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Le leggi dell’ospitalità alberghiera

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L’ospitalità è un sentimento nobile. Il rituale dell’accoglienza, legato al suo concetto di cortesia e apertura verso lo straniero, è una consuetudine diffusa in molte culture, antiche e moderne. Il suo principio ricorre spesso, per esempio, nella mitologia greca dove all’ospite, inteso come colui che accoglie lo straniero, sono imposte grandi responsabilità nonché obblighi materiali e morali: eroi e dèi potevano celarsi sotto le spoglie di mendicanti o vecchi bisognosi e negare loro la giusta accoglienza poteva rivelarsi un’offesa nei confronti di Zeus. Ma alla base dell’ospitalità esiste sempre una casa, un luogo dove ricevere lo straniero, il viaggiatore. Oggi sono gli hotel a svolgere tale funzione, a essere l’oggetto costante dell’ospitare. L’albergo è il luogo della libertà, dell’assenza di costrizioni, un posto a volte preferito persino alla propria casa.
«Avere per me lo spazio di una stanza d’albergo con le quattro pareti ben visibili e poterla chiudere… mi procura sempre almeno un soffio del sentimento di una nuova esistenza… », diceva Franz Kafka, nelle sue Lettere a Felice. E le convenzioni dell’ospitalità alberghiera sono ormai codificate in diversi standard. Eppure a volte questo non basta. Si devono aggiungere le persone, il cui carattere è difficilmente standardizzabile. Il rituale dell’accoglienza, infatti, non è mai identico a se stesso ma muta incessantemente e si fa apprezzare nei piccoli cambiamenti, oggi come un tempo, in funzione di chi viaggia e di chi ospita, dei luoghi e delle situazioni. Esistono tuttavia alcune leggi universali, che presiedono da sempre all’idea e al concetto di ospitalità. Proverò a individuarne cinque riconducibili all’accoglienza professionale del viaggiatore di oggi e sinteticamente definibili come la regola delle 5 R:
1. Ricevimento. Il viaggiatore vive sempre un momento d’incertezza, lontano com’è dalle proprie abitudini, dalle proprie cose, dalle proprie sicurezze. Una porta sempre aperta è il primo segno tangibile di una possibile benevola accoglienza.
2. Riguardo. Ogni ospite ha una sua storia e proprie abitudini. Conoscere, o anche solo intuire, le diverse esigenze dell’ospite è il primo e fondamentale passo per raggiungere il soddisfacimento dei suoi bisogni. Occorre anche informare il viaggiatore, con efficacia e discrezione, di ciò di cui ha diritto e di ciò che invece è considerato extra. Nei contratti di pensione è diffuso l’uso della formula «bevande escluse». In alcuni casi l’acqua viene venduta a parte e purtroppo a cifre elevate, annullando, in questo modo, i vantaggi di un buon prezzo per un servizio di mezza pensione. Bisogna, infine, sempre tenere a mente che se poca attenzione nuoce all’affezione del viaggiatore è anche vero che con un eccesso di premure si possono ottenere effetti controproducenti.
3. Risposte. L’ospitalità nasce da uno slancio non calcolato, privo d’interesse. Tuttavia, l’accoglienza alberghiera non può essere in realtà del tutto libera, poiché è interessata: i costi sostenuti per l’attività devono essere inferiori ai ricavi. Per via della limitatezza delle risorse non sempre è possibile offrire qualunque cosa di cui l’ospite potrebbe avere bisogno. Anticipare le probabili necessità e agevolare l’accesso a informazioni potenzialmente utili costa poco, però, e può rendere molto.
4. Ristoro. L’ospite ha diritto al riposo ristoratore. Ricevere un viaggiatore significa, perciò, poter garantire un letto e un tetto. Ma questo non è tutto. Offrire qualcosa al prossimo significa, infatti, offrire anche un po’ di se stessi. Lo stile dell’accoglienza, la cura nelle decorazioni, la scelta dei cibi concorrono a formare l’immagine di chi ospita. È necessario essere attenti, con amor proprio, a ogni più piccolo dettaglio. L’ospite, infatti, nota tutto, analizza e ama moltissimo raccontare le proprie impressioni di viaggiatore esperto.
5. Rispetto. L’arte dell’accoglienza richiede anche un’ampia conoscenza degli usi, dei costumi e, quindi, delle preferenze degli invitati. Il viaggiatore giapponese, ad esempio, non gradisce l’uso della doccia, ma concepisce solo la vasca da bagno; l’italiano si sorprende di fronte a una stanza da bagno priva di bidet. Se a volte è quindi impossibile soddisfare le tradizioni dell’ospite, è bene però non metterne in discussione gli usi e costumi, ricordando che l’unico limite alle richieste e alle libertà del viaggiatore è rappresentato dalle leggi vigenti nel luogo ospitante.

Chi è Daniele Locane
Nato a Torino nel 1973, è docente di marketing del turismo presso la facoltà di economia dell’università degli studi di Torino. Laureato in economia e gestione dei servizi turistici, con una tesi dedicata al web quale strumento per il posizionamento strategico di un’impresa. Tra le sue pubblicazioni, Appunti di economia e gestione dei tour operator e delle agenzie di viaggio, pubblicato nel 2006 e Marketing e yeld management turistico alberghiero, uscito per i tipi di Marcovalerio editore. Durante la sua esperienza professionale ha collaborato con tour operator e network di agenzie. È stato responsabile commerciale e congressuale e mystery guest per conto della Camera di commercio di Torino nel periodo pre-olimpico. Nel 2005 ha ottenuto l’Ecolabel per una struttura business oriented, quinto albergo in Italia a raggiungere il prestigioso riconoscimento e primo tra gli hotel di grandi dimensioni a vocazione congressuale del nostro Paese a conseguire il marchio europeo di qualità ecologica. Come responsabile e consulente di vari gruppi alberghieri ha dedicato particolare attenzione agli aspetti qualitativi della ricettività e della loro comunicazione al pubblico.

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Un anno con Papa Francesco

di Don J. Omar Larios Valencia
su gentile concessione di Vita Diocesana Pinerolese

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Il conclave del 2013 sceglieva Bergoglio che, nel precedente conclave del 2005, fu il secondo candidato quando, dopo quattro scrutini, Ratzinger – Benedetto XVI, venne eletto come naturale successore di Giovanni Paolo II. Alla quinta votazione, il 13 marzo 2013, la Chiesa cattolica iniziò a percorrere la strada che allora non fu presa.

Bergoglio viene dall’America Latina dove il Concilio Vaticano II si collocò in modo radicale nella “teologia della liberazione”. Papa Francesco non è un teologo della liberazione ma, i teologi della liberazione, hanno accolto con entusiasmo la notizia della sua elezione. Il cattolicesimo latinoamericano è impensabile senza il Concilio Vaticano II e l’inculturazione del suo messaggio che prese la struttura della teologia della liberazione negli anni tra le conferenze di Medellin e di Puebla.

Dal punto di vista globale, ad un anno dall’elezione di Bergoglio il suo pontificato assume il significato di un cambiamento di rotta impresso alla Chiesa cattolica anche dal punto di vista della geopolitica del cattolicesimo. Questo aspetto trascurato del cattolicesimo mondiale è emerso dal conclave con il cardinale gesuita, nonostante un’evidente assenza di rappresentanza nel collegio cardinalizio.

Alla luce dei cambiamenti nella demografia religiosa del continente americano, è ancora legittimo parlare di un’unità tra le Americhe; infatti negli Stati Uniti la componente ispanica è crescente e decisiva per la vitalità del cattolicesimo nel Nord America. D’altra parte, sebbene la maggioranza degli ispanici negli Stati Uniti siano cattolici, quelli di origine cattolica sono più secolarizzati dei “latinos” protestanti. Le radici ispanofone del nuovo papa risuonano particolarmente in tutto il continente, anche a Nord del Messico. Ma è anche la biografia di papa Francesco che avvicina il pontefice a una gran parte dei cattolici americani: un papa come Francesco, figlio di migranti, potrà capire le sfide di un cattolicesimo di emigrazione come quello dei “latinos” negli Stati Uniti, che divide le famiglie tra i confini degli Stati. Se Giovanni Paolo II aveva il muro di Berlino, papa Francesco ha il muro del confine tra Stati Uniti e Messico.

Questo pontificato riapre anche il discorso sul ruolo del papato nei rapporti ecumenici tra le Chiese e tra religioni e civiltà.

Non a caso “Nostra Aetate”, primo documento conciliare, è stato citato da papa Francesco nel corso del primo anno di pontificato.

Alle luce delle omelie e dei discorsi di papa Francesco, due temi emergono con chiarezza, come propri del nuovo papato. In primo luogo il ri-centramento della persona del successore di papa Benedetto XVI e dei segni che vengono da Roma: dal potere al servizio, dalla corte alle periferie. Non è un’opzione mediatica, ma il semplice trarre le conseguenze dalla scelta teologica di tradurre la centralità del Vangelo e di Gesù Cristo in un modello di vescovo e di Chiesa. Alcuni elementi erano già emersi nei primissimi giorni: il farsi benedire dal popolo della Chiesa locale di Roma, l’enfasi sul suo ministero di “vescovo di Roma” più che di papa, le parole sulla povertà della Chiesa e della Chiesa per i poveri, lo stile di vita più sobrio di quello dei predecessori, la lavanda dei piedi in un carcere minorile (e, per la prima volta, a due donne di cui una musulmana), il genere letterario usato nella predicazione, con il ricorso a elementi autobiografici e ad uno stile esortativo più che decisivo e determinante. Il papa non europeo guida la Chiesa e in particolare i preti e vescovi a «uscire nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni».

Il secondo tema è quello della misericordia, emerso più volte nelle omelie e ripetuto il 7 aprile per la presa di possesso della cattedra del Laterano: «Nella mia vita personale ho visto tante volte il volto misericordioso di Dio».

“Il Vangelo delle periferie” e il “Dio della misericordia” potrebbero diventare il corollario alla “nuova evangelizzazione” lanciata da Benedetto XVI. Il conclave del 2013 ha probabilmente avvertito la gravità del momento, e i primi passi di papa Francesco sono la risposta alla crisi di inizio secolo XXI. Se con papa Benedetto XVI erano chiari i contorni “politici” del messaggio e delle sue platee (fuori e dentro la Chiesa), un “cattolico sociale” come Bergoglio ripropone l’essenza di una teologia ardua sia alla cultura economica neo-liberale, sia a un progressismo che fatica ad accettare le istanze etiche della morale cattolica come parte integrante dell’idea di “bene comune”, sia a un cattolicesimo imborghesito che vorrebbe fare di Gesù Cristo un moralista benpensante. Da un certo punto di vista, il papa venuto dal sud del mondo prende atto della marginalità e della perifericità del cristianesimo nel mondo contemporaneo per farne non un lamento sullo stato della Chiesa di oggi, ma una cifra del pontificato: una Chiesa che riparte dai margini.

Ma la cifra del nuovo pontificato non è solo quella spirituale e teologica di una nuova evangelizzazione che riparta da un’idea di Chiesa povera. Papa Francesco ha anche dato un segnale molto forte – a un mese esatto dalla sua elezione, il 13 aprile 2013 – con l’annuncio della creazione di una commissione di otto cardinali (due europei, tre dalle Americhe e uno da ogni continente: Africa, Asia, e Australia – un solo membro della Curia romana) come consiglio di consultazione del papa nel governo della Chiesa e per la riforma del governo centrale. Questa scelta – presentata dal papa come la ripresa di «un suggerimento emerso nel corso delle congregazioni generali precedenti il conclave» – rappresenta un gesto di novità: l’azione riformatrice del papa passa per una commissione speciale al di sopra della Curia romana, che non coinvolge il Segretario di Stato, e che è stata nominata con un criterio geografico ma anche ecclesiologico (alcuni dei membri sono presidenti delle Conferenze episcopali continentali). Dal punto di vista storico, questa commissione si avvicina molto all’idea espressa già dal Concilio Vaticano II tra 1963 e 1965 della necessità di un “consiglio di vescovi” permanente attorno al papa al di sopra della Curia romana – idea che venne assorbita e in definitiva sostituita dalla creazione del “Sinodo dei Vescovi” da parte di Paolo VI con il motu proprio “Apostolica sollicitudo” del 15 settembre 1965.

Papa Francesco non è il papa “liberal” che alcuni ingenuamente si aspettavano e non è il teologo della liberazione vindice di una repressione. Non è certamente neppure un fautore della restaurazione pre-conciliare: il patrimonio teologico, liturgico, ecumenico e interreligioso fa parte e in modo pieno degli atti e delle parole di papa Bergoglio in questo primo anno. Vi saranno probabilmente “cattolici del dissenso” delusi da papa Francesco; ma sono molti di più coloro che notano un mutamento di accento nell’atteggiamento del nuovo papa verso le idee-chiave del Vaticano II. Questo pontificato potrebbe giocare un ruolo cruciale nel sottrarre il Vaticano II alle “narrazioni” ideologiche e storiche.

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Come un albero, le presentazioni

Continuano le presentazioni del volume “Come un albero”, realizzato dall’Associazione Triciclo.

Il prossimo appuntamento è per mercoledì 19 marzo, alle ore 17,00 – Biblioteca civica Arduino, via Cavour 31 Moncalieri (TO)

Con le curatrici Teresella Parvopassu e Rosina Rondelli, intervengono Elsa Bianco psicoanalista, Marco Civra direttore editoriale, Giorgio Tartara presidente di Triciclo. Letture Daniela Falconi, musica Miguel Acosta.

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Maschere dell’Himalaya e del Tibet, la mostra

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La tradizione delle danze sacre himalayane e delle maschere arcaiche provenienti da Tibet e Nepal è al centro della mostra organizzata dalla Città di Grugliasco e dall’Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare, in collaborazione con il Centro Studi Silvio Pellico.
Oltre trenta reperti, alcuni particolarmente antichi, messi a disposizione dal torinese Aldo Proserpio, che nel corso di decenni ha raccolto una delle maggiori collezioni a livello europeo, saranno esposti dal 15 al 30 marzo 2014 a Villa Boriglione, nel Parco Culturale Le Serre di Grugliasco, sul retro dell’omonimo centro commerciale nel centro cittadino.

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Un percorso unico nel suo genere e un’assoluta novità in Italia, dove l’attenzione al mondo religioso tibetano è ampia ma la conoscenza delle tradizioni ancestrali del tetto del mondo è piuttosto vaga.
Inedita e sicuramente interessante la doppia soluzione adottata per il catalogo.
I visitatori più attenti e interessati potranno approfondire il tema grazie all’opera monumentale e minuziosa di uno dei massimi esperti sul tema, Massimo Candellero, viaggiatore instancabile da quasi mezzo secolo, cui si deve la conoscenza di questo immenso patrimonio, raccolto in decine di viaggi avventurosi sulla vetta del mondo. “Maschere dell’Himalaya e del Tibet”, pubblicato da Marcovalerio edizioni, raccoglie, in 360 pagine di grande formato, riccamente illustrate a colori ed elegantemente rilegate, un viaggio fantastico e variopinto fra monasteri isolati, raggiungibili con giornate intere di cammino, danze sacre, riprese talvolta in modo rocambolesco dall’Autore, e testimonianze iconografiche sottratte alla politica di sradicamento religioso operata negli ultimi decenni. L’opera giustifica ampiamente il costo elevato, 150 euro.
In alternativa, l’editore ha realizzato, insieme alle curatrici della mostra, un catalogo economico, sempre in grande formato e illustrato, che riassume in una sessantina di pagine il percorso della mostra e offre una sintesi sufficientemente completa del quadro culturale dal quale provengono i reperti.

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“La regione himalayana – spiega Massimo Candellero – costituisce un’area di estremo interesse storico-culturale, per la varietà delle sue espressioni religiose e artistiche. Le più conosciute e studiate sono l’arte e l’architettura classiche nepalesi, in particolare della valle di Kathmandu, che è ricchissima di testimonianze d’altissimo valore, ispirate ai principi dell’Induismo e del Buddhismo, che proprio di lì si irradiò verso il plateau tibetano.
È la prima volta, dopo decenni, che questa collezione, una delle maggiori a livello europeo, viene resa disponibile al pubblico. “Le maschere – spiega Aldo Proserpio – sono tra i prodotti che più spunti offrono alla riflessione storica, artistica e religiosa sull’area himalayana. Purtroppo, la mancanza di un’adeguata documentazione rende sovente incerte le origini e talora gli stessi significati di tali oggetti. Soltanto con la pubblicazione del lavoro di ricerca storica condotto da uno studioso meticoloso e puntuale, qual è Massimo Candellero, dopo quasi dieci anni di ricerche e rimaneggiamenti, è stato possibile allestire questa mostra, che ho deciso di mettere a disposizione del pubblico per promuovere la conoscenza approfondita di una delle tradizioni religiose più antiche e affascinanti del nostro pianeta.
La mostra sarà aperta al pubblico tutti i giorni, all’interno del Parco Le Serre, in via Tiziano Lanza 31, Grugliasco, dalle ore 16 alle ore 19. Chiusura il lunedì. L’inaugurazione ufficiale sabato 15 marzo, alle ore 18, presente Massimo Candellero.

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Il ricordo di Del Noce. Un’occasione per riscrivere il futuro

l 30 dicembre 1989 concludeva la sua operosa giornata terrena il filosofo Augusto Del Noce. Entriamo, quindi, nell’anno venticinquesimo dalla morte. Un anniversario che auspichiamo stimoli un’ampia (…) riflessione e riscoperta critica del suo pensiero.

di Marco Margrita

Il 30 dicembre 1989 concludeva la sua operosa giornata terrena il filosofo Augusto Del Noce. Entriamo, quindi, nell’anno venticinquesimo dalla morte. Un anniversario che auspichiamo stimoli un’ampia – e quanto mai necessaria, ché se l’abusata categoria di profetico ha un senso, è questo il caso d’utilizzarla – riflessione e riscoperta critica del suo pensiero. In questo recuperando l’occasione quasi smarrita del centenario della nascita (1910-2010), che è scivolata confermando (purtroppo) la natura di rimosso di questo originale pensatore. Una rimozione soprattutto nell’ambito del mondo culturale cattolico, che pure avrebbe un gran bisogno di paragonarsi all’analisi delnociana.

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Augusto Del Noce

Il pensatore solitario e l’avversione del cattolicesimo politico della resa dialogante

Augusto Del Noce, morto all’indomani della caduta dell’ultima dittatura marxista d’Europa, quella del rumeno Nicolae Ceausescu, non ha potuto assistere al realizzarsi del “suicidio della rivoluzione” che pure con lucidità aveva previsto, in un libro così intitolato, nel 1978, quando gran parte dell’intellettualità (in particolare cattolica) si industriava su ben altri scenari.
Come ricordava Vittorio Messori, nel suo corposo “Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana” (Paoline, Milano 1992), “Del Noce ha pagato un tributo pesante in emarginazione, talvolta in derisioni e calunnie. Aveva provato sulla sua pelle che, oggi, la vera Inquisizione, e di un rigore inimmaginabile per quella antica, è di segno “laico”, si presenta per giunta sotto le vesti della tolleranza, del pluralismo, del dialogo”. Nello stesso libro, il giornalista ed apologeta cattolico, che con Del Noce ha in comune la torinesità d’acquisizione, sottolinea però che “di questa persecuzione di stampo laicista o ateista, non si lagnava più di tanto. Ciò che invece lo amareggiava (e, sempre dolorosamente lo stupiva) era un’avversione forse ancor più acre che gli giungeva all’interno di quella Chiesa stessa che amava, che cercava di servire e nella quale vedeva la sola possibilità (e per tutti: credenti, ma anche non credenti di buona volontà) di ritrovare la strada per la dignità, la libertà, la giustizia vere tra gli uomini”.
Ecco, l’avversione (quindi la rimozione) di Augusto Del Noce nell’ambito del cattolicesimo italiano malato di dossettismo e di sudditanza all’egemonia gramsciana. Il Del Noce profeta scomodo, che merita di essere riscoperto. D’essere attualizzato non ha bisogno, ché come ha scritto Marcello Veneziani: “Del Noce l`inattuale ha compreso la nostra attualità più del suo amico e antagonista Bobbio o delle vulgate radicali, marxiste e neoazioniste”.
Giustamente ha sostenuto Ernesto Galli della Loggia che “escluso per lunghi anni dal Pantheon consacrato del cattolicesimo politico italiano – ed anche perciò poco noto al grande pubblico – Augusto Del Noce può finalmente ambire oggi a farvi legittimamente ingresso grazie all’opera di quel galantuomo che quasi sempre è il tempo. Motivo dell’esclusione fu negli anni del “Politicamente corretto” in versione democristiana, il giudizio critico che egli maturò assai presto nel confronto del main stream, in cui si era messo il cattolicesimo italiano con l’avvento del centro-sinistra e all’indomani del vaticano II. Un giudizio critico che dall’inizio degli anni ’60 dà a Del Noce la sbrigativa nomea del reazionario”.
E’, quindi, oggi come non mai, il tempo di un impegno di diffusione del pensiero di questo grande irregolare e “pensatore solitario”. Questo scritto, vuole umilmente proporre e fondare l’urgenza di tale necessità.

Un pensiero sorgivo, adeguato e realista

Nato a Pistoia nel 1910, Augusto Del Noce si formò nell’ambiente culturale torinese, laureandosi nel 1932 con una tesi su Malebranche e aderendo all’antifascismo insieme ad altri esponenti della sinistra cristiana, come Felice Balbo, dalle posizioni del quale poi si distinse nettamente, soprattutto sulla base della convinzione dell’inconciliabilità tra cristianesimo e marxismo, uno dei fulcri della sua “impresa filosofica”.
Il marxismo – sostiene Del Noce – rappresenta bene l’approdo ateo del pensiero moderno e contemporaneo: infatti, esso pretende di negare non soltanto l’esistenza di Dio, ma anche il desiderio di Trascendenza che abita nel cuore dell’uomo, e pretende altresì di sostituirsi alla religione promettendo di realizzare la felicità su questa terra mediante un radicale cambiamento della società.
Come ben sintetizza Maurizio Schoepflin, secondo il pensatore “esiste, però, un altro volto della filosofia moderna e un altro percorso seguito dal pensiero postcartesiano: è la linea che, detto in estrema sintesi, conduce a Rosmini e Gioberti, passando attraverso Malebranche e Vico; una linea che permette di recuperare positivamente il pensiero cattolico italiano dell’Ottocento, ingiustamente trascurato nella foga di cercare di realizzare un impossibile dialogo con le filosofie atee e materialiste, tra le quali, come si è visto, spicca il marxismo. Soltanto la ripresa di un genuino pensiero di ispirazione cattolica potrà fungere da antidoto contro la secolarizzazione che contraddistingue la società contemporanea e che, a giudizio di Del Noce, è figlia dell’innaturale connubio tra ateismo comunista e ideologia borghese, uniti nel combattere la verità della religione cristiana e votati a condurre l’umanità verso il baratro del nichilismo”. L’imporsi del debolismo, con gli esiti totalitari che segnano il relativismo di quest’epoca, conferma purtroppo la veridicità di questa tesi. La resa alla modernità, che ha preceduta il consegnarsi sentimentale alla post-modernità, di larga parte del pensiero soi-disant cattolico è un’altra profezia realizzata.
In un articolo del 1975 per il quotidiano democristiano “Il Popolo”, il filosofo faceva notare che “nell’ultimo quarto di secolo si è svolto quel «Kulturkampf», cioè quella lotta della cultura contro il pensiero cattolico che Gramsci auspicava… È stata la lotta maggiore che l’Italia abbia conosciuto. È riuscita? Parzialmente, certo: il cangiamento delle valutazioni morali nel costume, ecc. che si è avuto in questi venticinque anni, è eccezionale. Non dirò che sia stato sempre negativo e che certe incrostazioni non meritassero di cadere: tuttavia, bisogna pur riconoscere che non si è trattato di una purificazione del pensiero e della morale cattolici, ma di una loro eversione. Pensare a un «aggiornamento» come a un’adeguazione al «nuovo» sarebbe una di quelle tante sciocchezze senza pari che conoscono oggi un’incontrollata circolazione.
Il successo però è stato soltanto parziale. Non si è formata una nuova coscienza marxista o illuminista o che altro dir si voglia, ma si è determinato soltanto un vuoto degli ideali. Se nella parte cattolica la confusione è oggi eccezionale, non si può però dire che le tendenze neomodernistiche, progressistiche, ecc., abbiano trionfato: si ha l’impressione, anzi, che stia cominciando il declino della loro fortuna. Ritorno ai principi: questa è la formula di ogni rinascita religiosa. Per un partito che, per aconfessionale che sia, è tuttavia composto per la massima parte da cattolici, non si può pensare a un risveglio politico che sia separabile da un risveglio religioso… Bisogna tuttavia ammettere che l’intensità dell’attacco ha fatto sì che questi principi si sono, nella coscienza comune, oscurati; abbiano, anzi, subito un oscuramento quale mai antecedentemente si era avuto.
Penso che possano essere ritrovati solo per via negativa; solo attraverso una critica rigorosamente razionale, dall’interno, delle posizioni avverse; una critica, si intende, che riconosca la loro serietà. In primo luogo, per la sua impostazione, della cultura gramsciana”.
Detta in termini che non dispiacerebbero a Papa Francesco, quello vero e non quello scalfarizzato, la sfida è quello di una presenza capace di porsi in dialogo (e non, à la Dossetti, di un annullamento in un dialogo fondato sulla rinuncia di una presenza con la propria identità, con una sostanziale deriva moralista). Proprio la scommessa di una “rinascita di un’originale presenza cattolica” chiede di darsi strumenti di pensiero adeguati. Il pensiero delnociano è, indubbiamente, uno di questi.
Vista anche la considerazione centrale in cui tiene il limite strutturale dell’uomo. Come ha fatto autorevolmente notare Gianni Baget Bozzo, in un suo scritto nel decennale della morte,“Del Noce riteneva che la dottrina del peccato originale fosse per il pensiero politico una ipotesi salvifica, perché impediva di pensare quello che egli chiamata il perfettismo. E quindi la società totale del comunismo. Per Rodano la bontà tomista della natura dopo il peccato originale in quanto natura era una ipotesi teologica feconda politicamente, per Del Noce era invece ipotesi feconda proprio il dogma del peccato originale nella interpretazione che ne aveva dato Agostino”.
All’indomani della morte, in un servizio per il TG1, Rocco Buttiglione, allievo di Del Noce, ben spiegava che “la chiave del pensiero di Del Noce è la convinzione che il dramma dell’uomo moderno stia nella necessità di una scelta radicale per o contro il Cristianesimo. E che solo, sarebbe, a partire da questa decisione fondamentale tutte la vicende della storia contemporanea risultino comprensibili.
Questa posizione si oppone in modo radicale a coloro che hanno considerato il moderno come un tempo post-cristiano in cui un uomo di tipo nuovo, che non sente più l’anelito di Dio, si adatta a trovare la sua perfetta felicità in un mondo soltanto finito.
Ma l’umano desiderio di infinito, ha sostenuto nelle sue opere Del Noce, si riafferma in forme malate che si rivolgono contro l’uomo; così i diversi regimi totalitari sono, in fondo, tentativi di secolarizzare il Cristianesimo, cioé di realizzare nella storia, per la sola forza dell’uomo la compiuta felicità e la perfetta giustizia.
Essi si propongono di realizzare un fine irrealizzabile sulla terra con le sole forze dell’uomo, illudendosi di avanzare verso la loro meta soltanto con l’uso di una violenza sempre più grande e finiscono così per realizzare l’esatto contrario di ciò che inizialmente si proponevano: la società più alienata e ingiusta che sia possibile concepire”.
Considerazioni che valgono, confermando l’urgenza di una diffusione anche militante della filosofia di Del Noce, pure di fronte ai sensuali e pervicaci progetti della post-modernità e dei suoi cantori.

Del Noce ed il superamento dell’irrilevanza dei cattolici. Conclusione (necessariamente provvisoria)

Questo tempo che ci è stato consegnato chiede a noi cattolici di uscire, per il “bene comune”e non per un progetto egemonico, dall’irrilevanza in cui decenni di “volontaria incomprensione” ci hanno recluso. Con la  Trahison des Clercs di chi l’ha ritenuta un male necessario (Pietro Scoppola e tutti suoi eredi fino ad un certo renzismo) o un bene da perseguire (Franco Rodano o Gianni Vattimo, per quanto con orizzonti ideologici diversissimi).
Augusto Del Noce, e l’attualità radicata nell’Eterno del suo pensiero, può e deve essere un alleato decisivo in questa buona battaglia. Se ne riscopra, quindi, il decisivo lavoro filosofico. Il venticinquesimo della morte, che cade in un’epoca tanto confusa quanto decisiva, è un’occasione da (ac)cogliere.

Fonte originale: Fondazione Europa Popolare

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Come un albero, presentazione a Saluzzo

Martedì 3 dicembre  ore 17.15 – Sala Verdi APM (Scuola di Alto Perfezionamento Musicale) – Via dell’Annunziata, Saluzzo, con uno sguardo al tema ecologico, in occasione de La festa dell’albero.

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Verrà presentato il libro Come un albero – Piccola antologia dallo sguardo planetario a cura di Teresella Parvopassu e Rosina Rondelli, prefazione di Antonietta Potente; postfazione di Leonardo Boff; editore marcovalerio.

Mariagrazia Gobbi  dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo fra le religioni, introdurrà l’incontro. Parteciperanno, Elsa Bianco psicoanalista, Teresella Parvopassu curatrice del libro e Giorgio Tartara presidente di Triciclo, associazione a cui sarà destinata parte del ricavato dalla vendita del libro per un progetto di riforestazione in Burkina Faso.

Letture  di Tiziana Rimondotto, con  immagini e musiche arricchiranno l’appuntamento.

Due citazioni per incuriosire su un libro che coniuga ecologia e spiritualità:  “Quando, lettore e lettrice, ti senti vuoto, lontano dal tuo centro, spossato per le tensioni della vita quotidiana o dei tuoi affari, cerca la forza negli alberi e ispirazione in questo ricchissimo libro “Come un albero”. Sentirai che le forze che lavorano nell’universo da 13,7 miliardi di anni si faranno sentire in te nella forma di serenità, pace e amore verso tutti gli esseri”. Leonardo Boff, ecoteologo della liberazione

“Questo testo segue la forma di un albero. Va letto seguendo le sue sagome, partendo dal suo tronco portante che forse è il sogno e l’infinito desiderio di un tempo che è venuto tante volte, ma deve anche tornare e poi, magari, venire di nuovo.” Antonietta Potente, teologa domenicana.

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Ripresa sì, no, forse

di Gianni Cortese
Segretario Generale Uil Piemonte

Gianni Cortese

Da molte settimane ci viene detto che la ripresa è alle porte, che gli indicatori economici e di fiducia tendono a migliorare, che solo le note carenze strutturali e politiche italiane impediscono una sollecita inversione di tendenza.

Intanto registriamo che da otto trimestri il Prodotto Interno Lordo scende (da inizio crisi la caduta è di quasi l’8%) e che sul fronte dell’occupazione e del mercato del lavoro non si notano segnali di arresto o di miglioramento del trend in atto da molto tempo.

Se la ripresa comincia a mettere i primi germogli, lo sapremo a giorni, con i dati relativi al 3° trimestre, ma è noto che anche se fosse così, il dato dell’occupazione si muoverebbe comunque con diversi mesi di ritardo.

Il Centro Studi di Confindustria afferma che la domanda di lavoro tornerà a crescere dalla primavera del prossimo anno e che in cinque anni si sono persi 1,8 milioni di posti di lavoro.

Lo stesso studio prevede la ripresa vicina e indica come cruciale la stabilità politica.

Noi pensiamo che la stabilità sia un valore se si traduce nell’assunzione da parte del Governo di misure utili ed efficaci, a cominciare da quelle che UIL CGIL CISL e Confindustria hanno indicato nel documento congiunto del 3 settembre scorso.

Siamo, ovviamente, ferventi ed interessati sostenitori della crescita e volentieri forniremo i dati positivi quando ci saranno.

Dobbiamo, perciò, dire con onestà che la fotografia oggi a disposizione mostra una disoccupazione italiana giunta al 12,2% (in Piemonte è all’11,2%, percentuale più alta di tutto il nord, superiore del 240% rispetto al 2008), che quella giovanile è schizzata al 40,1% (in Piemonte è al 32%), che la Cassa Integrazione nel mese di agosto è cresciuta del 12,4% rispetto all’anno scorso. L’ISTAT ci informa, poi, che dal 2010 al 2013 si è perso un milione di posti di lavoro nella fascia d’età fino a 35 anni. Tra i 25 e i 34 anni i posti persi sono 750mila.

Colpa, certamente della crisi, del blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione, ma anche delle norme sul pensionamento che impongono limiti d’età esagerati. A riprova di ciò, il tasso di occupazione nella fascia d’età dai 55 ai 64 anni è passato nel triennio dal 36,6% al 42,1%.

A completamento del quadro, ricordiamo che sono aperti presso il Ministero dello Sviluppo Economico più di 150 tavoli di crisi (700 dal 2007) e che oltre 150 aziende risultano in amministrazione controllata.

Anche in Piemonte i tavoli di crisi sono numerosi, in parte per le delocalizzazioni di aziende nell’Est Europa, dove le condizioni economiche e normative sono complessivamente più favorevoli e attraggono insediamenti produttivi.

La stessa Banca Centrale Europea ha mantenuto il tasso del costo del denaro invariato al minimo storico, annunciando con il presidente Mario Draghi che “la ripresa è acerba…e la politica accomodante continuerà finché sarà necessario”.

A testimonianza delle difficoltà ancora presenti in Europa, c’è anche il dato lusinghiero delle esportazioni delle imprese piemontesi nel primo semestre dell’anno (+2,1% rispetto al 2012) che fa emergere una crescita del 10,1% verso i paesi extra U.E. e una flessione del 2,9% verso la U.E. a 28.

La ripresa reale nel nostro paese arriverà solo con l’incremento del dato relativo alle vendite di beni e servizi prodotti dalle nostre aziende.

Potremo parlare realmente di ripresa, quando i consumi usciranno dalle secche e cominceranno la risalita (oggi i redditi delle famiglie sono ritornati al livello del 1986) e quando i numeri dei disoccupati, dei lavoratori in mobilità e delle ore di cassa integrazione mostreranno costanti segnali di diminuzione.

Per realizzare tali condizioni, lo diciamo da anni, c’è bisogno di fiducia e di favorire gli investimenti nel nostro paese, di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, sui dipendenti e sui pensionati. Ricordiamo che la pressione fiscale raggiungerà quest’anno il livello record del 44,5% del PIL (quella effettiva sarà del 53,5%): un vero e proprio macigno che frena le concrete possibilità di sviluppo.

E’ necessario, inoltre, dotarsi di buone politiche industriali, che affrontino il problema dei costi dell’energia, dell’infrastrutturazione materiale e immateriale, che siano in grado di incentivare l’innovazione, aumentare la disponibilità di credito, semplificare le procedure e il livello di burocrazia, combattendo gli sprechi nella spesa pubblica, anche adottando il sistema dei costi standard, riformando le istituzioni e la politica.

Pensiamo solo al fenomeno delle consulenze nella Pubblica Amministrazione, che rappresentano un costo di circa un miliardo di Euro. Quante sono effettivamente utili e rappresentano un valore aggiunto? Spesso si tratta di incarichi esterni che mortificano le professionalità dei dipendenti, in grado di svolgerli gratuitamente e meglio. Con l’eliminazione delle consulenze inutili, oltre a ridurre gli sperperi, diminuirebbe anche la possibilità di fare clientelismo e padrinaggio politico.

Cosa dire poi delle società partecipate dalle amministrazioni pubbliche? Stiamo parlando di circa 7,000/8,000 aziende, di cui 3.500 partecipate dai comuni (320 in Piemonte), con relativi consigli di amministrazione di nomina spesso politica.

Si tratta di un numero impressionante rispetto agli altri paesi, che richiede oltre alle normative anche serrati controlli.

Complessivamente, per quanto riguarda gli interventi di razionalizzazione della spesa pubblica, si tratta di cambiare totalmente l’impostazione della cosiddetta spending review, fatta finora di tagli lineari che colpiscono indistintamente tutti i settori, e di concentrarsi sulle inefficienti e sugli sperperi.

Sono solo alcuni dei punti su cui agire per rimettere in moto l’economia italiana, ma non c’è più tempo per tergiversare, perché milioni di persone sono in situazioni di disagio o povertà e le sottovalutazioni dei fenomeni determinati da cinque lunghi anni di crisi possono acuire lo scollamento della coesione sociale.

È tempo di adottare politiche anticicliche per dare una scossa, avendo sperimentato abbondantemente che le politiche del solo rigore hanno prodotto danni incalcolabili.

Oltre alle poche risorse interne, bisognerà utilizzare al meglio quelle rese disponibili dai fondi europei 2014/2020 e dalla riprogrammazione dei fondi pregressi, che vanno investite per generare sviluppo intelligente, sostenibile, inclusivo.

Per recuperare i ritardi e cercare di colmare i punti deboli dell’economia italiana è necessario investire nei settori che presentano maggiori possibilità di competere e di affermarsi nel tempo, ponendo fine alla cattiva abitudine di elargire fondi a pioggia senza preoccuparsi dei risultati sul piano finanziario ed occupazionale.

In ultimo, ma mai come in questo caso non per importanza, abbiamo accolto con grande sollievo l’annuncio fatto dalla Fiat, il 4 settembre, dell’avvio degli investimenti, per circa un miliardo di euro, nello stabilimento di Mirafiori. Ciò è stato possibile grazie agli accordi firmati dalla UILM e dalle altre sigle sindacali metalmeccaniche, con l’arcinota eccezione della FIOM.

La vicenda degli stabilimenti Fiat in Italia dimostra che c’è chi straparla di diritti e fa attività, quando va bene, nei talk show televisivi e chi si adopera per rendere esigibile il primo dei diritti: quello di avere un posto di lavoro.

La ripresa produttiva a Mirafiori potrà dare nel tempo ossigeno anche alle imprese dell’indotto piemontese, aiutando concretamente una parte importante dell’economia della nostra regione.

 

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Pelle di Serpente da novembre in libreria

Pelle di serpente

Pelle di serpente

pellediserpentepres1Il giornalista e musicista rivolese torna in Italia e illustra i suoi nuovi lavori in un incontro pubblico nel cuore di Rivoli.
Pubblicato l’anno scorso da Editorial Intangible di Valencia in lingua spagnola, “Pelle di serpente¨ giunge oggi sugli scaffali delle librerie italiane grazie a Marcovalerio Editore ed è uno spaccato della realtà latinoamericana, della descrizione disincantata di un boom che dietro all’entusiasmo di un’epoca di progresso senza precedenti, nasconde insidie ed antichi peccati.

Libreria Mondadori, via Fratelli Piol 37/d, Rivoli (TO)
Giovedì 14 novembre 2013, ore 18,30

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Sala incontri del CeSMAP, Via G. Brignone 9, Pinerolo (TO)
Martedì 19 novembre 2013, ore 20,45
Intervengono il direttore del CeSMAP, prof. Dario Seglie,
il direttore di Vita Diocesana Pinerolese, dr Patrizio Righero

Durante la serata eseguirà alcuni tanghi argentini il pianista Giovanni Damiano.

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