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La stagione dei Saloni è finita…

Alla vigilia dell’edizione 2019 del Salone del Libro di Torino, è uscita questa intervista a Marco Civra, direttore editoriale di Marcovalerio Edizioni. La riproponiamo, come dato di archivio.

Marco Civra (fotografia di Massimo Damiano)

Nata nel 2000, Marcovalerio Edizioni è oggi un marchio controllato dal Centro Studi Silvio Pellico. A dirigerla, fin dalla sua fondazione, è Marco Civra. Classe 1961, laurea in pedagogia, un passato da giornalista professionista in campo politico, prima nei quotidiani poi nelle istituzioni dello Stato, Civra presiede dal 2013 il Centro Studi Silvio Pellico, una no profit che ha incorporato Marcovalerio insieme ad altri marchi editoriali, come Ajisaipress, specializzata nela produzione di schemi di ricamo rinascimentali e vittoriani, che diffonde in tutto il mondo, Ivo Forza, donata dal suo fondatore al Centro Studi per garantirne la continuità, ed altri marchi di cultura.

Una casa editrice no profit, concentrata sulla produzione di titoli di elevato valore culturale e sulla difesa del patrimonio letterario che rischia di disperdersi di fronte alla grave crisi dell’editoria in generale. Negli anni ha tenuto a catalogo molti classici introvabili, come i Cento Anni di Rovani o la quadrilogia di Antonio Fogazzaro, ha salvaguardato la disponibilità di autori meno noti ma non minori come Faldella, riscoperto testi come “L’uomo, questo sconosciuto” di Alexis Carrell, ma anche opere di autori contemporanei di grande spessore. Ad esempio i sei volumi de “La filosofia” di due giganti del pensiero conservatore contemporaneo, come Vittorio Mathieu e Aldo Rizza.
È inoltre impegnata da anni nella produzione specifica di titoli a grandi caratteri per lettori ipovedenti. Un settore di nicchia, ma in costante crescita, che rappresenta il principale impegno sociale e al quale Marcovalerio destina i proventi delle altre collane,

1) La tua casa editrice, quindi, parteciperà a pieno titolo al Salone del Libro? No, perché…

Dire la “mia” casa editrice non è corretto. È vero, dal 2000 dirigo questo piccolo marchio, al quale ho deciso di dedicare la seconda parte della mia vita professionale e culturale. Marcovalerio resta tuttavia un patrimonio condiviso fra i soci e i sostenitori di questo progetto. Non perseguiamo il successo, né tantomeno risultati economici. Forse, proprio per questa ragione, in realtà, successo e stabilità economica, in tempi difficili per il settore come quelli odierni, ci hanno raggiunti nostro malgrado.

La questione Salone del Libro è delicata. La nostra posizione critica risale agli inizi del secolo. Quella grande intuizione di Guido Accornero e Angelo Pezzana, che nel secolo scorso fece incontrare, al tempo a Torino Esposizioni, grandi e piccoli editori gli uni a fianco degli altri, aveva ed avrebbe ancora oggi un senso.

Amo ricordare di quegli anni il mio incontro con Lorenzo Enriques, di fronte allo stand in allestimento. In maniche di camicia, sudaticcio per lo sforzo di scaricare scatoloni, l’amministratore delegato di Zanichelli, si mise a conversare di libri fra un carrello e un nastro da pacchi. Era la stagione del multimediale nascente. Mi tolsi la giacca e aiutai ad aprire gli scatoloni nella fiera in allestimento e, fra un pacco di libri e l’altro, nacque il progetto della prima edizione interattiva della Divina Commedia su floppy disk, che fu poi sponsorizzata da Apple. Quello era lo spirito del salone. Lettori, scrittori, editori, riuniti intorno alla passione, presi dal sacro furore della cultura. Negli stand potevi incontrare redattori e direttori editoriali. Non c’era bisogno di sale e presentazioni: gli scrittori erano lì, in mezzo al pubblico, libri ovunque. Cercavi un autore di una casa editrice e lo trovavi nello spazio del concorrente, intento a spulciare tra i volumi, perdevi uno dei tuoi e lo pescavi dai vicini e discutere del loro ultimo progetto. Un caos creativo, ma produttivo. Invece di convegni inutili sulle politiche di promozione del libro e della lettura, si producevano libri e si leggeva.

Poi venne la stagione grigia, quella delle sale multicolori e degli autogrill. Della grandeur spocchiosa e delle sponsorizzazioni milionarie da parte delle istituzioni e delle fondazioni. Dagli stand delle case editrici scomparvero i direttori editoriali, i redattori e persino gli scrittori, trasferiti sui palchi, e rimasero soltanto i commessi precari.

Vorrei raccontare un altro aneddoto, emblematico dello spirito successivo. Inizio degli Anni Duemila, fra i padiglioni del Lingotto si aggira un signore molto anziano, incerto, spintonato da orde di scolaresche del tutto disinteressate ai libri, in corsa verso l’incontro programmato con la soubrette di turno. A pochi metri, con passo tronfio, seguito dal codazzo di nani e ballerini abituale, un certo Picchioni esegue la danza del pavone, quasi calpestandolo.

Mi avvicino e gli chiedo come posso aiutarlo. Fu così che conobbi Ulrico Carlo Hoepli, accompagnando uno dei più grandi editori italiani ai servizi igienici. E fu così che ricevetti, nel corso di una breve ma ricchissima conversazione, alcuni dei consigli più preziosi per la minuscola casa editrice che dirigo: di fronte ai lavandini dei bagni del quinto padiglione del Lingotto.

2) Gli editori, i grandi ma anche e soprattutto i piccoli, hanno molto battagliato perché Torino non perdesse il Salone. È stata una battaglia sbagliata, quindi?

Affatto. Torino deve difendere il Salone, anzi deve riconquistarlo, perché la disastrosa gestione del recente passato lo aveva fatto scomparire. Deve riprendere il modello culturale delle origini, vera formula di successo. Che è poi la formula della Buchmesse di Francoforte ancora oggi. A Francoforte, per scelta, non partecipa il pubblico, ma le ricadute della fiera tedesca sul mercato editoriale europee sono immense. In quei padiglioni ho potuto incontrare editori di tutto il mondo e scambiare diritti che hanno portato autori torinesi ad essere pubblicati negli Stati Uniti, in Venezuela, persino in Vietnam.

Tuttavia, è anche il caso di dire che forse la stagione dei Saloni è terminata.

3) In che senso la stagione dei Saloni è finita? Davvero è solo una velleità degli autori emergenti quella di essere al Lingotto?

La difesa del Salone del Libro di Torino è curiosamente tanto più furiosa quanto meno contano le case editrici. Meno interesse i lettori nutrono per le loro produzioni tanto più i titolari di questi marchi si prodigano in comitati e associazioni a favore della manifestazione del Lingotto. È un dato che tempo fa mi incuriosiva, finché un piccolo ma onesto editore locale mi ha rivelato l’arcano: sono gli autori a chiederlo. E dal momento che gli autori sono i veri clienti di quell’editore, egli non poteva certo sottrarsi alla battaglia.

Basta visitare il sito internet di buona parte di questi pasdaran per scoprire l’arcano. Dopo l’inevitabile pistolotto sulla necessità di chiedere un contributo agli scrittori per poterli pubblicare, sottolineano che quel contributo servirà a promuoverli nei saloni e nelle fiere, con il Lingotto in prima fila. Poco importa se nessun lettore si avvicinerà ai parti ululanti trasferiti su carta da questi vanitosi celebratori di se stessi. L’importante sarà poter esibire di fronte a parenti e amici una fotografia dentro lo stand, con la copertina del proprio libercolo in bella vista. Così il Salone del Libro di Torino si appresta a diventare, dopo la stagione degli aperitivi picchioniani, la stagione degli aperitivi della vanity press. Ancora una volta, nani e ballerini. Questa volta anche ballerine.

Quanta differenza con la sobrietà e l’intensità della Buchmesse, per citarla ancora come esempio da imitare.

Marco Civra (fotografia di Massimo Damiano)

Una volta entrai a curiosare nello stand iraniano a Francoforte. C’era una sola persona presente in quel momento, un signore brizzolato che mi invitò a prendere il tè. Conversammo amabilmente per oltre un’ora di Islam e Cristianesimo, di cultura occidentale e mediorientale, persino di diritti delle donne. Al momento di salutarci, scambiammo finalmente i biglietti da visita. Scoprii che avevo trascorso parte del pomeriggio con Alireza Ali Ahmadi, ministro dell’educazione in carica dell’Iran.

Questa è la magia del Salone di Francoforte. Questa potrebbe essere, se ritrovata, la magia del Salone di Torino. Ridiventare luogo di incontro culturale, dove piccoli editori come noi e grandi editori si confrontano e si cambiano esperienze.

La stagione dei cafoni, mi sia permesso il termine, deve finire.

4) Assumendo questo tuo punto di vista, come altro si potrebbe promuovere il libro e la lettura?

È molto semplice: pubblicare buoni libri e lasciare che i lettori li scelgano liberamente. Alcuni anni fa, in occasione dell’ultimo incontro con Rolando Picchioni, incontro che terminò non a caso in uno scontro, avanzai provocatoriamente una proposta. Visto che gli introiti veri della fiera derivavano dalle sponsorizzazioni istituzionali e in parte irrilevante dagli ormai sparuti editori presenti – era l’anno in cui il Salone dichiarò alla stampa la presenza di oltre 1400 espositori e dimostrai, catalogo alla mano, che gli editori effettivamente presenti erano meno di 300 – lo invitai a trasformare il biglietto di ingresso in buoni acquisto spendibili presso gli editori, che agli editori sarebbero stati rimborsati solo per il cinquanta per cento. In questo modo i visitatori avrebbero sicuramente acquistato libri all’interno del Salone Un sistema selettivo e premiante per le produzioni di qualità, ben più dei contributi a pioggia della Regione Piemonte, che mettono sullo stesso piano editori veri e stampatori e pagamento.

5) Quale il ruolo che può esercitare la mano pubblica e quale i privati, magari in rete tra loro?

Nella situazione attuale, l’unico vero ruolo che la mano pubblica potrebbe esercitare sarebbe il totale ritiro da ogni attività in campo culturale, compresa l’abolizione dell’assessorato che pare ironico definire competente. Fuori dalla facile satira, in occasione degli Stati Generali della Cultura della Regione Piemonte ho ribadito che l’ente pubblico deve svolgere il ruolo di facilitatore, non di imprenditore mascherato o peggio di elargitore di contributi. Perché se i contributi sono a pioggia, come avviene troppo spesso, finiscono per creare una falsa apparenza di giustizia, ma premiano allo stesso modo chi produce realmente cultura e chi produce carta da macero, in una spirale nella quale vince il più bravo a raccontare frottole. Se i contributi, invece, sono mirati, finiscono inevitabilmente per essere destinati ai sodali dell’assessore di turno. Escludendo la malafede, l’abissale ignoranza riesce a provocare danni ancora maggiori. Per restare nella nostra regione, i contributi mirati, anziché promuovere libri e cultura, hanno troppe volte sostenuto guide turistiche e album di foto ricordo. Anche se da alcuni anni porto avanti un progetto di valorizzazione territoriale, ritengo che la frammistione fra cultura, spettacolo, turismo ed enogastronomia siano uno dei gravi errori negli indirizzi pubblici degli ultimi anni. Personalmente amo la buona tavola in località amene, ma non confondo questo con la lettura.

6) Tocca, insomma, archiviare per sempre i grandi eventi che hanno costruito quel Sistema Torino, che proprio nei libri di Bruno Babando che tu pubblici è stato ben descritto?

Bruno Babando è un giornalista geniale e proprio per questo inviso al sistema. Il Sistema Torino purtroppo non è stato costruito su grandi eventi. Avesse realizzato grandi eventi, ne avremmo almeno ricevuto qualche beneficio. Eventi effimeri quanto appariscenti, quelli sì rappresentano il Sistema Torino. Il Salone del Libro dell’era Picchioni di grande non ha avuto nulla. Concordo con i suoi sostenitori che le ricadute sulla città e sull’intera regione sono state di enorme portata: pari a un bombardamento. Quella visione ha provocato danni immani e ci vorranno decenni per rimuoverne le macerie. Per quasi una generazione le risorse che potevano essere destinate alla cultura sono stati ingoiate da una fabbrica dell’avanspettacolo. Anche di pessimo gusto.

7) Tra l’altro, nelle politiche culturali, possiamo dire che la continuità è superiore alla discontinuità? Oppure c’è proprio nulla?

Sono notoriamente un conservatore, anche se fuori dal coro di quelli che oggi si spacciano per tali. Confesso di aver sperato che un sano scossone al barcone politico che ha caratterizzato quel sistema torinese e piemontese al potere per troppi anni potesse essere salutare. Purtroppo, pochi mesi sono stati sufficienti per verificare che lo scossone, come denuncia, su un fronte politico lontanissimo dal mio, Gabriele Ferraris, si è tradotto nel mero taglio degli investimenti e nel ritorno al mito delle periferie e dell’immobilismo che tanto piaceva quasi mezzo secolo fa a Diego Novelli. Peggio ancora, con la diminuzione dell’acqua disponibile nella vasca dei pesci rossi, molti di essi si sono trasferiti, magari mutando colore, pari pari nella boccette asfittiche delle nuove amministrazioni, elemosinando le briciole che caratterizzano il massimo orizzonte del loro pensiero. Direi che assistiamo a una perfetta continuità, ma anche a una lenta agonia.

Il sistema Torino (fotografia di Massimo Damiano)

I giovani e l’economia

La cultura economico/finanziaria ha ormai assunto un’importanza fondamentale, per la corretta lettura dei tanti fenomeni che attraversano la vita moderna. I protagonisti del cosiddetto mercato (intermediari in testa) sono cresciuti di numero e il loro ruolo appare oggi fortemente connaturato con quello della finanza. In campo scientifico svettano gli economisti, novelli oracoli, capaci di illuminare il cammino con i loro messaggi cifrati, nell’ambito delle diverse scuole di pensiero.

E i nostri giovani? Come partecipano a questo rifiorire del profilo economico?

Il recente studio Pisa, recepito dall’OCSE, parrebbe assegnare agli adolescenti pessimi voti in conoscenza e pratica della materia, per quanto attiene anche ai suoi aspetti più elementari. Va bene, i genitori non li coinvolgono, l’educazione finanziaria è noiosa, la connessione permanente, la comunicazione e i social network sono stimolanti e irrinunciabili. E poi la scuola non si impegna più di tanto a concimare un futuro denso di incognite e complicazioni; anche quella dedicata, lavora spesso con il paraocchi, centrando l’attenzione più sulle nozioni teoriche classiche che sull’esperienza evolutiva di questi tempi grami.

Certo, anni fa era tutto più semplice, a fronte di una scenario economico consueto, localizzato e poco aggressivo. Anche allora il denaro contava molto, ma l’esplosione della finanza nelle sue molteplici articolazioni non aveva ancora contagiato gli uomini e, soprattutto, non era ancora emerso l’enorme potere dell’economia. Ci si accontentava di sapere qualcosa e, per i propri bisogni specifici, venivano in soccorso le banche, con la loro predisposizione ad allevare tecnicamente la clientela.

Ora le banche, e tutti gli intermediari, mirano solo a vendere, talvolta anche in disaccordo con i bisogni della domanda, non c’è quindi più tempo per coltivare l’orticello dell’utenza e questa deve assolutamente acculturarsi. Aggiornarsi costantemente e studiare, profilare gli interessi familiari, seguire i giovani, affinchè non scartino a priori quell’immersione benefica in un mare che non sa strizzare l’occhio, ma è indispensabile per irrobustire membra innocenti.

Tocca quindi a tutti gli operatori fare la loro parte, concentrando l’attenzione e la voce sull’obiettivo, nella certezza che imbandendo la tavola dei quarantenni con questo pane, potranno essere sfamati anche i loro figli e la popolazione a venire usufruirà di una cultura economica al passo coi tempi.

Questi sacrifici non possono lasciar fuori gli editori, perché lo sbarramento degli addetti ai lavori deve essere forzato e superato verso quella vasta platea così insensibile, magari per i conti che non tornano o il mutuo da pagare. Ben vengano quindi le iniziative a sostegno del comune destino dell’uomo economico, per un approccio dinamico e efficace alla scarsa volontà di impegnare risorse personali da parte dei lettori.

Nudo di banca. Presentazione il 5 aprile 2014 a Voghera

LibreriaTicinum_5-aprile-2014

Banche al centro. Del mirino, delle polemiche, delle responsabilità. Quali le colpe del sistema finanziario nella crisi attuale dei consumi e dello stato delle piccole e medie imprese? Ne discute con i lettori Sergio Martini, il 5 Aprile 2014, alle ore 17,00, presso la Libreria Ticinum di via G. Bidone, 20 a Voghera (PV)

Seguirà un dibattito sul tema: “Competenza e Relazione nel rapporto con la banca moderna

Ripresa sì, no, forse

di Gianni Cortese
Segretario Generale Uil Piemonte

Gianni Cortese

Da molte settimane ci viene detto che la ripresa è alle porte, che gli indicatori economici e di fiducia tendono a migliorare, che solo le note carenze strutturali e politiche italiane impediscono una sollecita inversione di tendenza.

Intanto registriamo che da otto trimestri il Prodotto Interno Lordo scende (da inizio crisi la caduta è di quasi l’8%) e che sul fronte dell’occupazione e del mercato del lavoro non si notano segnali di arresto o di miglioramento del trend in atto da molto tempo.

Se la ripresa comincia a mettere i primi germogli, lo sapremo a giorni, con i dati relativi al 3° trimestre, ma è noto che anche se fosse così, il dato dell’occupazione si muoverebbe comunque con diversi mesi di ritardo.

Il Centro Studi di Confindustria afferma che la domanda di lavoro tornerà a crescere dalla primavera del prossimo anno e che in cinque anni si sono persi 1,8 milioni di posti di lavoro.

Lo stesso studio prevede la ripresa vicina e indica come cruciale la stabilità politica.

Noi pensiamo che la stabilità sia un valore se si traduce nell’assunzione da parte del Governo di misure utili ed efficaci, a cominciare da quelle che UIL CGIL CISL e Confindustria hanno indicato nel documento congiunto del 3 settembre scorso.

Siamo, ovviamente, ferventi ed interessati sostenitori della crescita e volentieri forniremo i dati positivi quando ci saranno.

Dobbiamo, perciò, dire con onestà che la fotografia oggi a disposizione mostra una disoccupazione italiana giunta al 12,2% (in Piemonte è all’11,2%, percentuale più alta di tutto il nord, superiore del 240% rispetto al 2008), che quella giovanile è schizzata al 40,1% (in Piemonte è al 32%), che la Cassa Integrazione nel mese di agosto è cresciuta del 12,4% rispetto all’anno scorso. L’ISTAT ci informa, poi, che dal 2010 al 2013 si è perso un milione di posti di lavoro nella fascia d’età fino a 35 anni. Tra i 25 e i 34 anni i posti persi sono 750mila.

Colpa, certamente della crisi, del blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione, ma anche delle norme sul pensionamento che impongono limiti d’età esagerati. A riprova di ciò, il tasso di occupazione nella fascia d’età dai 55 ai 64 anni è passato nel triennio dal 36,6% al 42,1%.

A completamento del quadro, ricordiamo che sono aperti presso il Ministero dello Sviluppo Economico più di 150 tavoli di crisi (700 dal 2007) e che oltre 150 aziende risultano in amministrazione controllata.

Anche in Piemonte i tavoli di crisi sono numerosi, in parte per le delocalizzazioni di aziende nell’Est Europa, dove le condizioni economiche e normative sono complessivamente più favorevoli e attraggono insediamenti produttivi.

La stessa Banca Centrale Europea ha mantenuto il tasso del costo del denaro invariato al minimo storico, annunciando con il presidente Mario Draghi che “la ripresa è acerba…e la politica accomodante continuerà finché sarà necessario”.

A testimonianza delle difficoltà ancora presenti in Europa, c’è anche il dato lusinghiero delle esportazioni delle imprese piemontesi nel primo semestre dell’anno (+2,1% rispetto al 2012) che fa emergere una crescita del 10,1% verso i paesi extra U.E. e una flessione del 2,9% verso la U.E. a 28.

La ripresa reale nel nostro paese arriverà solo con l’incremento del dato relativo alle vendite di beni e servizi prodotti dalle nostre aziende.

Potremo parlare realmente di ripresa, quando i consumi usciranno dalle secche e cominceranno la risalita (oggi i redditi delle famiglie sono ritornati al livello del 1986) e quando i numeri dei disoccupati, dei lavoratori in mobilità e delle ore di cassa integrazione mostreranno costanti segnali di diminuzione.

Per realizzare tali condizioni, lo diciamo da anni, c’è bisogno di fiducia e di favorire gli investimenti nel nostro paese, di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, sui dipendenti e sui pensionati. Ricordiamo che la pressione fiscale raggiungerà quest’anno il livello record del 44,5% del PIL (quella effettiva sarà del 53,5%): un vero e proprio macigno che frena le concrete possibilità di sviluppo.

E’ necessario, inoltre, dotarsi di buone politiche industriali, che affrontino il problema dei costi dell’energia, dell’infrastrutturazione materiale e immateriale, che siano in grado di incentivare l’innovazione, aumentare la disponibilità di credito, semplificare le procedure e il livello di burocrazia, combattendo gli sprechi nella spesa pubblica, anche adottando il sistema dei costi standard, riformando le istituzioni e la politica.

Pensiamo solo al fenomeno delle consulenze nella Pubblica Amministrazione, che rappresentano un costo di circa un miliardo di Euro. Quante sono effettivamente utili e rappresentano un valore aggiunto? Spesso si tratta di incarichi esterni che mortificano le professionalità dei dipendenti, in grado di svolgerli gratuitamente e meglio. Con l’eliminazione delle consulenze inutili, oltre a ridurre gli sperperi, diminuirebbe anche la possibilità di fare clientelismo e padrinaggio politico.

Cosa dire poi delle società partecipate dalle amministrazioni pubbliche? Stiamo parlando di circa 7,000/8,000 aziende, di cui 3.500 partecipate dai comuni (320 in Piemonte), con relativi consigli di amministrazione di nomina spesso politica.

Si tratta di un numero impressionante rispetto agli altri paesi, che richiede oltre alle normative anche serrati controlli.

Complessivamente, per quanto riguarda gli interventi di razionalizzazione della spesa pubblica, si tratta di cambiare totalmente l’impostazione della cosiddetta spending review, fatta finora di tagli lineari che colpiscono indistintamente tutti i settori, e di concentrarsi sulle inefficienti e sugli sperperi.

Sono solo alcuni dei punti su cui agire per rimettere in moto l’economia italiana, ma non c’è più tempo per tergiversare, perché milioni di persone sono in situazioni di disagio o povertà e le sottovalutazioni dei fenomeni determinati da cinque lunghi anni di crisi possono acuire lo scollamento della coesione sociale.

È tempo di adottare politiche anticicliche per dare una scossa, avendo sperimentato abbondantemente che le politiche del solo rigore hanno prodotto danni incalcolabili.

Oltre alle poche risorse interne, bisognerà utilizzare al meglio quelle rese disponibili dai fondi europei 2014/2020 e dalla riprogrammazione dei fondi pregressi, che vanno investite per generare sviluppo intelligente, sostenibile, inclusivo.

Per recuperare i ritardi e cercare di colmare i punti deboli dell’economia italiana è necessario investire nei settori che presentano maggiori possibilità di competere e di affermarsi nel tempo, ponendo fine alla cattiva abitudine di elargire fondi a pioggia senza preoccuparsi dei risultati sul piano finanziario ed occupazionale.

In ultimo, ma mai come in questo caso non per importanza, abbiamo accolto con grande sollievo l’annuncio fatto dalla Fiat, il 4 settembre, dell’avvio degli investimenti, per circa un miliardo di euro, nello stabilimento di Mirafiori. Ciò è stato possibile grazie agli accordi firmati dalla UILM e dalle altre sigle sindacali metalmeccaniche, con l’arcinota eccezione della FIOM.

La vicenda degli stabilimenti Fiat in Italia dimostra che c’è chi straparla di diritti e fa attività, quando va bene, nei talk show televisivi e chi si adopera per rendere esigibile il primo dei diritti: quello di avere un posto di lavoro.

La ripresa produttiva a Mirafiori potrà dare nel tempo ossigeno anche alle imprese dell’indotto piemontese, aiutando concretamente una parte importante dell’economia della nostra regione.

 

Pelle di Serpente da novembre in libreria

Pelle di serpente

pellediserpentepres1Il giornalista e musicista rivolese torna in Italia e illustra i suoi nuovi lavori in un incontro pubblico nel cuore di Rivoli.
Pubblicato l’anno scorso da Editorial Intangible di Valencia in lingua spagnola, “Pelle di serpente¨ giunge oggi sugli scaffali delle librerie italiane grazie a Marcovalerio Editore ed è uno spaccato della realtà latinoamericana, della descrizione disincantata di un boom che dietro all’entusiasmo di un’epoca di progresso senza precedenti, nasconde insidie ed antichi peccati.

Libreria Mondadori, via Fratelli Piol 37/d, Rivoli (TO)
Giovedì 14 novembre 2013, ore 18,30

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Sala incontri del CeSMAP, Via G. Brignone 9, Pinerolo (TO)
Martedì 19 novembre 2013, ore 20,45
Intervengono il direttore del CeSMAP, prof. Dario Seglie,
il direttore di Vita Diocesana Pinerolese, dr Patrizio Righero

Durante la serata eseguirà alcuni tanghi argentini il pianista Giovanni Damiano.

La finanza islamica in convegno a Roma

L’AIAF, associazione italiana degli analisti finanziari, organizza il 18 ottobre 2013, a Roma, presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti, in piazzale Delle Belle Arti 2, un corso di formazione dedicato a

Investimenti esteri in Italia: le opportunità per gli investitori islamici

Fra i relatori, anche Enrico Giustiniani, autore dei volumi “Elementi di finanza islamica” e “Finanza, etica e religione” editi da Marcovalerio. Oggetto della relazione è la costruzione di un “paniere” di titoli “Sharia compliant” Italiani (come sa, gli investitori Islamici osservanti hanno delle regole d’investimento particolari); un vero e proprio indice e tratto alcune interessanti conclusioni.

Per maggiori informazioni: http://www.odcec.roma.it/index.php?option=com_wbmcorsi&task=scheda&id_corso=3602&Itemid=105

Enrico Giustiniani

Enrico Giustiniani