Scriptorium

Diario postumo della Fiera del Libro di Torino 2006

Mercoledì 14 maggio 2006

Ottima notizia in vista. Anche il redattore oscuro, cioé il sottoscritto, avrà l’onore di recarsi in Fiera. La notizia mi viene trasmessa alla vigilia del grande evento. Mi preparo a svolgere il ruolo culturale che mi è stato finalmente riconosciuto.

Giovedì 15 maggio 2006

Non mi avevano spiegato bene, anzi, come mi è stato detto, non avevo capito io. In Fiera mi ci hanno portato, sì, ma a spostare gli scatoloni di libri. Loro la chiamano logistica. A me sembra che rispetto al solito facchinaggio quotidiano non ci siano differenze sostanziali. In compenso lo stand è davvero molto bello. Dimensione loculo, ma almeno non è nero come quello di Edizioni di Ar, da cui ci guardano arcigni. Con la scusa di controllare la concorrenza fuggo dai saggi gnostici e mi barcameno fra lo stand di Stampa Alternativa e quello di Scipioni. Ho le ideologie confuse, lo so, ma che ci volete fare, sempre meglio dei colleghi che continuano a sostenere di lavorare per Einaudi quando il loro datore di lavoro si chiama Mondadori.

Ebbene sì, lo confesso. Odio la Fiera del Libro di Torino. La odio profondamente. Non è colpa di nessuno, ci mancherebbe altro. E’ che se per voi la Fiera è una festa e per gli autori una passerella, per il redattore del sottoscala corrisponde alla discesa negli inferi.

Il redattore del sottoscala non fa passerella in Fiera. Al massimo ha l’onore di poter partecipare al montaggio e allo smistamento dei pacchi in partenza. La sua vigilia è di notti insonni, per terminare schede, cartelline stampa, locandine, offerte, selezionare foto, ma anche occuparsi dei problemi logistici degli autori, anzi degli Autori, che piombano a Torino pensando di essere a Rimini. E invece a Rimini non sono. Gli alberghi costano come a Dubai ma sembrano quelli di Islamabad…

Avete provato a pranzare in Fiera? Negli autogrill d’autostrada, quelli veri, almeno c’è il gusto del viaggio. Uno ingoia pane scongelato con salame scongelato, bevendo aranciata scongelata e caffé scongelato, ma almeno guarda fuori e pensa a Easy Rider. Invece al Lingotto uno guarda fuori e vede passare Bruno Gambarotta che, beato lui, è andato a mangiare il bollito. Come minimo viene voglia di lanciargli addosso una copia del Devoto Oli…

Venerdì 16 maggio 2006

Il redattore oscuro è per definizione tonto. C’è tuttavia una cosa che non capisco: se si escludessero dalla Fiera le istituzioni pubbliche, i Ministeri, le Regioni, gli autogrill, i venditori di quadri di velluto (credetemi, ci sono anche loro) e gli editori di APS (se non avete letto Il pendolo di Foucault e non sapete chi sono gli APS non siete degni di leggermi), in questa Fiera chi resterebbe? Il PDCS, presidente del comitato scientifico, altrimenti noto in casa editrice con un epiteto non ripetibile, sostiene l’abolizione degli scrittori e dei librai come soluzione salvifica per la cultura. Per i prossimi quattrocento anni – sostiene il PDCS – non abbiamo bisogno di nuovi libri. Bastano quelli che sono già stati scritti. A patto che qualcuno sia disposto a leggere.

Sabato 17 maggio 2006

Il mangialibro non sarà una grande iniziativa culturale, ma almeno il pranzo per oggi lo rimedio. Vissani, di fronte ai libri commestibili ha storto il naso. Poi si è divorato quattro razioni di cassata siciliana. Per salvarsi dall’abbiocco biblico, anzi bibliofilo, non resta che passeggiare fino allo stand della Regione Campania. In fondo negli ultimi mesi abbiamo pubblicato più autori napoletani noi che il grande Guida… Il caffettuccio rinfranca lo spirito e risveglia il cervello. In sala stampa evidentemente non mangiano cassata e non prendono caffé. In compenso bevono tutte le panzane che la Fiera propina: il salone del libro di Kuala Lumpur sta andando davvero a gonfie vele. Ma perché i giornalisti sono venuti a Torino per farne il resoconto?

Domenica 18 maggio 2006

Una signora protesta perché una traduzione non è firmata. Il libro griffato potrebbe diventare una tendenza. Devo proporla alle alte sfere, chissà che non mi riconoscano finalmente, se non l’aumento, almeno il diritto a sedermi mezz’ora sullo sgabello.
Arrivano i romanzieri. Me li immaginavo diversi, confesso. Io non firmo le traduzioni e loro, gli Autori, firmano invece le copie vendute. Quasi quasi cerco la signora di questa mattina e le offro il mio insulso autografo. Magari le scrivo anche il mio numero di telefono…

Lunedì 19 maggio 2006

Lento e inesorabile declino. Il primo corridoio del padiglione 2, che dalla Regione Piemonte conduce allo spazio autori A, sarebbe una landa desolata se non fosse per Lastrego e Testa e per noi. Loro offrono sogni a disegni animati. Noi filosofi impazziti, che parlano di ermeneutica come se fosse una cosa seria. Lucio Saviani ci prende tutti di sorpresa: durante il suo intervento non solo gli spettatori restano svegli, ma prendono addirittura appunti. Scopriremo il giorno dopo che è stato merito di tre boccali di birra piazzati sotto il suo naso al momento giusto. Mentre fuggo dall’ermeneutica vado a sbattere contro Younis Tawfik e gli rifilo una copia di Sheol. Non credo che il suo punto di vista sulla guerra sia lo stesso dei professori pacifisti americani. Me lo fa educatamente osservare con il suo sguardo pacato. Senza parole inutili. Non mi resta che rifugiarmi nel minuscolo stand del Premio Cenacolo. Regalano premi agli editori anziché agli autori, ma visto che di editori veri in Fiera ce ne sono pochi, la splendida e solitaria studentessa che occupa lo stand mi accoglie come se fossi Richard Gere. Le regalo un’idea per una collana. Editoriale naturalmente. Quelle di perle sono assolutamente fuori dalla mia portata.

Martedì 20 maggio 2006

Ho avuto l’onore di occuparmi ancora di logistica. Poche scatole, ad essere onesti. Per fortuna non lavoro per Simonelli, nostro dirimpettaio. Si ostina a voler vendere ebook e printing on demand, con il suo 365giorniinfiera, ma tutti i libri che aveva portato a Torino se li è  riportati a Milano. Come la maggior parte dei vicini di stand. L’ottimismo dei capi è inversamente proporzionale ai resi e direttamente proporzionale al numero di editori stranieri con i quali hanno fatto affari. Se va avanti di questo passo, oltre alla pasta con il sugo, forse dalla prossima settimana a pranzo potrò permettermi anche un secondo. Gambarotta sei avvertito: l’anno prossimo il bollito lo mangio anch’io…

Bisognerebbe far capire agli studenti…

«Bisognerebbe far capire agli studenti che il valore legale della laurea va abolito. Bisogna spiegare agli studenti che meritocrazia non è una brutta parola… Visto che la politica e i ministri non ci riescono – e anche in questo caso destra e sinistra per me fa poca differenza – a reagire al loro dilettantismo devono essere gli uomini di scienza».

Giulio Giorello è il filosofo della scienza più noto d’Italia, oltre che un intellettuale dotato di vis polemica notevole. Ma i suoi interessi non si limitano solo all’ambito della matematica o della storia del pensiero scientifico. Nel 1981 ha curato l’edizione italiana di Sulla libertà di John Stuart Mill, avviando – in certo senso – una rinascita degli studi sul pensatore inglese. Conosce bene anche l’editoria colta. Dirige, infatti, per l’editore Raffaello Cortina, la collana «Scienza e idee».

Il Giornale lo ha intervistato l’11 novembre 2008 nell’ambito del piccolo «Processo alla cultura» che ha istruito a partire dall’articolo di Luca Doninelli su cui, il 10 novembre 2008, ha detto la sua anche Massimo Cacciari.

Interventi che molti non condivideranno, sicuramente, ma che riteniamo puntuali e significativi di una presa di consapevolezza dello stato in cui versa la cultura italiana. E la cultura è palestra del futuro politico, sociale ed economico di un Paese.

Qualche passo, tratto dagli articoli citati, su cui vi invitiamo a discutere, se lo volete.

Luca Doninelli«La nostra domanda investe, piuttosto, la cultura italiana, sulla quale, in grandissima parte, si potrebbero ripetere – spesso rincarando le dosi – le osservazioni mosse da Morrison e dallo stesso Compagnon nei riguardi di quella francese, e che si riassumono nel suo scarso peso a livello internazionale, nel suo provincialismo, nella sua mancanza di originalità. Da noi non esiste, di fatto, uno Stato Culturale come quello deprecato da Fumaroli, e la cultura, più che un affare di Stato, appare come un affare di élite, di salotti, di circoli, di cricche e, se mai, in un recente passato, di controllo ideologico a opera del fascismo prima e del partito comunista poi, che in modi solo in parte diversi hanno acquistato potere nei gangli della produzione culturale, contaminando (anche mediante il ricatto) l’esercizio della libertà intellettuale nel nostro Paese.

Sono tutte cose che sappiamo benissimo. Del resto, gli agenti patogeni della libertà intellettuale esistono e probabilmente esisteranno sempre dappertutto, e questo ha una sua logica (starei per dire giustizia) perché è nella lotta, nella tensione, nella dialettica che la libertà si afferma. Non ho mai sentito parlare, né qui, né altrove, di uomini liberi che non abbiano pagato il prezzo della loro libertà.

Quello, piuttosto, che preoccupa è la totale assenza, da noi, di un ripensamento paragonabile a quello dei nostri cugini francesi. A nessuno viene in mente di produrre un’analisi critica della nostra cultura capace di abbracciare insieme letteratura, spettacolo, beni culturali e università, considerandoli come un unico problema. Nessuno ha voglia di farsi dei nemici. Così ci accontentiamo di riempire lo Stivale di premi e festival e ci illudiamo che la cultura sia in buona salute. Per i ripensamenti è sufficiente Porta a porta, o qualche altro talk show. L’intellettuale fa un mestiere mal pagato, ha scarsa stima di sé (un buon gelataio guadagna più della maggior parte degli scrittori), ed è facile che finisca per rincorrere un posticino al sole a caccia di gettoni di presenza, girando per convegni e festival, tenendo rubrichette su riviste o, se va bene, aprendosi una strada nel cinema.»

Massimo Cacciari«È difficile che la saggistica vada bene. Noi abbiamo un’editoria umanistica invidiabile. Le faccio un esempio: pensi al livello qualitativo della collana filosofica di Bompiani curata da Giovanni Reale. Testi di valore, curatissimi e a un prezzo più che accessibile. All’estero per leggere un classico a volte si devono sborsare centinaia di euro».

«Da anni dico che il valore legale dei titoli di studio va abbandonato. Abolirlo crea competitività fra gli atenei e aiuta ad attrarre gli investimenti verso i poli d’eccellenza… Certo, poi bisogna mantenere tutta una serie di controlli sul livello dell’insegnamento, sul che cosa si insegna. Serve un quadro normativo chiaro, non si può permettere che qualcuno vada in cattedra a raccontare La vispa Teresa… Ma in ogni caso, una volta mantenute norme e regole, l’eliminazione del valore legale si trasformerebbe in un’importante molla di rilancio. Il resto sono discussioni al livello del grembiulino…».

E voi, cosa ne pensate?

Autopubblicazione, autoproduzione e altre confusioni

Gaspare: non mi posso lamentare di come sono andati gli incontri finora, in undici presentazioni fatte ho venduto 134 copie del mio libro, significa circa dodici copie di media. Che cosa ne pensi?

A leggerla così, come scritta nella rubrica di Klit, il sito del Festival dei blog letterari di Thiene, sembra persino una cosa intelligente. Se avete tempo da perdere leggetevela tutta, altrimenti il vecchio rompiscatole vi riassume i concetti: “Faccio tutto da me, mi stampo anzi mi autopubblico, che fa più figo, ne vendo 200 copie guadagnando 15 euro a copia e voilà, mi metto in tasca tremila eurini in faccia a quelle sanguisughe degli editori che invece mi avrebbero dato l’otto per cento, pari a qualche decina di euro, dopo un anno.”

Detta in questo modo funziona benissimo, vero? Se funzionasse così. vi assicuro che, dopo trent’anni di attività nell’editoria e nella comunicazione, avrei il Ferrari parcheggiato sotto casa, anzi sotto la villa di Montecarlo. Basterebbe autopubblicarmi una volta ogni quindici giorni e guadagnerei seimila euro il mese, volendo anche esentasse, se volessi essere un evasore.

Naturalmente non funziona così, e lo sanno bene tutti quelli che si autopubblicano. Solo che lo vengono a sapere dopo essersi autopubblicati. Quando scoprono che, intanto, vendere duecento copie non è una cosa scontata. Perchè non basta autopubblicarsi. Occorre anche autopromuoversiautosbattersiautopresentarsi e automuoversi. Già solo automuoversi, con i costi attuali dei carburanti, ridurrà sensibilmente i lauti guadagni. Autopromuoversiintaccherà, tramite la bolletta del telefono, i margini. Autosbattersi, prendendo un permesso dal lavoro, contribuirà alle spese con ritenute in busta paga.

Tuttavia, il sistema può davvero funzionare. Se si riesce a realizzare un buon prodotto editoriale, su un argomento interessante, che sappia coinvolgere il pubblico, stampandolo in modo adeguato, organizzandosi seriamente per diffonderlo e farlo conoscere, si possono vendere non solo un centinaio, ma anche un migliaio e una decina di migliaia di copie e guadagnare legittimamente del denaro con il proprio lavoro intellettuale. Con buona pace anche dell’Editore Simonelli, del quale ho citato un breve intervento reperito su Youtube e che potete vedere cliccando sulla faccia di Morpheus in cima a questo articolo, e persino di quei barboni della Marcovalerio Edizioni che manco si accorgono di cosa sto scrivendo sul loro sito internet a loro insaputa e che appena se ne accorgeranno mi dimezzeranno la razione di petrolio per la lampada che illumina il sotterraneo fetido in cui mi hanno chiuso da dieci anni, passandomi soltanto un tozzo di pane raffermo dalla grata.

 

Vediamo un po’ come funzionano le cose realmente. Dal momento che ho deciso di autoprodurmi, voglio fare le cose per bene. Per prima cosa mi sono autoscritto un bellissimo romanzo. Questo lo avrei fatto comunque anche se avessi deciso di rivolgermi ad una casa editrice e quindi non conta. Poi me lo sono autocorretto. Sto barando, perché in verità ho rotto le scatole a dieci conoscenti per farlo leggere. Il fatto è che nessuno mi ha corretto gli errori grammaticali e sintattici, né tantomeno i refusi. Quindi mi sono rivolto ad una struttura specializzata. Perché onestamente i refusi, ad autoleggersi, difficilmente saltano agli occhi. Ho contattato un certo Morgan Palmas, che conoscevo perché ospita talvolta i miei sproloqui sulla sua webzine, Sul Romanzo, e gli ho offerto trecento euro per sciropparsi le duecento pagine del mio capolavoro. In fondo dovrebbe cavarsela in due settimane, non mi sembra che seicento euro al mese per lavorare sia sfruttarlo. Voi che ne dite? Accetterà?

Dal momento che mi serviva un ISBN, ho contattato la Bibliografica, che li rilascia, e me la sono cavata con qualche decina di euro. Fra tariffa, lettere e telefonate, grosso modo cento euro. Quindi ho anche il mio bel codice a barre.

A questo punto, ho schiacciato un bel tasto sul mio pc e, in pochi minuti, mi sono trovato un magnifico file in formato Acrobat pdf pronto per la stampa. Beh, non proprio pronto, perché è venuto fuori del formato sbagliato, ma alla fine, pagando il giusto al tipografo, trattando sul prezzo, con cinque euro a copia riesco ad avere fra le mani un magnifico volume. Se ne stampo cento copie alle volta, ma tanto sono sicuro di venderne duecento, sono giusto 1000 euro di investimento.

La copertina, detto fra noi, fa un po’ vomitare, ma mica potevo spendere i soldi per un progetto grafico. Poi, chi se ne frega, tanto è un libro solo, mica una collana che deve mantenere un’identità di marchio. Ho scopiazzato lo stile di un noto editore, che manco se ne accorge e di sicuro non mi fa causa. Dietro ho scritto quattro cretinate e ci ho messo la mia foto in grande. Sono decisamente carino e quindi tutte le signore apprezzeranno il mio portamento e saranno convinte ad acquistare il libro.

  • RIEPILOGO DEI DATI INSERITI
  • Nome autore: Emanuele Romeres
  • Nome opera: Mi scrivo addosso
  • Servizio: Stampa
  • Email: sonocelebre@compratemitutti.it
  • Formato: 15×21
  • Rilegatura: brossura fresata
  • Numero copie richieste: 200
  • Tipo carta e grammatura copertina: patinatalucida 300gr
  • Plastificazione: plastificazione lucida
  • Tipo carta e grammatura: patinata lucida 100gr
  • Stampa: bianco e nero
  • Numero di pagine esclusa la copertina: 200
  • Numero facciate a colori: 0
  • RIEPILOGO COSTI
  • Costo copia € 5.15 (iva inclusa)
  • Totale costo stampa: € 1029.71 (iva inclusa)
In fondo sono arrivato a una spesa di… vediamo un poco…. ah sì, 1029,71 + 300,00 + 100,00, giusto 1429,71.
Adesso faccio sul serio. Facebook, Twitter e un bel blog dedicato su WordPress costano niente. Mi metto a spammare in giro per il mondo, e già che ci sono riempo le bacheche di tutti gli editori con l’annuncio del mio libro e i dati del mio conto Paypal per ricevere gli ordini. Questo è gratis. Anzi, proprio gratuito, visto che lo faccio di notte, senza interrompere il mio lavoro di redattore impagato e neppure il secondo lavoro da imbianchino serale. Spedisco duemila email a tutte le case editrici, ai blog, ad Amazon e Ibs, perché di sicuro pubblicheranno con il giusto risalto sui loro siti la mia opera. D’altra parte, che altro dovrebbero fare? Mica oseranno girare il messaggio alla casella dello spam.

Anche per quanto riguarda le presentazioni, non ho problemi. Sono saltato in auto, ho fatto un bel pieno al Pandino e con una cinquantina di euro ho visitato tutte le biblioteche civiche della provincia. Mi hanno ricevuto in tre e mi ospitano gratuitamente.  Altri cinquanta euro di telefono e siamo a quota 1529,71. Una cinquantina di copie spedite per le recensioni, a due euro fra busta e francobolli e siamo a 1629,71. Un’inezia in confronto ai due milioni di euro che mi preparo ad incassare.

Alcuni diranno che non funziona così. Questa citazione arriva nientepopodimeno che da Youcanprint

Hai scritto un libro, te lo sei pubblicato e hai intenzione di dire alla gente che esiste. Perfetto. C’è solo un piccolo particolare, anzi, a dire il vero ci sono DEI piccoli particolari che forse dovresti conoscere:

  1. il tuo libro non interessa a tutti;
  2. l’editore tal de’ tali NON sta cercando te;
  3. Facebook e Twitter non erano in attesa del tuo capolavoro;
  4. la grammatica non è un’opinione;
  5. devi promuoverti da solo.

Ma quelli di Youcanprint mi hanno appena detto in home page che è facile. Bah, si vede che nello staff hanno idee contrastanti.

Ho deciso di autopromuovermi anche in libreria. Una cinquantina di copie, cinque in dieci diverse librerie. Sono prudente e sono certo che venderò tutte le copie. TUTTI i miei quattrocento amici su Facebook hanno messo “mi piace” e sono sicuro che almeno uno su otto si recherà domani mattina stessa a prenotare il volume, mentre gli altri accorreranno numerosi alla mia presentazione. Uno mi ha persino scritto che viene apposta da Bucarest a Colleferro per non perdersi l’avvenimento. Figuriamoci se in tre incontri non vendo le altre cento copie che mi restano.

A questo punto non mi resta che fare i conti per definire il prezzo giusto di copertina, che mi permetta di ricuperare le spese sostenute e ottenere il giusto guadagno per il mio lavoro intellettuale.

Vediamo, duecento copie mi sono costate in tutto, a parte due mesi di lavoro impagato, appena 1629,71. Arrotondo a 1700 per essere sicuro e divido per duecento. Una bazzeccola, appena 8 euro e cinquanta a copia. Come prezzo di copertina, per il mio libro, mi pare che quindici euro siano giusti. Però se scrivo venti euro e poi metto lo sconto del 15 per cento faccio bella figura e vendo a 17,00. Perfetto. Alle librerie ho proposto lo sconto del 50 per cento. Non si possono lamentare, perché da un editore avrebbero percepito meno del 30 per cento. Se ogni libreria vende tutte le 5 copie guadagnerà ben 47 euro e cinquanta. Credo che per una cifra simile mi dedicheranno la vetrina e se esauriscono le copie non esiteranno a sprecare una telefonata sul mio cellulare per avvertirmi di portarne altre. Io a mio volta, guadagnerò…

Vediamo un po’ quanto guadagnerò vendendo tutte le copie:

  • 50 copie alle librerie al cinquanta per cento = 425,00 euro
  • 100 copie con il 15 per cento di sconto durante le presentazioni = 1700,00 euro
  • spese sostenute = 1700,00 euro
  • guadagno netto = 425,00 euro

Prometto di tenervi aggiornati, non appena avrò esaurito questa prima edizione e preparerò la ristampa da ventimila copie. Intanto attendo fiducioso le cinquanta recensioni sui principali quotidiani e sulle televisioni nazionali. Non so se comprare un vestito nuovo per l’intervista da Fabio Fazio. Voi che dite? Metto la cravatta Regimental o una cosa stile Missoni?

Postscriptum

Vi segnalo un interessante articolo sull’argomento, in lingua inglese, da parte di uno scrittore già affermato: The future is no fun, self publishing is the worst.

L’Universo degli Indiani d’America

È stata la mostra evento del 2012 per la città di Pinerolo. Organizzata dal CeSMAP, il Centro Studi e Museo di Arte Preistorica diretto dal prof. Dario Seglie, “L’Universo degli Indiani d’America”, curata dallo stesso prof. Seglie insieme al prof. Enrico Comba, con la collaborazione di illustri studiosi e la generosa disponibilità di numerosi collezionisti ha raccolto e presentato reperti di grande valore, ma soprattutto ha innescato un’inattesa e rinnovata attenzione sul mondo dei nativi americani.

La rassegna video

La mostra e il catalogo hanno ottenuto grande attenzione da parte della stampa locale e internazionale, grazie anche all’intenso lavoro della responsabile dell’ufficio stampa del CeSMAP, Cristina Menghini. Ecco alcuni degli articoli e dei filmati pubblicati.

 La rassegna stampa italiana

La rassegna stampa straniera

 http://newswatch.nationalgeographic.com/2011/12/13/native-american-exhibit-opens-in-italy/nationalgeographiclogo

Alcune immagini della mostra realizzata dal CeSMAP

La tavola rotonda conclusiva

CeSMAP---11-01-2013

Venerdì 11 gennaio 2013, il direttore del CeSMAP, professor Dario Seglie, ha presieduto una tavola rotonda con la partecipazione di docenti universitari e ricercatori, per illustrare le più recenti scoperte relative alla mappatura del dna mitocondriale, che ha permesso di fornire ulteriori contributi alla definizione dei percorsi preistorici di colonizzazione del continente americano da parte dell’Homo Sapiens. L’incontro è stato ripreso dal TG  scientifico del TGR, Leonardo, che presto dedicherà un servizio alle scoperte e alla mostra del CeSMAP.

Sono intervenuti all’incontro

  • dr Ugo Perego, The Genetic Genealogy Consultant, Salt Lake City e Laboratorio di Human Mitochondrial DNA, Università di Pavia
  • dr Alessandro Achilli,  Dipartimento di Biologia Cellulare e Ambientale, Università di Perugia e Dipartimento di Genetica e Microbiologia, Università di Pavia
  • dr. Maurizio Menicucci, giornalista scientifico “Leonardo” TGR RAI
  • prof. Dario Seglie, direttore del CeSMAP di Pinerolo
  • prof. Enrico Comba, Università di Torino
  • dr Daniele Ormezzano, conservatore del Museo di Scienze naturali di Torino
  • d.ssa Cristina Menghini, bibliotecaria e referente ufficio stampa del CeSMAP di Pinerolo;
  • M.o Roberto Seglie, segretario generale del CeSMAP
  • dr Marco Civra Presidente del Centro Studi Silvio Pellico
CeSMAP---11-01-2013-c

Da sinistra: Marco Civra, Ugo Perego, Maurizio Menicucci

CeSMAP SantAgostino 11-01.13

Maurizio Menicucci intervista Ugo Perego per TGR Leonardo

Museo-Cavalleria-11-01-2013

Da sinistra: Enrico Comba, Daniele Ormezzano, Marco Civra, Maurizio Menicucci, Alessandro Achilli

Perché una tesi non è un saggio…

La casella di posta elettronica della redazione di una casa editrice trabocca per ovvie ragioni di manoscritti in allegato. Se una casa editrice pubblica narrativa, è quasi naturale che giungano racconti brevi e, talvolta, persino romanzi.

Se invece la casa editrice pubblica prevalentemente saggistica? Naturalmente racconti e qualche romanzo, non sia mai, insieme a poesie, vignette e persino testi di canzoni. Saggi, a dire il vero, pochissimi. In compenso, un diluvio di tesi di laurea, talvolta spacciate onestamente per quello che sono, altre volte mistificate come opere di saggistica degne di pubblicazione.

saggio

Vediamo di capire perché una tesi di laurea NON è un saggio, con buona pace delle generose dignità di stampa distribuite da docenti compiacenti, e per quale ragione una tesi di laurea, per quanto ben scritta, non interessa a una casa editrice per l’eventuale pubblicazione (sempre fatti salvi i rarissimi casi eccezionali).

Escludiamo intanto le tesi compilative, quei lavoretti frettolosi che vi permettono di conseguire il “pezzo di carta” e il titolo accademico. Ne vengono prodotte migliaia ogni settimana e sono poco più che ricerche scolastiche. Lo sapete anche voi, che le avete scritte. Perché non dovremmo saperlo noi, che magari un tempo le abbiamo a nostra volta collezionate come docenti?

Facciamo qualche esempio concreto. Ci viene proposto un glossario dei termini siciliani di un romanzo di Camilleri. A parte il fatto che esistono ottimi dizionari dialettali, non ci vuole una scienza per capire che “accattare”, da Salerno in giù, significa “acquistare”. Lo sanno persino a Domodossola. Per quale ragione un lettore dovrebbe essere interessato ad acquistare un glossario del genere? Voi lo acquistereste? No, vero? E se non esiste un lettore interessato all’acquisto, evidentemente non esiste un editore interessato alla pubblicazione. A meno che gli offriate di acquistare voi l’intera tiratura. Ma questo è un altro discorso.

La vostra tesi non è un compitino raccogliticcio, ma una vera, seria e meditata ricerca di livello scientifico (la parola scientifico non esclude il campo umanistico, in questa accezione), corredata di una mastodontica bibliografia (copiata, lo sappiamo tutti, ma visto che lo fanno anche i professori, non stiamo a sottilizzare. Quindi dovrebbe interessarci? Può anche accadere che questo sia possibile, ma certamente non si verificherà se la vostra tesi verte su argomenti tipo: “Il restauro conservativo della cappella di Caccanuova di Borgo Sperduto ad opera del fratello del bisnipote di Annibale Caracci”. Siamo certi che il vostro lavoro abbia apportato un contributo fondamentale e innovativo alla conoscenza della storia dell’arte. Noi, purtroppo, vendiamo libri, e a parte i membri della Confraternita di Santa Spiritata di Caccanuova di Borgo Sperduto, pare che nessuno sia interessato a leggere le duemila pagine della vostra ricerca.

L’argomento è di sicura e ampia presa sul pubblico. Ad esempio “Analisi semiotica della canzoni di Adriano Celentano nel contesto sociale del boom economico italiano”. Dite che è un titolo inventato? Se almeno cinquecento lettori prenotano questa fantastica opera, giuriamo di editarla subito. Da qualche parte in un disco rigido del computer ci deve essere ancora… Sicuramente migliaia di persone ascoltano con piacere le canzoni di Celentano. Anche noi. Solo che neanche nelle giornate più uggiose parteciperemmo a un convegno che abbia per argomento il titolo di simile tesi. Immaginiamo neppure il “grande molleggiato”. Qualcuno di voi la pensa diversamente?

Infine, parliamo delle vere tesi, quelle che in genere suscitano commenti perplessi da parte dei relatori. Anni or sono, non citiamo l’autorevole personaggio perché defunto, anche se i suoi saggi vengono ancora pubblicati, liquidò la tesi di uno studente con queste lapidarie parole. “Non ho capito praticamente nulla del metodo impiegato, ma i risultati sono eclatanti.” Ecco, questo lavoro potrebbe magari interessare un editore. Cose del genere sono accadute a matematici come Bernhard Riemann, ma anche anche a un nostro conoscente giornalista che si inventò di sana pianta un’antica abbazia, del tutto inesistente, e sulla storia di questo monumento appiccicò il titolo di “dottore”. Anche se malefico, il genio suscita attenzione…

Tuttavia, se siete riusciti a laurearvi in un’università italiana, sappiate che la vostra tesi, proprio per la struttura imposta dalla maggior parte dei relatori, è impubblicabile. Se volete trasformarla in un saggio, dovrete riscriverla da cima a fondo. Modificarne la struttura, semplificare l’apparato bibliografico a livelli accettabili e in ogni caso al di sotto del cinque per cento del tomo, ma soprattutto rendere l’esposizione interessante. Nel mondo anglosassone viene considerata una nota di merito saper scrivere di cose difficili in modo semplice. Così fecero Einstein, così fanno tuttora molti docenti universitari a Londra o New York. In Italia, con le dovute eccezioni, l’accademia si scrive addosso. Ai lettori non piace la minzione letteraria, cosa diversa volutamente dalla finzione.

La parola “divulgazione” viene percepita come una bestemmia. Diciamo che Platone, se frequentasse oggi un liceo classico, verrebbe probabilmente rimandato. Boezio sarebbe cacciato a pedate al primo appello universitario. Sant’Agostino se la caverebbe solo grazie alla raccomandazione di Sant’Ambrogio.

Scrivete un saggio leggibile. Semplicemente leggibile. E sicuramente lo leggeremo.

Il redattore ordinario alla Buchmesse

Frankurter BuchmesseOttobre 2009 – Era un po’ che il redattore ordinario non postava sul blog. Tra correzioni, impaginazioni, pulizia dei vetri e trasferimento degli scatoloni dopo il grande trasloco, di tempo per scrivere ne era rimasto ben poco. L’angelo custode dei redattori ordinari tuttavia non ci abbandona, specie se i redattori ordinari vengono precettati per il tour de force annuale alla Buchmesse.

Anzitutto, il redattore ordinario non viene sistemato in albergo. «Sarebbe un lusso del tutto inaccettabile, incompatibile con la sobrietà che deve caratterizzare la nostra casa editrice» ha sentenziato il Presidente con tono autorevole. Se mi fosse balenato per la mente di obiettare, subito mi è stato messo a disposizione un modernissimo motorhome di ultima generazione, immatricolato nel 1985, dotato di tutti i comfort, ovvero stufetta a gas e sacco a pelo. A Francoforte si prendono decisamente sul serio, devo dire, e il Rebstock Park sul quale si sistemano i motorhome degli editori europei brilla per efficienza (quelli italiani naturalmente salgono in aereo e atterrano negli alberghi modaioli). Il mio vicino, un simpatico signore ebreo con un mezzo stellare dotato di antenna satellitare per collegarsi alla redazione, ufficio per incontri, sauna e piattaforma per elicottero, mi ha guardato incuriosito mentre allestivo il mio campeggio e scaricavo la bicicletta. Con aria comprensiva ha chiesto: «Italian?». «Italian, of course.»

La Fiera è grande, maledettamente grande. Proprio come a Torino, dove con quattrocento stand dichiarano di avere 1200 espositori, quelli della Buchmesse, che di editori presenti negli stand ne avevamo circa 16 mila, ne hanno dichiarati soltanto poco più di 7 mila. Perché per i tedeschi, gli stand collettivi valgono per uno solo. In compenso non ci sono code per accedere. Perché le navette che dai parcheggi a otto piani trasferiscono i visitatori agli ingressi degli otto padiglioni fanno la spola ogni sessanta secondi. Niente ressa, niente spintoni. Solo un freddo becco.

La postazione tecnologica del redattore ordinario

La postazione tecnologica del redattore ordinario

La sicurezza à discreta, persino nel “famigerato” padiglione 8, casa degli editori statunitensi ed israeliani, per accedere alla quale occorre passare la perquisizione. Dalla borsa del redattore ordinario lo zelante poliziotto tedesco ha estratto: pacchetto di cracker per spuntino, bottiglietta di acqua minerale importata illegalmente dalla madrepatria (un bicchiere al bar costa 3 euro e piuttosto che affrontare la spesa, il redattore ordinario accetta il rischio della disidratazione), foto della famiglia, mozziconi di sigaretta fumati (perché se provate a gettarne uno in terra vi condannano alla deportazione), maglia e calzini di lana. Con inglese gutturale ha chiesto: «Italian?». «Italian, of course.» La dichiarazione di nazionalità ha reso a suo parere superfluo ogni ulteriore controllo. Fossi anche entrato con un bazooka.

Gli italiani si notano subito. Dove si mangia gratis li trovi subito tutti. Che sia la soupe offerta dai francesi, ottima per avere una scusa urgente per correre ai bagni a fare la cacca con il sottofondo di uccellini cinguettanti, o uno spuntino russo, con i biscottini che ricordano i dolcetti sardi. Per il resto, tendono a incontrarsi fra loro, salutandosi con sussiego per sottolineare che loro ci sono. Tutti gli altri, invece, lavorano. Corrono come pazzi a siglare contratti, acquistare diritti, contrattare con gli stampatori cinesi e coreani.

Per quanti non lo sapessero (ovviamente è un domanda retorica, perché ormai tutti sanno tutto), la Fiera del Libro di Francoforte, che si svolge ogni anno ad ottobre è la principale manifestazione mondiale del settore. Non si tratta di una fiera aperta al pubblico, salvo l’ultima giornata, ma riservata agli operatori: editori, scout, agenti letterari, scrittori affermati, distributori etc. etc.

Cosa ci vanno a fare gli addetti ai lavori in fiera? A comprare libri naturalmente, non nel senso di acquistare singole copie del volune, ma per trattare i diritti internazionali. Io dò un libro a te, tu dai un libro a me, lo traduciamo nelle rispettive lingue e così il catalogo delle singole case editrici aumenta.

Editori piemontesi in vetrina

Editori piemontesi in vetrina

Di fatto, alcuni editori, quelli di lingua anglosassone per primi, vendono, altri comprano quasi esclusivamente. Per un fattore di lingua anzitutto: un libro in inglese è già pronto per il mercato statunitense, australiano, britannico, ma anche indiano ad esempio. Un libro in italiano, invece no. Accade così che i Paesi con maggiori difficoltà di penetrazione culturale all’estero decidano di sostenere le traduzioni con contributi statali. In altre parole, tanto per fare un esempio, se un editore italiano o americano acquista il diritto di tradurre un’opera polacca, il governo di Varsavia offre un contributo per i costi di traduzione.

Il grande mercato dei diritti lo fanno naturalmente i giganti del settore, con i best seller dei grandi autori. Qualche volta incappano in bufale clamorose, scambiando lucciole per lanterne, così da proporre ai lettori italiani il nuovo vate della letteratura del tal Paese salvo scoprire che il vate in questione, nel suo paese di origine (paese inteso minuscolo, come villaggio) neppure lo conoscevano. Accade di rado, ma accade.

BuchmesseAccanto ai best seller, il secondo mercato dei diritti si concentra sui libri illustrati. In un pianeta nel quale l’analfabetismo di ritorno del mondo industriale sta superando quello di andata del Terzo Mondo, il modo migliore per vendere qualcosa ai lettori è proporre libri nei quali ci sia poco o nulla da leggere. Grandi volumi illustrati, con tante belle fotografie e qualche didascalia, oppure simpatici tascabili con manualetti che spiegano in dodici righe e tante allegre vignette come educare i propri figli, costruire in casa un aeroplano, diventare ricchi o vivere felici. Gli indiani e gli australiani ne propongono di magnifici. Il redattore ordinario si è fatto guardare male perché in uno stand di canguri si è messo a sghignazzare  sui testi di Andrew Matthews. Non preoccupatevi, i diritti delle sue opere sono stati acquistati da una grande casa editrice e presto potrete leggere i suoi nuovi divertenti capolavori. Se l’inglese non è un ostacolo, potete anche scaricare molto materiale gratuito, in ebook o audio mp3, direttamente dal sito dell’autore.

Parliamo ora di editori piemontesi. Bisogna dare atto a Gianni Oliva, assessore alla Cultura della Regione Piemonte, che questa volta ha davvero fatto le cose per bene. Un po’ di merito bisogna riconoscerlo anche a Eugenio Pintore e alle pimpanti ragazze di Ex-Libris, capitanate da Carmen Novella, che hanno pazientemente fatto da balia a una ventina di scatenati e un po’ provincialotti piemontesi armati di valigetta e cataloghi alla ricerca di occasioni per crescere.

Male hanno fatto sicuramente gli assenti, quegli editori che si sono limitati a esporre cinque titoli nel bellissimo stand offerto dalla Regione Piemonte senza affrontare il pur faticoso viaggio in Germania. Francoforte, prima ancora che per fare affari, è una grande occasione per imparare, capire, confrontarsi. Senza contare che, esserci di persona, significa essere visti dai distributori e dai grandi operatori del settore.

Per visitare gli otto padiglioni della Buchmesse non basta un giorno. A dire il vero non ne bastano neppure cinque, a meno di essere veri e propri maratoneti. Bisogna scegliere, organizzarsi e, se possibile, fissare in tempo utile gli appuntamenti, con settimane o addirittura mesi di anticipo. Altrimenti, si rischia di girare a vuoto per gli stand.

Lo stand dei piemontesiIn ogni caso, anche girare da un padiglione all’altro, armati di valanghe di biglietti da visita, è un’esperienza utilissima. Spiare, capire, confrontare sono le tre parole d’ordine per i piccoli editori. Capire come si disegnano bene le copertine, come si articola un percorso su una collana, come si sviluppa un’azione di marketing sul libro. Magari, perché no, rubare idee per nuove pubblicazioni.

Il povero redattore ordinario come mezzi a disposizione non aveva neppure una macchina fotografica per carpire spunti. Il Direttore Editoriale, prima della partenza aveva solennemente dichiarato: «La nostra è una casa editrice di cultura, saldamente ancorata ai valori della tradizione, che rifugge dalla rincorsa ai gadget tecnologici.» In parole povere significava: impara tutto a memoria e se proprio non ci riesci, prendi appunti. Come dotazione aziendale, il redattore ordinario ha ricevuto: due bloc notes, di cui uno tascabile, tre penne e una matita. La matita è servita per fare schizzi delle copertine altrui. Tenuto conto che non ha la minima capacità nel disegnare, potete immaginare fin d’ora quali orrori scaturiranno da questa operazione spionistica sulle copertine di tutto il mondo. Per fortuna, i grafici sanno bene cosa farsene dei suggerimenti del redattore ordinario…

 

Del romanzo ai tempi della crisi

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Con il trascorrere degli anni, immerso nella lettura dei manoscritti che giungono a catinelle in redazione, ho assistito alla vertiginosa crescita di una narrativa in bilico fra introspezione minimalista e attualità quotidianista. Lungi ogni paragone, quando parlo di introspezione minimalista, ai grandi percorsi di Italo Svevo, quanto piuttosto una passione smodata per un mondo narrativo placentale, ridotto all’io superficiale e ben attento a non indulgere ad approfondimenti, da un lato, quanto non confrontabile con l’attenzione al vissuto dei grandi romanzieri del Dopoguerra, si vogliano citare Pavese o Vittorini, Silone o Brancati, ancorati al momento storico e, in qualche modo, condannati all’epoca di cui sono testimoni. Insomma, storie che si possono ridurre ad una serie ridottissima di fabule.
Fra queste, dopo l’innovazione del romanzo storico di Eco, la ripetizione pressoché infinita di ambientazioni fantastico storiche condite di misteriosi quanto elementari intrighi esoterici.
Al secondo posto, le attualizzazioni della modernità moraviana, con la replica estenuante dei drammi topici della borghesia nostrana, che spaziano dalla condizione di solitudine affettiva femminile intorno alla quarta decade di vita, alla tragedia dei sacrifici di giovani privi dei mezzi di sostentamento vitali, primo fra tutti il credito di telefonia mobile, fino alle cruenti e sanguinarie battaglie per giungere in tempo utile all’ora felice dell’aperitivo urbano.
Infine, complice il successo linguistico di Camilleri, il profluvio dei cosiddetti gialli d’ambiente, dove alla parlata virtualmente in uso a Porto Empedocle si sostituisce di volta in volta quella in uso a San Damiano d’Asti, a Roccaraso o Casal di Principe.
Semplifico, naturalmente, ma come noto l’orizzonte culturale del redattore ordinario appena si innalza al di sopra delle letture ginnasiali. Eppure la semplificazione estrema corrisponde alla maggior parte delle storie che vengono proposte alle case editrici.
Fra i vari modelli ispiratori, uno certamente è invece assente. Potremmo definirlo epico contemporaneo. Se vogliamo è il modello che ha caratterizzato la narrativa italiana dell’Ottocento, si pensi a Rovani, ma anche, con una prospettiva completamente diversa, Verga o Fogazzaro. Quello che viene definito “grande respiro”, quando identifica opere di elevata qualità, oppure “polpettone” quando riferito alla produzione seriale di bassa lega.
 Ampio respiro o polpettone, l’epica ha caratterizzato la produzione di molti Premi Nobel stranieri. Anche i più leggeri romanzi di Steinbeck dipingono il ’29 dell’ovest americano, come la Macondo del sud di quel continente incarna nazioni intere nelle loro crisi devastanti.
In Italia abbiamo avuto la grande stagione della narrativa partigiana, con una coralità paragonabile, e, in tempi recenti, la narrativa di impegno politico, dove il politico è prevalso sull’impegno al punto da diventare non di rado ideologico.
Ora, nel nostro Ventinove, il redattore ordinario non ha ancora visto giungere manoscritti che parlino di uomini e topi, mentre nelle città gli uni e gli altri si contendono la perlustrazione delle immondizie, né di aureliani sconfitti, che pure nelle valli alpine collezionano disfatte devastanti quanto quelle degli eterni rivoluzionari sudamericani. Il massimo dell’epica è, come due o tre anni or sono, il racconto breve della precarietà. Romanzo a termine, a progetto, mi verrebbe da ironizzare.
Non è un invito o una polemica, ma un interrogativo senile, e come tale limitato e ottuso, sulla direzione che prenderà, o che verosimilmente non imboccherà, il romanzo italiano della seconda decade del secolo. Racconterà di vecchi che razzolano fra gli scarti alimentari dei mercati metropolitani? Di uomini e talvolta famiglie residenti in vecchi furgoni? Di uomini che si suicidarono sotto il peso dei debiti e delle imposte? Di giovani e di poliziotti che si affrontarono a muso duro per una galleria in una valle sperduta ai confini della Nazione? Se vogliamo, sono tutti temi epici, come molti altri della nostra grande depressione. O prevarrà la leggerezza insostenibile di una borghesia sconfitta?