio Denham, era semplicemente il Predicatore stesso che se ne stava tutto solo, ritto nella sua mente, e lo guardava…
[…]
Montag si levò a sedere.
Ma non si spinse oltre. Gli altri fecero altrettanto. Il sole stava sfiorando l’orizzonte nero con un orlo lievemente rossastro. L’aria era fredda e sapeva di pioggia vicina.
In silenzio, Granger si levò, si palpò le braccia e le gambe, imprecando, imprecando di continuo tra i denti, mentre le lagrime gli rigavano il volto. Si spinse con passo strascicato verso il fiume, per guardare a monte.
«Tutto spianato, raso al suolo», disse, dopo un lunghissimo tempo. «La città sembra un sacco di farina rovesciata. Non esiste più.» E dopo un altro lunghissimo silenzio: «Sarei curioso di sapere quanti erano coloro che se l’aspettavano? quanti sono stati colti di sorpresa?».

[…]
«Ora, risaliamo il fiume» disse Granger. «E ficcati bene in capo una cosa: tu non sei importante. Tu non sei nulla. Un giorno, il fardello che ognuno di noi deve portare può riuscire utile a qualcuno. Ma anche quando avevamo libri a nostra disposizione, molto tempo fa, non abbiamo saputo trarre profitto da ciò ch’essi ci davano. Abbiamo continuato come se niente fosse ad insultare i morti. Abbiamo continuato a sputare sulle tombe di tutti i poveri morti prima di noi.
Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: “Noi ricordiamo”. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra. Vieni, ora. Per prima cosa provvederemo alla costruzione di una fabbrica di specchi, perché dovremo produrre soltanto specchi per almeno un anno, tutti specchi, dove ci converrà guardare, lungamente.»
Finirono di mangiare e spensero il fuoco. La giornata si faceva sempre più luminosa intorno, come se a una lampada rosata fosse stato allungato lo stoppino. Sugli alberi, gli uccelli ch’erano volati via in gran fretta, ora tornavano a rifare il nido.
Montag si pose in cammino; dopo qualche istante si accorse che gli altri erano rimasti indietro, nella loro marcia verso il settentrione.
Si stupì, e si fece da parte, per lasciar passare Granger, ma Granger, fissandolo, gli fé cenno col mento di proseguire. Montag riprese a camminare. Guardava, camminando, il fiume, il cielo, le rotaie arrugginite che andavano a perdersi, a valle, tra le fattorie, là dove i fienili rigurgitavano di fieno, là dove tanti uomini erano passati nottetempo, in viaggio, via dalla città. Fra qualche tempo, un mese o sei mesi, certo non più di un anno, lui sarebbe ritornato a camminare in quel punto, solo, e avrebbe continuato la marcia fino a quando non avesse raggiunto altra gente.
Ma ora lo attendeva una lunga passeggiata mattutina fino al mezzodì, e se gli uomini tacevano, tacevano perché c’era da pensare a ogni cosa e molto da ricordare. Forse, un po’ più avanti nella mattina, quando il sole fosse stato alto nel cielo e li avesse riscaldati, avrebbero cominciato a chiacchierare, o semplicemente a dire le cose che ricordavano, perché, non c’era dubbio, essi erano ben là, ad accertarsi che molte cose fossero al sicuro entro di loro. Montag sentiva il lento rimuoversi delle parole, il loro pigro ribollire.
E quando fosse venuta la sua volta, che cosa avrebbe potuto dire, che cosa avrebbe potuto offrire in un giorno come quello, per rendere il viaggio un poco più agevole? Per ogni cosa c’è una stagione. Sì. Il tempo della demolizione, il tempo della costruzione. Sì. Il tempo del silenzio e il tempo della parola. Sì, tutto questo. Ma che altro? Che altro ancora? Qualcosa, qualcosa…
“E sull’una e sull’altra riva del fiume v’era l’albero della vita che dava dodici specie di frutti, rendendo il suo frutto per ciascun mese; e le fronde dell’albero erano per la guarigione delle genti.”
Sì, pensò Montag, ‘ecco ciò che voglio metter da parte per mezzodì.
Per mezzogiorno…
Quando saremo giunti alla Città.