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Come un albero, presentazione a Saluzzo

Martedì 3 dicembre  ore 17.15 – Sala Verdi APM (Scuola di Alto Perfezionamento Musicale) – Via dell’Annunziata, Saluzzo, con uno sguardo al tema ecologico, in occasione de La festa dell’albero.

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Verrà presentato il libro Come un albero – Piccola antologia dallo sguardo planetario a cura di Teresella Parvopassu e Rosina Rondelli, prefazione di Antonietta Potente; postfazione di Leonardo Boff; editore marcovalerio.

Mariagrazia Gobbi  dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo fra le religioni, introdurrà l’incontro. Parteciperanno, Elsa Bianco psicoanalista, Teresella Parvopassu curatrice del libro e Giorgio Tartara presidente di Triciclo, associazione a cui sarà destinata parte del ricavato dalla vendita del libro per un progetto di riforestazione in Burkina Faso.

Letture  di Tiziana Rimondotto, con  immagini e musiche arricchiranno l’appuntamento.

Due citazioni per incuriosire su un libro che coniuga ecologia e spiritualità:  “Quando, lettore e lettrice, ti senti vuoto, lontano dal tuo centro, spossato per le tensioni della vita quotidiana o dei tuoi affari, cerca la forza negli alberi e ispirazione in questo ricchissimo libro “Come un albero”. Sentirai che le forze che lavorano nell’universo da 13,7 miliardi di anni si faranno sentire in te nella forma di serenità, pace e amore verso tutti gli esseri”. Leonardo Boff, ecoteologo della liberazione

“Questo testo segue la forma di un albero. Va letto seguendo le sue sagome, partendo dal suo tronco portante che forse è il sogno e l’infinito desiderio di un tempo che è venuto tante volte, ma deve anche tornare e poi, magari, venire di nuovo.” Antonietta Potente, teologa domenicana.

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Ripresa sì, no, forse

di Gianni Cortese
Segretario Generale Uil Piemonte

Gianni Cortese

Da molte settimane ci viene detto che la ripresa è alle porte, che gli indicatori economici e di fiducia tendono a migliorare, che solo le note carenze strutturali e politiche italiane impediscono una sollecita inversione di tendenza.

Intanto registriamo che da otto trimestri il Prodotto Interno Lordo scende (da inizio crisi la caduta è di quasi l’8%) e che sul fronte dell’occupazione e del mercato del lavoro non si notano segnali di arresto o di miglioramento del trend in atto da molto tempo.

Se la ripresa comincia a mettere i primi germogli, lo sapremo a giorni, con i dati relativi al 3° trimestre, ma è noto che anche se fosse così, il dato dell’occupazione si muoverebbe comunque con diversi mesi di ritardo.

Il Centro Studi di Confindustria afferma che la domanda di lavoro tornerà a crescere dalla primavera del prossimo anno e che in cinque anni si sono persi 1,8 milioni di posti di lavoro.

Lo stesso studio prevede la ripresa vicina e indica come cruciale la stabilità politica.

Noi pensiamo che la stabilità sia un valore se si traduce nell’assunzione da parte del Governo di misure utili ed efficaci, a cominciare da quelle che UIL CGIL CISL e Confindustria hanno indicato nel documento congiunto del 3 settembre scorso.

Siamo, ovviamente, ferventi ed interessati sostenitori della crescita e volentieri forniremo i dati positivi quando ci saranno.

Dobbiamo, perciò, dire con onestà che la fotografia oggi a disposizione mostra una disoccupazione italiana giunta al 12,2% (in Piemonte è all’11,2%, percentuale più alta di tutto il nord, superiore del 240% rispetto al 2008), che quella giovanile è schizzata al 40,1% (in Piemonte è al 32%), che la Cassa Integrazione nel mese di agosto è cresciuta del 12,4% rispetto all’anno scorso. L’ISTAT ci informa, poi, che dal 2010 al 2013 si è perso un milione di posti di lavoro nella fascia d’età fino a 35 anni. Tra i 25 e i 34 anni i posti persi sono 750mila.

Colpa, certamente della crisi, del blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione, ma anche delle norme sul pensionamento che impongono limiti d’età esagerati. A riprova di ciò, il tasso di occupazione nella fascia d’età dai 55 ai 64 anni è passato nel triennio dal 36,6% al 42,1%.

A completamento del quadro, ricordiamo che sono aperti presso il Ministero dello Sviluppo Economico più di 150 tavoli di crisi (700 dal 2007) e che oltre 150 aziende risultano in amministrazione controllata.

Anche in Piemonte i tavoli di crisi sono numerosi, in parte per le delocalizzazioni di aziende nell’Est Europa, dove le condizioni economiche e normative sono complessivamente più favorevoli e attraggono insediamenti produttivi.

La stessa Banca Centrale Europea ha mantenuto il tasso del costo del denaro invariato al minimo storico, annunciando con il presidente Mario Draghi che “la ripresa è acerba…e la politica accomodante continuerà finché sarà necessario”.

A testimonianza delle difficoltà ancora presenti in Europa, c’è anche il dato lusinghiero delle esportazioni delle imprese piemontesi nel primo semestre dell’anno (+2,1% rispetto al 2012) che fa emergere una crescita del 10,1% verso i paesi extra U.E. e una flessione del 2,9% verso la U.E. a 28.

La ripresa reale nel nostro paese arriverà solo con l’incremento del dato relativo alle vendite di beni e servizi prodotti dalle nostre aziende.

Potremo parlare realmente di ripresa, quando i consumi usciranno dalle secche e cominceranno la risalita (oggi i redditi delle famiglie sono ritornati al livello del 1986) e quando i numeri dei disoccupati, dei lavoratori in mobilità e delle ore di cassa integrazione mostreranno costanti segnali di diminuzione.

Per realizzare tali condizioni, lo diciamo da anni, c’è bisogno di fiducia e di favorire gli investimenti nel nostro paese, di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, sui dipendenti e sui pensionati. Ricordiamo che la pressione fiscale raggiungerà quest’anno il livello record del 44,5% del PIL (quella effettiva sarà del 53,5%): un vero e proprio macigno che frena le concrete possibilità di sviluppo.

E’ necessario, inoltre, dotarsi di buone politiche industriali, che affrontino il problema dei costi dell’energia, dell’infrastrutturazione materiale e immateriale, che siano in grado di incentivare l’innovazione, aumentare la disponibilità di credito, semplificare le procedure e il livello di burocrazia, combattendo gli sprechi nella spesa pubblica, anche adottando il sistema dei costi standard, riformando le istituzioni e la politica.

Pensiamo solo al fenomeno delle consulenze nella Pubblica Amministrazione, che rappresentano un costo di circa un miliardo di Euro. Quante sono effettivamente utili e rappresentano un valore aggiunto? Spesso si tratta di incarichi esterni che mortificano le professionalità dei dipendenti, in grado di svolgerli gratuitamente e meglio. Con l’eliminazione delle consulenze inutili, oltre a ridurre gli sperperi, diminuirebbe anche la possibilità di fare clientelismo e padrinaggio politico.

Cosa dire poi delle società partecipate dalle amministrazioni pubbliche? Stiamo parlando di circa 7,000/8,000 aziende, di cui 3.500 partecipate dai comuni (320 in Piemonte), con relativi consigli di amministrazione di nomina spesso politica.

Si tratta di un numero impressionante rispetto agli altri paesi, che richiede oltre alle normative anche serrati controlli.

Complessivamente, per quanto riguarda gli interventi di razionalizzazione della spesa pubblica, si tratta di cambiare totalmente l’impostazione della cosiddetta spending review, fatta finora di tagli lineari che colpiscono indistintamente tutti i settori, e di concentrarsi sulle inefficienti e sugli sperperi.

Sono solo alcuni dei punti su cui agire per rimettere in moto l’economia italiana, ma non c’è più tempo per tergiversare, perché milioni di persone sono in situazioni di disagio o povertà e le sottovalutazioni dei fenomeni determinati da cinque lunghi anni di crisi possono acuire lo scollamento della coesione sociale.

È tempo di adottare politiche anticicliche per dare una scossa, avendo sperimentato abbondantemente che le politiche del solo rigore hanno prodotto danni incalcolabili.

Oltre alle poche risorse interne, bisognerà utilizzare al meglio quelle rese disponibili dai fondi europei 2014/2020 e dalla riprogrammazione dei fondi pregressi, che vanno investite per generare sviluppo intelligente, sostenibile, inclusivo.

Per recuperare i ritardi e cercare di colmare i punti deboli dell’economia italiana è necessario investire nei settori che presentano maggiori possibilità di competere e di affermarsi nel tempo, ponendo fine alla cattiva abitudine di elargire fondi a pioggia senza preoccuparsi dei risultati sul piano finanziario ed occupazionale.

In ultimo, ma mai come in questo caso non per importanza, abbiamo accolto con grande sollievo l’annuncio fatto dalla Fiat, il 4 settembre, dell’avvio degli investimenti, per circa un miliardo di euro, nello stabilimento di Mirafiori. Ciò è stato possibile grazie agli accordi firmati dalla UILM e dalle altre sigle sindacali metalmeccaniche, con l’arcinota eccezione della FIOM.

La vicenda degli stabilimenti Fiat in Italia dimostra che c’è chi straparla di diritti e fa attività, quando va bene, nei talk show televisivi e chi si adopera per rendere esigibile il primo dei diritti: quello di avere un posto di lavoro.

La ripresa produttiva a Mirafiori potrà dare nel tempo ossigeno anche alle imprese dell’indotto piemontese, aiutando concretamente una parte importante dell’economia della nostra regione.

 

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Arrivederci, Maestro. Ennio Antonangeli, il fotografo che immortalò l’Italia

Ennio Antonangeli
Ennio Antonangeli
Ennio Antonangeli

“Ciao Maestro. La tua leggenda vive.” Sono due frasi a caso, rubate dal libro dell’ultimo omaggio a Ennio Antonangeli, che ha salutato gli amici nella notte del 27 ottobre 2013 per andare a realizzare il suo ultimo servizio fotografico, quello che non terminerà mai.

Abbiamo impiegato giorni a scrivere questo ultimo saluto. Troppo complessa la sua figura per ridurla in poche righe. Fotografo, giornalista, editore, imprenditore, pubblicitario, polemista, consigliere, cuoco e amatore, Ennio Antonangeli ha incarnato un’epoca, fotografandola prima con la sua mente acuta che con l’obiettivo.

Via Paolo Fabbri 43
Via Paolo Fabbri 43
CIao 2001
CIao 2001

Sua la celeberrima fotografia che ha immortalato l’intera carriera di Francesco Guccini, la copertina di Via Paolo Fabbri 43. Suoi la maggior parte dei servizi fotogiornalistici che hanno accompagnato un’intera generazione di adolescenti, dalle pagine di una rivista che ha fatto la storia della musica italiana, Ciao 2001.

Il celebre studio del maestro, nel quartiere romano di Prati, a pochi passi dalla sede RAI di viale Mazzini, ha ospitato alcuni dei servizi fotografici che hanno incarnato un’intera epoca, a partire dagli Anni Sessanta fino al primo decennio del nuovo secolo e alcuni dei personaggi più importanti dello spettacolo, della politica e della storia culturale italiana per mezzo secolo.

È stato un maestro ruvido, capace di battute brucianti e di slanci entusiasti, un osservatore acuto della realtà politica e sociale dell’Italia attraverso i decenni. Resta negli annali un’immagine, Trinità dei monti. Due modi di usare i gradini. Pubblicata nell’Almanacco Letterario Bompiani del 1971, sintetizza in un colpo netto la sua capacità di immortalare in uno sguardo e in uno scatto il passaggio a una generazione nuova.

Due modi di usare i gradini
Trinità dei Monti – Due modi di usare i gradini – Almanacco Letterario Bompiani – 1971 – Foto di Ennio Antonangeli.

Molti suoi scatti furono unici, irripetibili. Perché Ennio Antonangeli sapeva cogliere l’istante preciso in cui un avvenimento diventa storia, storia politica, storia artistica, storia culturale.

Biennale di Venezia. Seconda soluzione d'immortalità - Gino De Dominicis, 1972 - L'unica fotografia dell'opera contestata e ritirata fu di Ennio Antonangeli
Biennale di Venezia. Seconda soluzione d’immortalità – Gino De Dominicis, 1972 – L’unica fotografia dell’opera contestata e ritirata fu di Ennio Antonangeli

Una lucida sagacia ha contraddistinto tutta la vita di questo grande artista. Nella fotografia prima, nell’editoria poi, quando ha dato vita a riviste di moda che hanno percorso il mondo intero, portando l’artigianato italiano in America Latina, in Russia, nei Paesi Arabi.

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Molte modelle celebri hanno frequentato il suo studio. Non poche hanno iniziato la propria carriera sotto i rimproveri burberi di un professionista capace di rimbrotti bonari ma sempre puntuali, e di veri attentati alla linea, con i suoi giganteschi piatti di pasta, distribuiti in razioni pantagrueliche a orde di collaboratori.

Lettore vorace, capace di digerire cinque quotidiani e un intero libro ogni giorno, circondato dagli schermi dei computer collegati costantemente in rete. Bulimico di sapere, di esperienze, di discussioni, quanto ispiratore di iniziative, Ennio Antonangeli è stato una figura fondamentale anche per questa casa editrice. Ne ha ispirato e talvolta condizionato il progetto culturale, magari con una telefonata improvvisa, uno spunto, una critica feroce e bruciante su quello che ci era parso un progetto perfetto. Entrava e scompariva improvviso, con la sua voce al telefono o nelle visite quasi mai programmate. Lasciando ogni volta un segno indelebile. Capace di imbastire una discussione, interromperla e riprenderla dopo mesi senza neppure un preambolo o un saluto. Con la memoria e la leggerezza di un elefante.

Si sa, noi amiamo i pachidermi. Arrivederci Ennio, maestro di vita e di cultura.

 

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Metti la cera, togli la cera

L’innominabile direttore editoriale di questa casa editrice è notoriamente un rinoceronte. Almeno per tutti coloro che hanno la disgrazia di frequentarlo per necessità. Ovviamente non agli occhi del povero redattore ordinario, che ben si guarderebbe dal criticare il detentore delle razioni di sussistenza — salario quotidiano del sottoscritto — e che doverosamente si sente di cantarne le lodi e incensarne la lungimirante e illuminata visione culturale.

Per tutti gli altri, è semplicemente uno stronzo, capace di demolire le aspettative di carriera di un giovane e brillante laureato in scienze della comunicazione, magari fornito anche di un variopinto diploma di redattore conseguito in uno degli innumerevoli e autorevoli corsi a pagamento messi in piedi a ritmo settimanale da case editrici più generose e meno retrive di questa. Gli basta in genere uno sguardo gelido e silenzioso per pietrificare l’aspirante.

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Il rinoceronte, tuttavia, forse a causa dell’avanzato stato di senescenza, apre talvolta improvvisi quanto inattesi spiragli di speranza alle giovani leve. In tali, rarissime occasioni, mi fa salire alla luce del sole, ripulire e spidocchiare, e mi concede persino una breve ora d’aria nel verde profondo, a godere la visione del Monviso che si staglia lontano e protettivo. Sostiene che i giovani devono comunque sapere come si riduce un redattore ordinario dopo trent’anni di onorata carriera e davanti ai sorridenti commensali, mi lancia qualche boccone nella ciotola sistemata vicino alla tavola.

rinoceronte con piccolo

Così è accaduto l’altro giorno. Era un bel sabato d’autunno, di quelli in cui il sole ancora tiepido scalda gli animi e un caminetto scoppiettante rallegra i cuori dei commensali. Accovacciato nel mio angolino ho assistito in religioso silenzio al pacato predicozzo introduttivo — lo conosco a memoria confesso — con il quale il rinoceronte tenta di dissuadere un giovane ed entusiasta aspirante redattore dall’intraprendere la strada iniziatica dello scriptorium.

In genere, con la conclusione del predicozzo, giunge l’invito ad aprire una latteria vegetariana, attività considerata dagli operatori finanziari come molto più redditizia dell’editoria. Quando tuttavia il rinoceronte riconosce un suo simile, un potenziale cucciolo feroce, ecco apparire un lampo nello sguardo arcigno del vecchio Jorge, come un accenno di benevolenza verso quell’Adso potenziale.

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Anziché intridere di veleno una pietanza, come accade con gli altri aspiranti, i cui tumuli costellano il parco tenebroso nascosto dietro la sua tetra dimora, in questi rarissimi casi il rinoceronte abbozza un sorriso, saggia la cultura del giovane professo, cita con volontario errore un passo agostiniano, incrocia malefico Bergson sorseggiando un rosso corposo.

Alcuni giorni or sono, un giovane Adso ha superato l’esame e, nella sorpresa incredulità dei commensali, pronti a vederlo crollare con le dita annerite e la lingua enfia, è stato addirittura invitato a salire nella torre. Hic sunt leones, si narrano leggende oscure sulla fine atroce di coloro che hanno salito la stretta scala a chiocciola che conduce al tempio del rinoceronte senza averne ricevuto esplicito invito.

Era accaduto soltanto quattro volte in più di trent’anni, e in tutte queste occasioni quei giovani professi sono oggi abati pasciuti o badesse riverite, le cui opere hanno varcato i confini del Sacro Impero Romano, giungendo talvolta fin nelle lande siberiane e oltre le colonne d’Ercole.

Mancava soltanto l’ultima prova. Quella apparentemente più insidiosa, perché presentata con noncurante gentilezza. Talvolta è la cortese richiesta di spostare uno scatolone di polverosi volumi, talaltra di riordinare un plico caduto e con i fogli mescolati. Altre ancora, di rinunciare all’apericena mondana con gli amici del sabato sera per rivedere insieme un risvolto di copertina.

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Adso ha richiamato oggi. Dispiaciuto di non essersi potuto fermare l’altra sera. Ha pensato che, al termine del corso di specializzazione triennale, del modesto costo di diecimila euro l’anno, che gli hanno offerto altrove, i custodi degli scriptorium faranno la coda per assumerlo e aprirgli i recessi segreti delle loro arcane biblioteche.

Il rinoceronte non ha battuto ciglio.

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Maurizio Campisi

Maurizio Campisi

Maurizio Campisi

È nato a Rivoli e ha iniziato l’attività giornalistica in Italia, come direttore di giornali locali del Torinese, ma dal 1993 si è trasferito in Costa Rica dove attualmente vive e lavora. Maurizio Campisi è un nome noto del giornalismo internazionale. È stato corrispondente per Diario, il quotidiano La Juventud di Montevideo e l’agenzia di stampa argentina Ansa Latina. Attualmente svolge il compito di collaboratore dall’America Centrale e Caraibi per la Radio Televisione Svizzera ed è autore di un blog sulle tematiche latinoamericane. Parallelamente all’attività giornalistica ha svolto anche una durevole e costante carriera musicale, collaborando con artisti italiani e stranieri.

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Pelle di Serpente da novembre in libreria

Pelle di serpente

Pelle di serpente

pellediserpentepres1Il giornalista e musicista rivolese torna in Italia e illustra i suoi nuovi lavori in un incontro pubblico nel cuore di Rivoli.
Pubblicato l’anno scorso da Editorial Intangible di Valencia in lingua spagnola, “Pelle di serpente¨ giunge oggi sugli scaffali delle librerie italiane grazie a Marcovalerio Editore ed è uno spaccato della realtà latinoamericana, della descrizione disincantata di un boom che dietro all’entusiasmo di un’epoca di progresso senza precedenti, nasconde insidie ed antichi peccati.

Libreria Mondadori, via Fratelli Piol 37/d, Rivoli (TO)
Giovedì 14 novembre 2013, ore 18,30

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Sala incontri del CeSMAP, Via G. Brignone 9, Pinerolo (TO)
Martedì 19 novembre 2013, ore 20,45
Intervengono il direttore del CeSMAP, prof. Dario Seglie,
il direttore di Vita Diocesana Pinerolese, dr Patrizio Righero

Durante la serata eseguirà alcuni tanghi argentini il pianista Giovanni Damiano.

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La finanza islamica in convegno a Roma

Enrico Giustiniani

L’AIAF, associazione italiana degli analisti finanziari, organizza il 18 ottobre 2013, a Roma, presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti, in piazzale Delle Belle Arti 2, un corso di formazione dedicato a

Investimenti esteri in Italia: le opportunità per gli investitori islamici

Fra i relatori, anche Enrico Giustiniani, autore dei volumi “Elementi di finanza islamica” e “Finanza, etica e religione” editi da Marcovalerio. Oggetto della relazione è la costruzione di un “paniere” di titoli “Sharia compliant” Italiani (come sa, gli investitori Islamici osservanti hanno delle regole d’investimento particolari); un vero e proprio indice e tratto alcune interessanti conclusioni.

Per maggiori informazioni: http://www.odcec.roma.it/index.php?option=com_wbmcorsi&task=scheda&id_corso=3602&Itemid=105

Enrico Giustiniani
Enrico Giustiniani

 

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Le quarte di copertina, un atto di amore verso i libri

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“Il mio massimo desiderio è lavorare nel mondo dell’editoria. Sarei disposto a fare tutto per realizzare il mio sogno, anche iniziare dai lavori più umili. Ad esempio, scrivere le quarte di copertina.”

Queste entusiaste parole giunsero sulla mia scrivania alcuni anni or sono. In fondo, perché stupirsi di tanta ingenua passione? La scrittura dei risvolti è un atto redazionale oscuro, l’espressione più anonima del lavoro editoriale. La fama spetta agli autori, la gloria, talvolta, ai traduttori, un’umile citazione persino agli stampatori. Nulla è dovuto al coro che silenziosamente trasforma uno scritto in un oggetto palpabile, sfogliabile, amabile. Non certo agli operai della cartiera che hanno curato il foglio bianco o avoriato su cui si depositerà l’inchiostro, o a quelli della legatoria che trasformeranno i grandi fogli distesi in una forma armonica, impeccabile. Eppure il libro, come oggetto, come feticcio, è frutto del loro lavoro, come dell’attenzione e dell’impegno dei correttori di bozze o dei promotori e dei magazzinieri che lo presentano, lo spostano, lo inscatolano.

Esiste una figura, ancora, che trasformerà la massa informe di carta e inchiostro in un libro, in un oggetto del desiderio e della passione. È colui che lo serve al lettore, ne tenta gli occhi e l’anima, ne cattura lo sguardo e, beffardo o romantico, lo avvolge nelle spire che porteranno le pagine dallo scaffale al comodino.

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Egli ama perdutamente il libro. Lo ha corteggiato, mentre nasceva; lo ha cresciuto infante e accompagnato al mondo. Lo ha vezzeggiato e odiato, meditato e masticato. Perché in poche righe dovrà sancirne la vita o la morte, la fama o l’oblio. Consegnarlo alla storia come un classico o un successo effimero, classificarlo come oggetto da treno o da libreria, da ostentare o celare. La quarta di copertina è un atto d’amore, una rosa depositata in silenzio sulla porta dell’amata, un bacio lanciato nell’aria.

Il libro si ritrae, fugge da questo amore petulante e invadente, come Dafne di fronte ad Apollo. È un atto d’amore violento, che pretende di racchiudere in poche frase l’essenza, l’anima di un’opera. È un atto di amore totale eterno, proprio perché anonimo. Per questo, nessuna quarta di copertina potrà mai essere firmata.

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È cieca, ma non sbaglia bersaglio: Barbara Contini è campionessa con l’arco

barbaracontiniBarbara Contini, classe 1976, autorevole e storica collaboratrice di Marcovalerio Edizioni, è campionessa italiana di tiro con l’arco nella categoria non vedenti. Una grande soddisfazione per Barbara che si è avvicinata a questo sport solo nel 2008.

La scelta del tiro con l’arco è stata abbastanza casuale. Quando per motivi di lavoro ha dovuto trasferirsi a Milano, lei, abituata agli spazi della campagna robecchese, ha cercato uno sport che la facesse stare all’aperto rivolgendosi all’istituto ciechi. La scelta è ricaduta sull’arco perché, spiega lei stessa, «era l’unico sport in cui le gare si svolgevano insieme alle persone vedenti. Quindi era un momento di inclusione che escludeva il rischio di chiudersi in un microcosmo». Il tiro con l’arco per non vedenti ha le stesse regole dello sport per normodotati; differisce solo per la distanza del bersaglio nelle gare open e per il mirino che non è visivo, bensì tattile: una struttura metallica ad altezza uomo con cui l’atleta si orienta per posizionare piedi e mano. Dopo mesi di allenamenti costanti (3 giorni alla settimana più una gara nel weekend) e di avanzamento nel ranking, la gara decisiva è stata a Capaci, in Sicilia, lo scorso giugno dove, al termine di 72 tiri, Barbara ha ricevuto la medaglia d’oro, distanziando la seconda atleta di oltre 40 punti. Il sogno è ora quello di poter partecipare ai mondiali a Bangkok a fine anno. L’attività di Barbara non si ferma però all’agonismo: è infatti impegnata nelle visite guidate al buio all’istituto dei ciechi di Milano, rappresenta la Fitarco per il settore non vedenti e lo scorso anno si è laureata (studiando mentre già lavorava) in lettere moderne con una tesi in editoria intitolata «Leggere in grande», riguardante le pubblicazioni per chi ha difficoltà visive.

Barbara Contini è stata una grande collaboratrice di Marcovalerio Edizioni e una delle colonne della collana Liberi corpo 18, per la quale ha curato tutte le gestioni dei diritti di riproduzione da parte di altre case editrici italiane e straniere. Salutiamo con orgoglio il suo ennesimo successo.
articolo originale di Mirko Ferrini

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Vittorio Mathieu e Aldo Rizza. La filosofia

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Che cos’è la filosofia?

Presto disponibile nuovamente ai lettori l’opera monumentale di Vittorio Mathieu e Aldo Rizza

Pare che il primo ad usare questo termine sia stato Pitagora. Ora, Sophia, per i Greci o Elleni, voleva significare la sapienza. Essa però non coincide con quello che noi oggi consideriamo “conoscenza”. Se si vuole capire quel che gli antichi intendevano per sapienza occorre andare più a fondo. Nella Bibbia si legge che la sapienza: ” È un vapore della virtù divina ed un’emanazione sincera della luce di Dio onnipotente. E’ splendore della luce eterna, è lo specchio immacolato della maestà di Dio e l’immagine della sua bontà. Pur essendo una, può tutto; e permanendo in sé innova tutte le cose e si trasporta di nazione in nazione nelle anime sante, costituendo gli amici di Dio e i profeti” (Sap. VII, 25-27). Il sapere degli antichi non si misura, dunque, quantitativamente poiché presuppone una valutazione qualitativa che lo rende differente dalla scienza così come noi la conosciamo. La sapienza antica non è fatta di matematica e astronomia e medicina e simili, ma tutto ciò comprende in unità avendo per scopo quello di assicurare costantemente un rapporto tra l’uomo e la divinità, tra il mondo e il sovra-mondo. Anzi la sapienza è sostanzialmente un dono divino offerto agli uomini, a certi uomini:

“Iddio ama soltanto quell’uomo che abita con la sapienza! Si essa è realmente più abbagliante del sole e sorpassa tutte le costellazioni; e paragonata alla luce è trovata superiore! Sì, alla luce si avvicenda la notte, ma il buio del male non può prevalere sulla sapienza!” (Sapienza 28-30).
Ma è un dono che si deve chiedere se lo si vuol ottenere. Ma chiedere vuol dire riconoscersi poveri: per ottenere la sapienza si deve prendere distanza dalle cose, dalle persone, da se stessi, riconoscendone la contingenza:
“Per questo ho pregato con ardore e mi fu donata l’intelligenza, io ho invocato e su me discese lo spirito di Sapienza. L’ho preferita agli scettri e ai troni, e la ricchezza ho stimato un nulla a paragone di lei… Io l’ho amata più della salute e della bellezza e ho preferito possederla più che la luce del sole, perchè lo splendore che viene da lei non tramonta!” (Sapienza, 7-10).
Ma il sapiente sa di non esserlo; sa che al sapere può accompagnarsi la superbia:
“Tutte queste cose volli conoscere a mezzo della sapienza, dicendo: «Voglio essere sapiente»; ma essa è lontana da me. Ciò che è lontano resta lontano; ciò che è profondo resta profondo: chi mai potrà toccarlo?” (Qoelet, 7, 23-25). Per questo prudentemente Pitagora si dice “amico della sapienza” e non “sapiente”: filosofo e non sofo. Infatti, per i superbi, per coloro che credono di sapere, anche la tradizione cristiana, oltre a quella ebraica, ci suggerisce:
“… la parola della croce per quelli che si perdono è una pazzia, ma per coloro che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Poiché è scritto:«Disperderò la saggezza dei savi, e renderò vana l’intelligenza dei dotti.» Dov’è il savio? dove lo scriba? dove il dialettico di questo secolo?; o non ha reso Dio stolta la sapienza del mondo?” (Paolo, Corinti, 18-20).
La filosofia è essenzialmente una creazione caratteristica degli Elleni, tuttavia esistono in tutte le civiltà elementi pre-filosofici sapienziali. Ma che cos’è, allora, la filosofia?

Se un botanico vuole spiegarvi di che cosa tratta la sua scienza, vi presenterà fiori e piante. Un fisico vi sottoporrà qualche fenomeno elementare. Un matematico, non trattando di cose che cadono sotto i sensi, avrà modo tuttavia di farvi intendere gli scopi della sua disciplina servendosi di qualche operazione intuitiva. Il filosofo non ha nessuno di questi vantaggi. Né vi può mostrare in natura gli oggetti intorno a cui verte propriamente la sua indagine, né ha da insegnarvi la forma, intuitiva o no, di qualche operazione. E, anche se muove da cose o operazioni che si incontrano nella concreta esperienza, non vuole presentarvele semplicemente come dati di fatto: vuole farvi percepire un loro senso più profondo. Del resto i fatti dell’esperienza sono già tutti oggetto di questa o quella scienza particolare; e la filosofia non troverebbe, se lo cercasse, un campo esclusivo in cui muoversi ed indagare. In compenso, possiamo dire, non c’è dato d’esperienza che non possa servire di spunto a considerazioni filosofiche, sempre che il filosofo sappia andar oltre il suo presentarsi immediato.

Poiché, dunque, l’oggetto cui veramente mira il filosofo si trova al di là dell’esperienza immediata, egli non può indicarvelo se non indirettamente, attraverso il suo stesso discorso. Non ha modo di presentarvelo due volte (una volta attraverso il discorso, l’altra indipendentemente da esso), come fa il botanico, che può parlarvi di un fiore, ma può anche indicarvelo con un dito. Il filosofo ha il proprio discorso, e basta. Ciò può rendere difficile riferire quel che i filosofi dicono e quel che vogliono dire, e, quindi “capirli”. La cosa significata sfugge; e, quando si tratta di una cosa d’esperienza, sfugge il senso in cui il filosofo ne parla. Ciò indusse alcuni, anche tra i filosofi, a concludere che la filosofia «non ha nessun significato». E anche se, come credo, lo studio della storia della filosofia può smentire quest’asserzione, una cosa è certa: data questa situazione, è impossibile un discorso preliminare, per introdurre alla filosofia e alla sua storia chi ancora non abbia familiarità con essa. Per capire che cosa vogliono i filosofi, non rimane che disporsi ad ascoltarli direttamente.
Tuttavia, una qualche indicazione generica si può dare: non sul contenuto, ma almeno sulle funzioni della filosofia. Si può affermare, in primo luogo, che i filosofi hanno la funzione di far sorgere in noi la percezione di certi problemi. Anzi, questa connessione della filosofia con il senso del problema è così stretta che gli antichi (Platone, Aristotele) dissero che la filosofia nasce dalla meraviglia.
L’animale, invero, non sembra provare meraviglia: prova sbigottimento e terrore, ma (per quanto c’è dato capire) non trova che sotto ciò che lo circonda ci sia qualcosa che «ha bisogno d’essere chiarito». I problemi che si pongono, se si possono chiamare così, concernono difficoltà immediate che si frappongono al soddisfacimento dei suoi desideri; ed esso li supera a volte con trovate istintive, o anche intelligenti, di cui si può rimanere ammirati: ma non si direbbe che i suoi “perchè” si spingano più in là.

L’uomo, invece, ha la particolarità di trovare in se stesso, e nel mondo che lo circonda, qualcosa di strano. Scopre nell’esistenza, sua e delle cose, un aspetto enigmatico, che merita una spiegazione, o almeno un’indagine. Guardandosi intorno, egli ha l’impressione che non tutto “vada da sé”, e che al fondo dell’esistenza ci sia un problema che metterebbe conto chiarire. Così nasce la “meraviglia” e, nel tentativo di soddisfarla la filosofia. Certamente, non sempre l’uomo è occupato a inseguire gli enigmi fondamentali della nostra esistenza e della complessità delle cose. Anch’egli ha i suoi piccoli o grandi problemi immediati che lo costringono a “primum vivere, deinde philosophari”. Forse, anche se ciò è molto improbabile, può perfino accadere che qualcuno viva la sua intera vita senza mai chiedersi per un istante (come si suole dire) «chi glielo faccia fare». Ma è probabile che, alla fine, qualche domanda del genere si affacci, e che allora la soluzione delle difficoltà immediate non basti più. Chi è preso da quel pensiero non si accontenta, ad esempio, di costatare che questo “serve” a quell’altro, e quell’altro è “importante” per una terza ragione: e quell’altra ragione, perchè ci sta a cuore ? Senza dubbio, vi sono cose che naturalmente desideriamo: ma vorremmo saperne il perchè, e se ne valga la pena. Appena ci si riflette, si trova che non è così “naturale” come sembrava volere questo o quest’altro, puntare in questa piuttosto che in quella direzione. E anche se forse, da un certo punto di vista, sarebbe meglio “non stare a chiedersi”, e cercar di soddisfare le proprie aspirazioni senza domandarsi che senso abbiano, pure, se si comincia a domandare, dalla domanda non ci si libera più, e una risposta bisogna cercare di darla.
È noto l’aneddoto di Cinea, che chiese al re Pirro perchè volesse intraprendere la campagna d’Italia. Per occupare la Calabria. E perchè occupare la Calabria? perchè è la chiave della Sicilia. E a che scopo impadronirsi della Sicilia? Per fiaccare romani e cartaginesi. E una volta fiaccati romani e cartaginesi, quali sarebbero state le sue intenzioni? Riposarsi. Così rispose il re. Allora Cinea gli chiese perchè non si riposasse senz’altro, giacché nessuno glielo impediva. Pirro avrebbe potuto ribattere che non era lo stesso. ma il punto è proprio questo: perchè non era lo stesso? Pirro, insomma, rispondeva con considerazioni tecniche di strategia, mentre Cinea gli poneva una domanda non intorno ai mezzi, ma intorno ai fini, cui nessuna tecnica poteva rispondere. Quando uno comincia a porsi domande intorno ai fini, è già sulla strada della filosofia; e quando se ne accorge, è troppo tardi per tornare indietro: anche il dire che «sarebbe meglio tornare indietro e operare senza porsi domande» è già una (incoerente) maniera di filosofare.
Diciamo allora che la filosofia è per l’uomo così naturale che possiamo scorgerla come elemento costitutivo essenziale della sua natura. In questo senso tutti gli uomini sono filosofi: in un modo pre-filosofico, ma non per questo sono meno filosofi. Solo alcuni, però, lo sono in modo riflesso.

I filosofi in senso stretto – quelli di cui si occupa la storia della filosofia – sono chi sa rendere più acuto e consapevole il senso di questi problemi, intorno al principio delle cose e al fine dell’esistenza. E il loro primo compito non è tanto di soddisfare la curiosità, quanto piuttosto di suscitarla. Essi riescono a far vedere che “c’è qualcosa da capire” anche là dove l’intelletto comune ha l’impressione che tutto “vada da sé”. In alcuni casi i quesiti che pongono saranno poi soddisfatti da una spiegazione scientifica, e questa toglierà (almeno per alcuni aspetti; anche se non per tutti, fortunatamente) la ragione di meravigliarsi. Allora l’iniziale “meraviglia” del filosofo sarà servita semplicemente di stimolo alla scienza, che non sarebbe nata se non ci si fosse resi conto che c’era qualcosa da capire. Per questo le varie discipline scientifiche nascono regolarmente, nel corso della storia, dalla filosofia, cui sono ancora molto vicine quando muovono i primi passi, per staccarsene quando giungono a maturità.
Ma non basta. Le ragioni indicate dalle scienze non sono ragioni ultime. Per essere scientifiche, devono muovere da qualche ipotesi e da qualche dato, e mostrare la dipendenza di un dato dall’altro. Ma un dato primo e definitivo da cui partire non c’è. Quindi le scienze non risolveranno mai tutti i problemi, o, per meglio dire, non risolveranno mai i problemi sotto tutti gli aspetti. Un fondo di enigmaticità circa le ragioni prime e gli scopi ultimi rimarrà sempre. Per questo la filosofia continua a sussistere accanto alle scienze, non soltanto come uno stimolo a formare nuove scienze, ma anche come una ricerca che si giustifica da sé.
Ma quelle ragioni ultime che la scienza non può darci, può forse darcele la filosofia? Il quesito è molto delicato. Se per “ragioni” s’intende solo quel tipo di risposta che si è abituati a ricevere dalle scienze (e che fruisce di una certa utilizzabilità) è certo che no: l’enigmaticità dell’esistenza, che la filosofia ha scoperto e che la scienza non può eliminare, non è abolita, ma, anzi, resa più acuta, dalla filosofia. Del resto, è chiaro (appunto perchè la filosofia è un tipo di ricerca diversa) che il risultato cui mette capo la ricerca filosofica non possa essere commisurato alle stesse esigenze che poniamo alla ricerca scientifica. E se s’insiste per ricevere dalla filosofia lo stesso tipo di risposte, non si può che rimanere insoddisfatti.

Proviamo, frattanto, a supporre che una filosofia indipendente dalla scienza non ci sia: forse che il valore delle conoscenze scientifiche rimarrebbe lo stesso? per nulla; perchè è ben diverso risolvere un problema scientifico rendendosi conto dello sfondo di problemi non risolubili scientificamente che rimane nelle cose, o credere che non ci sia altra dimensione che quella che la scienza chiarisce. Il significato di questa dimensione cambia, a seconda che essa si presenti come tutto ciò che esiste, o come un suo aspetto soltanto. Dunque la filosofia, anche se non accresce il sapere scientifico quantitativamente, gli dà tuttavia un altro senso. Senza la filosofia, il sapere degenererebbe, per ignoranza dei propri limiti qualitativi. In ciò la filosofia ha una funzione critica (consapevole da Socrate in poi), che è distinta dal rigore interno a ciascuna scienza, ma è necessaria alla stessa verità della scienza.
Questa funzione, però, non può neppure essere semplicemente negativa. Come potrebbe la filosofia chiarire sempre meglio all’uomo che nell’esistenza c’è, e rimane sempre, qualcosa da capire, se essa in qualche modo non approfondisse il senso dell’esistenza? Per renderci consapevoli dei limiti del sapere la filosofia deve, dunque, far emergere dall’esperienza il senso complessivo dell’esistere; e appunto nel far ciò vi scopre un’enigmaticità che nessun sapere scientifico può chiarire. Il “risultato” della filosofia non è quindi un risultato pratico: è piuttosto un “far risultare” all’uomo il senso dell’esistenza.
Tutto sta a intendere in che forma possa presentarsi quel “senso” che si vuole far risultare. Il senso dell’esistenza non “consta” al filosofo a quel modo che consta un fatto, e neppure al modo in cui si può verificare una legge scientifica. Esso non è una cosa che si possa indicare col dito; e anche le parole che lo colgono non possono presentarcelo come si indica un oggetto. Sebbene la riflessione filosofica lo faccia emergere dall’esperienza, esso non è un dato dell’esperienza. Chiede di essere colto con precisione, ma non si lascia descrivere come si descrive una figura. Ecco perchè, come dicevamo all’inizio, il filosofo non può cominciare col presentarvi “le cose di cui parla”, e poi parlarvene.

Tutto ciò non vuol dire che la filosofia non abbia una sua tecnica, proprie strutture, propri procedimenti dimostrativi. Ma questi sono semplici mezzi, strumenti per giungere a qualcosa che è al di là della tecnica, delle strutture, dei procedimenti dimostrativi, e che, appunto per questo, è chiamata con la parole “senso”: senso delle cose, del mondo, dell’esistenza. Occorre anche (così come, ad esempio, nel caso della bellezza) una particolare “sensibilità” per coglierlo; e lo studio della filosofia ha come scopo ultimo non di fornire nozioni, bensì di sviluppare questa capacità, insita potenzialmente in ognuno.
Intendere le tecniche filosofiche come semplici mezzi, ci libera dall’imbarazzo suscitato, altrimenti, dal trovare in filosofia tot capita tot sententiae. Questa constatazione ha reso tante volte scettici sulle funzioni della filosofia, perchè si è scambiato lo strumento concettuale o verbale, che varia da un filosofo all’altro, per la “verità” medesima, che è identica in tutti; sicché è sembrato che i filosofi dicessero ciascuno una cosa diversa, quando in realtà, dicevano – o meglio, cercavano di dire – tutti una stessa verità, attraverso infinite prospettive diverse. Se ci si rende conto che capire il senso delle cose è un compito che non può ridursi a enunciare certe proprietà o connessioni di fatto delle cose, la constatazione che i filosofi affrontano quel compito per mezzo di costruzioni personali diverse non indurrà più a ritenere la filosofia incapace di verità universali, di cui tutti possano fruire. Allo stesso modo il fatto che ogni artista produca sempre nuove e sempre diverse opere d’arte non toglie che tutte queste opere, se riuscite, offrano il senso di una medesima bellezza, e che l’arte raggiunga un valore universale.
Ma il discorso è stato già troppo lungo. Quando l’intero corso della storia del pensiero si sarà sviluppato sotto gli occhi del lettore, anche il perchè di quel che si è detto diverrà più chiaro.
L’importante è esaminare questa storia rendendosi conto che i problemi della filosofia, investendo il senso complessivo dell’esistenza, lasciano bensì sempre uno sfondo di mistero (su cui potrà trovare il suo posto, la fede), ma non si lasciano per questo accantonare, né sostituire da problemi diversi, quali sono i problemi della scienza.

Presentazione volume Filosofia Torino

Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014
Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014 (foto Vita diocesana pinerolese, su gentile concessione)

MathieuDebernardi

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