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Il redattore ordinario va in pensione…

Era inevitabile che prima o poi accadesse. Nessuno è uomo per tutte le stagioni. E così, il vostro redattore ordinario se ne va in pensione. Definitivamente. Chissà perché, era ovvio accadesse oggi.

Questa mattina, affacciandomi alla luce del sole mentre scendevo la scaletta ripida che dalla soffitta si affaccia sul cortile, proprio accanto ai bidoni dell’umido, dai quali sale il lezzo della fermentazione estiva di bucce e avanzi di cibo, zoppicando lentamente sull’asfalto sconnesso, interrotto dalle erbacce cresciute a dismisura, ruvide sulle caviglie, mi stavo concentrando sulle correzioni di bozze consegnate l’altro giorno.

È vero, i miei occhi non scorgono più bene i refusi e quelle formiche sulla carta tendono a muoversi traballanti sotto la lampada, anziché restare immobili come sarebbe conveniente. Sono diventato lento, torpido, ma il mio lavoro credevo di saperlo ancora fare.

Un giovinotto dinoccolato, mi pareva di averlo già visto qualche mese or sono alle prese con la fotocopiatrice, in quell’incarico di elevata responsabilità che qui, come in tutte le case editrici, chiamano stage, alla francese, si è avvicinato quel tanto che basta per farsi sentire dalle mie orecchie stanche e distratte. «Il Direttore la vuole. Nel suo ufficio.»

Poi si è allontanato con il naso piantato sullo schermo di quei cosi moderni, agitandoci sopra le dita come un suonatore di ocarina. Non credo sappia cosa sia un’ocarina. Come io no so bene a cosa servano quei cosi moderni.

«Caro Nené – mi ha salutato con quell’aria perennemente distratta il Direttore Editoriale – anzi, carissimo, perché sai bene quanto la tua presenza in questa casa editrice sia stata importante negli anni più difficili della crisi.»

Eccome, se lo so bene, ho pensato. Considerato che mi avete pagato a fichi e uva americana, a seconda della stagione. D’altra parte, che poteva pretendere uno come me, che non esiste neppure all’anagrafe, inventato dalla penna malata come alias e parafulmine per gli scrittori. Un redattore ordinario, obsoleto, ma soprattutto, un redattore inesistente.

«Comprenderai che non possiamo continuare a mantenere nel nostro organico – ha proseguito il Direttore Editoriale – una citazione letteraria. Senza contare il fatto che non deteniamo i diritti di riproduzione del personaggio. Anche se a malincuore, è giunto il tempo che tu ti ritiri a vita privata.»

A vita privata dove? mi sono chiesto, tra me e me naturalmente, perché mai avrei osato rispondere ad alta voce al Direttore. Se fossi reale, potrei anche andarmene in pensione, che so, a Vigàta, giusto nella campagna, tra il mare e i templi di Agrigento. Non dico tra le cave degli zolfi, che ormai non sono più attive. Però non sarebbe stato spiacevole ripercorrere la salita, con le scarpe impolverate. Una citazione letteraria dove potrebbe mai ritirarsi? Tra gli scaffali di una biblioteca? Nel magazzino delle carte di una tipografia? O nel deposito del macero della cartiera dove finiscono i libri invenduti?

«Noi ti siamo grati – e quel noi, diciamocelo chiaro chiaro, era un Io con la I molto maiuscola, come si addice all’Ego smisurato del Direttore Editoriale – per il tuo essenziale contributo. Hai saputo interpretare pienamente il tuo compito, negli anni in cui era fondamentale il riserbo sul nostro assetto. Ora, però, in questi tempi di social tutto deve essere trasparente. Tutto deve avvenire alla luce del sole. Tutto deve essere condiviso, fra chi decide cosa pubblicare e chi decide cosa leggere. È finito il tempo del potere oscuro della cultura. Uno vale uno.»

Eh, no, mio caro. Non è vero che uno vale uno. Io valgo zero, sia chiaro. Sono solo una citazione e per quindici anni quasi nessuno se n’é accorto. Non se ne sono accorti certi scrittori che mi hanno risposto a male parole quando correggevo gli anacoluti sui loro manoscritti. Quegli stessi che questa mattina hanno fatto a gara per raccontare come gli mancasse la figura di mio padre, manco avessero mai letto davvero in vita loro un suo libro. Non sapete chi mi ha inventato? A parte il Direttore ovviamente, che si arroga il merito ma come tutti i Direttori non inventa mai nulla, si limita a citare, come dice Lui stesso.

Lo fanno correre da Ponzio a Pilato, il cavaliere Ignazio Xerri tutto zucchero e miele e naturalmente fàvuso, che uno lo capisce da come mette le mani, da come si ingiarma a guardarsi la punta delle scarpe.
«Sul serio, sono mortificato, ma ho i magazzini vacanti. Al suo posto, provare per provare, farei un salto da Michele Navarrìa»
E don Michele Navarrìa, incazzato com’era sempre per niente, magari perché il sole spuntava il mattino e calava la notte.
«No, manco un grammo ch’è un grammo, di sùlfaro. Ho i magazzini sciutti all’osso».
E lui ancora più affannato, perso per strada l’aplombo che sudando sangue s’era guadagnato in Svizzera, quando suo padre aveva avuto la bella pensata di mandarlo a studiare chimica per fargli fare col sùlfaro lo stesso preciso miracolo di Gesù col pane e coi pesci.
[Andrea Camilleri, Un filo di fumo, Sellerio, 2003]


Già, sono una citazione. Sono figlio letterario di Totò Barbabianca. Prima che mi spaccassero i cabbasisi con le storie di quello sbirro diventato famoso. Molto prima. Adottato, per modo di dire, dalla redazione di questa casa editrice prima con l’incarico di addetto stampa, e poi di vecchio redattore. Quello che scrive le email di rifiuto, che discute con gli autori che hanno letto tutto e conoscono tutto. Quelli che non mi avrebbero mai scoperto.

Questa mattina, però, chi mi aveva dato vita si è rotto i cabbasisi di stare a sentire le chiacchiere inutili dei suoi critici e di qualche suo fan. Naturalmente anche quelle del mio Direttore.

Emanuele Romeres, a questo punto, va in pensione. Torna a nascondersi fra le pagine di un libro che pochi hanno letto e pochi leggeranno. Tra il gocciolio dei tubi e il fetore dei ratti, fra i libri che ha sempre amato, e che neppure loro ricambiano l’affetto.

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Perché la vostra traduzione potrebbe non interessarci…

… e, aggiungiamo, quasi certamente non ci interesserà.

Abbiamo già parlato in dettaglio della ragione per la quale la vostra tesi non è un saggio e non siamo interessati a pubblicarla. Poiché tuttavia, molti studenti si laureano in lingue e letterature straniere, occorre aggiungere una postilla: perché la vostra traduzione del celeberrimo romanzo più o meno conosciuto del celeberrimo scrittore ugandese (nepalese, azeibargiano, inuit, o qualsiasi altra lingua abbia utilizzato per la sua opera) non può interessarci.

Siamo certi che l’opera che avete tradotto sia intessante. Siamo altrettanto certi che la vostra traduzione è perfetta, anzi, un capolavoro. Ma proprio non possiamo pubblicarla.

La ragione è molto semplice: non abbiamo i diritti per farlo. E neppure voi avete i diritti per proporla. La vostra traduzione, finché resta nell’ambito della vostra passione privata o in quello didattico accademico, è giustificata. Ma per diventare un oggetto editoriale deve rispettare quella materia sconosciuta e ignorata che si chiama diritto d’autore.

VI segnaliamo alcuni approfondimenti sul tema:

https://rivistatradurre.it/2014/04/i-diritti-editoriali-questi-sconosciuti/

https://www.lucalovisolo.ch/traduzione/professione/autopubblicare-le-traduzioni-i-diritti-dautore.html

e in particolare, solo dopo che avrete letto attentamente gli articoli precedenti, date una pacata lettura a questo utilissimo articolo, che vi spiega come fare per poter tradurre legittimamente un libro altrui e proporlo eventualmente a una casa editrice:

Come fare una proposta editoriale

Vi riproponiamo un passaggio di quest’ultimo articolo, certi che tanto non leggerete tutto il testo, dove invece trovereste molte utili, anzi utilissime indicazioni.

Per sapere se un libro è già stato tradotto, si può cercare la bibliografia dell’autore nel catalogo nazionale delle biblioteche italiane. Se il libro è già stato pubblicato, verosimilmente lì lo troveremo. Tuttavia, se un libro non è presente, soprattutto se è uscito da poco, non è detto che qualche casa editrice non l’abbia già comprato e dato in traduzione.
Se il libro non è presente sul catalogo, l’unico modo per essere sicuri che i diritti del libro siano ancora liberi è scrivere o telefonare alla casa editrice del testo in lingua originale.

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Del salone e del libro

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“Torino provincia di Milano, da capitale a dépendance della Madonnina”, un titolo pubblicato anni or sono dalla nostra piccola, anzi minuscola, casa editrice, è curiosamente il libro più citato in questi giorni di acceso dibattito sul futuro della promozione editoriale e libraria italiana. Una citazione non casuale, per quanto ci riguarda, perché i pochi lettori del nostro blog sanno quanto per dieci anni esatti abbiamo insistito, inascoltati, sull’urgenza di cambiare completamente linea di azione per il Salone del Libro di Torino.
Non siamo mai stati sostenitori di una formula culturale, quella adottata dal capoluogo piemontese con spocchia e autoreferenzialità, incentrata su presunti “salotti buoni” di presunti “autorevoli intellettuali” che di buono e di autorevole, a nostro modestissimo parere, nulla avevano e nulla hanno.

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La nostra ultima partecipazione al Salone del Libro di Torino risale appunto al decennio scorso. Quella manifestazione dove autori ed editori potevano incontrarsi e far nascere opere, si era già trasformata in un circo mediatico nel quale il libro, e con esso la cultura, erano ormai totalmente assenti.
Ci appare quindi francamente priva di significato una polemica in difesa del Salone del Libro di Torino. Da almeno dieci anni, non esiste a Torino un salone del libro. Non è esistita neppure una politica culturale in senso ampio.
Non entriamo nel merito delle prese di posizione dell’europarlamentare Mercedes Bresso o dell’assessore regionale Antonella Parigi, riassumibili nella rivendicazione di proprietà di un marchio registrato. Che la registrazione del marchio “salone del libro” rappresenti la linea del Piave di una disfatta condita di illeciti, nomine discutibili quando non addirittura patetiche, è un sintomo rivelatore della concezione debole della pretesa enclave culturale subalpina, che ha celebrato come vati della letteratura degli onesti imprenditori della comunicazione.
Una città, e un’intera regione, per le quali l’essenza della narrazione, della letteratura, dell’arte, della tradizione enogastronomica, si riducono al modello della Scuola Holden, alla cucina di Eataly, alla partecipazione provincialmondana di analfabeti benestanti al cosiddetto Circolo dei Lettori, altra esperienza di successo se si considerano i risultati relativi alla ristorazione ma certamente deludente se valutata dalla tipologia di libri presentati.

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Ciò che accomuna questo tipo di esperienze, con buona pace di Luca Beatrice, che tenta di fare prendere le distanze del palazzo di via Bogino dal carrozzone del Lingotto, è lo snobismo, nel senso originale di sine nobilitate, di una visione culturale da sagra del sedano. Non differente dalle pretese di molti assessori di borghi sperduti che, presentando il libro stampato nella tipografia di paese dal maestro elementare in pensione, pensano di coprire con una veste sontuosa l’annuale abbuffata di costine e bottiglioni di vino acido pomposamente ribattezzata come festival letterario.
È il provincialismo campagnolo che permise a Giovanni Soria di incamerare milioni invitando starlette al Castello di Grinzane Cavour, senza mai aver promosso, non diciamo a livello internazionale, ma almeno fuori dalla sua provincia, uno scrittore piemontese.
È ancora quella visione miope che fece fallire la partecipazione degli editori piemontesi alla Buchmesse di Francoforte, troppo impegnati a leggere la cronaca del quotidiano di casa mentre attorno a loro l’editoria mondiale si incontrava.
La nostra casa editrice non è iscritta all’Associazione Italiana Editori, né alla pattuglia di Fidare o Odei. Siamo irrilevanti, con i nostri 500 titoli prodotti in 15 anni di attività, con la nostra produzione assolutamente marginale, quasi ignorata dagli inserti degli organi di informazione, come è comprensibile siano ignorate le opere del filosofo dilettante Vittorio Mathieu, di storici domenicali della scuola come Redi Sante Di Pol e del medioevo come Francesco Panero, di sconosciuti imbrattacarte dell’Ottocento come Giuseppe Rovani e Antonio Fogazzaro. Come potremmo noi, e loro, competere con la monumentale epica di Luciana Littizzetto?
È quindi comprensibile l’astio piemontese anche nei confronti di un parvenu milanese, tal Federico Motta, titolare di un marchio editoriale fondato la scorsa settimana dalla produzione notoriamente incentrata sui volumi illustrati di gattini.
La risposta giusta, prontamente estratta dal cilindro della classe politica piemontese, è aprire alla partecipazione degli editori. Purché siano davvero editori di cultura, possibilmente in lingua piemontese, difensori del sano provincialismo subalpino, e quindi che possano dimostrare di non aver mai venduto un solo volume al di là del Ticino, e men che meno in una biblioteca americana o giapponese. Sotto la guida illuminata di un saggio, un maestro del giornalismo di ampio respiro, erede di Buzzati, di Arpino, di Frassati, quale Massimo Gramellini.

Nel merito delle domande giornalistiche che giungono in casa editrice in questi giorni, rispondiamo sinteticamente.

Ci è del tutto indifferente la scelta campanilistica di Torino o Milano come sede di una manifestazione del libro. Anche la proposta avanzata da Laterza di guardare a Bologna come possibile sede potrebbe avere senso.
Si tratta di una valutazione puramente logistica ed economica. La fiera nazionale del libro italiano vada dove ci sono le condizioni e gli spazi per realizzarla al meglio. Per meglio intendiamo migliori contenuti, più libri e meno magliette, più scrittori e meno cantanti, più editori e meno spacciatori di vanity press.

Il modello finora proposto da Torino è fondamentale, nel senso che è l’esempio di tutto ciò che non deve essere fatto. Possiamo anche difendere la città, proprio perché a Torino è nata la nostra casa editrice, ma non possiamo difendere la formula. Tuttavia non abbiamo alcun problema a cambiare sede. I nostri libri sono presenti in Italia, in Europa, in America, Asia e Oceania. Come andiamo a Francoforte, possiamo andare a Milano e Bologna. Per la sagra del sedano non abbiamo tempo.

Marco Civra
direttore editoriale
Marcovalerio Edizioni

Patrizio Righero
direttore editoriale
Vita Edizioni

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Del senso e del ruolo dell’editore. Della mafia. E della libertà

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A volte giungono in redazione manoscritti che non vorremmo leggere, saggi che non vorremmo pubblicare, testimonianze di vicende che non vorremmo fossero mai accadute. A volte le ore trascorrono lente, e il lavoro si protrae fino a notte fonda. Fra interrogativi e dubbi.

Perché abbiamo scelto di pubblicare libri? Qual è il ruolo di un editore? Rincorrere ciò che i lettori vogliono leggere, certo, acquistare carta a un euro il chilo per sporcarla di inchiostro e rivenderla a venti euro il chilo. Oppure colpirli con verità scomode, arrogarsi il diritto pedagogico di educare il pensiero e farlo crescere, superando pregiudizi e ignoranze dei quali siamo tutti quanti ammantati.

È un dilemma attuale. Specie in questi giorni, nei quali i commenti pseudo giornalistici e le bacheche dei social network sono popolate dalle polemiche sulla pubblicazione e sulla presentazione di un libro sicuramente inopportuno, perché banale operazione di marketing, il diario del figlio di Totò Riina.

A noi poco importa di quel libro. Se fosse giunto in redazione lo avremmo semplicemente cestinato senza neppure rispondere, come spesso facciamo, al proponente. Non sappiamo e neppure ci interessa quale ne sia l’editore.

Ci scandalizza invece, e ci disgusta anche, la squallida operazione promozionale di alcuni pseudolibrai, perché definirli librai è un’offesa alla categoria, che hanno appiccicato cartelli nei quali si vantano di “non vendere e non ordinare” quel libro. Sono poveri imbecilli, sia detto con paterno affetto, perché diventano testimoni sciocchi di questa società colma fino al vomito di luoghi comuni e chiacchiere da caffè sport.

Nessuno qui in redazione, e ne abbiamo discusso, si sognerebbe di acquistare e leggere quel libro, sia ben chiaro. Ma non sta a noi, e tantomeno a un libraio, decidere quale sia la verità, quale sia la giustizia, e soprattutto quali libri possano o non possano essere pubblicati, quali libri un cittadino possa o non possa leggere. Il nostro direttore editoriale, anni fa, rilasciò un’intervista nella quale affermava che, se esiste la libertà di pensiero, deve essere legittimo scrivere saggi nei quali si sostiene che il Sole gira attorno alla Terra e che Galileo Galilei si è sbagliato, scrivere pamphlet negazionisti sulla Shoah, o agiografie di Stalin.

La libertà è anche il diritto di dire, scrivere, sostenere coglionerie immani, senza essere arrestati.

Al massimo, si spera che il sistema culturale sia abbastanza determinato nel non pubblicare simili farloccherie, evitando di darle in pasto a lettori ingenui che potrebbero anche credervi. Noi cerchiamo di non pubblicarle, certo, e ciononostante molti lettori delle nostre pubblicazioni potranno legittimamente sostenere che abbiamo pubblicato talvolta opere a loro parere farlocche.

Chi ha diritto, tuttavia, di stabilire quale sia la Verità incontrovertibile e pubblicabile e vendibile ai lettori? Un Editore di Stato, magari, come ve ne sono in qualche nazione. Un censore del pensiero unico, che inizierà a epurare i libri inadatti, impedendone la pubblicazione, e se pubblicati, vietandone o boicottandone la vendita, e se venduti, bruciando le copie nelle case dei cittadini rei. Siamo certi che quest’ultima ipotesi faccia sorgere qualche reminiscenza letteraria anche ai librai che hanno esposto i cartelli sui libri che “non intendono vendere né ordinare”. O almeno ce lo auguriamo.

Perché se i falò di Farenheit 451 non sono balzati loro di fronte agli occhi, non dovranno stupirsi il giorno in cui qualche gruppo estremista, di destra, di sinistra, di qualche setta fanatica, assalterà le loro librerie per il fatto di “aver ordinato e venduto” un certo libro. Qualsiasi libro sia.

Anni fa, un editore sicuramente progressista e antifascista, decise di pubblicare in italiano il Mein Kampf di Adolf Hitler. Certo non per inneggiare al nazismo, ma perché quell’opera deve essere disponibile ai lettori, affinché capiscano, comprendano, da dove nacque quell’orrore. Noi non lo avremmo pubblicato, ma è giusto che qualcuno abbia scelto di farlo.

Ogni volta che un libro viene bruciato, in senso fisico o metaforico, un pezzo di libertà e di cultura viene bruciato con esso.

Accade così che, taluni giorni, nel diluvio di proposte che si affacciano in formato elettronico nella casella postale, arrivino testi scomodi. Testi che leggiamo con fastidio iniziale, testi che scartiamo con rabbia e indignazione. Altri che raccontano storie che vorremmo non fossero mai accadute. Vicende dove l’uomo rivela il peggio di se stesso.

Talvolta leggiamo fino a notte fonda. E nella notte ci interroghiamo. Qual è il ruolo di un editore, dunque, nell’epoca dell’autopubblicazione, della democrazia culturale che rende tutto uguale, tanto un saggio scientifico e documentato quanto uno sproloquio vaneggiante? Sporcare carta o restare incollati nel buio che ci circonda, non solo in senso proprio, e provare a tenere acceso un lume? Noi, in questa notte strana, continuiamo a leggere, a interrogarci. E per una volta, rivolgiamo la stessa domanda a tutti voi.

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I manoscritti dell’orrore…
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adagioIl redattore ordinario invecchia, sbava, digrigna i denti. Beh, direte voi, quale novità? Ormai chi segue la mia rubrica astiosa sa che non sono altro che un incartapecorito rabbioso, relegato a lavorare fra il guano dei piccioni. Per vostra disgrazia, e il vostra è riferito a voi maestri della letteratura, romanzieri aspiranti che già vi definite nelle lettere di accompagnamento quali scrittori, il mio ingrato e vomitevole compito è leggere, leggere, e ancora leggere le vostre proposte di pubblicazione.

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Da giorni, in questo tiepido gennaio che colpisce i miei bronchi marci, trascorro le mie inutili e frustranti giornate aprendo gli archivi della posta elettronica, dove per cinque mesi si sono accumulati i vostri allegati. Otto secondi netti a manoscritto. Tanti ne bastano ormai per rabbrividire, sussultare, essere tentato di imprecare. Eppure mi accontento di poco, pochissimo a dire il vero. Provate ad accontentarmi.

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Provate a scrivere beh e non , o peggio be’, distinguete un’interiezione da un belato. Se poi siete dei raffinati e volete sottolinearlo, scrivete po’ e non , qual è e non qual’è. Esiste il quale ma non la quala, fantomatico uccello da cucinare in padeglia, che non è un piatto tipico spagnolo.

Nun s’è n’è pu’o piu dell’itagliano, si stinge il quore a leggere cueste cose.

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In fondo non sono pretese eccessive. Sarebbe sufficiente utilizzare il correttore ortografico automatico, quello che sottolinea in rosso le parole grammaticalmente scorrette. Potreste persino riuscire a ingannarmi per dieci pagine, anziché farmi desistere alla quarta riga.

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Vi devo rivelare un segreto: sono sottopagato per cercare a tutti i costi di pubblicarvi e questo significa una grande condiscendenza nei confronti della sintassi talvolta zoppicante, della totale mancanza di conoscenza della consecutio temporum, persino della sciatteria che vi spinge a mettere uno spazio prima della virgola e non dopo, del fatto che non abbiate minimamente idea della differenza fra la copula (che in questo caso non è un invito a fare sesso) è ed é, o peggio e’. Non parliamo quando la copula è all’inizio del paragrafo: confessate, non avete la minima idea di quali tasti pigiare per ottenere la È maiuscola. Bisogna usare contemporaneamente tre tasti: alt, maiuscolo e, ovviamente, “e”. È pur vero che possedete soltanto due indici, ma in questo caso fate uno sforzo. Sono errori che commetto anch’io, e che facilmente si correggono in modo automatico. Non occorre un redattore, basta un bonobo ammaestrato.

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Io vorrei selezionarvi. Sogno quei rari momenti, sempre più rari, in cui posso calarmi dalla scala tarlata della malsana soffitta e correndo nel fango fino all’ingresso del lungo viale alberato che conduce al lussuoso ufficio del direttore editoriale, o percorrere leggiadro il giardino fiorente che conduce alla sua arcana biblioteca, per inginocchiarmi ai suoi piedi ed esclamare gioioso:

“Sua reverenza eccellenzosa, avessi scovato infine uno pubblicabile manoscritto, anche se dattiloscritto, ovvero computerscritto.”

Vi supplico, è ormai una questione di vita o di morte. La mia, mica la vostra. Dal momento che vengo pagato a cottimo, dieci euro per ogni manoscritto pubblicabile, devo scovarne almeno uno la settimana per poter sopravvivere a pane e acqua. Ricevessi un centesimo per ogni vostro errore, sarei ricco. Prima di pigiare il tasto “invia” con il vostro preziosissimo allegato, fermatevi un secondo. Chiedete almeno un parere al vostro gatto.

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P.S. (post scriptum, che significa “scritto alla fine” o “scritto in calce” (senza riferimenti all’edilizia): le parole in rosso indicano errori. Non sono in italiano. Questo nel caso voleste giustamente commentare. Come sempre, insulti, accuse veementi, parolacce sono ben accette. Beni alimentari non deperibili, scarpe vecchie, vestiti dismessi, ancora di più. Il vostro beneamato redattore ordinario.

 

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Un ricordo di René Girard

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girardIl 4 novembre 2015, René Girard si è spento nella sua casa di Stanford all’età di 91 anni. Nato ad Avignone la notte di Natale del 1923, nel 1941 riceve il baccalaureato in filosofia al Liceo della medesima città. Si diploma nel 1947 all’Ecole des Chartes, a Parigi, in archivistica e paleografia. Nel 1947 lascia la Francia per stabilirsi negli Stati Uniti: dal 1950 al ’52 è Philosophy Doctor in Storia all’Università dell’Indiana, dal 1952 al ’53 è alla Duke University, dal 1953 al ’57 al Byrn Mawr College, dal 1957 al ’68 alla Johns Hopkins University, dal 1968 al ‘76 alla State University of New York di Buffalo, dal 1976 all’’80 ancora alla Johns Hopkins University. Infine, dal 1981 Girard è alla Stanford University, in California, col ruolo di Andrew B. Hammond Professor of French Language, Literature and Civilization. Oltre a innumerevoli onoreficenze conferitegli in tutto il mondo, nel 2005 Girard viene eletto Membro della prestigiosa Académie Française.
Padre della “teoria mimetico-vittimaria”, sviluppata in testi divenuti ormai classici come Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), La violenza e il sacro (1972), Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1978), Il capro espiatorio (1982), L’antica via degli empi (1983), Vedo Satana cadere come la folgore (1999), Il sacrificio (2003) e Portando Clausewitz all’estremo (2007), solo per richiamare i più noti, Girard è stato spesso considerato il “Darwin delle scienze umane”, in quanto ha offerto una visione unitaria e sistematica della genesi della cultura e del processo di ominizzazione. La straordinaria forza del sistema girardiano e la sua originalità, ad un tempo epistemologica, ontologica ed etica, scaturisce proprio dal fecondissimo nodo concettuale che unisce la tematica del desiderio mimetico e quella della violenza collettiva – i cosiddetti meccanismi di capro espiatorio – nel complesso fenomeno del sacro.

Com’è noto, a partire da Delle cose nascoste, Girard afferma che nella scrittura giudeo-cristiana è all’opera una forza contraria a quella che cerca costantemente di occultare il meccanismo del sacro violento e che tende allo svelamento di tale menzogna. Soltanto la Bibbia è in grado di decifrare le rappresentazioni persecutorie e il religioso nella sua totalità. Ne deriva una scelta inevitabile e urgente, che Girard articola nelle sue ultime opere con toni sempre più apocalittici: abbandonare il mondo e l’umanità alla catena infinita dei conflitti mimetici oppure intraprendere l’arduo percorso della rinuncia alla violenza e del perdono. Soltanto chi sceglie questa seconda difficile alternativa segue il messaggio evangelico: “È venuto il tempo di perdonarci l’un l’altro. Se non lo faremo ora, non ne avremo più il tempo.”

claudio cvQuesto articolo è stato gentilmente scritto dal Claudio Tarditi, autore del volume 
"Al di là della vittima. 
Cristianesimo, violenza 
e fine della storia"
pubblicato da Marcovalerio Edizioni.
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App per le città
e i territori smart

Smart city è un approccio culturale in grado di generare, in modo “intelligente”, condizioni infrastrutturali, tecnologiche e di governance per produrre opportunità di lavoro, promuovere benessere sociale, aumentare la qualità della vita e favorire lo sviluppo sostenibile.

Ebbene sì, parliamo di app
e di smartphone… 
ma non solo

La diffusione degli smartphone dei tablet ha profondamente modificato il nostro modo di comunicare, ma anche e soprattutto il nostro modo di rapportarci ai servizi, alla mobilità, al territorio. I servizi di geolocalizzazione rappresentano la base per tutta una serie di applicativi che permettono di interagire facilmente e rapidamente. La connettività diffusa e permanente ci permette di rapportarci in tempo reale con la realtà circostante. I sistemi di interazione, dagli ormai “vecchi” ma pochissimo sfruttati qrcode, i codici a barre bidimensionali che ogni smartphone è in grado di leggere captando informazioni complesse con una semplice fotografia, ai sistemi di pagamento di prossimità, hanno accelerato i processi. Pagare un parcheggio in città, scaricare una guida audio in un museo e ascoltarla, effettuare una chiamata di emergenza sanitaria fornendo automaticamente la propria posizione, sono tutte applicazioni ormai diffuse, anche se talvolta poco conosciute dagli utenti.

I nostri telefoni di ultima generazione sono spesso pieni di giochi, divertenti e un poco inutili, quando potrebbero diventare ottimi strumenti di lavoro, permettendoci di risparmiare tempo e denaro. E sono anche strumenti con i quali le aziende e soprattutto chi governa potrebbero fornire servizi avanzati e graditi ai cittadini. Questo ebook, che potete scaricare per leggerlo comodamente su un tablet o sul vostro personal computer è una raccolta di app intelligenti, smart appunto, che offrono servizi di elevata qualità e permettono un’interazione rapida, reciproca ed economicamente vantaggiosa, fra cittadini, imprese e pubblica amministrazione. L’invito agli amministratori è provarle e comprenderne le grandi potenzialità. L’invito ai cittadini è di trovare un po’ di spazio nel loro magnifico e tecnologico smartphone, magari a scapito di qualche brano musicale o di un gioco, per iniziare a scoprire quante cose si possono fare con un iphone, un android o un windows phone.

Commenti, segnalazioni di nuove app, sono quanto mai graditi.


Questo ebook dinamico, destinato ad essere aggiornato periodicamente, proprio per la sua natura smart, è la naturale integrazione del volume

Luigi Pinchiaroglio
Appunti di viaggio verso le città e i territori smart

PIN-9788875474140

pubblicato nel mese di marzo 2015. Raccoglie e recensisce le applicazioni mobili, le cosiddette app, che specificamente propongono soluzioni smart per la qualità della vita, la sviluppo, la tutela dei cittadini, l’ordine pubblico, la salute.

I contenuti di questo articolo sono liberamente scaricabili in formato ebook, periodicamente aggiornato.


 Mica tutto è smart…
ci sono vecchie cose molto smart e nuove cose molto dumb

Piccola premessa, che potete saltare tranquillamente se lo scopo per cui state leggendo queste righe è cercare la prossima app con la quale intasare il vostro telefono.

Il concetto smart ci sembra oggi legato esclusivamente alle nuove tecnologie, come se l’unico modo di realizzare un progetto intelligente fosse creare un progetto nuovo. In realtà molte attività vecchissime, assolutamente non tecnologiche, sono smart nel senso più profondo. Uno dei pilastri del concetto smart è la partecipazione. Quella vera, in cui lo scambio di informazioni sia attivo da entrambi i lati e non solo a senso unico,

Facciamo qualche esempio concreto.

Se una pubblica amministrazione realizza un sito internet bellissimo, pieno di effetti speciali, con tanto di streaming televisivo per trasmettere in diretta i consigli comunali, notiziario in tempo reale sui cantieri aperti, ma non apre un canale attraverso il quale i cittadini possano segnalare disfunzioni, problemi, o una banale buca in una strada, non ha intrapreso un verso percorso smart. Peggio, se attiva questi strumenti e poi non li utilizza, affidando la lettura dei messaggi a impiegati disinteressati che non consulteranno mai i messaggi o non avranno la capacità di sintetizzare, nel flusso certamente caotico e magari eccessivo di informazioni poco utili, quelle davvero importanti.

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expoDi numeri verdi dove non risponde nessuno, servizi di assistenza ai clienti con tempi di attesa di settimane, pagine facebook abbandonate, app per consultare gli orari dei mezzi pubblici basate su stime costruite a tavolino, la Rete internet è stracolma. Persino di servizi di mappe che hanno spedito gli automobilisti a galleggiare in mezzo ai torrenti. Tempo fa, in una metropoli, attivarono con grande dispendio di denaro e di pubblicità, un servizio smart per segnalare ai ciechi la giusta fermata del tram. Calcolando i tempi programmati e non quelli reali. I ciechi scendevano tranquillamente… alla fermata sbagliata.

sitoaorari

L’idea che si possano condividere passioni e interessi, scambiando liberamente un’ora del proprio tempo e della propria competenza, è assolutamente vecchia. Le banche del tempo sono un’iniziativa concreta e molto vivace, attiva in molte realtà urbane. Non è necessario un sito internet per incontrarsi. Anzi, per scambiare del tempo, è indispensabile condividerlo, personalmente piuttosto che virtualmente. Un sito internet potrà essere utile per elencare le competenze disponibili in quella particolare banca del tempo, non certo per scambiare tempo virtuale.

 

E se ora siete interessati, andate a scaricare l’ebook

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Sotto questo cielo…

Foto di Manuel Lai
Foto di Manuel Lai

Sotto questo cielo, cupo e limpido insieme, con le nuvole basse che ci sovrastano nelle notti autunnali.

Sotto queste montagne, che nelle albe invernali galleggiano magicamente sulla nebbia come mura sospese nel nulla.

È qui che nascono i libri di Marcovalerio, i saggi e i romanzi, i classici e i testi spirituali, le pagine che affollano la nostra mente come sogni e che come visioni si moltiplicano in copie che giungono nelle librerie, nelle biblioteche del mondo e, talvolta, nelle vostre case di lettori.


Foto di Manuel Lai
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Queste sono le Terre d’Acaia, le vallate aspre che scendono dall’altopiano che prende il nome dal generale Catinat, le cui truppe seminarono morte e distruzione alla fine del XVII secolo e che ancora oggi sono ricordate nelle celebrazioni della Battaglia della Marsaglia.

Le pianure celtiche, un tempo ricoperte di foreste e oggi distese di granturco, attraversate da Giulio Cesare per scrivere le pagine della sua conquista, dove romani, galli e poi longobardi vissero gli uni accanto agli altri, prima nemici e poi nel grande crogiuolo del Medioevo.

La vallate ombrose dove i Valdesi trovarono la pace dopo secoli di persecuzioni, costruendo sulla rovine dei terremoti, pietra su pietra, negli “inversi”, i versanti gelidi dove il sole non batte d’inverno.


Foto di Manuel Lai
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Lungo gli antichi percorsi, ormai perduti, delle strade romane, che da nord a sud unirono per tutto il Medioevo gioielli d’arte oggi dispersi nei campi e lungo strade bianche e ciclabili, i nostri redattori e collaboratori si incontrano e incontrano gli autori, che approdano in queste pianure così periferiche e lontane dal clamore delle riviste e dei blog letterari, dalle classifiche e dalle vetrine.


Foto di Manuel Lai
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Abbiamo scelto la strada lunga, la strada impervia. Non ci incontrate alle fiere, da anni. Non ci vedete nelle pile dei successi del momento. Non troverete i nostri tomi accalcati nelle stazioni di servizio. I libri Marcovalerio dovete cercarli. Non sono libri da sfogliare, ma da leggere e masticare, lentamente e faticosamente come una capra affronta le foglie più aspre disdegnando le insalatine morbide e spiluccando con caparbietà e fatica il suo pasto.


Foto di Manuel Lai
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Non siamo irraggiungibili. Le nostre porte sono sempre aperte. E qualche viandante lettore giunge fino a qui, talvolta. Potete ordinare i nostri libri e, se non vi piacciono, protestare con decisione. Con tanta decisione da ottenere il diritto di cambiare il titolo che vi ha deluso. Non è una strada pianeggiante, neppure per voi, perché vi chiederemo di motivare la vostra stroncatura.

I libri sono compagni infidi. Non sempre vi danno ciò che vi aspettavate da loro. Talvolta aprono porte che non avevate notato, altre volte botole che avevate consapevolmente ignorato. 


Su sentieri conosciuti o verso mete ignote, i libri vi indicheranno la via

Foto di Manuel Lai
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Niente manoscritti,
per favore.
Fino all’anno prossimo

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Anche quest’anno, come a fine 2013, purtroppo, dobbiamo chiudere le porte telematiche per qualche mese…

Non è bello, non è piacevole, lo sappiamo. Molti di voi si arrabbieranno non poco. Se volete, lo spazio dei commenti è sempre a disposizione per insultarci pesantemente. Tuttavia non abbiamo scelta. Complice la crisi e la disoccupazione, complice forse la depressione, il volume dei manoscritti che intasa la casella email della redazione ha superato da mesi il livello di guardia. Per ogni ordine di libri, arrivano cinque proposte di pubblicazione. È un rapporto ormai insostenibile. Con l’arrivo della pausa di agosto, il rapporto è raddoppiato, addirittura.

Vi rendete conto che non riusciamo più a leggere tutto questo materiale. Non riusciamo neppure a rispondervi. Solo per incollare una risposta standard, solo per cancellare le email senza leggerle, ci vorrebbero ogni giorno alcune ore. È uno sforzo che non siamo in grado di reggere.

Diventeremo, almeno per alcuni mesi, molto scortesi. Tanto più scortesi con coloro che, senza neppure visitare il nostro sito, non diciamo senza neppure aver mai acquistato un libro della nostra casa editrice, come avviene nella maggior parte dei casi, ma addirittura senza essersi informati minimamente, attraverso la lettura del blog e della sezione “pubblicare con noi“, continueranno a inondare la casella di posta con i loro allegati. Non vi risponderemo e non vi leggeremo. Peggio, vi inseriremo nel filtro antispam.

I libri in lavorazione, quei manoscritti che abbiamo letto e selezionato nel 2013 e nel primo semestre del 2014, attendono con ansia di essere riletti, corretti, discussi e, sperabilmente, pubblicati. Continuare a ricevere nuovo materiale ci impedirebbe di dedicare energie alle opere meritevoli che giacciono in redazione.

Siate comprensivi, oppure no. Naturalmente, i redattori sono sempre pronti a farsi corrompere per forzare il blocco. Come sapete, accettiamo buoni pasti, pizze surgelate, scatolette e beni non deperibili, scarpe usate e pannoloni. Uova marce e pomodori, no grazie. Nel frattempo, per ingannare l’attesa, perché non leggete qualcosa? Ci sono persino degli ebook gratuiti, se proprio non volete spendere.

Il vostro ineffabile e adorabile redattore ordinario

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I giovani e l’economia

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La cultura economico/finanziaria ha ormai assunto un’importanza fondamentale, per la corretta lettura dei tanti fenomeni che attraversano la vita moderna. I protagonisti del cosiddetto mercato (intermediari in testa) sono cresciuti di numero e il loro ruolo appare oggi fortemente connaturato con quello della finanza. In campo scientifico svettano gli economisti, novelli oracoli, capaci di illuminare il cammino con i loro messaggi cifrati, nell’ambito delle diverse scuole di pensiero.

E i nostri giovani? Come partecipano a questo rifiorire del profilo economico?

Il recente studio Pisa, recepito dall’OCSE, parrebbe assegnare agli adolescenti pessimi voti in conoscenza e pratica della materia, per quanto attiene anche ai suoi aspetti più elementari. Va bene, i genitori non li coinvolgono, l’educazione finanziaria è noiosa, la connessione permanente, la comunicazione e i social network sono stimolanti e irrinunciabili. E poi la scuola non si impegna più di tanto a concimare un futuro denso di incognite e complicazioni; anche quella dedicata, lavora spesso con il paraocchi, centrando l’attenzione più sulle nozioni teoriche classiche che sull’esperienza evolutiva di questi tempi grami.

Certo, anni fa era tutto più semplice, a fronte di una scenario economico consueto, localizzato e poco aggressivo. Anche allora il denaro contava molto, ma l’esplosione della finanza nelle sue molteplici articolazioni non aveva ancora contagiato gli uomini e, soprattutto, non era ancora emerso l’enorme potere dell’economia. Ci si accontentava di sapere qualcosa e, per i propri bisogni specifici, venivano in soccorso le banche, con la loro predisposizione ad allevare tecnicamente la clientela.

Ora le banche, e tutti gli intermediari, mirano solo a vendere, talvolta anche in disaccordo con i bisogni della domanda, non c’è quindi più tempo per coltivare l’orticello dell’utenza e questa deve assolutamente acculturarsi. Aggiornarsi costantemente e studiare, profilare gli interessi familiari, seguire i giovani, affinchè non scartino a priori quell’immersione benefica in un mare che non sa strizzare l’occhio, ma è indispensabile per irrobustire membra innocenti.

Tocca quindi a tutti gli operatori fare la loro parte, concentrando l’attenzione e la voce sull’obiettivo, nella certezza che imbandendo la tavola dei quarantenni con questo pane, potranno essere sfamati anche i loro figli e la popolazione a venire usufruirà di una cultura economica al passo coi tempi.

Questi sacrifici non possono lasciar fuori gli editori, perché lo sbarramento degli addetti ai lavori deve essere forzato e superato verso quella vasta platea così insensibile, magari per i conti che non tornano o il mutuo da pagare. Ben vengano quindi le iniziative a sostegno del comune destino dell’uomo economico, per un approccio dinamico e efficace alla scarsa volontà di impegnare risorse personali da parte dei lettori.