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Vittorio Mathieu e Aldo Rizza. La filosofia

minerva

Che cos’è la filosofia?

Presto disponibile nuovamente ai lettori l’opera monumentale di Vittorio Mathieu e Aldo Rizza

Pare che il primo ad usare questo termine sia stato Pitagora. Ora, Sophia, per i Greci o Elleni, voleva significare la sapienza. Essa però non coincide con quello che noi oggi consideriamo “conoscenza”. Se si vuole capire quel che gli antichi intendevano per sapienza occorre andare più a fondo. Nella Bibbia si legge che la sapienza: ” È un vapore della virtù divina ed un’emanazione sincera della luce di Dio onnipotente. E’ splendore della luce eterna, è lo specchio immacolato della maestà di Dio e l’immagine della sua bontà. Pur essendo una, può tutto; e permanendo in sé innova tutte le cose e si trasporta di nazione in nazione nelle anime sante, costituendo gli amici di Dio e i profeti” (Sap. VII, 25-27). Il sapere degli antichi non si misura, dunque, quantitativamente poiché presuppone una valutazione qualitativa che lo rende differente dalla scienza così come noi la conosciamo. La sapienza antica non è fatta di matematica e astronomia e medicina e simili, ma tutto ciò comprende in unità avendo per scopo quello di assicurare costantemente un rapporto tra l’uomo e la divinità, tra il mondo e il sovra-mondo. Anzi la sapienza è sostanzialmente un dono divino offerto agli uomini, a certi uomini:

“Iddio ama soltanto quell’uomo che abita con la sapienza! Si essa è realmente più abbagliante del sole e sorpassa tutte le costellazioni; e paragonata alla luce è trovata superiore! Sì, alla luce si avvicenda la notte, ma il buio del male non può prevalere sulla sapienza!” (Sapienza 28-30).
Ma è un dono che si deve chiedere se lo si vuol ottenere. Ma chiedere vuol dire riconoscersi poveri: per ottenere la sapienza si deve prendere distanza dalle cose, dalle persone, da se stessi, riconoscendone la contingenza:
“Per questo ho pregato con ardore e mi fu donata l’intelligenza, io ho invocato e su me discese lo spirito di Sapienza. L’ho preferita agli scettri e ai troni, e la ricchezza ho stimato un nulla a paragone di lei… Io l’ho amata più della salute e della bellezza e ho preferito possederla più che la luce del sole, perchè lo splendore che viene da lei non tramonta!” (Sapienza, 7-10).
Ma il sapiente sa di non esserlo; sa che al sapere può accompagnarsi la superbia:
“Tutte queste cose volli conoscere a mezzo della sapienza, dicendo: «Voglio essere sapiente»; ma essa è lontana da me. Ciò che è lontano resta lontano; ciò che è profondo resta profondo: chi mai potrà toccarlo?” (Qoelet, 7, 23-25). Per questo prudentemente Pitagora si dice “amico della sapienza” e non “sapiente”: filosofo e non sofo. Infatti, per i superbi, per coloro che credono di sapere, anche la tradizione cristiana, oltre a quella ebraica, ci suggerisce:
“… la parola della croce per quelli che si perdono è una pazzia, ma per coloro che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Poiché è scritto:«Disperderò la saggezza dei savi, e renderò vana l’intelligenza dei dotti.» Dov’è il savio? dove lo scriba? dove il dialettico di questo secolo?; o non ha reso Dio stolta la sapienza del mondo?” (Paolo, Corinti, 18-20).
La filosofia è essenzialmente una creazione caratteristica degli Elleni, tuttavia esistono in tutte le civiltà elementi pre-filosofici sapienziali. Ma che cos’è, allora, la filosofia?

Se un botanico vuole spiegarvi di che cosa tratta la sua scienza, vi presenterà fiori e piante. Un fisico vi sottoporrà qualche fenomeno elementare. Un matematico, non trattando di cose che cadono sotto i sensi, avrà modo tuttavia di farvi intendere gli scopi della sua disciplina servendosi di qualche operazione intuitiva. Il filosofo non ha nessuno di questi vantaggi. Né vi può mostrare in natura gli oggetti intorno a cui verte propriamente la sua indagine, né ha da insegnarvi la forma, intuitiva o no, di qualche operazione. E, anche se muove da cose o operazioni che si incontrano nella concreta esperienza, non vuole presentarvele semplicemente come dati di fatto: vuole farvi percepire un loro senso più profondo. Del resto i fatti dell’esperienza sono già tutti oggetto di questa o quella scienza particolare; e la filosofia non troverebbe, se lo cercasse, un campo esclusivo in cui muoversi ed indagare. In compenso, possiamo dire, non c’è dato d’esperienza che non possa servire di spunto a considerazioni filosofiche, sempre che il filosofo sappia andar oltre il suo presentarsi immediato.

Poiché, dunque, l’oggetto cui veramente mira il filosofo si trova al di là dell’esperienza immediata, egli non può indicarvelo se non indirettamente, attraverso il suo stesso discorso. Non ha modo di presentarvelo due volte (una volta attraverso il discorso, l’altra indipendentemente da esso), come fa il botanico, che può parlarvi di un fiore, ma può anche indicarvelo con un dito. Il filosofo ha il proprio discorso, e basta. Ciò può rendere difficile riferire quel che i filosofi dicono e quel che vogliono dire, e, quindi “capirli”. La cosa significata sfugge; e, quando si tratta di una cosa d’esperienza, sfugge il senso in cui il filosofo ne parla. Ciò indusse alcuni, anche tra i filosofi, a concludere che la filosofia «non ha nessun significato». E anche se, come credo, lo studio della storia della filosofia può smentire quest’asserzione, una cosa è certa: data questa situazione, è impossibile un discorso preliminare, per introdurre alla filosofia e alla sua storia chi ancora non abbia familiarità con essa. Per capire che cosa vogliono i filosofi, non rimane che disporsi ad ascoltarli direttamente.
Tuttavia, una qualche indicazione generica si può dare: non sul contenuto, ma almeno sulle funzioni della filosofia. Si può affermare, in primo luogo, che i filosofi hanno la funzione di far sorgere in noi la percezione di certi problemi. Anzi, questa connessione della filosofia con il senso del problema è così stretta che gli antichi (Platone, Aristotele) dissero che la filosofia nasce dalla meraviglia.
L’animale, invero, non sembra provare meraviglia: prova sbigottimento e terrore, ma (per quanto c’è dato capire) non trova che sotto ciò che lo circonda ci sia qualcosa che «ha bisogno d’essere chiarito». I problemi che si pongono, se si possono chiamare così, concernono difficoltà immediate che si frappongono al soddisfacimento dei suoi desideri; ed esso li supera a volte con trovate istintive, o anche intelligenti, di cui si può rimanere ammirati: ma non si direbbe che i suoi “perchè” si spingano più in là.

L’uomo, invece, ha la particolarità di trovare in se stesso, e nel mondo che lo circonda, qualcosa di strano. Scopre nell’esistenza, sua e delle cose, un aspetto enigmatico, che merita una spiegazione, o almeno un’indagine. Guardandosi intorno, egli ha l’impressione che non tutto “vada da sé”, e che al fondo dell’esistenza ci sia un problema che metterebbe conto chiarire. Così nasce la “meraviglia” e, nel tentativo di soddisfarla la filosofia. Certamente, non sempre l’uomo è occupato a inseguire gli enigmi fondamentali della nostra esistenza e della complessità delle cose. Anch’egli ha i suoi piccoli o grandi problemi immediati che lo costringono a “primum vivere, deinde philosophari”. Forse, anche se ciò è molto improbabile, può perfino accadere che qualcuno viva la sua intera vita senza mai chiedersi per un istante (come si suole dire) «chi glielo faccia fare». Ma è probabile che, alla fine, qualche domanda del genere si affacci, e che allora la soluzione delle difficoltà immediate non basti più. Chi è preso da quel pensiero non si accontenta, ad esempio, di costatare che questo “serve” a quell’altro, e quell’altro è “importante” per una terza ragione: e quell’altra ragione, perchè ci sta a cuore ? Senza dubbio, vi sono cose che naturalmente desideriamo: ma vorremmo saperne il perchè, e se ne valga la pena. Appena ci si riflette, si trova che non è così “naturale” come sembrava volere questo o quest’altro, puntare in questa piuttosto che in quella direzione. E anche se forse, da un certo punto di vista, sarebbe meglio “non stare a chiedersi”, e cercar di soddisfare le proprie aspirazioni senza domandarsi che senso abbiano, pure, se si comincia a domandare, dalla domanda non ci si libera più, e una risposta bisogna cercare di darla.
È noto l’aneddoto di Cinea, che chiese al re Pirro perchè volesse intraprendere la campagna d’Italia. Per occupare la Calabria. E perchè occupare la Calabria? perchè è la chiave della Sicilia. E a che scopo impadronirsi della Sicilia? Per fiaccare romani e cartaginesi. E una volta fiaccati romani e cartaginesi, quali sarebbero state le sue intenzioni? Riposarsi. Così rispose il re. Allora Cinea gli chiese perchè non si riposasse senz’altro, giacché nessuno glielo impediva. Pirro avrebbe potuto ribattere che non era lo stesso. ma il punto è proprio questo: perchè non era lo stesso? Pirro, insomma, rispondeva con considerazioni tecniche di strategia, mentre Cinea gli poneva una domanda non intorno ai mezzi, ma intorno ai fini, cui nessuna tecnica poteva rispondere. Quando uno comincia a porsi domande intorno ai fini, è già sulla strada della filosofia; e quando se ne accorge, è troppo tardi per tornare indietro: anche il dire che «sarebbe meglio tornare indietro e operare senza porsi domande» è già una (incoerente) maniera di filosofare.
Diciamo allora che la filosofia è per l’uomo così naturale che possiamo scorgerla come elemento costitutivo essenziale della sua natura. In questo senso tutti gli uomini sono filosofi: in un modo pre-filosofico, ma non per questo sono meno filosofi. Solo alcuni, però, lo sono in modo riflesso.

I filosofi in senso stretto – quelli di cui si occupa la storia della filosofia – sono chi sa rendere più acuto e consapevole il senso di questi problemi, intorno al principio delle cose e al fine dell’esistenza. E il loro primo compito non è tanto di soddisfare la curiosità, quanto piuttosto di suscitarla. Essi riescono a far vedere che “c’è qualcosa da capire” anche là dove l’intelletto comune ha l’impressione che tutto “vada da sé”. In alcuni casi i quesiti che pongono saranno poi soddisfatti da una spiegazione scientifica, e questa toglierà (almeno per alcuni aspetti; anche se non per tutti, fortunatamente) la ragione di meravigliarsi. Allora l’iniziale “meraviglia” del filosofo sarà servita semplicemente di stimolo alla scienza, che non sarebbe nata se non ci si fosse resi conto che c’era qualcosa da capire. Per questo le varie discipline scientifiche nascono regolarmente, nel corso della storia, dalla filosofia, cui sono ancora molto vicine quando muovono i primi passi, per staccarsene quando giungono a maturità.
Ma non basta. Le ragioni indicate dalle scienze non sono ragioni ultime. Per essere scientifiche, devono muovere da qualche ipotesi e da qualche dato, e mostrare la dipendenza di un dato dall’altro. Ma un dato primo e definitivo da cui partire non c’è. Quindi le scienze non risolveranno mai tutti i problemi, o, per meglio dire, non risolveranno mai i problemi sotto tutti gli aspetti. Un fondo di enigmaticità circa le ragioni prime e gli scopi ultimi rimarrà sempre. Per questo la filosofia continua a sussistere accanto alle scienze, non soltanto come uno stimolo a formare nuove scienze, ma anche come una ricerca che si giustifica da sé.
Ma quelle ragioni ultime che la scienza non può darci, può forse darcele la filosofia? Il quesito è molto delicato. Se per “ragioni” s’intende solo quel tipo di risposta che si è abituati a ricevere dalle scienze (e che fruisce di una certa utilizzabilità) è certo che no: l’enigmaticità dell’esistenza, che la filosofia ha scoperto e che la scienza non può eliminare, non è abolita, ma, anzi, resa più acuta, dalla filosofia. Del resto, è chiaro (appunto perchè la filosofia è un tipo di ricerca diversa) che il risultato cui mette capo la ricerca filosofica non possa essere commisurato alle stesse esigenze che poniamo alla ricerca scientifica. E se s’insiste per ricevere dalla filosofia lo stesso tipo di risposte, non si può che rimanere insoddisfatti.

Proviamo, frattanto, a supporre che una filosofia indipendente dalla scienza non ci sia: forse che il valore delle conoscenze scientifiche rimarrebbe lo stesso? per nulla; perchè è ben diverso risolvere un problema scientifico rendendosi conto dello sfondo di problemi non risolubili scientificamente che rimane nelle cose, o credere che non ci sia altra dimensione che quella che la scienza chiarisce. Il significato di questa dimensione cambia, a seconda che essa si presenti come tutto ciò che esiste, o come un suo aspetto soltanto. Dunque la filosofia, anche se non accresce il sapere scientifico quantitativamente, gli dà tuttavia un altro senso. Senza la filosofia, il sapere degenererebbe, per ignoranza dei propri limiti qualitativi. In ciò la filosofia ha una funzione critica (consapevole da Socrate in poi), che è distinta dal rigore interno a ciascuna scienza, ma è necessaria alla stessa verità della scienza.
Questa funzione, però, non può neppure essere semplicemente negativa. Come potrebbe la filosofia chiarire sempre meglio all’uomo che nell’esistenza c’è, e rimane sempre, qualcosa da capire, se essa in qualche modo non approfondisse il senso dell’esistenza? Per renderci consapevoli dei limiti del sapere la filosofia deve, dunque, far emergere dall’esperienza il senso complessivo dell’esistere; e appunto nel far ciò vi scopre un’enigmaticità che nessun sapere scientifico può chiarire. Il “risultato” della filosofia non è quindi un risultato pratico: è piuttosto un “far risultare” all’uomo il senso dell’esistenza.
Tutto sta a intendere in che forma possa presentarsi quel “senso” che si vuole far risultare. Il senso dell’esistenza non “consta” al filosofo a quel modo che consta un fatto, e neppure al modo in cui si può verificare una legge scientifica. Esso non è una cosa che si possa indicare col dito; e anche le parole che lo colgono non possono presentarcelo come si indica un oggetto. Sebbene la riflessione filosofica lo faccia emergere dall’esperienza, esso non è un dato dell’esperienza. Chiede di essere colto con precisione, ma non si lascia descrivere come si descrive una figura. Ecco perchè, come dicevamo all’inizio, il filosofo non può cominciare col presentarvi “le cose di cui parla”, e poi parlarvene.

Tutto ciò non vuol dire che la filosofia non abbia una sua tecnica, proprie strutture, propri procedimenti dimostrativi. Ma questi sono semplici mezzi, strumenti per giungere a qualcosa che è al di là della tecnica, delle strutture, dei procedimenti dimostrativi, e che, appunto per questo, è chiamata con la parole “senso”: senso delle cose, del mondo, dell’esistenza. Occorre anche (così come, ad esempio, nel caso della bellezza) una particolare “sensibilità” per coglierlo; e lo studio della filosofia ha come scopo ultimo non di fornire nozioni, bensì di sviluppare questa capacità, insita potenzialmente in ognuno.
Intendere le tecniche filosofiche come semplici mezzi, ci libera dall’imbarazzo suscitato, altrimenti, dal trovare in filosofia tot capita tot sententiae. Questa constatazione ha reso tante volte scettici sulle funzioni della filosofia, perchè si è scambiato lo strumento concettuale o verbale, che varia da un filosofo all’altro, per la “verità” medesima, che è identica in tutti; sicché è sembrato che i filosofi dicessero ciascuno una cosa diversa, quando in realtà, dicevano – o meglio, cercavano di dire – tutti una stessa verità, attraverso infinite prospettive diverse. Se ci si rende conto che capire il senso delle cose è un compito che non può ridursi a enunciare certe proprietà o connessioni di fatto delle cose, la constatazione che i filosofi affrontano quel compito per mezzo di costruzioni personali diverse non indurrà più a ritenere la filosofia incapace di verità universali, di cui tutti possano fruire. Allo stesso modo il fatto che ogni artista produca sempre nuove e sempre diverse opere d’arte non toglie che tutte queste opere, se riuscite, offrano il senso di una medesima bellezza, e che l’arte raggiunga un valore universale.
Ma il discorso è stato già troppo lungo. Quando l’intero corso della storia del pensiero si sarà sviluppato sotto gli occhi del lettore, anche il perchè di quel che si è detto diverrà più chiaro.
L’importante è esaminare questa storia rendendosi conto che i problemi della filosofia, investendo il senso complessivo dell’esistenza, lasciano bensì sempre uno sfondo di mistero (su cui potrà trovare il suo posto, la fede), ma non si lasciano per questo accantonare, né sostituire da problemi diversi, quali sono i problemi della scienza.

Presentazione volume Filosofia Torino

Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014
Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014 (foto Vita diocesana pinerolese, su gentile concessione)

MathieuDebernardi

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Vitadiocesana11-2014

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Deliri imperfetti

1. Ci sono dei giorni in cui l’attività autoconsolatoria del redattore ordinario si consuma nel voyeurismo telematico. Subito, voialtri mal pensanti state mal pensando. Come dicono i dodo dell’Era Glaciale (che non è un libro, ma un film): ”Sciagura a voi!”. Il fatto è che questo mestieraccio riserva talvolta delle grandi soddisfazioni. Mettiamo che uno soffra di insonnia e alle quattro di notte stia leggendo un manoscritto seduto in un luogo non citabile… secondo voi, mentre viene folgorato da una correzione urgente, cosa dovrebbe fare? Anni or sono, quando ero ancora un giovane entusiasta, telefonai alle due della notte a casa di un autore, per comunicargli il mio apprezzamento. Con il trascorrere degli anni ho moderato gli entusiasmi e riesco a trattenermi. Questa mattina, gli appunti infilati nel manoscritto erano di carta leggera e a fiorellini. Un poco impresentabili.

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2. Quale più grande e appagante realizzazione, per una persona che ama i libri e la cultura, del vivere in mezzo a scaffali ricolmi di pagine scritte e potersi guadagnare il pane vendendo queste perle di saggezza alle persone che entrano nel negozio? Ah, i librai, questi esseri benedetti da Buddha e anche da Odifreddi, che possono elargire tomi come se fossero ostie consacrate a fedeli rispettosi e timorosi. Una casta sacerdotale, in fondo, fra l’altro in estinzione. Due blog eccezionali, questa mattina, ci hanno fatto comprendere che nulla è il sacrificio di intrattenersi con gli scrittori rispetto al sublime piacere estetico del rapporto diretto con i lettori.

Ecco una testimonianza di Stefano Amato, autore del blog l’Apprendista Libraio:

Se ti parlo un po’ del mio fidanzato — ti racconto la sua vita, come ci siamo conosciuti, qual è il suo colore preferito eccetera — tu poi sapresti consigliarmi un romanzo da regalargli?

Dialoghi surreali ce li riporta invece Marino Buzzi, nelle sue splendide Cronache dalla libreria:

“Buongiorno vorrei il libro scritto da Manuela Arcuri.”
“Signora non mi risulta che Manuela Arcuri abbia scritto un libro. Non ancora almeno.”
“Ma come no! Lo pubblicizza in TV.”
“Sì, signora, ma non è suo. Lei lo pubblicizza e basta.”
“Ma cosa dice? L’ho sentito io con le mie orecchie che lo ha scritto lei. Ma è sicuro di essere un libraio?”
Signora ci sono giorni in cui non sono neanche sicuro di essere un essere umano, figuriamoci se sono sicuro di essere un libraio.

Forte di Fenestrelle

 

3. Sono un sadico. Lo ammetto. Questa mattina, ancora una volta, ho manipolato strumentalmente le “Postille al Nome della rosa” per indurre uno scrittore a compiere un pellegrinaggio. Perché se vuoi descrivere come un personaggio ha trascorso gli ultimi anni di prigionia nella fortezza di Fenestrelle, mica puoi fartelo raccontare dalle cartoline. Devi salire faticosamente, magari in una giornata gelida, i sentieri interni alla struttura monumentale, e contare i passi, ascoltare il fiato pesante, il gocciolio dei sotterranei, il gelo che ti entra nella schiena. Sarà sicuramente un ottimo lavoro, per ora è un buon racconto, ma il redattore ordinario non si accontenta di un buon racconto. Vuole un romanzo da pubblicare. E lo avrà, a costo di rinchiudere di nascosto lo scrittore nelle segrete del forte…

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Il romanzo come segno dei tempi

Un romanzo è figlio del tempo in cui viene scritto. A partire dalla fine del secolo scorso, non di rado con la tipica autoreferenzialità che caratterizza sempre questo tipo di dibattiti, il rapporto fra la mutazione sociale, politica ed economica di un Paese e la produzione narrativa è stato analizzato a fondo, cercando di identificare la caratterizzazione delle opere rispetto al cambiamento in atto.

EdRickettsLab

Così, la definizione di “New Italian Epic”, coniata da Wu Ming, ha etichettato il romanzo di fine Novecento come frutto dell’impegno intellettuale seguito al crollo della Prima Repubblica e a una presunta assunzione di consapevolezza sociale e politica, che culminerebbe, in questo primo decennio del ventunesimo secolo con “Gomorra” di Saviano. Il nuovo romanzo, secondo Wu Ming, deve unire la presa di posizione etica, la capacità di analisi innovativa, se necessario fino all’azzardo, a una capacità comunicativa dell’autore (o dell’editore aggiungiamo) di creare “networking”, ovverosia di coinvolgere i lettori in comunità di dibattito reali e molto più frequentemente virtuali e favorire con la sua opera la creazione di “lavori derivati”, in una sorta di “creative commons” multimediale.

In altre parole, quelle semplici e banali che noi preferiamo, lo scrittore dovrebbe essere schierato politicamente, ampiamente sostenuto da un’azione virale attraverso i mezzi di comunicazione, produrre opere facilmente riducibili in versione cinematografica, capace di inventarsi eventi che con la lettura in se stessa non hanno necessariamente legame, se necessario diventando personaggio televisivo e di cronaca. Soltanto in questo modo si può creare il best seller.

Tutto questo è sicuramente vero se lo scopo del narrare è, appunto, creare il best seller. Ci pare di ricordare che anche nell’Ottocento, un ricco signore milanese, scrivendo un romanzo storico ambientato nella Lombardia del Seicento, riuscì a metaforizzare il Risorgimento, coinvolgendo i lettori in operazioni trasversali e multimediali, grazie alla contemporanea musica verdiana, producendo un’opera storica con una precisa posizione etica, dalla quale sono derivate ispirazioni per un’intera generazione di scrittori e artisti. Il best seller, in questo caso, fu anche un capolavoro. Nè deve fare storcere il naso l’idea di fondo che, in linea di massima, un capolavoro quasi sempre diventi un best seller.

Più banalmente ancora, ci pare che considerare la narrativa di Alberto Moravia o di Cesare Pavese figlia del trentennio a cavallo fra il declino del Fascismo e il boom economico possa, in questo umile contesto, essere considerata una semplificazione accettabile per quanto riduttiva. Uno scrittore che non narrasse del suo tempo sarebbe o uno storico anziché un romanziere, o un autore di fantascienza, e anche su quest’ultima brutale semplificazione sicuramente chiediamo venia.

Se la stagione della nuova epica politica nel romanzo italiano appare conclusa con “Gomorra”, viene naturale chiedersi, oggi, quale percorso stia imboccando la nuova narrativa. A giudicare dalla variazione dei temi affrontati nei manoscritti che ci vengono sottoposti, siamo tentati di azzardare che il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva e il distacco sociale siano il nuovo fronte del romanzo del secondo decennio di questo secolo. Un fronte, lo diciamo subito e con la cruda franchezza che contraddistingue questa casa editrice, al quale non daremo alcun sostegno, inteso come sostegno alla pubblicazione, a meno di ripensamenti puramente commerciali e distonici rispetto alla nostra linea culturale.

Proprio la crisi dei riferimenti sociali, conseguente a quella economica, e delle certezze che sembravano caratterizzare il mutamento politico degli Anni Novanta, chiamano lo scrittore a cimentarsi non sull’analisi del sé, ma sul tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano. Perché tanto ci aspettiamo da colui che ambisce al titolo di intellettuale e non di scribacchino. Una richiesta che non deve essere intesa come un nuovo richiamo alla politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”, ma a un approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale. Elio Vittorini e Leonardo Sciascia lo seppero sicuramente fare, se ben ricordiamo.

Se così non sapremo fare, non ci resta che la manualistica, che rappresenta la sconfitta totale della letteratura come impegno sociale e il riconoscimento che il confine dell’orto è l’unico orizzonte al quale possiamo ambire.

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Piccoli consigli: la costruzione dei dialoghi

La costruzione dei dialoghi è oggettivamente uno degli scogli più difficili della scrittura. Dare consigli in poche righe in un blog è difficile. Uno dei nostri collaboratori organizza occasionalmente dei corsi (tra l’altro gratuiti) per chi voglia affrontare le tematiche della scrittura. Proprio perché gratuiti non hanno mai riscosso grande successo, a dire il vero.
Un consiglio banale, utile per chi davvero sia in difficoltà con i dialoghi, è quello di registrare una normale conversazione tra amici, senza avvisare nessuno di loro, per non renderla artificiosa e, quindi, con il loro permesso, sbobinarla pedissequamente e rileggerla con attenzione su carta. Si scoprirà come in realtà essa sia profondamente diversa dalla maggior parte dei dialoghi che leggiamo sui libri, da un lato, ma dall’altro ci offrirà spunti di riflessione sui ritmi, sulle pause, sui rilanci, aiutandoci a comprendere meglio i meccanismi che la regolano. Un simile esercizio non è fine a se stesso, ma ci aiuta ad evitare quei dialoghi artificiosi che, non di rado, rendono impubblicabile un manoscritto.censura
Per eccesso, un dialogo perfetto non dovrebbe aver bisogno di specificare chi stia parlando e, tanto meno, di intervenire con precisazioni del tipo “annuì Carla”, “disse con tono sommesso Federica” o “cachinnò Cunegonda”. Tuttavia, per giungere alla pubblicabilità, ci accontenteremo di molto meno rispetto alla perfezione.
Due pilastri da tenere sempre presenti: coerenza e verosimiglianza. Magari ne parleremo in dettaglio in un articolo del blog, quando qualcuno in redazione avrà il tempo da dedicare a un argomento così impegnativo.
Qualche lettura? Ad esempio i dialoghi di John Steinbeck in Cannery Row o Sweet Tuesday. Surreali eppure verosimili e coerenti.
Perché, con il vostro aiuto, non provare a riportare alcuni dialoghi celebri e mirabili per perfezione stilistica? Suggerite e proponete.

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Il libro sul Pontefice arriva nelle mani di papa Francesco

Roma, 6 maggio 2013 - Il Vescovo di Pinerolo, mons. Debernardi, consegna una copia unica, in edizione speciale rilegata a amano, del libro direttamente nelle mani del Santo Padre

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Roma, 6 maggio 2013. Questa mattina, monsignor Pier Giorgio Debernardi, Vescovo di Pinerolo, è stato ricevuto da Papa Francesco in occasione della “Visita ad limina” dei vescovi del Piemonte. Durante il cordiale incontro, il vescovo di Pinerolo, accompagnato da don Omar Larios Valencia, ha fatto dono al Pontefice di un’edizione speciale del libro Dalla fine del mondo. Il sentiero di Papa Francesco, edito da Marcovalerio e Vita Edizioni

«Papa Francesco – ha commentato monsignor Debernardi –  ha molto gradito il dono. Quando gli ho mostrato il volume, ha candidamente domandato: “Questo è per me?”. Poi ha ringraziato diverse volte».

Oltre all’edizione speciale rilegata a mano, è stata donata al Papa anche una copia “normale” dell’istant book, realizzato dalla redazione di Vita Diocesana Pinerolese in collaborazione con Sir e FISC.

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La stampa 8 maggio 2013

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Salone del Libro di Torino 2013

In seguito a svariate domande pervenute sull’argomento, si precisa che, come già avvenuto negli anni scorsi, il marchio Marcovalerio non partecipa, salvo rare eccezioni dovute all’elevato livello culturale delle manifestazioni, a fiere del libro di interesse squisitamente locale. Pertanto, non è prevista alcuna nostra presenza al salone del libro di Torino 2013.

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Il pensatore positivo

imageUna delle follie introdotte dalla New Age è il cosiddetto Pensiero Positivo. Se pensi positivo la tua vita cambia: amore, amicizie, lavoro, soldi, malattie, all’improvviso tutto volge al meglio. Sull’onda di questa teoria, in questi ultimi anni è emerso un nuovo tipo umano: il pensatore-positivo.

Il pensatore positivo è schiavo di una tragica illusione, ossia che tutto ciò che accade fuori e attorno a noi, sia determinato da ciò che accade dentro di noi. Di conseguenza saremmo noi a creare, amici traditori, partner infedeli, ambienti di lavoro mobbistici, malattie e persino gli incidenti. Questa convinzione determina a sua volta una cascata di pie illusioni. Non vai d’accordo con la moglie? Pensa positivo e tutto si risolve “naturalmente”. Tuo figlio si droga? Pensa positivo e vedrai che tutto s’aggiusta. Hai perso il lavoro? Pensa positivo e lo ritroverai. Stai sperimentando ira, rabbia,gelosia, odio, amarezza? Pensa positivo e vedrai questi sentimenti negativi sciogliersi come neve al sole.

Come se non bastasse, talvolta il pensatore-positivo diviene preda di pesanti idiosincrasie. A suo dire egli sviluppa uno speciale sesto senso per captare la “negatività”: terrificante spauracchio da sfuggire in tutti i modi. Perciò può accadere che, egli, improvvisamente si eclissi da ambienti sociali e frequentazioni abituali, perché sentiti come “negativi” (“Sabato sera – racconta una conoscente- ero a una festa ma me ne sono dovuta andar via perché sentivo la negatività”). Non soltanto ci sono persone negative ma perfino abitazioni, soprammobili, monili. La statuina riproducente un elefantino con la proboscide volta in alto è positiva, mentre se la proboscide è volta in basso è negativa. Il tatuaggio con la spirale che sale è positivo, se la spirale scende è negativo. Soprattutto si parla sempre più spesso di “energia” positiva o negativa senza tuttavia mai sapere bene di che si tratti.

La religione dev’essere “positiva”, così il cristianesimo New-Age tende a cancellare l’Antico Testamento perché contiene – a mio parere giustamente- tutto il catalogo delle barbarie umane: stupri, sodomie, stermini, assassini a cominciare da Caino e Abele. Persino Gesù, che ha avuto il coraggio di infrangere molti tabù ebraici, è stato ridotto ad una specie di guru efebico, quando non lo si è cancellato come “persona”, preferendo parlare di “energia cristica, o coscienza cristica” (!?).

Questa ossessione per tutto ciò che è positivo, con conseguente cancellazione di ciò che è negativo, dimenticando la dimensione tragica della vita, provoca, nel pensatore-positivo una pericolosa scissione sia nel proprio io che negli oggetti esterni. La psicologia ci insegna che la sanità mentale consiste proprio nel saper integrare la parte accettata di sé con la parte oscura (che Jung chiamava l’Ombra), così come bisogna saper integrare la parte positiva e negativa di quello che è fuori di noi. Questa mancata integrazione genera una specie di schizofrenia, una vita vissuta solo a metà. E poiché, nonostante gli sforzi del pensare positivo, la dimensione tragica, prima o poi, irrompe nelle nostre vite; ne conseguono delusioni e frustrazioni.

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Il politico da bar

Dopo “l’ignorante dialettico” e “il nato imparato”, questa settimana voglio proporre ai nostri lettori un altro tipo umano: il politico da bar.

Il milieu del politico da bar è naturalmente il bar, specie se frequentato da un gruppetto di amici. Il politico da bar è uno che ha già mangiato tutte le foglie prima di nascere. Egli, cosa già abbastanza sorprendente, non solo ha un’opinione su tutto, ma ha una soluzione per tutti i grandi problemi che affliggono il nostro Paese: le ferrovie (uno psichiatra diceva che, un tempo, per capire se una persona era pazza gli si chiedeva se possedeva la soluzione di questo annoso problema), le tasse, la scuola, la viabilità, la delinquenza, l’immigrazione, la prostituzione, la sanità, lo sport e…chi più ne ha più ne metta. Ma non basta ancora: queste soluzioni, a suo parere sono facili e radicali: basta avere la volontà politica per attuarle, sono i politicanti che le rendono difficili per poterci marciare…

Lo strumento principe del politico da bar è la lettura quotidiana del giornali. Osservandolo durante questo esercizio, si potranno cogliere sul suo viso i seguenti segnali rivelatori: sorrisi sardonici, alzata di ciglia, lievi scuotimenti del capo, smorfie schifate. Che sta succedendo? Succede che il politico da bar, via via sempre più inorridito dalla lettura, sta prendendo nota mentalmente delle nefandezze della Politica per poi, terminata la lettura, lanciarsi in furiose invettive.

La frase preferita del politico da bar è: “Io l’ho sempre detto”, seguita da una serie impressionante di luoghi comuni: Il pesce puzza dalla testa (dimenticando le miriadi di “furbi” evasori di piccolo cabotaggio); il marcio sta sempre in alto; a pagare sono sempre i fessi; destra o sinistra sono tutti uguali; anche i puri, una volta raggiunto il “cadreghino”, rubano come tutti gli altri; gli atleti di un certo livello sono tutti dopati; gli impiegati statali sono tutti fannulloni (alla faccia di certi uffici dove si corre tutto il giorno); gli extracomunitari vengono qui per rubare, non per lavorare (alla faccia di tutti i manovali, di tutte le badanti che passano la vita insieme a vecchi disabili), i giornalisti sono tutti venduti o bugiardi (alla faccia di tutti gli opinionisti assassinati dalle Br e di tutti i reporter uccisi nei teatri di guerra).

Naturalmente il politico da bar non esiste da solo: ha bisogno di una piccola corte di amici che lo segue e lo venera come un guru. Niente irrita di più il politico da bar che essere contraddetto: chi ha il coraggio di farlo, sia pure sommessamente, si fa un nemico per la vita.

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La sanguisuga

Oggi vi parlo di un altro tipo umano: la sanguisuga. Tra tutte le persone negative la sanguisuga è la peggiore che possiamo incontrare sulla nostra strada.. Meglio una persona malvagia e prevaricatrice. D’altronde anche la Sanguisuga prevarica ma, anziché farlo esercitando la prepotenza, lo fa con una simulata dolcezza.

La sanguisuga è una specie di morto-vivente, uno zombie il quale, non possedendo una vita propria, succhia quella di malcapitati familiari o amici. Naturalmente questa persona non si “attacca” a chiunque: essa possiede uno speciale sesto senso nel riconoscere le persone dal cuore tenero, naturalmente predisposte a soccorrere, a sacrificarsi per gli altri. Se vogliamo evitare di trovarci senza forze e con un pugno di mosche in mano, dopo che ci siamo fatti succhiare il sangue per anni; è di vitale importanza imparare a riconoscere in tempo la Sanguisuga. Essa utilizza, per irretire le sue vittime tre armi micidiali: la lode, la lamentela, il vittimismo.

La lode viene sapientemente utilizzata per convincere l’altro di aver trovato il migliore degli amici possibile. La sanguisuga sommerge letteralmente le sue vittime di complimenti che, come si sa, fanno sempre piacere. Una volta ottenuta la fiducia per il tramite della piaggeria, la Sanguisuga riesce a mantenere l’insana relazione attraverso un uso raffinato delle altre due armi: la lamentela e il vittimismo. Essa si lamenta continuamente per ogni cosa: il tempo, le stagioni, i malanni, gli insuccessi. Attraverso il vittimismo essa produce devastanti sensi di colpa nel malcapitato, il quale raddoppierà i suoi sforzi per cercare di non scontentarla.

La relazione può andare avanti per anni, decenni finché… l’altro non capisce che la Sanguisuga pretende in continuazione ma non gli dà niente (perché non ha niente da dare a nessuno): perciò, se gli rimane ancora un barlume d’energia, finalmente se ne va.

A quel punto la Sanguisuga sviluppa contro di lui un odio implacabile e lo farà oggetto di ingiurie, invettive, dispetti pesantissimi che annichiliscono il poveraccio, il quale sarà accusato invariabilmente di alto tradimento, di non essere quello che sembrava, di ciclotimia e persino di insensibilità.

Se la Sanguisuga è una moglie riterrà il marito colpevole di essere ingrassata, delle emicranie, delle vampate di calore, dell’ipertensione, di non essere più bella come una volta, ecc. Se è un marito riterrà la moglie la causa dei suoi insuccessi professionali, delle sue defaillance sessuali, di non avere amici, ecc. Se vive un rapporto d’amicizia accuserà gli amici di trascurarla, di dimenticarsi i suoi compleanni, di non informarsi sollecitamente della sua salute, peraltro solidissima (ipocondria a parte), ecc.

Se la vittima riuscirà a tener duro sotto questo tsunami verbale, questa tempesta emotiva, potrà finalmente liberarsi della Sanguisuga, alla quale non resterà che guardarsi intorno alla ricerca di una nuova vittima.

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Il radical chic

Questa settimana voglio proporre ai lettori un altro tipo umano: quello che Montanelli, con una felice intuizione chiamò radical-chic.
Il radical-chic non vive immerso in mezzo alla società: si crea una sua società ideale, ristrette cerchie di sodali, i soli che valga la pena  frequentare. In queste piccole,blindatissime corti, se c’è uno scrittore puoi giurarci che è il “miglior scrittore” esistente; così per i pittori, i musicisti, gli architetti,ecc. Al di fuori di queste enclave, domina la superficialità, la banalità, il pressappochismo, il qualunquismo. Dunque il radical-chic non è aperto a quanto succede attorno a lui: egli ha i suoi autori, i suoi musicisti, i suoi artisti, i suoi saggisti, ignorando aristocraticamente tutto il resto.
Il radical-chic, quasi sempre di provenienza extraparlamentare,
presenta due distorsioni cognitive che lo rendono elitario e spocchioso: scambia leggerezza per superficialità e semplicità per banalità.
Dunque, scambiando la leggerezza per superficialità, per il radical-chic tutto ciò che è piacevole, non è “impegnato” e quindi non è serio. Perciò, anziché amare, ad esempio, un bel film d’amore francese (di Lelouch o di Rohmer), di quelli che regalano appunto la leggerezza dell’essere, egli preferisce pellicole impregnate di messaggi politico-social-ecologici. Così accade che, quando è un radical-chic a decidere la programmazione di un cineforum, la inzeppa di pellicole terzomondiste spesso noiosissime e praticamente invedibili.
Esistono poi una letteratura e una saggistica radical-chic. Giorgio Bocca, ad esempio, in questi ultimi decenni ha scritto alcuni capolavori sia per i contenuti sia per l’altezza di scrittura. Ma Giorgio Bocca con è riconosciuto dalla tribù radical-chic che, nel sentire il suo nome, storce il naso. Se c’è uno studioso che ha capito a fondo l’animo umano (specie quello italico) è Alberoni. Dai suoi articoli sul “Corriere”, imparo sempre qualcosa di importante; i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e, all’estero è, da molti studiosi, considerato un maestro della moderna sociologia. Senonchè il radical-chic, scambiando la semplicità di scrittura (grandissima qualità) per banalità, lo considera un autore “lapalissiano” e gli preferisce certi sociologi engagé i cui testi sono pieni di fumosi giri di parole, di vocaboli astrusi, di concetti contorti. Persino Musatti, il fondatore della psicanalisi italiana, un grandissimo psicanalista, è stato definito dai radical-chic  “superficiale”: un altro che aveva il torto di parlare e scrivere con semplicità.
Il radical-chic pinerolese snobba l’Eco del Chisone, un tempo definito “Settimanale dei preti”, anche se, come amava ripetere il compianto Don Morero, lo legge “di nascosto”. Salvo poi, appena pubblica qualcosina, spasimare per avere una recensione sul giornale dei preti. La cosa che mi diverte di più è sentire un radical-chic che mi dice: “ i tuoi articoli piacciono a mia nonna, a mia zia, a mio cugino”. Addirittura uno mi disse convinto: “I tuoi articoli piacciono al mio macellaio”, facendomi inconsapevolmente un bel complimento.
Il radical-chic ex-sessantottino, nonostante il fatto che la realtà abbia sconfessato puntualmente molte sue farneticazioni, non perde la sua sicumera e dunque non perde il vizio di impartire lezioni agli altri: ogni volta che ne incontro uno, non è mai un incontro alla pari ma tra maestro e allievo.