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I giovani e l’economia

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La cultura economico/finanziaria ha ormai assunto un’importanza fondamentale, per la corretta lettura dei tanti fenomeni che attraversano la vita moderna. I protagonisti del cosiddetto mercato (intermediari in testa) sono cresciuti di numero e il loro ruolo appare oggi fortemente connaturato con quello della finanza. In campo scientifico svettano gli economisti, novelli oracoli, capaci di illuminare il cammino con i loro messaggi cifrati, nell’ambito delle diverse scuole di pensiero.

E i nostri giovani? Come partecipano a questo rifiorire del profilo economico?

Il recente studio Pisa, recepito dall’OCSE, parrebbe assegnare agli adolescenti pessimi voti in conoscenza e pratica della materia, per quanto attiene anche ai suoi aspetti più elementari. Va bene, i genitori non li coinvolgono, l’educazione finanziaria è noiosa, la connessione permanente, la comunicazione e i social network sono stimolanti e irrinunciabili. E poi la scuola non si impegna più di tanto a concimare un futuro denso di incognite e complicazioni; anche quella dedicata, lavora spesso con il paraocchi, centrando l’attenzione più sulle nozioni teoriche classiche che sull’esperienza evolutiva di questi tempi grami.

Certo, anni fa era tutto più semplice, a fronte di una scenario economico consueto, localizzato e poco aggressivo. Anche allora il denaro contava molto, ma l’esplosione della finanza nelle sue molteplici articolazioni non aveva ancora contagiato gli uomini e, soprattutto, non era ancora emerso l’enorme potere dell’economia. Ci si accontentava di sapere qualcosa e, per i propri bisogni specifici, venivano in soccorso le banche, con la loro predisposizione ad allevare tecnicamente la clientela.

Ora le banche, e tutti gli intermediari, mirano solo a vendere, talvolta anche in disaccordo con i bisogni della domanda, non c’è quindi più tempo per coltivare l’orticello dell’utenza e questa deve assolutamente acculturarsi. Aggiornarsi costantemente e studiare, profilare gli interessi familiari, seguire i giovani, affinchè non scartino a priori quell’immersione benefica in un mare che non sa strizzare l’occhio, ma è indispensabile per irrobustire membra innocenti.

Tocca quindi a tutti gli operatori fare la loro parte, concentrando l’attenzione e la voce sull’obiettivo, nella certezza che imbandendo la tavola dei quarantenni con questo pane, potranno essere sfamati anche i loro figli e la popolazione a venire usufruirà di una cultura economica al passo coi tempi.

Questi sacrifici non possono lasciar fuori gli editori, perché lo sbarramento degli addetti ai lavori deve essere forzato e superato verso quella vasta platea così insensibile, magari per i conti che non tornano o il mutuo da pagare. Ben vengano quindi le iniziative a sostegno del comune destino dell’uomo economico, per un approccio dinamico e efficace alla scarsa volontà di impegnare risorse personali da parte dei lettori.

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La nostra storia

Marcovalerio Edizioni è ancora una casa editrice giovane, ma in poco più di vent’anni ha percorso una lunga strada, fatta talvolta di successi, di qualche errore, di speranze, cambiamenti e aggiustamenti di rotta. Ripercorriamo le tappe del nostro cammino con voi.

2000

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Pochi avrebbero scommesso, in quella mattina estiva del primo agosto 2000, sul successo di questo progetto culturale. La crisi del settore librario era già evidente, anche se le sue conseguenze si sarebbero palesate negli anni a venire.

Tanto più ardita l’idea, perché realizzata in Piemonte, la regione dove storicamente si concentrano i più prestigiosi marchi dell’editoria cattolica e dell’editoria scolastica. Due scrivanie recuperate e due personal computer d’occasione furono i primi strumenti di lavoro, in quella giornata estiva e assolata, nelle stanze della portineria dismessa di uno stabile, in via Sant’Ottavio 53.

È il 1° agosto del 2000 quando nasce Marcovalerio, una piccola società a responsabilità limitata. Idee molte, mezzi decisamente pochi. Il logo è già quello attuale, con la M e la V che si sovrappongono, di colore rosso scuro, anche se qualche volta diventerà arancio. Il nome, invece, è “Marco Valerio”, staccato. Un omaggio a una persona importante, un sogno augurale. Di quegli anni pionieristici restano i ricordi della vicina Pasticceria Primavera. Un luogo magnifico, dove potete ancora oggi assaggiare dolci siciliani da leccarsi i baffi e dove, in primavera ed estate, si trasferiva in massa la redazione a lavorare. MPC - 8888132015

Per capitale, l’entusiasmo e la determinazione. Poco spazio, pochi mezzi e, naturalmente, pochi titoli in progetto.  Il primo libro pubblicato dalla casa editrice è un saggio di Enrico Pederzani, grande figura di sacerdote salesiano e insegnante di filosofia, Momenti di pedagogia cristiana. Libro difficile, che caratterizza immediatamente la produzione nel campo della saggistica e che ancora oggi è a catalogo e mai ne uscirà. Le copertine sono scarne, e tali resteranno negli anni, almeno per quanto riguarda la collana I SAGGI, che rappresenta ancora oggi la produzione di punta del marchio.

Giorni quasi eroici, e talvolta un poco disperati. Ci si recava al lavoro in tram o bicicletta. I primi titoli videro la luce nel tardo autunno, ma soltanto con l’anno successivo la casa editrice avrebbe avviato una produzione strutturata e programmata, presentandosi sul mercato con una rete di distribuzione organizzata a livello nazionale.
Le prime bozze, le prime prove di stampa, gli abbozzi di copertina furono assemblati presso la Legatoria Moretti, una struttura artigiana che esattamente dieci anni dopo, avrebbe cessato la propria attività con il pensionamento dei titolari. Come non ringraziarli e ricordare insieme a loro quel primo tomo, realizzato in copia unica con una stampante da ufficio, la copertina approssimativa incollata a mano dalla pazienza della signora Natasha, per vedere un libro che poche settimane dopo sarebbe andato in stampa?


2001

È il 2001 il primo vero anno di attività editoriale. All’inizio dell’anno nasce un progetto no-profit che caratterizza e qualifica Marcovalerio Edizioni nel campo dell’accessibilità: la collana Liberi Corpo 18, libri a grandi caratteri per lettori ipovedenti e dislessici. Un esperimento che viene guardato con curiosità e una certa dose di supponenza da molti editori togati, e che prosegue ancora oggi, pur tra mille sforzi, garantendo un ampio catalogo di classici della letteratura in formato accessibile.

Il primo distributore a proporre nelle librerie torinesi i nostri titoli fu Carlo Gambetta, storico grossista scolastico, i cui magazzini, allora in via Le Chiuse, ospitarono in un angolino i saggi di un altro grande autore, Redi Sante Di Pol, i cui saggi di storia della scuola compongono l’ossatura iniziale della produzione universitaria di Marcovalerio.

Fu però un grande editore e distributore lombardo, FAG, che per molti anni veicolò i nostri titoli in quella regione, ad aprirci il mercato nazionale. Un atto incredibile di fiducia, perché la maggior parte del catalogo era ancora soltanto un progetto, con copertine provvisorie e testi ancora in parte in mano agli autori.
Qualcuno fu più scettico. Qualche piccolo editore, ad esempio, che scommise su tre mesi di vita della società come massimo risultato. Non merita ricordarli, perché in parte scomparsi e in parte rimasti nell’oblio dei marchi da cantina.

Nello stesso anno prende l’avvio la terza collana editoriale, GNOSI, un percorso delicato attraverso i classici della letteratura esoterica e misterica. Testi integrali, per veri cultori della materia. La collana, subito identificata dal colore giallo delle copertine, crescerà rapidamente acquisendo una vasta platea di lettori fedeli. Ai classici si aggiungono presto autori di punta contemporanei, primo fra tutti Roy Eugene Davis.

Di misteri e cultura religiosa e spirituale, in una città dalla grande tradizione esoterica come Torino, si occupavano e si occupano in molti. Anche in questo caso la scelta fu impegnativa fin dall’inizio: pubblicare soltanto opere in edizione integrale e saggi di approfondimento specialistico, lasciando ad altri la divulgazione approssimativa e i titoli ad effetto. Il primo autore contemporaneo a comparire nel catalogo sarebbe diventato un nome di punta della collana.


2002

CAR - 8888132104Il 2002 viene dedicato quasi interamente all’organizzazione della rete distributiva. Marcovalerio sta raggiungendo i cinquanta titoli e il mercato delle librerie inizia ad accorgersi dell’esistenza di questo piccolo editore subalpino. Nasce la collana I BOXER, i tascabili di Marcovalerio. Testi integrali ad un prezzo competitivo, che fanno la loro comparsa vicino alla cassa delle librerie e consolidano il marchio presso i lettori. La collana proseguirà per alcuni anni, fino al suo naturale esaurimento e verrà successivamente rimpiazzata dai FAGGI, in un nuovo formato e una più accattivante veste grafica.


2003

Il 2003 viene interamente dedicato ai libri per ipovedenti. Grazie al progetto lanciato dal Ministero per i Beni Culturali, Marcovalerio investe decisamente sull’accessibilità, diventando rapidamente il primo editore in Italia e uno dei primi in Europa per numero di titoli. La collana LIBERI Corpo 18 diventa uno standard di riferimento e, malgrado i numerosi tentativi di imitazione, si conquista l’apprezzamento delle associazioni del settore e soprattutto di migliaia di lettori ipovedenti, ai quali viene finalmente reso disponibile un catalogo per lo studio e per ritrovare il piacere della carta fra le mani. Marcovalerio raggiunge la fatidica soglia dei cento titoli pubblicati. In soli 3 anni di attività, è un piccolo record.


2004

MUR - 8875470103CAL - 8875470057Ormai il marchio Marcovalerio è lanciato. Il 2004 è un anno intensissimo. Nasce la collana di Storia della Cultura materiale, diretta dal prof. Franco Panero dell’Università di Torino. Esce la monumentale opera Mozart, tutti i testi delle composizioni vocali. Viene pubblicato anche il primo titolo di narrativa contemporanea, nella collana I Boxer. È Il Calzolaio, un non giallo, un non noir del noto regista Corrado Farina.


2005

La saggistica torna protagonista, con una ricca serie di titoli e di autori qualificati. 


2006

Nasce un nuova collana tascabile: I classici ritrovati, dedicata alle opere minori e introvabili del patrimonio letterario italiano dell’Ottocento e Novecento. Marcovalerio, dopo anni di assenza, riporta ai lettori l’intera quadrilogia di Antonio Fogazzaro, i Cento Anni di Giuseppe Rovani, ma anche opere dimenticate di elevato valore letterario.


2007

PLK---978887547161YMUL-9788875472245Anno avventuroso e ricco di esperimenti. Viene incorporato il marchio Torino Poesia. Un esperimento che durerà tre anni e che lancerà sul panorama editoriale diversi nomi divenuti noti ai lettori. I giovani poeti piemontesi varcano i confini italiani, visitano l’Europa, gli Stati Uniti, l’Asia, grazie agli scambi con gli Istituti italiani di cultura. Dalle collaborazioni e dai progetti nascono traduzioni estere e coedizioni con Francia, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti, Brasile.

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2008

È tempo di social network. Apre la pagina Facebook e, poco dopo, anche l’account Twitter. La produzione è intensa. Sono 21 i nuovi titoli ancora in buona parte a catalogo, con saggi d’inchiesta, ampie recensioni sulla stampa quotidiana. È anche l’ultimo anno in cui la nostra casa editrice perde il proprio tempo con il Salone del Libro di Torino, ormai agonizzante e privo di spunti culturali.


2009

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Marcovalerio nel frattempo ha cambiato sede, abbandonando il piano terra di via Sant’Ottavio, ormai troppo stretto e poco adatto ad ospitare chilometri di cavi e pareti di monitor, per una nuova e moderna sede, nel Centro Europa, in corso Tazzoli. Nasce il nuovo centro stampa digitale, che permette una produzione serrata, nuovi formati e tempi di distribuzione molto più rapidi. I palazzi dei parcheggi della Buchmesse Nell’autunno, la casa editrice esordisce alla Frankfurter Buchmesse, la più importante fiera del libro mondiale.

Libri in mostra alla Fiera del Libro di Francoforte
Lo stand Piemonte alla Buchmesse

Nasce la collana I FAGGI, che raccoglie l’eredità dei tascabili e propone ai lettori classici della letteratura e opere contemporanea di elevata qualità È immediatamente un successo.

Ai marchi Marcovalerio e Torino Poesia si affianca ora la produzione della Cooperativa L’Arca, che si affida per la distribuzione dei suoi prestigiosi titoli di filosofia, religione ed etica, sotto la direzione del prof. Aldo Rizza.


2010

recensionefouAnno di consolidamento il 2010. La produzione delle diverse collane prosegue a ritmo ininterrotto, senza particolari innovazioni. Molti i nuovi titoli, con un ritmo in crescita. La casa editrice mette a segno un acquisto importante. Giunge in redazione un’autrice e curatrice che stravolge i canoni seriosi del nostro marchio e che pubblica in pochi mesi due best seller: è Valentina Sardu autrice di Foulard creativi e della ristampa anastatica dell’Enciclopedia dei Lavori femminili di Therese De Dillmont. Due titoli soltanto, su una produzione di decine in quell’anno, il più prolifico della storia della casa editrice, protesa a celebrare il decennale di attività, ma destinati a portare frutti inattesi e aprire nuove interessanti sentieri culturali.

Dieci anni vissuti con passione. Mastini dell’editoria, ci avrebbe definiti un editore scanzonato e geniale. Sicuramente fedeli al motto che ancora oggi campeggia nell’ingresso dei nuovi e luminosi uffici che ospitano la redazione:
«Un editore scrive un proprio libro fatto di mille capitoli, quanti sono i titoli che sceglie di pubblicare»


2011

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Una nuova collana va ad integrare la produzione di saggistica. È il progetto Il nostro Risorgimento, realizzato in collaborazione con il Coordinamento delle Unitre del Piemonte. L’anniversario dell’Unità d’Italia viene celebrato dalla casa editrice con una serie di saggi impegnativi commissionati ad esperti.

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2012

Dalla mente creativa di Valentina Sardu nascono la collana Vintage Cross Stitch e il marchio Ajisaipress, destinato l’anno successivo a staccarsi e vivere di vita propria. Il ricamo antico, dal Rinascimento al Novecento, si affianca alla saggistica universitaria e alla gnosi. Punto croce e blackwork diventano parole note in redazione.

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Il percorso di Marcovalerio Edizioni, tuttavia, rischia di arenarsi a questo punto. Le strade societarie si dividono, complice anche la pesantissima crisi del settore, e il 29 dicembre 2012, Marcovalerio Srl viene posta ufficialmente in liquidazione. Un grande sogno, una grande avventura, rischiano di scomparire per sempre.


2013

Il destino di Marcovalerio Edizioni e della sua ricca storia culturale resta incerto per alcune settimane. Abbandonata a se stessa, smantellata la sede, i collaboratori si interrogano sul futuro. E dalla volontà e determinazione di quanti avevano vissuto la straordinaria esperienza del gruppo di lavoro per tredici anni, nasce una soluzione.

SIPElogo

Il Centro Studi Silvio Pellico, costituito a Cercenasco, in provincia di Torino da un gruppo di operatori culturali di grande livello, prende in gestione provvisoria il marchio Marcovalerio, al quale affianca per la distribuzione, grazie alla fiducia concessa dalla Diocesi di Pinerolo, un altro marchio editoriale che si sta affacciando al mondo dei libri: Vita, una casa editrice che già pubblica un free press in 15 mila copie sotto la direzione granitica di Patrizio Righero. Anche gli altri marchi, L’Arca e Ajisaipress, quest’ultimo ormai autonomo e orientato al di fuori del settore librario, accettano di collaborare. I libri già pronti, che ancora non erano andati in stampa, vengono rapidamente approntati e distribuiti, tenendo vivo il marchio.

Marcovalerio si trasforma in un’unica parola:

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2014

Riprende la collaborazione con il marchio Ajisaipress, lanciando la linea di schemi per ricamo blackwork già distribuiti a livello mondiale in solo formato elettronico.

Intanto, si lavora alla monumentale opera di Vittorio Mathieu e Aldo Rizza, La filosofia, in sei volumi, che vede la luce dopo mesi di fatica nel mese di aprile 2014.

Il marchio Marcovalerio viene definitivamente acquisito dal Centro Studi Silvio Pellico. La strada continua. La passione per la cultura anche.

2015

Il 1° agosto 2015 Marcovalerio festeggia, in una giornata intensa, i suoi primi quindici anni di attività. Oltre trecento persone visitano le mostre allestite per l’occasione nel piccolo parco del Centro Studi Silvio Pellico. Senatori, consiglieri regionali, sindaci del territorio si alternano fra le mostre e gli stand campagnoli, insieme agli autori che vengono a farci visita. Due anni di duro lavoro hanno portato i risultati sperati. Ora Marcovalerio è nuovamente una realtà solida.

Pochi i titoli del marchio, ma grande consolidamento nell’assetto associativo, grazie a volontari giovani ed entusiasti.

2016

Libri e territorio. Un connubio importante. Perché cultura e letteratura si nutrono di un rapporto forte con gli uomini che abitano i luoghi della narrazione. Nasce così, grazie a Patrizio Righero e Cristina Menghini il progetto Terre d’Acaia, che radica il marchio in questa magnifica terra, senza perdere di vista la vocazione globale.

Nasce la collana dedicata alla fotografia, con Sguardi, anime, storie, un libro sognante di Massimo Damiano. Riparte la produzione a ritmo serrato. Alla terra che ci ospita dedichiamo una collana intera, I racconti delle Terre d’Acaia, con le opere di Piero Righero, cui seguiranno i successi di Cristina Menghini e la ripubblicazione di Alle porte d’Italia, di Edmondo De Amicis, l’opera che l’autore di Cuore dedicò al pinerolese.

2017

È l’anno di Giorgio Bàrberi Squarotti, che ci regala lo spettacolare saggio Il cannocchiale barocco. Una raccolta che purtroppo uscirà postuma, poche settimane dopo l’approvazione finale delle bozze del grande studioso della letteratura italiana, ormai cieco e semi paralizzato, ma fino all’ultimo giorno lucidissimo. Nel 2017, un altro grande autore ci regala il suo penultimo libro. Escono Sette lezioni di vita cosciente di Roy Eugene Davis. Ci lascia un grande storico della pedagogia, per noi sicuramente il più grande: Redi Sante Di Pol.

2018

Esce Ispirazioni per la pratica spirituale. Il testamento letterario di Roy Eugene Davis, che scomparirà l’anno successivo. E la spiritualità domenicana risponde con un’opera di grande spessore, a cura di Paola Panetta: Polvere. No grazie. Sullo scenario di guerra, pubblichiamo il secono diario dal fronte del grande fotografo internazionale Ugo Lucio Borga.E, ciliegina su una torta ricchissima di proposte culturali, Andrea Tornielli ci dona la sua monumentale bibliografia su Paolo VI, il papa della modernità.

            

2019

Un altro importante marchio di cultura si unisce alla famiglia del Centro Studi Silvio Pellico. Un dono inatteso, quello del catalogo Ivo Forza, che arricchisce l’offerta spirituale con traduzioni di prim’ordine delle opere di Lev Tolstoj. Pochi giorni dopo, ci lascia un altro grandissimo autore, Roy Eugene Davis.

LA STORIA CONTINUA

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Un redattore obsoleto

Sono un redattore obsoleto. Da rottamare. Me lo ha comunicato ufficialmente, questa mattina, quel vecchio bastardo… l’anziano direttore editoriale. Non è che abbia usato proprio questa espressione diretta. Con quel suo fare mellifluo e la sua aria caritatevole, ha esordito affrontando il tema delle scelte in campo narrativo.

“Il tuo ambito di riferimento – sostiene lo sterco di eterodonte… l’autorevole vegliardo – resta ancorato a modelli del secolo scorso. Nelle tue valutazioni ti concentri su principi quali la coerenza e le verosimiglianza, che appaiono oggi del tutto privi di significato per le nuove generazioni di scrittori.”

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Riunione di redazione

La critica mi ha colpito nel segno, proprio mentre terminavo la colazione con la coscetta di ratto che questa notte ho fortunosamente catturato al volo mentre zampettava nella mia branda. Coerenza e verosimiglianza sono sempre stati i miei capisaldi di riferimento nella valutazione di un romanzo. Non è che sia un feticista del realismo, beninteso. Se gli asini volano, possono continuare a farlo tranquillamente per trecento pagine, a condizione che tengano sempre una velocità compatibile con la loro apertura alare. Nel caso siano asini a reazione, è chiaro che dovranno nutrirsi in modo adeguato perché l’espulsione posteriore sia abbastanza potente da garantire la spinta propulsiva. Asini coerenti e verosimili, insomma.

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Lo sviluppo narrativo contemporaneo, in qualche modo, mi vede in difficoltà. Lo confesso candidamente. Quella spruzzatina di sesso recitato che compare persino nella descrizione di una mattinata di coda in Equitalia non suscita alla mia prostata particolari emozioni. Sarà perché ho letto a suo tempo tanto Capuana quanto Wilbur Smith e, lo dico sottovoce, anche il Marquis. Così, ieri, l’ennesimo manoscritto di “narrativa pura” (sic, anzi, sigh), nel quale “quattro personaggi incerti vagano“, all’insegna “dell’ingenua intensità del messaggio“, “senza alcun miglioramento stilistico a posteriori“, mi ha provocato una crisi epilettica.

Dal reparto spedizioni sono corsi a bloccarmi mentre mordevo il monitor, sputacchiando pezzi di plastica trasparente. Durante il trasporto in ospedale pare io abbia ingoiato il defibrillatore, continuando ad emettere scariche elettriche che hanno provocato la morte dei barellieri e un principio di incendio dell’autolettiga. La cartella clinica parla di “delirio percettivo con citazioni ossessive di brani tolkeniani”. Ricordo poco, devo ammetterlo, salvo che il medico di guardia, saputa la mia professione, mi ha trattenuto in triage quattro ore, giusto il tempo di leggermi ad alta voce il suo manoscritto inedito, dal titolo “Meditazioni introspettive in corsia“.

Mi hanno dimesso esattamente quattro ore e dodici minuti dopo l’ingresso in ospedale. A dire il vero, mi sono dimesso da solo, allontanandomi alla chetichella dopo aver nascosto il cadavere maciullato del dottore nel tunnel della TAC. A quanto pare, però, il mio direttore editoriale e il direttore sanitario si frequentano, in quei circoli noiosi dove fanno finta di giocare a bridge, e anche se l’eliminazione del giovane medico è stata considerata un banale incidente, considerato che non era iscritto neppure ai Lyons, la scritta color sangue sulla facciata del nosocomio, citando Howard Phillips Lovecraft, ha suscitato l’indignazione del luminare, con precisa richiesta di licenziamento del sottoscritto.

LovecraftQuesta mattina il ributtante arconte… l’autorevole figura ispiratrice di questa casa editrice mi attendeva pacatamente rilassato sulla poltrona di pelle candida, sorseggiando una tisana orientale e lanciando al soffitto volute di fumo dolciastro. “Carissimo Emanuele – e quel carissimo mi ha rammentato un politico piemontese dalla voce femminea che bazzicava le stesse balaustre del capo – riteniamo che questo tuo approccio viscerale alle istanze democratiche del popolo degli scrittori stia pregiudicando la linea progressista e innovatrice del nostro marchio. Devi comprendere che, nell’era della comunicazione liquida, questo tuo erigere baluardi in difesa di valori comunemente considerati privi di aderenza allo spirito dei tempi suoni come snobisticamente conservatore. Diamine, la società arcobaleno richiede un’epica caleidoscopica.”

Non sono stato licenziato. E come avrei potuto essere licenziato visto che nessuno mi ha mai assunto né tantomeno pagato un salario? Il grande spirito caritatevole che intride il mio beneamato capo, protettore e mentore, fin da quando trent’anni fa mi adottò, concedendomi di dormire nel sotterraneo e di rubacchiare gli avanzi del gatto, lo ha convinto che un prolungato periodo di astinenza dalle letture delle proposte di romanzi inediti possa curare i miei disturbi.

Da questa mattina sono quindi un redattore ordinario di saggistica e non più di narrativa. Un grande avanzamento di carriera, che mi ha permesso di trasferire la branda dalla cantina, vicino alla ghiacciaia, nel fienile abbandonato in fondo al parco, cosparso di guano di piccione. Il clima non è ingrato, anche se queste piogge di fine primavera mettono a dura prova la tenuta dei coppi ammuffiti.

Sulla cassetta della frutta che svolge il compito di scrivania, inginocchiato sotto il sole, sto affrontando il primo manoscritto, raccolto dal contenitore dei rifiuti indifferenziati. Sotto la morchia fa capolino il titolo: “L’inventario della spezieria di Bertoldino Odoruccio e il commercio dei materiali per la tintura degli stracci ammuffiti nei documenti dell’isola di Pasqua (1228-1264)“. Sento che la saggistica accademica italiana invaderà presto gli scaffali delle librerie di tutto i globo.

 

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Questa notte ho ucciso un libro

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Questa notte ho ucciso un libro. Togliere la vita a un libro è un processo lento e piuttosto doloroso. Non un atto brutale, d’impulso, ma una pervicace tortura, che può prolungarsi per settimane, mesi persino.

Sia chiaro a tutti: non odio i libri, sono la ragione della mia vita. Qualche volta posso disprezzarli, oppure invidiarli, magari persino strapazzarli violentemente sbattendoli contro un muro, se l’eccesso di refusi o orrori sintattici li rende indegni. Il fatto è che, per sua natura, un libro può essere dato alle fiamme e risorgere, immerso nell’acqua bollente e ricomparire dopo la dissoluzione. Questo perché, notoriamente, un libro vive in migliaia di reincarnazioni, e quand’anche una sola di esse riesca a sopravvivere su uno scaffale, potrà un giorno rinascere e ricomparire nel mondo, portando i germi positivi, o negativi che siano, del suo contenuto.

Non disprezzatemi, vi prego, non condannatemi. Sono soltanto un umile esecutore. Quale colpa ha il boia, se un giudice ha emesso una sentenza capitale? Mi direte che la colpa non si cancella nascondendosi dietro lo svolgimento del proprio lavoro. Non sarebbero in tal caso da assolvere i guardiani dei campi di concentramento che, obbedendo ai superiori, accompagnavano i condannati nelle camere a gas? Non sono forse indenni da colpe i funzionari delle agenzie di esazione che consegnano il foglio verde a un padre di famiglia che appenderà il suo collo a una corda? Gli uni e gli altri dormono nella certezza di aver svolto soltanto il proprio dovere. Servitori fedeli.

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Anche il sottoscritto, redattore ordinario, esegue gli ordini. Non sono io il mandante, sia messo agli atti. Sono un efficiente esecutore del volere del mio direttore (la sua anima nera sia maledetta e costretta a rileggere per l’eternità tutte le opere di Italo Svevo), e non potevo che attenermi al dispositivo della sentenza. Morte.

Lo ricordo ancora, quel piccolo pargolo. Lo cullai fra le braccia, informe, mentre le parole si trasformavano in pagine, le fotografie in immagini splendide. Vidi crescere le bozze nel grembo dell’elaboratore elettronico, sviluppare la copertina sul video luminoso e prendere la sua forma definitiva. Quando nacque, lo ammirammo tutti: il tipografo, il legatore, il redattore ordinario e, sembrerebbe superfluo ricordarlo, l’autore. Non crediate che soltanto l’autore, che dell’opera è padre e madre insieme, possa amare un libro appena nato. Quando ne segue per mesi la crescita da ammasso informe di lettere, grumo di parole, a opera compiuta, il redattore, per quanto assuefatto a mille nascite, è un poco ostetrica e un poco balia.

Eppure questa notte l’ho ucciso. Nessuno se ne accorgerà, per diverso tempo. Neppure l’autore. Il suo pargolo sembra dormire un sonno pacato. Invece, è già un rantolo, l’agonia si è compiuta. Non resta che attendere la putredine.

Uccidere un libro, come vi ho detto, non è facile. Occorrono diversi passaggi, veleni potenti e una lucida determinazione. Prima di tutto è necessario fare scomparire tutte le copie. Nel caso di un vecchio titolo, rugoso e muffoso, l’operazione è senz’altro più facile, e si riduce alla distruzione di pochi esemplari. Un’esecuzione che può essere compiuta a mano, persino con un paio di forbici. Se il pargolo è ancora vitale, ramificato in ampie tirature, l’operazione richiede mezzi superiori, macchine di movimentazione, una pianificazione ben strutturata. Viktor Brack ha scritto un utile vademecum al proposito. Essenziale è procedere allo sterminio delle copie. Non basta consegnarle a un qualunque irresponsabile addetto, che potrebbe anche farle ricomparire su una bancarella dei libri usati, offrendo una pericolosa via di sopravvivenza, per quanto non priva di stenti, al condannato. La distruzione deve essere fisica, violenta e definitiva. Il taglio a metà in genere è considerato sufficiente. Personalmente prediligo il fuoco, malgrado provochi lamenti accartocciati e lasci talvolta dei residui. Guardare le pagine che si anneriscono e ripiegano su se stesse, con un lamento flebile rilasciando gli ultimi respiri cellulotici, mentre le fiamme divorano i fili della legatura e il fumo annebbia le parole, è uno spettacolo per stomaci forti.

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Compiuto il massacro, occorre cancellare la memoria. Annientare il ricordo che quell’opera sia mai esistita, che qualcuno l’abbia elaborata e partorita. Il catalogo dei libri non è certo scolpito su pietra. Nessuno si commuove al necrologio, burocratico e neutrale: “il titolo è esaurito e non verrà ristampato”, è in genere l’avviso che preannuncia il coma. “Il titolo è fuori catalogo” è l’esito successivo. Nessun sospetterà che dietro il naturale esaurimento, la conclusione di una vita editoriale lunga e piena di gioie, incontri e recensioni, si nasconda in realtà l’omicidio efferato. Nessuno baderà all’anno di prima edizione, a quel numero insignificante che distingue un vecchio rugoso volume dalle mille avventure e ristampe dal piccolo e tenero tomo che si era appena affacciato sugli scaffali, con la copertina morbida e lucida, senza macchie e screpolature. Carta fresca, eppure già marcita.

Un titolo esaurito non è che una lapide vuota, un’iscrizione tombale nell’immenso cimitero dell’editoria dimenticata. Il silenzio cala lentamente ma inesorabilmente nei corridoi telematici degli acquisti impossibili. Le ricerche si fanno rare, e i risultati scompaiono. Come le iscrizioni su pietra, dilavate dalla pioggia e dalla dimenticanza, del titolo defunto sparirà anche il ricordo. Come se non fosse mai stato scritto.

Un vero sicario, tuttavia, un assassino consapevole del ruolo affidatogli, non si limita a uccidere le manifestazioni corporee del libro e la sua memoria. La distruzione comporta mesi di devota applicazione, una ferocia determinata e non condita da odio, ma praticata con il distacco mistico dell’inquisitore, proteso ad estirpare il male a qualsiasi costo. Perché i libri, per quanto annientati, lasciano spore dove meno ce lo si potrebbe aspettare. Qualche fuggiasco troverà rifugio in una libreria sperduta di periferia, altri riposeranno nelle biblioteche. E qui occorre attivare azioni coordinate di guerriglia.

Ottenere in prestito il volume, per distruggerlo e non farlo ritornare a scaffale, è una via, ma lascia tracce. Alcuni sicari nel secolo scorso ne sostituivano l’interno, lasciando la copertina originale. Ottimo sistema per rendere impossibili ulteriori letture, ma la memoria del libro, il titolo nel catalogo, restava, a rischio che qualcuno scavasse fra le polverose catacombe culturali e facesse riemergere da chissà dove una cellula isolata dalla quale riprodurre l’intero corpo.

Il dominio dei calcolatori elettronici, dei passi magnetici, delle tessere codificate, ha trasformato l’atto anarchico ed eroico della distruzione a pistolettate nella sala di lettura della Biblioteca Nazionale in un sottile processo di spionaggio futurista. Non occorre neppure procedere a rimuovere il corpo. Intrufolarsi nel sistema, cancellare i dati dal catalogo, è sufficiente per condannare all’oblio il titolo. Quella sequenza di parole ordinata, quel dna replicabile per diffondere nuovamente il libro, quel libro, nel mondo, resterà sepolta per sempre in scaffali automatici, in una torre di Babele muta.

Questa notte ho ucciso un libro. Non ne sono responsabile e non mi potete condannare. Non ci sono prove del mio coinvolgimento. Ho agito su commissione. Sono solo un tecnico, ho eseguito gli ordini. In fondo, devo pur guadagnarmi da vivere, io non faccio domande. Sono solo un redattore ordinario. Se volete vendicarvi, se volete processare il vero responsabile, prendetevela con il mandante. Non si nasconde neppure, emette le sue condanne fissando dritto negli occhi l’autore. Strapperebbe il cuore a un neonato di fronte alla madre, raccontano i suoi accoliti. Non è un essere umano, è un direttore editoriale. Il suo nome è Andrew Harlan.

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I ricami di Valentina Sardu a Fili Magici

Il 23 – 24 – 25 Maggio 2014, a Vinovo, in provincia di Torino, si svolge la quarta edizione di “Fili Magici”. In una cornice spettacolare, il Castello della Rovere, i più rinomati designer e artisti del mondo del ricamo espongono le proprie opere.

FILIMAGICI

La 4° edizione di “Fili Magici”, si presenta ancora più ricca e varia delle precedenti. 64 espositori, di cui 55 italiani e 9 francesi, esporranno una cinquantina di tecniche di ricamo e merletto. Avrete la possibilità di ammirare capolavori frutto dell’abilità, della fantasia, della passione e della padronanza tecnica degli artisti presenti, di acquistare libri, kits, schemi, tessuti, filati e di iscrivervi ai numerosi ateliers. Le arti d’ago saranno affiancate da altre espressioni artistiche quali l’alta gioielleria, l’elegante pittura su porcellana, la sontuosa decorazione delle uova stile Fabergé, la fantasiosa lavorazione della ceramica raku e del feltro. Inoltre, per la 1° volta in Italia, verranno esposte le «Bannières brodées pour Gigny, Baume, Cluny…». Questo progetto nacque nella regione del Jura (Francia) nel 2009 in occasione della commemorazione dei 1100 anni dalla fondazione dell’Abbazia di Cluny ad opera dei monaci delle due abbazie del Jura. Il progetto ha coinvolto più di 400 ricamatrici e sarte volontarie di Francia, Svizzera e Germania. Più di 400 immagini molto allegre, ispirate ai monumenti e alla vita del Medio Evo, sono state create appositamente per questo progetto. Le 26 Bannières rappresentano la nascita e l’espansione del potere dell’abbazia di Cluny sull’Europa del Medio Evo. Tra i 1040 quadrati ricamati a punto croce che le compongono, molti rappresentano siti cluniacensi italiani. L’avventura continua: molte nuove Bannières sono state ricamate in Francia, Svizzera e Italia (Amici del San Pietro di Carpignano). http://www.meta-jura.org/realisations/bannieres-brodees-1-25.htm Fili Magici è un’occasione rara, da non perdere, per tuffarsi in un fantastico mondo di, citando Gozzano, “piccole cose di ottimo gusto”.

Valentina-SarduMa, soprattutto, è l’occasione per conoscere di persona una delle nostre più amate autrici: Valentina Sardu, creatrice degli schemi della linea Ajisaipress, e curatrice degli splendidi volumi dedicati al ricamo rinascimentali e della riedizione dell’Enciclopedia dei Lavori Femminili di Therese De Dillmont.

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Orari e luoghi Vinovo (Torino): Castello della Rovere, Sala Don Gerardo, Ala Comunale Venerdì 23 maggio 2014 ore 14,30 – 19,30 Sabato 24 e Domenica 25 maggio 2014 ore 9,30 – 19,00 entrata € 5,00 (gratuito per i minori di 15 anni) Informazioni: www.amoilricamo.it

Lo stand di Ajisai lo trovate nell'ala comunale, Sala don Gerardo, via San Bartolomeo
Lo stand di Ajisai lo trovate nell’ala comunale, Sala don Gerardo, via San Bartolomeo
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Vetrioli sparsi. La filosofia del tutto gratis e l’editoria a pagamento

vetrioli1Questo articolo fu pubblicato nel 2010 da Sul Romanzo. All’epoca scatenò commenti, polemiche accese e un curioso dibattito sull’evoluzione dell’editoria. Sono trascorsi quattro anni e, incredibilmente, il motore delle ricerche su questo sito dava ogni giorno alcune richieste per un articolo scomparso. Abbiamo così chiesto all’autore di attualizzarlo e renderlo nuovamente disponibile. Cosa è cambiato da allora?

C’erano una volta il politicamente scorretto e anche la vanity press. Un povero, sano scrittore, desideroso di gloria casereccia o comunque di vedere stampati i propri endecasillabi zoppicanti, senza particolari problemi si rivolgeva a onesti editori a pagamento che, dietro compenso, provvedevano a trasformare gli ululati del poeta in un vero libro degno di essere regalato agli amici, ai parenti e persino di comparire nelle recensioni del Gazzettino di Caccavecchia Alta.

Gli editori a pagamento erano gente in fondo piuttosto seria che, per qualche migliaio di euro attuali, impaginava decentemente gli strazi agonizzanti, eliminava o almeno proponeva di eliminare gli errori di ortografia più evidenti, assemblava una copertina con tanto di quadro celebre riprodotto a sbafo, e sfornava un bel librozzo su carta patinata.
Sani tempi antichi, prima che internet sparigliasse le carte. Poi venne la rete e con la rete i blog contro l’editoria a pagamento. Come? – scrissero i nuovi profeti della letteratura – pagare per pubblicare il vostro poema in terzine quadrettate con rime contestate? Spetta all’editore pagare il vostro capolavoro. Voi, gli Autori, rigorosamente con la A maiuscola, dovete pretendere di essere pagati.

vetrioli2Ecco allora la battaglia lanciata da un figlio d’arte quale Ettore Bianciardi, su riaprireilfuoco.org (blog ora scomparso). dove avreste letto le lamentele della scrittrice Adriana Maria Leaci: «Per mancanza anche mia, purtroppo, durante l’editing ho fatto caso solo alle modifiche proposte senza andare a rileggere i contenuti, che sono rimasti con gli errori di battitura che avevo inoltrato per la selezione[…]», perché naturalmente lo scrittore non deve abbassarsi a controllare l’ortografia dei propri capolavori. E chi sponsorizzava riaprireilfuoco.org? Marcello Baraghini, patron di Stampa Alternativa, editore del libro di Miriam Bendia, Editori a perdere.

Cambiamo pagina dunque, e visitiamo il citatissimo (già nel 2010) blog di Linda Rando, “Writersdream.org”. Qui le ormai copiatissime liste EAP, sulle quali l’autrice rivendica giustamente un copyright, promuovono i buoni e bocciano i cattivi. Scomparse, poi riattivate, poi nuovamente scomparsi, ora non campeggiano più in prima pagina, ma sono pur sempre consultate. I buoni sono quelli che si fanno pagare sì, però non per pubblicare, perché quello è brutto, ma solo per l’editing. insomma per gli orrori di ortografia. anzi, no, perché quelli vanno in purgatorio. Molto meglio non pagare proprio l’editore: se proprio non sapete scrivere, il vostro periodare ricorda un motore fuso con il cambio rotto e la vostra padronanza dell’italiano è pari alla vostra umiltà, allora pagate soltanto un’agenzia letteraria. L’editore vi pubblicherà gratis. a pagarlo sarà l’agenzia, ma la faccia l’avete salvata.

Su writersdream.org campeggiava un tempo la pubblicità dei libri di un editore, Montag, prontamente rimosso dopo la pubblicazione di questo articolo, nel 2010. E poco sotto un altro annuncio: «Hai un manoscritto nel cassetto? Ebbene, mandacelo! Writer’s Dream seleziona manoscritti di ogni genere e lunghezza per la pubblicazione con la casa editrice Simplicissimus Book Farm». E siamo a tre.

A fare eco a Linda Rando si aggiungeva poco più in là Andrea Mucciolo, con galassiaarte.it, quattro anni fa suo nuovo blog, ora divenuto il portale di una casa editrice e… di un’agenzia di servizi editoriali. Scriveva all’epoca Mucciolo: «Buongiorno, ho appena creato un nuovo portale: “Come pubblicare un libro” ovvero: “Come pubblicare senza farsi gabbare dagli editori”, e da altre persone poco corrette che bazzicano questo ambiente. Ho inserito i primi contenuti, come ad esempio: avvertenze sugli editori a pagamento, come presentarsi alle case editrici, il book on demand e altro ancora: www.comepubblicareunlibro.com» Una pagina ricca di consigli che, alla fine, rimanda a una seria casa editrice: Galassia Arte, guarda caso.

Andrea Mucciolo promuoveva il suo libro, Come diventare scrittori oggi.

In calce al blog, una bella dicitura per il copyright: tutti i diritti di riproduzione riservati (all’epoca) a Eremon edizioni. Se sappiamo fare di conto siamo a cinque.

Di manuali scritti da scrittori che scrivono su come scrivere avevamo già Io scrivo di Simone Navarra, edito da Delos Book. sì, proprio quelli dei premi letterari, una decina l’anno, che trovate su www.delosbooks.it/premi/ e ai quali potete iscrivervi su www.delosstore.it/iscrizioni/, con tariffe variabili da 5 a 50 eurini. Delos Book è anche la rivista “Writers Magazine” che, pagando, vi spiega come pubblicare gratis o a poco prezzo. se l’aritmetica non è un’opinione siamo a sei.

Ciliegina sulla torta, perché i vetrioli sono per tutti, e mai esclusi i presenti, il seguitissimo blog Sul Romanzo, all’epoca di sulromanzo.blogspot.com e oggi autorevolissimo Sulromanzo.it, curato nientepopodimeno da Morgan Palmas che ospita questo articolo sulla neonata webzine omonima. interviste agli editor, compreso l’autore di questo vetriolo e, naturalmente, banner sparato sul suo libro Scrivere un romanzo in cento giorni. Edizioni Marcovalerio questa volta, un tempo mio datore di lavoro per inciso. e siamo a sette.

E se per gli altri cinque giuriamo sull’assoluta buona fede in mancanza di informazioni, per quanto riguarda il settimo abbiamo i dati diretti. La campagna di stampa contro l’editoria a pagamento, nel 2010, non incrementò neppure di un punto percentuale le vendite del saggio pubblicizzato. In compenso provocò un inatteso incremento del quattrocento per cento del numero di manoscritti, non richiesti, inviati in allegato email.

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In questi quattro anni, di diari di scrittori mancati che si sono messi a raccontare come non siano riusciti a pubblicare, ne sono stati pubblicati diversi. Magari qualcuno, meno pigro, potrebbe segnalarli in calce, così da costituire una biblioteca dei libri pubblicati sulla non pubblicazione.

Se venissero passati sotto un software di sintesi vocale, gli ululati degli scrittori spaventerebbero un branco di lupi selvatici.

Morgan Palmas, consapevole della sua colpa, si è ritirato nel frattempo in clausura letteraria e, per espiare, da quattro anni ormai, legge un libro al giorno.

Emanuele Romeres vive ancora in uno scantinato, tra il fetore dei ratti e il gocciolio dei tubi.

E se leggere, semplicemente leggere, fosse la strada giusta per diventare scrittori?

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Arrivederci, Maestro. Ennio Antonangeli, il fotografo che immortalò l’Italia

Ennio Antonangeli
Ennio Antonangeli
Ennio Antonangeli

“Ciao Maestro. La tua leggenda vive.” Sono due frasi a caso, rubate dal libro dell’ultimo omaggio a Ennio Antonangeli, che ha salutato gli amici nella notte del 27 ottobre 2013 per andare a realizzare il suo ultimo servizio fotografico, quello che non terminerà mai.

Abbiamo impiegato giorni a scrivere questo ultimo saluto. Troppo complessa la sua figura per ridurla in poche righe. Fotografo, giornalista, editore, imprenditore, pubblicitario, polemista, consigliere, cuoco e amatore, Ennio Antonangeli ha incarnato un’epoca, fotografandola prima con la sua mente acuta che con l’obiettivo.

Via Paolo Fabbri 43
Via Paolo Fabbri 43
CIao 2001
CIao 2001

Sua la celeberrima fotografia che ha immortalato l’intera carriera di Francesco Guccini, la copertina di Via Paolo Fabbri 43. Suoi la maggior parte dei servizi fotogiornalistici che hanno accompagnato un’intera generazione di adolescenti, dalle pagine di una rivista che ha fatto la storia della musica italiana, Ciao 2001.

Il celebre studio del maestro, nel quartiere romano di Prati, a pochi passi dalla sede RAI di viale Mazzini, ha ospitato alcuni dei servizi fotografici che hanno incarnato un’intera epoca, a partire dagli Anni Sessanta fino al primo decennio del nuovo secolo e alcuni dei personaggi più importanti dello spettacolo, della politica e della storia culturale italiana per mezzo secolo.

È stato un maestro ruvido, capace di battute brucianti e di slanci entusiasti, un osservatore acuto della realtà politica e sociale dell’Italia attraverso i decenni. Resta negli annali un’immagine, Trinità dei monti. Due modi di usare i gradini. Pubblicata nell’Almanacco Letterario Bompiani del 1971, sintetizza in un colpo netto la sua capacità di immortalare in uno sguardo e in uno scatto il passaggio a una generazione nuova.

Due modi di usare i gradini
Trinità dei Monti – Due modi di usare i gradini – Almanacco Letterario Bompiani – 1971 – Foto di Ennio Antonangeli.

Molti suoi scatti furono unici, irripetibili. Perché Ennio Antonangeli sapeva cogliere l’istante preciso in cui un avvenimento diventa storia, storia politica, storia artistica, storia culturale.

Biennale di Venezia. Seconda soluzione d'immortalità - Gino De Dominicis, 1972 - L'unica fotografia dell'opera contestata e ritirata fu di Ennio Antonangeli
Biennale di Venezia. Seconda soluzione d’immortalità – Gino De Dominicis, 1972 – L’unica fotografia dell’opera contestata e ritirata fu di Ennio Antonangeli

Una lucida sagacia ha contraddistinto tutta la vita di questo grande artista. Nella fotografia prima, nell’editoria poi, quando ha dato vita a riviste di moda che hanno percorso il mondo intero, portando l’artigianato italiano in America Latina, in Russia, nei Paesi Arabi.

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Molte modelle celebri hanno frequentato il suo studio. Non poche hanno iniziato la propria carriera sotto i rimproveri burberi di un professionista capace di rimbrotti bonari ma sempre puntuali, e di veri attentati alla linea, con i suoi giganteschi piatti di pasta, distribuiti in razioni pantagrueliche a orde di collaboratori.

Lettore vorace, capace di digerire cinque quotidiani e un intero libro ogni giorno, circondato dagli schermi dei computer collegati costantemente in rete. Bulimico di sapere, di esperienze, di discussioni, quanto ispiratore di iniziative, Ennio Antonangeli è stato una figura fondamentale anche per questa casa editrice. Ne ha ispirato e talvolta condizionato il progetto culturale, magari con una telefonata improvvisa, uno spunto, una critica feroce e bruciante su quello che ci era parso un progetto perfetto. Entrava e scompariva improvviso, con la sua voce al telefono o nelle visite quasi mai programmate. Lasciando ogni volta un segno indelebile. Capace di imbastire una discussione, interromperla e riprenderla dopo mesi senza neppure un preambolo o un saluto. Con la memoria e la leggerezza di un elefante.

Si sa, noi amiamo i pachidermi. Arrivederci Ennio, maestro di vita e di cultura.

 

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Metti la cera, togli la cera

L’innominabile direttore editoriale di questa casa editrice è notoriamente un rinoceronte. Almeno per tutti coloro che hanno la disgrazia di frequentarlo per necessità. Ovviamente non agli occhi del povero redattore ordinario, che ben si guarderebbe dal criticare il detentore delle razioni di sussistenza — salario quotidiano del sottoscritto — e che doverosamente si sente di cantarne le lodi e incensarne la lungimirante e illuminata visione culturale.

Per tutti gli altri, è semplicemente uno stronzo, capace di demolire le aspettative di carriera di un giovane e brillante laureato in scienze della comunicazione, magari fornito anche di un variopinto diploma di redattore conseguito in uno degli innumerevoli e autorevoli corsi a pagamento messi in piedi a ritmo settimanale da case editrici più generose e meno retrive di questa. Gli basta in genere uno sguardo gelido e silenzioso per pietrificare l’aspirante.

rinoceronte-carica

Il rinoceronte, tuttavia, forse a causa dell’avanzato stato di senescenza, apre talvolta improvvisi quanto inattesi spiragli di speranza alle giovani leve. In tali, rarissime occasioni, mi fa salire alla luce del sole, ripulire e spidocchiare, e mi concede persino una breve ora d’aria nel verde profondo, a godere la visione del Monviso che si staglia lontano e protettivo. Sostiene che i giovani devono comunque sapere come si riduce un redattore ordinario dopo trent’anni di onorata carriera e davanti ai sorridenti commensali, mi lancia qualche boccone nella ciotola sistemata vicino alla tavola.

rinoceronte con piccolo

Così è accaduto l’altro giorno. Era un bel sabato d’autunno, di quelli in cui il sole ancora tiepido scalda gli animi e un caminetto scoppiettante rallegra i cuori dei commensali. Accovacciato nel mio angolino ho assistito in religioso silenzio al pacato predicozzo introduttivo — lo conosco a memoria confesso — con il quale il rinoceronte tenta di dissuadere un giovane ed entusiasta aspirante redattore dall’intraprendere la strada iniziatica dello scriptorium.

In genere, con la conclusione del predicozzo, giunge l’invito ad aprire una latteria vegetariana, attività considerata dagli operatori finanziari come molto più redditizia dell’editoria. Quando tuttavia il rinoceronte riconosce un suo simile, un potenziale cucciolo feroce, ecco apparire un lampo nello sguardo arcigno del vecchio Jorge, come un accenno di benevolenza verso quell’Adso potenziale.

jorge

Anziché intridere di veleno una pietanza, come accade con gli altri aspiranti, i cui tumuli costellano il parco tenebroso nascosto dietro la sua tetra dimora, in questi rarissimi casi il rinoceronte abbozza un sorriso, saggia la cultura del giovane professo, cita con volontario errore un passo agostiniano, incrocia malefico Bergson sorseggiando un rosso corposo.

Alcuni giorni or sono, un giovane Adso ha superato l’esame e, nella sorpresa incredulità dei commensali, pronti a vederlo crollare con le dita annerite e la lingua enfia, è stato addirittura invitato a salire nella torre. Hic sunt leones, si narrano leggende oscure sulla fine atroce di coloro che hanno salito la stretta scala a chiocciola che conduce al tempio del rinoceronte senza averne ricevuto esplicito invito.

Era accaduto soltanto quattro volte in più di trent’anni, e in tutte queste occasioni quei giovani professi sono oggi abati pasciuti o badesse riverite, le cui opere hanno varcato i confini del Sacro Impero Romano, giungendo talvolta fin nelle lande siberiane e oltre le colonne d’Ercole.

Mancava soltanto l’ultima prova. Quella apparentemente più insidiosa, perché presentata con noncurante gentilezza. Talvolta è la cortese richiesta di spostare uno scatolone di polverosi volumi, talaltra di riordinare un plico caduto e con i fogli mescolati. Altre ancora, di rinunciare all’apericena mondana con gli amici del sabato sera per rivedere insieme un risvolto di copertina.

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Adso ha richiamato oggi. Dispiaciuto di non essersi potuto fermare l’altra sera. Ha pensato che, al termine del corso di specializzazione triennale, del modesto costo di diecimila euro l’anno, che gli hanno offerto altrove, i custodi degli scriptorium faranno la coda per assumerlo e aprirgli i recessi segreti delle loro arcane biblioteche.

Il rinoceronte non ha battuto ciglio.

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Le quarte di copertina, un atto di amore verso i libri

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“Il mio massimo desiderio è lavorare nel mondo dell’editoria. Sarei disposto a fare tutto per realizzare il mio sogno, anche iniziare dai lavori più umili. Ad esempio, scrivere le quarte di copertina.”

Queste entusiaste parole giunsero sulla mia scrivania alcuni anni or sono. In fondo, perché stupirsi di tanta ingenua passione? La scrittura dei risvolti è un atto redazionale oscuro, l’espressione più anonima del lavoro editoriale. La fama spetta agli autori, la gloria, talvolta, ai traduttori, un’umile citazione persino agli stampatori. Nulla è dovuto al coro che silenziosamente trasforma uno scritto in un oggetto palpabile, sfogliabile, amabile. Non certo agli operai della cartiera che hanno curato il foglio bianco o avoriato su cui si depositerà l’inchiostro, o a quelli della legatoria che trasformeranno i grandi fogli distesi in una forma armonica, impeccabile. Eppure il libro, come oggetto, come feticcio, è frutto del loro lavoro, come dell’attenzione e dell’impegno dei correttori di bozze o dei promotori e dei magazzinieri che lo presentano, lo spostano, lo inscatolano.

Esiste una figura, ancora, che trasformerà la massa informe di carta e inchiostro in un libro, in un oggetto del desiderio e della passione. È colui che lo serve al lettore, ne tenta gli occhi e l’anima, ne cattura lo sguardo e, beffardo o romantico, lo avvolge nelle spire che porteranno le pagine dallo scaffale al comodino.

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Egli ama perdutamente il libro. Lo ha corteggiato, mentre nasceva; lo ha cresciuto infante e accompagnato al mondo. Lo ha vezzeggiato e odiato, meditato e masticato. Perché in poche righe dovrà sancirne la vita o la morte, la fama o l’oblio. Consegnarlo alla storia come un classico o un successo effimero, classificarlo come oggetto da treno o da libreria, da ostentare o celare. La quarta di copertina è un atto d’amore, una rosa depositata in silenzio sulla porta dell’amata, un bacio lanciato nell’aria.

Il libro si ritrae, fugge da questo amore petulante e invadente, come Dafne di fronte ad Apollo. È un atto d’amore violento, che pretende di racchiudere in poche frase l’essenza, l’anima di un’opera. È un atto di amore totale eterno, proprio perché anonimo. Per questo, nessuna quarta di copertina potrà mai essere firmata.

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