Barbara Contini, classe 1976, autorevole e storica collaboratrice di Marcovalerio Edizioni, è campionessa italiana di tiro con l’arco nella categoria non vedenti. Una grande soddisfazione per Barbara che si è avvicinata a questo sport solo nel 2008.
La scelta del tiro con l’arco è stata abbastanza casuale. Quando per motivi di lavoro ha dovuto trasferirsi a Milano, lei, abituata agli spazi della campagna robecchese, ha cercato uno sport che la facesse stare all’aperto rivolgendosi all’istituto ciechi. La scelta è ricaduta sull’arco perché, spiega lei stessa, «era l’unico sport in cui le gare si svolgevano insieme alle persone vedenti. Quindi era un momento di inclusione che escludeva il rischio di chiudersi in un microcosmo». Il tiro con l’arco per non vedenti ha le stesse regole dello sport per normodotati; differisce solo per la distanza del bersaglio nelle gare open e per il mirino che non è visivo, bensì tattile: una struttura metallica ad altezza uomo con cui l’atleta si orienta per posizionare piedi e mano. Dopo mesi di allenamenti costanti (3 giorni alla settimana più una gara nel weekend) e di avanzamento nel ranking, la gara decisiva è stata a Capaci, in Sicilia, lo scorso giugno dove, al termine di 72 tiri, Barbara ha ricevuto la medaglia d’oro, distanziando la seconda atleta di oltre 40 punti. Il sogno è ora quello di poter partecipare ai mondiali a Bangkok a fine anno. L’attività di Barbara non si ferma però all’agonismo: è infatti impegnata nelle visite guidate al buio all’istituto dei ciechi di Milano, rappresenta la Fitarco per il settore non vedenti e lo scorso anno si è laureata (studiando mentre già lavorava) in lettere moderne con una tesi in editoria intitolata «Leggere in grande», riguardante le pubblicazioni per chi ha difficoltà visive.
Barbara Contini è stata una grande collaboratrice di Marcovalerio Edizioni e una delle colonne della collana Liberi corpo 18, per la quale ha curato tutte le gestioni dei diritti di riproduzione da parte di altre case editrici italiane e straniere. Salutiamo con orgoglio il suo ennesimo successo.
articolo originale di Mirko Ferrini
Presto disponibile nuovamente ai lettori l’opera monumentale di Vittorio Mathieu e Aldo Rizza
Pare che il primo ad usare questo termine sia stato Pitagora. Ora, Sophia, per i Greci o Elleni, voleva significare la sapienza. Essa però non coincide con quello che noi oggi consideriamo “conoscenza”. Se si vuole capire quel che gli antichi intendevano per sapienza occorre andare più a fondo. Nella Bibbia si legge che la sapienza: ” È un vapore della virtù divina ed un’emanazione sincera della luce di Dio onnipotente. E’ splendore della luce eterna, è lo specchio immacolato della maestà di Dio e l’immagine della sua bontà. Pur essendo una, può tutto; e permanendo in sé innova tutte le cose e si trasporta di nazione in nazione nelle anime sante, costituendo gli amici di Dio e i profeti” (Sap. VII, 25-27). Il sapere degli antichi non si misura, dunque, quantitativamente poiché presuppone una valutazione qualitativa che lo rende differente dalla scienza così come noi la conosciamo. La sapienza antica non è fatta di matematica e astronomia e medicina e simili, ma tutto ciò comprende in unità avendo per scopo quello di assicurare costantemente un rapporto tra l’uomo e la divinità, tra il mondo e il sovra-mondo. Anzi la sapienza è sostanzialmente un dono divino offerto agli uomini, a certi uomini:
“Iddio ama soltanto quell’uomo che abita con la sapienza! Si essa è realmente più abbagliante del sole e sorpassa tutte le costellazioni; e paragonata alla luce è trovata superiore! Sì, alla luce si avvicenda la notte, ma il buio del male non può prevalere sulla sapienza!” (Sapienza 28-30).
Ma è un dono che si deve chiedere se lo si vuol ottenere. Ma chiedere vuol dire riconoscersi poveri: per ottenere la sapienza si deve prendere distanza dalle cose, dalle persone, da se stessi, riconoscendone la contingenza:
“Per questo ho pregato con ardore e mi fu donata l’intelligenza, io ho invocato e su me discese lo spirito di Sapienza. L’ho preferita agli scettri e ai troni, e la ricchezza ho stimato un nulla a paragone di lei… Io l’ho amata più della salute e della bellezza e ho preferito possederla più che la luce del sole, perchè lo splendore che viene da lei non tramonta!” (Sapienza, 7-10).
Ma il sapiente sa di non esserlo; sa che al sapere può accompagnarsi la superbia:
“Tutte queste cose volli conoscere a mezzo della sapienza, dicendo: «Voglio essere sapiente»; ma essa è lontana da me. Ciò che è lontano resta lontano; ciò che è profondo resta profondo: chi mai potrà toccarlo?” (Qoelet, 7, 23-25). Per questo prudentemente Pitagora si dice “amico della sapienza” e non “sapiente”: filosofo e non sofo. Infatti, per i superbi, per coloro che credono di sapere, anche la tradizione cristiana, oltre a quella ebraica, ci suggerisce:
“… la parola della croce per quelli che si perdono è una pazzia, ma per coloro che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Poiché è scritto:«Disperderò la saggezza dei savi, e renderò vana l’intelligenza dei dotti.» Dov’è il savio? dove lo scriba? dove il dialettico di questo secolo?; o non ha reso Dio stolta la sapienza del mondo?” (Paolo, Corinti, 18-20).
La filosofia è essenzialmente una creazione caratteristica degli Elleni, tuttavia esistono in tutte le civiltà elementi pre-filosofici sapienziali. Ma che cos’è, allora, la filosofia?
Se un botanico vuole spiegarvi di che cosa tratta la sua scienza, vi presenterà fiori e piante. Un fisico vi sottoporrà qualche fenomeno elementare. Un matematico, non trattando di cose che cadono sotto i sensi, avrà modo tuttavia di farvi intendere gli scopi della sua disciplina servendosi di qualche operazione intuitiva. Il filosofo non ha nessuno di questi vantaggi. Né vi può mostrare in natura gli oggetti intorno a cui verte propriamente la sua indagine, né ha da insegnarvi la forma, intuitiva o no, di qualche operazione. E, anche se muove da cose o operazioni che si incontrano nella concreta esperienza, non vuole presentarvele semplicemente come dati di fatto: vuole farvi percepire un loro senso più profondo. Del resto i fatti dell’esperienza sono già tutti oggetto di questa o quella scienza particolare; e la filosofia non troverebbe, se lo cercasse, un campo esclusivo in cui muoversi ed indagare. In compenso, possiamo dire, non c’è dato d’esperienza che non possa servire di spunto a considerazioni filosofiche, sempre che il filosofo sappia andar oltre il suo presentarsi immediato.
Poiché, dunque, l’oggetto cui veramente mira il filosofo si trova al di là dell’esperienza immediata, egli non può indicarvelo se non indirettamente, attraverso il suo stesso discorso. Non ha modo di presentarvelo due volte (una volta attraverso il discorso, l’altra indipendentemente da esso), come fa il botanico, che può parlarvi di un fiore, ma può anche indicarvelo con un dito. Il filosofo ha il proprio discorso, e basta. Ciò può rendere difficile riferire quel che i filosofi dicono e quel che vogliono dire, e, quindi “capirli”. La cosa significata sfugge; e, quando si tratta di una cosa d’esperienza, sfugge il senso in cui il filosofo ne parla. Ciò indusse alcuni, anche tra i filosofi, a concludere che la filosofia «non ha nessun significato». E anche se, come credo, lo studio della storia della filosofia può smentire quest’asserzione, una cosa è certa: data questa situazione, è impossibile un discorso preliminare, per introdurre alla filosofia e alla sua storia chi ancora non abbia familiarità con essa. Per capire che cosa vogliono i filosofi, non rimane che disporsi ad ascoltarli direttamente.
Tuttavia, una qualche indicazione generica si può dare: non sul contenuto, ma almeno sulle funzioni della filosofia. Si può affermare, in primo luogo, che i filosofi hanno la funzione di far sorgere in noi la percezione di certi problemi. Anzi, questa connessione della filosofia con il senso del problema è così stretta che gli antichi (Platone, Aristotele) dissero che la filosofia nasce dalla meraviglia.
L’animale, invero, non sembra provare meraviglia: prova sbigottimento e terrore, ma (per quanto c’è dato capire) non trova che sotto ciò che lo circonda ci sia qualcosa che «ha bisogno d’essere chiarito». I problemi che si pongono, se si possono chiamare così, concernono difficoltà immediate che si frappongono al soddisfacimento dei suoi desideri; ed esso li supera a volte con trovate istintive, o anche intelligenti, di cui si può rimanere ammirati: ma non si direbbe che i suoi “perchè” si spingano più in là.
L’uomo, invece, ha la particolarità di trovare in se stesso, e nel mondo che lo circonda, qualcosa di strano. Scopre nell’esistenza, sua e delle cose, un aspetto enigmatico, che merita una spiegazione, o almeno un’indagine. Guardandosi intorno, egli ha l’impressione che non tutto “vada da sé”, e che al fondo dell’esistenza ci sia un problema che metterebbe conto chiarire. Così nasce la “meraviglia” e, nel tentativo di soddisfarla la filosofia. Certamente, non sempre l’uomo è occupato a inseguire gli enigmi fondamentali della nostra esistenza e della complessità delle cose. Anch’egli ha i suoi piccoli o grandi problemi immediati che lo costringono a “primum vivere, deinde philosophari”. Forse, anche se ciò è molto improbabile, può perfino accadere che qualcuno viva la sua intera vita senza mai chiedersi per un istante (come si suole dire) «chi glielo faccia fare». Ma è probabile che, alla fine, qualche domanda del genere si affacci, e che allora la soluzione delle difficoltà immediate non basti più. Chi è preso da quel pensiero non si accontenta, ad esempio, di costatare che questo “serve” a quell’altro, e quell’altro è “importante” per una terza ragione: e quell’altra ragione, perchè ci sta a cuore ? Senza dubbio, vi sono cose che naturalmente desideriamo: ma vorremmo saperne il perchè, e se ne valga la pena. Appena ci si riflette, si trova che non è così “naturale” come sembrava volere questo o quest’altro, puntare in questa piuttosto che in quella direzione. E anche se forse, da un certo punto di vista, sarebbe meglio “non stare a chiedersi”, e cercar di soddisfare le proprie aspirazioni senza domandarsi che senso abbiano, pure, se si comincia a domandare, dalla domanda non ci si libera più, e una risposta bisogna cercare di darla.
È noto l’aneddoto di Cinea, che chiese al re Pirro perchè volesse intraprendere la campagna d’Italia. Per occupare la Calabria. E perchè occupare la Calabria? perchè è la chiave della Sicilia. E a che scopo impadronirsi della Sicilia? Per fiaccare romani e cartaginesi. E una volta fiaccati romani e cartaginesi, quali sarebbero state le sue intenzioni? Riposarsi. Così rispose il re. Allora Cinea gli chiese perchè non si riposasse senz’altro, giacché nessuno glielo impediva. Pirro avrebbe potuto ribattere che non era lo stesso. ma il punto è proprio questo: perchè non era lo stesso? Pirro, insomma, rispondeva con considerazioni tecniche di strategia, mentre Cinea gli poneva una domanda non intorno ai mezzi, ma intorno ai fini, cui nessuna tecnica poteva rispondere. Quando uno comincia a porsi domande intorno ai fini, è già sulla strada della filosofia; e quando se ne accorge, è troppo tardi per tornare indietro: anche il dire che «sarebbe meglio tornare indietro e operare senza porsi domande» è già una (incoerente) maniera di filosofare.
Diciamo allora che la filosofia è per l’uomo così naturale che possiamo scorgerla come elemento costitutivo essenziale della sua natura. In questo senso tutti gli uomini sono filosofi: in un modo pre-filosofico, ma non per questo sono meno filosofi. Solo alcuni, però, lo sono in modo riflesso.
I filosofi in senso stretto – quelli di cui si occupa la storia della filosofia – sono chi sa rendere più acuto e consapevole il senso di questi problemi, intorno al principio delle cose e al fine dell’esistenza. E il loro primo compito non è tanto di soddisfare la curiosità, quanto piuttosto di suscitarla. Essi riescono a far vedere che “c’è qualcosa da capire” anche là dove l’intelletto comune ha l’impressione che tutto “vada da sé”. In alcuni casi i quesiti che pongono saranno poi soddisfatti da una spiegazione scientifica, e questa toglierà (almeno per alcuni aspetti; anche se non per tutti, fortunatamente) la ragione di meravigliarsi. Allora l’iniziale “meraviglia” del filosofo sarà servita semplicemente di stimolo alla scienza, che non sarebbe nata se non ci si fosse resi conto che c’era qualcosa da capire. Per questo le varie discipline scientifiche nascono regolarmente, nel corso della storia, dalla filosofia, cui sono ancora molto vicine quando muovono i primi passi, per staccarsene quando giungono a maturità.
Ma non basta. Le ragioni indicate dalle scienze non sono ragioni ultime. Per essere scientifiche, devono muovere da qualche ipotesi e da qualche dato, e mostrare la dipendenza di un dato dall’altro. Ma un dato primo e definitivo da cui partire non c’è. Quindi le scienze non risolveranno mai tutti i problemi, o, per meglio dire, non risolveranno mai i problemi sotto tutti gli aspetti. Un fondo di enigmaticità circa le ragioni prime e gli scopi ultimi rimarrà sempre. Per questo la filosofia continua a sussistere accanto alle scienze, non soltanto come uno stimolo a formare nuove scienze, ma anche come una ricerca che si giustifica da sé.
Ma quelle ragioni ultime che la scienza non può darci, può forse darcele la filosofia? Il quesito è molto delicato. Se per “ragioni” s’intende solo quel tipo di risposta che si è abituati a ricevere dalle scienze (e che fruisce di una certa utilizzabilità) è certo che no: l’enigmaticità dell’esistenza, che la filosofia ha scoperto e che la scienza non può eliminare, non è abolita, ma, anzi, resa più acuta, dalla filosofia. Del resto, è chiaro (appunto perchè la filosofia è un tipo di ricerca diversa) che il risultato cui mette capo la ricerca filosofica non possa essere commisurato alle stesse esigenze che poniamo alla ricerca scientifica. E se s’insiste per ricevere dalla filosofia lo stesso tipo di risposte, non si può che rimanere insoddisfatti.
Proviamo, frattanto, a supporre che una filosofia indipendente dalla scienza non ci sia: forse che il valore delle conoscenze scientifiche rimarrebbe lo stesso? per nulla; perchè è ben diverso risolvere un problema scientifico rendendosi conto dello sfondo di problemi non risolubili scientificamente che rimane nelle cose, o credere che non ci sia altra dimensione che quella che la scienza chiarisce. Il significato di questa dimensione cambia, a seconda che essa si presenti come tutto ciò che esiste, o come un suo aspetto soltanto. Dunque la filosofia, anche se non accresce il sapere scientifico quantitativamente, gli dà tuttavia un altro senso. Senza la filosofia, il sapere degenererebbe, per ignoranza dei propri limiti qualitativi. In ciò la filosofia ha una funzione critica (consapevole da Socrate in poi), che è distinta dal rigore interno a ciascuna scienza, ma è necessaria alla stessa verità della scienza.
Questa funzione, però, non può neppure essere semplicemente negativa. Come potrebbe la filosofia chiarire sempre meglio all’uomo che nell’esistenza c’è, e rimane sempre, qualcosa da capire, se essa in qualche modo non approfondisse il senso dell’esistenza? Per renderci consapevoli dei limiti del sapere la filosofia deve, dunque, far emergere dall’esperienza il senso complessivo dell’esistere; e appunto nel far ciò vi scopre un’enigmaticità che nessun sapere scientifico può chiarire. Il “risultato” della filosofia non è quindi un risultato pratico: è piuttosto un “far risultare” all’uomo il senso dell’esistenza.
Tutto sta a intendere in che forma possa presentarsi quel “senso” che si vuole far risultare. Il senso dell’esistenza non “consta” al filosofo a quel modo che consta un fatto, e neppure al modo in cui si può verificare una legge scientifica. Esso non è una cosa che si possa indicare col dito; e anche le parole che lo colgono non possono presentarcelo come si indica un oggetto. Sebbene la riflessione filosofica lo faccia emergere dall’esperienza, esso non è un dato dell’esperienza. Chiede di essere colto con precisione, ma non si lascia descrivere come si descrive una figura. Ecco perchè, come dicevamo all’inizio, il filosofo non può cominciare col presentarvi “le cose di cui parla”, e poi parlarvene.
Tutto ciò non vuol dire che la filosofia non abbia una sua tecnica, proprie strutture, propri procedimenti dimostrativi. Ma questi sono semplici mezzi, strumenti per giungere a qualcosa che è al di là della tecnica, delle strutture, dei procedimenti dimostrativi, e che, appunto per questo, è chiamata con la parole “senso”: senso delle cose, del mondo, dell’esistenza. Occorre anche (così come, ad esempio, nel caso della bellezza) una particolare “sensibilità” per coglierlo; e lo studio della filosofia ha come scopo ultimo non di fornire nozioni, bensì di sviluppare questa capacità, insita potenzialmente in ognuno.
Intendere le tecniche filosofiche come semplici mezzi, ci libera dall’imbarazzo suscitato, altrimenti, dal trovare in filosofia tot capita tot sententiae. Questa constatazione ha reso tante volte scettici sulle funzioni della filosofia, perchè si è scambiato lo strumento concettuale o verbale, che varia da un filosofo all’altro, per la “verità” medesima, che è identica in tutti; sicché è sembrato che i filosofi dicessero ciascuno una cosa diversa, quando in realtà, dicevano – o meglio, cercavano di dire – tutti una stessa verità, attraverso infinite prospettive diverse. Se ci si rende conto che capire il senso delle cose è un compito che non può ridursi a enunciare certe proprietà o connessioni di fatto delle cose, la constatazione che i filosofi affrontano quel compito per mezzo di costruzioni personali diverse non indurrà più a ritenere la filosofia incapace di verità universali, di cui tutti possano fruire. Allo stesso modo il fatto che ogni artista produca sempre nuove e sempre diverse opere d’arte non toglie che tutte queste opere, se riuscite, offrano il senso di una medesima bellezza, e che l’arte raggiunga un valore universale.
Ma il discorso è stato già troppo lungo. Quando l’intero corso della storia del pensiero si sarà sviluppato sotto gli occhi del lettore, anche il perchè di quel che si è detto diverrà più chiaro.
L’importante è esaminare questa storia rendendosi conto che i problemi della filosofia, investendo il senso complessivo dell’esistenza, lasciano bensì sempre uno sfondo di mistero (su cui potrà trovare il suo posto, la fede), ma non si lasciano per questo accantonare, né sostituire da problemi diversi, quali sono i problemi della scienza.
Vittorio Mathieu e Aldo Rizza in udienza dal Vescovo di Pinerolo Mons. Debernardi, giugno 2014 (foto Vita diocesana pinerolese, su gentile concessione)
Scrittori contro. Per una volta non in polemica, ma all’insegna dell’antica forma della disputatio de quolibet universitaria. È l’interessante iniziativa realizzata il 25 maggio 2013 a Torino dall’Associazione Logosda un’idea del prof. Dario Seglie, direttore del CeSMAP, il museo di arte preistorica di Pinerolo. Il pretesto per lo “scontro”, la presentazione del volume di Antonio Panaino, I magi e la loro stella, edizioni San Paolo. Un saggio divulgativo che la casa editrice cattolica torinese ha pubblicato alla vigilia del Natale 2012 e che potete trovare in libreria o ordinare con lo sconto direttamente dal sito di IBS.it.
Non erano tre, non erano re, e in un certo senso, non erano neppure magi, o maghi. La vicenda dei Magi è appena accennata nel Vangelo di Matteo, e in quel breve versetto neppure si parla di quanti fossero, dei loro nomi e da dove giungessero con esattezza. Negli altri vangeli non vi è traccia di questi misteriosi personaggi, che pure tanta parte hanno nella tradizione cristiana. In realtà, per saperne qualcosa di più bisogna attingere alla tradizione apocrifa, e precisamente al Vangelo Armeno dell’Infanzia, consultabile soltanto attraverso una copia dell’antico manoscritto realizzata nel 1828. È l’unica fonte che ci parla di tre re giunti da tre nazioni dell’antico Oriente, Melkom, Gaspar e Balthasar, giunti il 9 gennaio ad adorare il Messia con i loro doni. La data è vicina al 6 gennaio della tradizione cristiana, la scorta di 12 mila uomini sicuramente esagerata. Eppure da quel passo nasce una lunga speculazione che dai primi secoli dell’era volgare, attraverso il Medioevo, giunge fino agli studi del Pontefice Emerito, Joseph Ratzinger.
Antonio Panaino è docente universitario, professore ordinario di Filologia, Religioni e Storia dell’Iran presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, di cui è stato anche Preside. Il suo saggio ricostruisce, sulla base delle fonti testuali attestate, ma anche facendo riferimento alle pluriennali ricerche archeologiche nel territorio dell’antica Persia, la provenienza dei magi e la loro appartenenza sacerdotale, il rapporto conflittuale con Roma, la valenza e i significati di questa citazione per un autore del I secolo dopo Cristo.
Con un tono scientificamente ineccepibile, ma altrettanto correttamente divulgativo, Antonio Panaino affronta inoltre l’ancora più misteriosa questione della “stella”: una cometa, come la tradizione indotta dalla riproduzione della cometa di Halley nella Natività di Giotto ci induce a credere? Oppure una nova o supernova, come attestato da fonti cinesi e coreane quasi coeve. O piuttosto una congiunzione planetaria Giove Saturno. Nessuna delle ipotesi può essere confermata con certezza scientifica. Nessuna delle date delle osservazioni astroniche coincide esattamente con le date storicamente ipotizzabili per la nascita di Gesù. La cometa di Halley era già passata all’orizzonte. Di nove e supernove vi è traccia antecedente. Le congiunzioni planetarie ci sono state, ma potrebbero essere state così vistose da giustificare la centralità dell’apparizione nel narrato evangelico? Infine, la scelta della parola greca aster esclude comete e pianeti, per i quali l’evangelista avrebbe avuto a disposizione parole precise per indicare i diversi fenomeni. Eppure, la “stella” c’è stata. Visibile solo ai magi, non a tutti, perché altrimenti non si comprenderebbe la richiesta di Erode Il Grande (la cui morte precede tuttavia la nascita di Gesù) di conoscere il “tempo della stella”, il suo “levarsi astronomico”. Sono le domande che il libro pone ai lettori e alle quali offre risposte e smentite sulla base dell’approccio rigorosamente scientifico.
A disputare con Antonio Panaino, di fronte a un folto pubblico, partecipe e pronto a intervenire con domande, puntualizzazioni e prese di posizione, secondo il tradizionale modello della disputatio, un autore cattolico, il dr Marco Civra, che con la casa editrice Marcovalerio ha pubblicato un saggio dedicato ai vangeli apocrifi e in particolare a uno dei testi antichi più interessanti e forse più vicini all’antica e perduta fonte Q. Giornalista e divulgatore, curatore di diverse pubblicazioni, oltre che autore, Marco Civra ha prodotto nel 2001 un saggio intitolato Il “Quinto” Vangelo e gli scritti apocrifi attribuiti a Tommaso, contestando le letture sensazionalistiche date al manoscritto ritrovato nel 1945 a Nag Hammadi e riconducendo parte della letteratura apocrifa, primo fra tutti il vangelo attribuito all’apostolo Tommaso, alla comune origine della tradizione apostolica, evidenziando la vicinanza assoluta con il testo di Matteo e Marco.
Marco Civra
Dobbiamo pensare alla tradizione evangelica – ribatte in sintesi il dr Civra al prof. Panaino — non come una cronaca coeva della vita di Gesù, ma un corpus di narrazioni orali dirette da parte degli apostoli e dei primi discepoli, che già alla loro origine rispecchiavano il sentire e la chiave di lettura personale che ciascuno di loro forniva dell’immensa e travolgente esperienza del contatto diretto con il Messia. Prospettive diverse che si sono trasferite direttamente alle prime comunità che dagli apostoli sono state fondate. La codificazione scritta degli evangelisti, che noi possediamo in versioni redatte da più mani, ci offre queste diverse prospettive, ovviamente quando non si tratta di ricostruzioni tardive di fantasia. Per quanto riguarda la narrazione di Matteo, non abbiamo oggi neppure la certezza che sia più antica di quella di Tommaso, cui uno studioso del calibro di J. Heisig, tradotto in Italia dalla Pontificia Università di Napoli, attribuisce autorevolezza pari ai canonici, sostenendo addirittura che “non vi è ragione per collocarlo fra gli apocrifi”.
Quando alla narrazione dei Magi e alla loro stella, l’ipotesi che pare oggi godere di maggiore plausibilità è la congiunzione planetaria, che sarebbe stata chiaramente visibile a dei sapienti persiani quanto poco notata dal popolo comune. Anche questa ipotesi tuttavia risente della mancanza di storicità della narrazione evangelica. E tuttavia, bisogna ricordare che se pure il testo greco di Matteo riporta con precisione il termine “aster” e non cita “cometes” o “planetes”, è pur vero che quel testo, se non fu scritto, probabilmente fu pensato in aramaico e non in greco.
Il dibattito autorevolmente suscitato dal libro di Antonio Panaino, per stessa conclusione dell’autore, resta aperto a ulteriori ricerche scientifiche. Come disse Einstein: “Dio non gioca ai dati con l’universo” e, lo ha ribadito il professore bolognese nel corso della disputatio, non fa dunque esplodere le stelle per il gusto di illuminare una grotta a Betlemme. Sarebbe di contro neopositivista escludere a Dio il controllo dell’Universo, sia esso espresso dal passaggio di una cometa ignota passata inosservata ai più e vista da qualche sapiente persiano, da una congiunzione di pianeti o da qualche altro avvenimento che, in fondo, poco ci importa sapere davvero come classificare astronomicamente. Citando ancora Einstein: “Il caso è la via che Dio usa quando vuole restare anonimo“.
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Il quinto vangelo e gli scritti apocrifi attribuiti a Tommaso,
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Aldo Rosa (Vigone 1941-2021), giornalista pubblicista, ha pubblicato due raccolte di racconti, La Bici di Matteo e Ombre sul soffitto; un’agiografia sul monastero della Visitazione di Pinerolo, I fioretti della Visitazione; una guida sentimentale alla città vecchia di Pinerolo, Passeggiate pinerolesi; un saggio di ecologia, Ecologia ultima spiaggia. Collaboratore di “La Gazzetta del Popolo” e di “Stampa Sera”, è stata una delle penne culturali di Vita diocesana pinerolese. Il Comune di Pinerolo lo ha premiato per “l’eminente ruolo culturale e giornalistico svolto nel pinerolese nella sua lunga carriera”.
Il suo lavoro più noto è il monumentale volume Arte e devozione popolare in Piemonte nell’autunno del Medioevo. Viaggio attraverso il gotico subalpino, acquistato dalle principali biblioteche universitarie del mondo e inserito nelle più selettive bibliografie sull’arte italiana.
Domenica 19 maggio 2013, alle ore 21, presso la Sala Consiliare del Comune di Borgone di Susa, presente il direttore di Vita diocesana Pinerolese, dr Patrizio Righero, curatore del volume, verrà presentato al pubblico il volune sul nuovo Pontefice.
Un romanzo è figlio del tempo in cui viene scritto. A partire dalla fine del secolo scorso, non di rado con la tipica autoreferenzialità che caratterizza sempre questo tipo di dibattiti, il rapporto fra la mutazione sociale, politica ed economica di un Paese e la produzione narrativa è stato analizzato a fondo, cercando di identificare la caratterizzazione delle opere rispetto al cambiamento in atto.
Così, la definizione di “New Italian Epic”, coniata da Wu Ming, ha etichettato il romanzo di fine Novecento come frutto dell’impegno intellettuale seguito al crollo della Prima Repubblica e a una presunta assunzione di consapevolezza sociale e politica, che culminerebbe, in questo primo decennio del ventunesimo secolo con “Gomorra” di Saviano. Il nuovo romanzo, secondo Wu Ming, deve unire la presa di posizione etica, la capacità di analisi innovativa, se necessario fino all’azzardo, a una capacità comunicativa dell’autore (o dell’editore aggiungiamo) di creare “networking”, ovverosia di coinvolgere i lettori in comunità di dibattito reali e molto più frequentemente virtuali e favorire con la sua opera la creazione di “lavori derivati”, in una sorta di “creative commons” multimediale.
In altre parole, quelle semplici e banali che noi preferiamo, lo scrittore dovrebbe essere schierato politicamente, ampiamente sostenuto da un’azione virale attraverso i mezzi di comunicazione, produrre opere facilmente riducibili in versione cinematografica, capace di inventarsi eventi che con la lettura in se stessa non hanno necessariamente legame, se necessario diventando personaggio televisivo e di cronaca. Soltanto in questo modo si può creare il best seller.
Tutto questo è sicuramente vero se lo scopo del narrare è, appunto, creare il best seller. Ci pare di ricordare che anche nell’Ottocento, un ricco signore milanese, scrivendo un romanzo storico ambientato nella Lombardia del Seicento, riuscì a metaforizzare il Risorgimento, coinvolgendo i lettori in operazioni trasversali e multimediali, grazie alla contemporanea musica verdiana, producendo un’opera storica con una precisa posizione etica, dalla quale sono derivate ispirazioni per un’intera generazione di scrittori e artisti. Il best seller, in questo caso, fu anche un capolavoro. Nè deve fare storcere il naso l’idea di fondo che, in linea di massima, un capolavoro quasi sempre diventi un best seller.
Più banalmente ancora, ci pare che considerare la narrativa di Alberto Moravia o di Cesare Pavese figlia del trentennio a cavallo fra il declino del Fascismo e il boom economico possa, in questo umile contesto, essere considerata una semplificazione accettabile per quanto riduttiva. Uno scrittore che non narrasse del suo tempo sarebbe o uno storico anziché un romanziere, o un autore di fantascienza, e anche su quest’ultima brutale semplificazione sicuramente chiediamo venia.
Se la stagione della nuova epica politica nel romanzo italiano appare conclusa con “Gomorra”, viene naturale chiedersi, oggi, quale percorso stia imboccando la nuova narrativa. A giudicare dalla variazione dei temi affrontati nei manoscritti che ci vengono sottoposti, siamo tentati di azzardare che il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva e il distacco sociale siano il nuovo fronte del romanzo del secondo decennio di questo secolo. Un fronte, lo diciamo subito e con la cruda franchezza che contraddistingue questa casa editrice, al quale non daremo alcun sostegno, inteso come sostegno alla pubblicazione, a meno di ripensamenti puramente commerciali e distonici rispetto alla nostra linea culturale.
Proprio la crisi dei riferimenti sociali, conseguente a quella economica, e delle certezze che sembravano caratterizzare il mutamento politico degli Anni Novanta, chiamano lo scrittore a cimentarsi non sull’analisi del sé, ma sul tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano. Perché tanto ci aspettiamo da colui che ambisce al titolo di intellettuale e non di scribacchino. Una richiesta che non deve essere intesa come un nuovo richiamo alla politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”, ma a un approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale. Elio Vittorini e Leonardo Sciascia lo seppero sicuramente fare, se ben ricordiamo.
Se così non sapremo fare, non ci resta che la manualistica, che rappresenta la sconfitta totale della letteratura come impegno sociale e il riconoscimento che il confine dell’orto è l’unico orizzonte al quale possiamo ambire.
La costruzione dei dialoghi è oggettivamente uno degli scogli più difficili della scrittura. Dare consigli in poche righe in un blog è difficile. Uno dei nostri collaboratori organizza occasionalmente dei corsi (tra l’altro gratuiti) per chi voglia affrontare le tematiche della scrittura. Proprio perché gratuiti non hanno mai riscosso grande successo, a dire il vero.
Un consiglio banale, utile per chi davvero sia in difficoltà con i dialoghi, è quello di registrare una normale conversazione tra amici, senza avvisare nessuno di loro, per non renderla artificiosa e, quindi, con il loro permesso, sbobinarla pedissequamente e rileggerla con attenzione su carta. Si scoprirà come in realtà essa sia profondamente diversa dalla maggior parte dei dialoghi che leggiamo sui libri, da un lato, ma dall’altro ci offrirà spunti di riflessione sui ritmi, sulle pause, sui rilanci, aiutandoci a comprendere meglio i meccanismi che la regolano. Un simile esercizio non è fine a se stesso, ma ci aiuta ad evitare quei dialoghi artificiosi che, non di rado, rendono impubblicabile un manoscritto.
Per eccesso, un dialogo perfetto non dovrebbe aver bisogno di specificare chi stia parlando e, tanto meno, di intervenire con precisazioni del tipo “annuì Carla”, “disse con tono sommesso Federica” o “cachinnò Cunegonda”. Tuttavia, per giungere alla pubblicabilità, ci accontenteremo di molto meno rispetto alla perfezione.
Due pilastri da tenere sempre presenti: coerenza e verosimiglianza. Magari ne parleremo in dettaglio in un articolo del blog, quando qualcuno in redazione avrà il tempo da dedicare a un argomento così impegnativo.
Qualche lettura? Ad esempio i dialoghi di John Steinbeck in Cannery Row o Sweet Tuesday. Surreali eppure verosimili e coerenti.
Perché, con il vostro aiuto, non provare a riportare alcuni dialoghi celebri e mirabili per perfezione stilistica? Suggerite e proponete.
Arte antica, anzi antichissima, il ricamo come lo conosciamo oggi nasce nel Medioevo. In Italia, le prime testimonianze sono legate alla presenza saracena, intorno all’anno Mille. Soltanto due secoli più tardi si diffonderà in tutta Europa, raggiungendo il massimo splendore fra il Duecento e il Trecento, come vera opera d’arte. La realizzazione di disegni per ricamo e arazzi era prerogativa degli artisti.
Elizabeth I (1590) – Jesus College, Oxford
Nel Quattrocento e Cinquecento si sviluppa il ricamo moderno, destinato all’uso privato. La tecnica del blackwork, in italiano ricamo in nero (ricamo a fili contati proprio come il punto croce), unisce re e regine, i cui abiti sono sontuosamente decorati, come testimoniano i quadri dell’epoca, e popolo, comparendo sulle camicie dei lavoratori per rinforzare in modo decorativo polsi e colletti. Fu Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico VIII a portare e rendere celebre questo tipo di ricamo in Inghilterra, dove poi si sviluppò.
Simon George, by Hans Holbein the Younger (1533)
Il punto principale utilizzato nel blackwork è il punto scritto, conosciuto anche come “punto di Holbein“, dal nome del pittore tedesco attivo all’epoca presso la corte di Enrico VIII; nei suoi dipinti infatti vengono ritratti spesso i nobili con gli abiti bianchi ricamati in seta nera nei tipici motivi geometrici del blackwork.
Nel tempo il blackwork si è evoluto. I pattern che prima campivano in maniera uniforme i disegni, sono diventati più liberi, dando vita a ricami più complessi che imitano in tutto e per tutto i disegni a china e le sfumature dei bozzetti a matita.
Un esempio di ricamo blackwork contemporaneo
Il marchio Ajisai Press ha contribuito a fare conoscere in Italia la tecnica blackwork, grazie agli originali schemi realizzati da un’italianissima designer, nota anche all’estero, Valentina Sardu. La caratteristica di Valentina Sardu è la capacità di unire il più rigoroso rispetto per la tradizione alla creatività moderna. Basti pensare che non solo ha curato l’edizione anastatica in italiano della monumentale Enciclopedia dei lavori femminili di Therese De Dillmont, restaurando uno a uno i disegni, ma ha reso famosa in Italia la tecnica giapponese del furoshiki, con un agile e divertente tascabile.
Un raffinato collarino ricamato a punto scritto, tratto da un disegno di Therese De Dillmont
Accanto ai preziosi album della raccolta Vintage Cross Stitch, dedicata interamente al punto croce, Valentina Sardu ha realizzato ora una serie di schemi blackwork originali, che possono essere acquistati sul sito originale della casa editrice Ajisai Press, ma che su licenza sono anche disponibili, con tutte le istruzioni in italiano, nel nostro carrello.
Un ricamo a tecnica mista, punto croce e blackwork
Roma, 6 maggio 2013. Questa mattina, monsignor Pier Giorgio Debernardi, Vescovo di Pinerolo, è stato ricevuto da Papa Francesco in occasione della “Visita ad limina” dei vescovi del Piemonte. Durante il cordiale incontro, il vescovo di Pinerolo, accompagnato da don Omar Larios Valencia, ha fatto dono al Pontefice di un’edizione speciale del libro “Dalla fine del mondo. Il sentiero di Papa Francesco”, edito da Marcovalerio e Vita Edizioni
«Papa Francesco – ha commentato monsignor Debernardi – ha molto gradito il dono. Quando gli ho mostrato il volume, ha candidamente domandato: “Questo è per me?”. Poi ha ringraziato diverse volte».
Oltre all’edizione speciale rilegata a mano, è stata donata al Papa anche una copia “normale” dell’istant book, realizzato dalla redazione di Vita Diocesana Pinerolese in collaborazione con Sir e FISC.
In seguito a svariate domande pervenute sull’argomento, si precisa che, come già avvenuto negli anni scorsi, il marchio Marcovalerio non partecipa, salvo rare eccezioni dovute all’elevato livello culturale delle manifestazioni, a fiere del libro di interesse squisitamente locale. Pertanto, non è prevista alcuna nostra presenza al salone del libro di Torino 2013.
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