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Il romanzo come segno dei tempi

Un romanzo è figlio del tempo in cui viene scritto. A partire dalla fine del secolo scorso, non di rado con la tipica autoreferenzialità che caratterizza sempre questo tipo di dibattiti, il rapporto fra la mutazione sociale, politica ed economica di un Paese e la produzione narrativa è stato analizzato a fondo, cercando di identificare la caratterizzazione delle opere rispetto al cambiamento in atto.

EdRickettsLab

Così, la definizione di “New Italian Epic”, coniata da Wu Ming, ha etichettato il romanzo di fine Novecento come frutto dell’impegno intellettuale seguito al crollo della Prima Repubblica e a una presunta assunzione di consapevolezza sociale e politica, che culminerebbe, in questo primo decennio del ventunesimo secolo con “Gomorra” di Saviano. Il nuovo romanzo, secondo Wu Ming, deve unire la presa di posizione etica, la capacità di analisi innovativa, se necessario fino all’azzardo, a una capacità comunicativa dell’autore (o dell’editore aggiungiamo) di creare “networking”, ovverosia di coinvolgere i lettori in comunità di dibattito reali e molto più frequentemente virtuali e favorire con la sua opera la creazione di “lavori derivati”, in una sorta di “creative commons” multimediale.

In altre parole, quelle semplici e banali che noi preferiamo, lo scrittore dovrebbe essere schierato politicamente, ampiamente sostenuto da un’azione virale attraverso i mezzi di comunicazione, produrre opere facilmente riducibili in versione cinematografica, capace di inventarsi eventi che con la lettura in se stessa non hanno necessariamente legame, se necessario diventando personaggio televisivo e di cronaca. Soltanto in questo modo si può creare il best seller.

Tutto questo è sicuramente vero se lo scopo del narrare è, appunto, creare il best seller. Ci pare di ricordare che anche nell’Ottocento, un ricco signore milanese, scrivendo un romanzo storico ambientato nella Lombardia del Seicento, riuscì a metaforizzare il Risorgimento, coinvolgendo i lettori in operazioni trasversali e multimediali, grazie alla contemporanea musica verdiana, producendo un’opera storica con una precisa posizione etica, dalla quale sono derivate ispirazioni per un’intera generazione di scrittori e artisti. Il best seller, in questo caso, fu anche un capolavoro. Nè deve fare storcere il naso l’idea di fondo che, in linea di massima, un capolavoro quasi sempre diventi un best seller.

Più banalmente ancora, ci pare che considerare la narrativa di Alberto Moravia o di Cesare Pavese figlia del trentennio a cavallo fra il declino del Fascismo e il boom economico possa, in questo umile contesto, essere considerata una semplificazione accettabile per quanto riduttiva. Uno scrittore che non narrasse del suo tempo sarebbe o uno storico anziché un romanziere, o un autore di fantascienza, e anche su quest’ultima brutale semplificazione sicuramente chiediamo venia.

Se la stagione della nuova epica politica nel romanzo italiano appare conclusa con “Gomorra”, viene naturale chiedersi, oggi, quale percorso stia imboccando la nuova narrativa. A giudicare dalla variazione dei temi affrontati nei manoscritti che ci vengono sottoposti, siamo tentati di azzardare che il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva e il distacco sociale siano il nuovo fronte del romanzo del secondo decennio di questo secolo. Un fronte, lo diciamo subito e con la cruda franchezza che contraddistingue questa casa editrice, al quale non daremo alcun sostegno, inteso come sostegno alla pubblicazione, a meno di ripensamenti puramente commerciali e distonici rispetto alla nostra linea culturale.

Proprio la crisi dei riferimenti sociali, conseguente a quella economica, e delle certezze che sembravano caratterizzare il mutamento politico degli Anni Novanta, chiamano lo scrittore a cimentarsi non sull’analisi del sé, ma sul tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano. Perché tanto ci aspettiamo da colui che ambisce al titolo di intellettuale e non di scribacchino. Una richiesta che non deve essere intesa come un nuovo richiamo alla politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”, ma a un approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale. Elio Vittorini e Leonardo Sciascia lo seppero sicuramente fare, se ben ricordiamo.

Se così non sapremo fare, non ci resta che la manualistica, che rappresenta la sconfitta totale della letteratura come impegno sociale e il riconoscimento che il confine dell’orto è l’unico orizzonte al quale possiamo ambire.

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Piccoli consigli: la costruzione dei dialoghi

La costruzione dei dialoghi è oggettivamente uno degli scogli più difficili della scrittura. Dare consigli in poche righe in un blog è difficile. Uno dei nostri collaboratori organizza occasionalmente dei corsi (tra l’altro gratuiti) per chi voglia affrontare le tematiche della scrittura. Proprio perché gratuiti non hanno mai riscosso grande successo, a dire il vero.
Un consiglio banale, utile per chi davvero sia in difficoltà con i dialoghi, è quello di registrare una normale conversazione tra amici, senza avvisare nessuno di loro, per non renderla artificiosa e, quindi, con il loro permesso, sbobinarla pedissequamente e rileggerla con attenzione su carta. Si scoprirà come in realtà essa sia profondamente diversa dalla maggior parte dei dialoghi che leggiamo sui libri, da un lato, ma dall’altro ci offrirà spunti di riflessione sui ritmi, sulle pause, sui rilanci, aiutandoci a comprendere meglio i meccanismi che la regolano. Un simile esercizio non è fine a se stesso, ma ci aiuta ad evitare quei dialoghi artificiosi che, non di rado, rendono impubblicabile un manoscritto.censura
Per eccesso, un dialogo perfetto non dovrebbe aver bisogno di specificare chi stia parlando e, tanto meno, di intervenire con precisazioni del tipo “annuì Carla”, “disse con tono sommesso Federica” o “cachinnò Cunegonda”. Tuttavia, per giungere alla pubblicabilità, ci accontenteremo di molto meno rispetto alla perfezione.
Due pilastri da tenere sempre presenti: coerenza e verosimiglianza. Magari ne parleremo in dettaglio in un articolo del blog, quando qualcuno in redazione avrà il tempo da dedicare a un argomento così impegnativo.
Qualche lettura? Ad esempio i dialoghi di John Steinbeck in Cannery Row o Sweet Tuesday. Surreali eppure verosimili e coerenti.
Perché, con il vostro aiuto, non provare a riportare alcuni dialoghi celebri e mirabili per perfezione stilistica? Suggerite e proponete.

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Il libro sul Pontefice arriva nelle mani di papa Francesco

Roma, 6 maggio 2013 - Il Vescovo di Pinerolo, mons. Debernardi, consegna una copia unica, in edizione speciale rilegata a amano, del libro direttamente nelle mani del Santo Padre

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Roma, 6 maggio 2013. Questa mattina, monsignor Pier Giorgio Debernardi, Vescovo di Pinerolo, è stato ricevuto da Papa Francesco in occasione della “Visita ad limina” dei vescovi del Piemonte. Durante il cordiale incontro, il vescovo di Pinerolo, accompagnato da don Omar Larios Valencia, ha fatto dono al Pontefice di un’edizione speciale del libro Dalla fine del mondo. Il sentiero di Papa Francesco, edito da Marcovalerio e Vita Edizioni

«Papa Francesco – ha commentato monsignor Debernardi –  ha molto gradito il dono. Quando gli ho mostrato il volume, ha candidamente domandato: “Questo è per me?”. Poi ha ringraziato diverse volte».

Oltre all’edizione speciale rilegata a mano, è stata donata al Papa anche una copia “normale” dell’istant book, realizzato dalla redazione di Vita Diocesana Pinerolese in collaborazione con Sir e FISC.

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La stampa 8 maggio 2013

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Salone del Libro di Torino 2013

In seguito a svariate domande pervenute sull’argomento, si precisa che, come già avvenuto negli anni scorsi, il marchio Marcovalerio non partecipa, salvo rare eccezioni dovute all’elevato livello culturale delle manifestazioni, a fiere del libro di interesse squisitamente locale. Pertanto, non è prevista alcuna nostra presenza al salone del libro di Torino 2013.

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Il pensatore positivo

imageUna delle follie introdotte dalla New Age è il cosiddetto Pensiero Positivo. Se pensi positivo la tua vita cambia: amore, amicizie, lavoro, soldi, malattie, all’improvviso tutto volge al meglio. Sull’onda di questa teoria, in questi ultimi anni è emerso un nuovo tipo umano: il pensatore-positivo.

Il pensatore positivo è schiavo di una tragica illusione, ossia che tutto ciò che accade fuori e attorno a noi, sia determinato da ciò che accade dentro di noi. Di conseguenza saremmo noi a creare, amici traditori, partner infedeli, ambienti di lavoro mobbistici, malattie e persino gli incidenti. Questa convinzione determina a sua volta una cascata di pie illusioni. Non vai d’accordo con la moglie? Pensa positivo e tutto si risolve “naturalmente”. Tuo figlio si droga? Pensa positivo e vedrai che tutto s’aggiusta. Hai perso il lavoro? Pensa positivo e lo ritroverai. Stai sperimentando ira, rabbia,gelosia, odio, amarezza? Pensa positivo e vedrai questi sentimenti negativi sciogliersi come neve al sole.

Come se non bastasse, talvolta il pensatore-positivo diviene preda di pesanti idiosincrasie. A suo dire egli sviluppa uno speciale sesto senso per captare la “negatività”: terrificante spauracchio da sfuggire in tutti i modi. Perciò può accadere che, egli, improvvisamente si eclissi da ambienti sociali e frequentazioni abituali, perché sentiti come “negativi” (“Sabato sera – racconta una conoscente- ero a una festa ma me ne sono dovuta andar via perché sentivo la negatività”). Non soltanto ci sono persone negative ma perfino abitazioni, soprammobili, monili. La statuina riproducente un elefantino con la proboscide volta in alto è positiva, mentre se la proboscide è volta in basso è negativa. Il tatuaggio con la spirale che sale è positivo, se la spirale scende è negativo. Soprattutto si parla sempre più spesso di “energia” positiva o negativa senza tuttavia mai sapere bene di che si tratti.

La religione dev’essere “positiva”, così il cristianesimo New-Age tende a cancellare l’Antico Testamento perché contiene – a mio parere giustamente- tutto il catalogo delle barbarie umane: stupri, sodomie, stermini, assassini a cominciare da Caino e Abele. Persino Gesù, che ha avuto il coraggio di infrangere molti tabù ebraici, è stato ridotto ad una specie di guru efebico, quando non lo si è cancellato come “persona”, preferendo parlare di “energia cristica, o coscienza cristica” (!?).

Questa ossessione per tutto ciò che è positivo, con conseguente cancellazione di ciò che è negativo, dimenticando la dimensione tragica della vita, provoca, nel pensatore-positivo una pericolosa scissione sia nel proprio io che negli oggetti esterni. La psicologia ci insegna che la sanità mentale consiste proprio nel saper integrare la parte accettata di sé con la parte oscura (che Jung chiamava l’Ombra), così come bisogna saper integrare la parte positiva e negativa di quello che è fuori di noi. Questa mancata integrazione genera una specie di schizofrenia, una vita vissuta solo a metà. E poiché, nonostante gli sforzi del pensare positivo, la dimensione tragica, prima o poi, irrompe nelle nostre vite; ne conseguono delusioni e frustrazioni.

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Il politico da bar

Dopo “l’ignorante dialettico” e “il nato imparato”, questa settimana voglio proporre ai nostri lettori un altro tipo umano: il politico da bar.

Il milieu del politico da bar è naturalmente il bar, specie se frequentato da un gruppetto di amici. Il politico da bar è uno che ha già mangiato tutte le foglie prima di nascere. Egli, cosa già abbastanza sorprendente, non solo ha un’opinione su tutto, ma ha una soluzione per tutti i grandi problemi che affliggono il nostro Paese: le ferrovie (uno psichiatra diceva che, un tempo, per capire se una persona era pazza gli si chiedeva se possedeva la soluzione di questo annoso problema), le tasse, la scuola, la viabilità, la delinquenza, l’immigrazione, la prostituzione, la sanità, lo sport e…chi più ne ha più ne metta. Ma non basta ancora: queste soluzioni, a suo parere sono facili e radicali: basta avere la volontà politica per attuarle, sono i politicanti che le rendono difficili per poterci marciare…

Lo strumento principe del politico da bar è la lettura quotidiana del giornali. Osservandolo durante questo esercizio, si potranno cogliere sul suo viso i seguenti segnali rivelatori: sorrisi sardonici, alzata di ciglia, lievi scuotimenti del capo, smorfie schifate. Che sta succedendo? Succede che il politico da bar, via via sempre più inorridito dalla lettura, sta prendendo nota mentalmente delle nefandezze della Politica per poi, terminata la lettura, lanciarsi in furiose invettive.

La frase preferita del politico da bar è: “Io l’ho sempre detto”, seguita da una serie impressionante di luoghi comuni: Il pesce puzza dalla testa (dimenticando le miriadi di “furbi” evasori di piccolo cabotaggio); il marcio sta sempre in alto; a pagare sono sempre i fessi; destra o sinistra sono tutti uguali; anche i puri, una volta raggiunto il “cadreghino”, rubano come tutti gli altri; gli atleti di un certo livello sono tutti dopati; gli impiegati statali sono tutti fannulloni (alla faccia di certi uffici dove si corre tutto il giorno); gli extracomunitari vengono qui per rubare, non per lavorare (alla faccia di tutti i manovali, di tutte le badanti che passano la vita insieme a vecchi disabili), i giornalisti sono tutti venduti o bugiardi (alla faccia di tutti gli opinionisti assassinati dalle Br e di tutti i reporter uccisi nei teatri di guerra).

Naturalmente il politico da bar non esiste da solo: ha bisogno di una piccola corte di amici che lo segue e lo venera come un guru. Niente irrita di più il politico da bar che essere contraddetto: chi ha il coraggio di farlo, sia pure sommessamente, si fa un nemico per la vita.

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La sanguisuga

Oggi vi parlo di un altro tipo umano: la sanguisuga. Tra tutte le persone negative la sanguisuga è la peggiore che possiamo incontrare sulla nostra strada.. Meglio una persona malvagia e prevaricatrice. D’altronde anche la Sanguisuga prevarica ma, anziché farlo esercitando la prepotenza, lo fa con una simulata dolcezza.

La sanguisuga è una specie di morto-vivente, uno zombie il quale, non possedendo una vita propria, succhia quella di malcapitati familiari o amici. Naturalmente questa persona non si “attacca” a chiunque: essa possiede uno speciale sesto senso nel riconoscere le persone dal cuore tenero, naturalmente predisposte a soccorrere, a sacrificarsi per gli altri. Se vogliamo evitare di trovarci senza forze e con un pugno di mosche in mano, dopo che ci siamo fatti succhiare il sangue per anni; è di vitale importanza imparare a riconoscere in tempo la Sanguisuga. Essa utilizza, per irretire le sue vittime tre armi micidiali: la lode, la lamentela, il vittimismo.

La lode viene sapientemente utilizzata per convincere l’altro di aver trovato il migliore degli amici possibile. La sanguisuga sommerge letteralmente le sue vittime di complimenti che, come si sa, fanno sempre piacere. Una volta ottenuta la fiducia per il tramite della piaggeria, la Sanguisuga riesce a mantenere l’insana relazione attraverso un uso raffinato delle altre due armi: la lamentela e il vittimismo. Essa si lamenta continuamente per ogni cosa: il tempo, le stagioni, i malanni, gli insuccessi. Attraverso il vittimismo essa produce devastanti sensi di colpa nel malcapitato, il quale raddoppierà i suoi sforzi per cercare di non scontentarla.

La relazione può andare avanti per anni, decenni finché… l’altro non capisce che la Sanguisuga pretende in continuazione ma non gli dà niente (perché non ha niente da dare a nessuno): perciò, se gli rimane ancora un barlume d’energia, finalmente se ne va.

A quel punto la Sanguisuga sviluppa contro di lui un odio implacabile e lo farà oggetto di ingiurie, invettive, dispetti pesantissimi che annichiliscono il poveraccio, il quale sarà accusato invariabilmente di alto tradimento, di non essere quello che sembrava, di ciclotimia e persino di insensibilità.

Se la Sanguisuga è una moglie riterrà il marito colpevole di essere ingrassata, delle emicranie, delle vampate di calore, dell’ipertensione, di non essere più bella come una volta, ecc. Se è un marito riterrà la moglie la causa dei suoi insuccessi professionali, delle sue defaillance sessuali, di non avere amici, ecc. Se vive un rapporto d’amicizia accuserà gli amici di trascurarla, di dimenticarsi i suoi compleanni, di non informarsi sollecitamente della sua salute, peraltro solidissima (ipocondria a parte), ecc.

Se la vittima riuscirà a tener duro sotto questo tsunami verbale, questa tempesta emotiva, potrà finalmente liberarsi della Sanguisuga, alla quale non resterà che guardarsi intorno alla ricerca di una nuova vittima.

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Il radical chic

Questa settimana voglio proporre ai lettori un altro tipo umano: quello che Montanelli, con una felice intuizione chiamò radical-chic.
Il radical-chic non vive immerso in mezzo alla società: si crea una sua società ideale, ristrette cerchie di sodali, i soli che valga la pena  frequentare. In queste piccole,blindatissime corti, se c’è uno scrittore puoi giurarci che è il “miglior scrittore” esistente; così per i pittori, i musicisti, gli architetti,ecc. Al di fuori di queste enclave, domina la superficialità, la banalità, il pressappochismo, il qualunquismo. Dunque il radical-chic non è aperto a quanto succede attorno a lui: egli ha i suoi autori, i suoi musicisti, i suoi artisti, i suoi saggisti, ignorando aristocraticamente tutto il resto.
Il radical-chic, quasi sempre di provenienza extraparlamentare,
presenta due distorsioni cognitive che lo rendono elitario e spocchioso: scambia leggerezza per superficialità e semplicità per banalità.
Dunque, scambiando la leggerezza per superficialità, per il radical-chic tutto ciò che è piacevole, non è “impegnato” e quindi non è serio. Perciò, anziché amare, ad esempio, un bel film d’amore francese (di Lelouch o di Rohmer), di quelli che regalano appunto la leggerezza dell’essere, egli preferisce pellicole impregnate di messaggi politico-social-ecologici. Così accade che, quando è un radical-chic a decidere la programmazione di un cineforum, la inzeppa di pellicole terzomondiste spesso noiosissime e praticamente invedibili.
Esistono poi una letteratura e una saggistica radical-chic. Giorgio Bocca, ad esempio, in questi ultimi decenni ha scritto alcuni capolavori sia per i contenuti sia per l’altezza di scrittura. Ma Giorgio Bocca con è riconosciuto dalla tribù radical-chic che, nel sentire il suo nome, storce il naso. Se c’è uno studioso che ha capito a fondo l’animo umano (specie quello italico) è Alberoni. Dai suoi articoli sul “Corriere”, imparo sempre qualcosa di importante; i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e, all’estero è, da molti studiosi, considerato un maestro della moderna sociologia. Senonchè il radical-chic, scambiando la semplicità di scrittura (grandissima qualità) per banalità, lo considera un autore “lapalissiano” e gli preferisce certi sociologi engagé i cui testi sono pieni di fumosi giri di parole, di vocaboli astrusi, di concetti contorti. Persino Musatti, il fondatore della psicanalisi italiana, un grandissimo psicanalista, è stato definito dai radical-chic  “superficiale”: un altro che aveva il torto di parlare e scrivere con semplicità.
Il radical-chic pinerolese snobba l’Eco del Chisone, un tempo definito “Settimanale dei preti”, anche se, come amava ripetere il compianto Don Morero, lo legge “di nascosto”. Salvo poi, appena pubblica qualcosina, spasimare per avere una recensione sul giornale dei preti. La cosa che mi diverte di più è sentire un radical-chic che mi dice: “ i tuoi articoli piacciono a mia nonna, a mia zia, a mio cugino”. Addirittura uno mi disse convinto: “I tuoi articoli piacciono al mio macellaio”, facendomi inconsapevolmente un bel complimento.
Il radical-chic ex-sessantottino, nonostante il fatto che la realtà abbia sconfessato puntualmente molte sue farneticazioni, non perde la sua sicumera e dunque non perde il vizio di impartire lezioni agli altri: ogni volta che ne incontro uno, non è mai un incontro alla pari ma tra maestro e allievo.

 

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Il nato imparato

Dopo “l’ignorante dialettico”, un altro tipo umano sta avanzando prepotentemente. Con una forzatura grammaticale potremo chiamarlo “ il nato imparato”.
Un’amica insegnante, tempo fa, mi confidava le difficoltà, lo stato di frustrazione che deriva dal dover tentare di insegnare a gente che non glie ne frega niente d’imparare. Ragazzi che, possedendo la dialettica di derivazione  televisiva, Internet, il cellulare, credono di essere “imparati” e di non avere bisogno di nuove conoscenze.
Il nato imparato ha una sua opinione su tutto, anche su argomenti dei quali non ha la più pallida idea. Dunque egli si nutre di schemi mentali.Gli schemi mentali, come insegna la psicologia oltre ad essere fallaci, incapaci cioè di adattarsi ad una realtà mutevole, comportano pesanti distorsioni cognitive. Mi è accaduto di assistere a  discussioni tra un nato imparato a digiuno di un certo argomento con un esperto in materia il quale, al termine di estenuanti e sterili ragionamenti, si vedeva costretto, contro ogni evidenza scientifica, a dare ragione al suo interlocutore. In casi peggiori è accaduto che un nato imparato, forte dello schema mentale “Se ti attaccano difenditi”, abbia mandato all’ospedale un compagno colpevole di avergli giocato uno scherzo innocente.
Anni fa, su queste pagine, abbiamo letto diatribe senza fine di un laureato in Economia e Commercio, il quale pretendeva di insegnare niente popodimeno che la Medicina, ad un valente medico pinerolese il quale aveva al suo attivo, oltre alla laurea, dieci anni di pratica ospedaliera, e altri vent’anni di pratica ambulatoriale.
Al nato imparato la persona colta dà fastidio, come se fosse una pietra d’inciampo nel suo processo di self-teaching. Senonchè, senza l’aiuto di una persona esperta, è praticamente impossibile perseguire una ricerca su materie complesse e composite. Spesso capita che qualcuno, trovando in un articolo di giornale una parola sconosciuta, ne chieda, a chi ne sa di più, il significato per poi, appena questi inizia a fornire una spiegazione, distrarsi e mettersi a parlar d’altro, dimostrando quanto fosse superficiale la sua curiosità.

Il nato imparato basta, culturalmente, a sé stesso perciò, alla gratitudine d’un tempo verso chi, con i suoi consigli, ci aiutava a progredire nella strada della conoscenza; si ‘ sostituito il fastidio, quando non un aperto senso di fastidio, d’irritazione.

Poi ci si stupisce constatando che, perfino dei parlamentari, interrogati con domandine facili, facili (come diceva Mike Buongiorno) su storia, geografia, cultura generale, rispondano con imbarazzati silenzi, risposte abborracciate quando non autentiche castronerie.
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L’ignorante dialettico

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.
Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.

In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…

Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.